Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez
08 Apr 2026
Suggestioni di Vino

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez

 

Agustín Benjumeda e Brita Hektoen si sono innamorati due volte: tra loro e tra le colline bianche dello Sherry

Capita che certi luoghi smettono di essere semplici geografie per tramutarsi in destino. Solo che non lo sappiamo ne siamo in grado di saperlo.

Accade raramente e quando succede sembra di riconoscerlo subito. Come se fosse una immagine dentro di noi. Quasi un deja-vu. Può essere una strada polverosa, una casa antica, un ponte, un fiume. O vigne che respirano sotto il sole dell’Andalusia.

È più o meno così che nasce Santa Petronila, un progetto che ha il sapore delle storie romantiche e un po’ ostinate.

Per raccontarlo bisogna partire da lontano, da due vite che si incontrano a Barcellona, in una business school. Lei, Brita Hektoen, arriva dalla Norvegia; lui, Agustín Benjumeda, è figlio della terra dello Sherry, nato nel triangolo magico tra Jerez de la Frontera, El Puerto de Santa María e Sanlúcar de Barrameda. 

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez

Si incontrano studiando, si innamorano vivendo.

Come spesso accade nelle storie vere, costruiscono una vita altrove: tredici anni a Barcellona, tre figli, carriere solide. Lei nel mondo accademico, lui tra consulenze energetiche e grandi aziende.

La vita scorre ordinata. Ma sotto la superficie cresce un’altra idea.

Volevamo lasciare qualcosa dietro di noi. Qualcosa che non fosse solo lavoro… ma vita

Brita lo ricorda con una calma che suona come certe promesse mantenute.

 

La seconda volta che ci si innamora

Possiamo dire che è stato un progetto romantico. La seconda volta che ci siamo innamorati.

Non l’uno dell’altra. Quello era già successo. Di un luogo.

Nel 2006 arrivano davanti a una casa vecchia di oltre tre secoli, nel cuore delle colline di Jerez de la Frontera. Tutto intorno vigne. Solo vigne. Un orizzonte circolare che sembra non finire mai.

Agustín lo ricorda bene

Quando siamo arrivati davanti alla casa, lo abbiamo capito subito. Senza fare conti, senza ragionare. Era il posto.

La comprano. Non sanno ancora “come” né “quando”. Ma sanno perché.

Trecento anni di storia, diciassette ettari di vigneto e una valle che un tempo era considerata tra le più preziose per la produzione dello Sherry.

Il problema è che quasi nessuno se ne ricorda più.

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez

Il mistero delle vigne dimenticate

Agustín è cresciuto in quella terra e ricorda bene ogni cosa della sua infanzia. Come lui però, anche gli altri se ne sono andati. Si cresce. Si fanno progetti di vita. Lontano da li. Dove ci sono le città, dove la vita scorre veloce. Senza accorgersi che è una vita che consuma, logora. 

Quando ero bambino ogni dieci ettari c’era una casa de viña, una casa nel vigneto. Tutti facevano vino. Era fondamentale. Poi è sparito.

Non solo l’abbandono ma anche l’industrializzazione dello Sherry ha spostato il baricentro verso le grandi bodegas e verso logiche produttive più standardizzate. Le vigne sono diventate semplici fornitori di uva e non più luoghi dove il vino nasce e prende forma.

Eppure, cento anni fa, quelle stesse uve venivano pagate il doppio.

Perché? Una domanda che diventa quasi un’ossessione per Agustín.

Continuavo a chiedermi: perché prima era così importante il luogo? Perché si pagava di più quell’uva?

La risposta, come spesso accade nel vino, si trova scavando nel passato.

Parenti stretti del vento. Il terroir dello Sherry

Per comprendere Santa Petronila, bisogna ricordare Jerez come un ecosistema. Un luogo che se non lo si vede non lo si capisce fino in fondo. Quel suolo calcareo bianco, l’Albariza, sembra quasi uscito da un paesaggio lunare. Ha la grande particolarità di trattenere l’umidità invernale per restituirla d’estate quando il sole riflette rendendo la visione accecante. I venti qui sono come delle mani che modellano la vite con modalità diverse. Il Levante, caldo e secco, asciuga, spazza via dolcemente ciò che non serve. Quasi come un asciugacapelli che modella la piega di una donna. Il Ponente, umido e fresco, porta giovamento e refrigerio. Porta vita e prosperità.

L’ecosistema di Jerez, i venti che salgono dal mare e scendono dal nord sembra non fermarsi alla vigna. Sembra penetrare nelle case, nei sotterranei fino ad insinuarsi nelle botti. Grazie a questo microclima avviene la magia del Flor, quel velo d lieviti che copre i vini in affinamento biologico preservandone la freschezza salina e l’anima di mandorla.

Poi arriva la mano dell’uomo con la voglia di accompagnare i lunghi affinamenti, passando la memoria da botte a botte. Una eredità, un modo per trasmettere qualcosa a qualcuno. Sono le Solera e Criaderas. Sono le botti giovani superiori (Criaderas) che trasmettono il vino, una volta invecchiato, a quelle poste sul pavimento (Solera). Un ciclo vitale che diventa circolo di attesa per realizzare tre tipologie di vino ognuna dotata di specificità e unicità.

  • Fino: la lama di luce; teso, salino, asciutto, uno spartito scritto dal flor.
  • Amontillado: la doppia vita che nasce sotto flor perché poi prosegua l’invecchiamento ossidativo, riunendo due mondi.
  • Palo Cortado: l’enigma profilo olfattivo che sfuma tra l’eleganza del fino e la struttura dell’oloroso, spesso nato da selezioni e sorprese di cantina.

È in questo linguaggio che Santa Petronila ha deciso di parlare: poche botti, il passo corto, tempo al centro.

Cominciare da zero

Quando Agustín e Brita comprano la proprietà non hanno un piano industriale. Hanno un’idea: rimettere al centro di tutto il vigneto. Il tempo è quello che è e Jerez dista 11 ore di macchina da Barcellona così che per anni vendono tutta l’uva alle bodegas e intanto restaurano la casa, accolgono viaggiatori, studiano la terra.

La casa ha circa trecento anni; è stanca ma dignitosa. Loro continuano a lavorare nei rispettivi ambiti Ogni notte, ogni weekend, lo investono in Santa Petronila: prima l’ospitalità, poi, con il tempo, il vino.

Abbiamo iniziato dall’ospitalità. Avevamo bisogno di dare un ritmo al luogo, di sentirlo pieno di voci.

Come se Brita avesse bisogno si del loro nido, della loro oasi di fuga ma anche di dare nuova vita ad un luogo che di vita ne aveva vista tanta.

Agustín annuisce

Il vino sarebbe arrivato, ma prima bisognava che la casa tornasse a vivere

Poi un giorno decidono di fare un esperimento: una sola botte per ciascun stile di vino.

Una botte di Fino.
Una di Amontillado.
Una di Palo Cortado.

Era solo per noi. Per capire.

Lo dicono quasi in coro. Con quella umiltà che non ci si aspetta da due professionisti incredibili. Ma è come se fossero tornati bambini con quel vino. Gli esperimenti per capire erano come il ricercare, e trovare, la meraviglia delle scoperte. Ecco che la quantità non fosse e non sia qualcosa da raggiungere. Qui la quantità non è mai stata un obiettivo.

Noi non cerchiamo resa. Cerchiamo identità. I nostri 17 ettari producono meno della media, anche un quarto. Ma è quello che vogliamo.

La scelta di rese bassissime è, prima di tutto, una presa di posizione, un Credo. Avere meno per avere la possibilità, il tempo, la disponibilità ad ascoltare di più

Questa vigna è testarda. Produce poco. Ma è così che parla

Due persone meravigliose. Un luogo magico. Due ingredienti che già basterebbero per stare bene e ricevere recensioni pazzesche. Le persone che visitano la proprietà assaggiano però quei vini restandone colpite. Dicono che sono diversi. Non perché siano più tecnici. Ma perché sembrano raccontare il luogo.

Le domande giuste: la memoria come maestro

C’è un uomo nella loro storia. Un anziano, uno degli ultimi custodi di una memoria artigiana di Jerez. Ha accompagnato Agustín per anni, senza chiedere nulla. Oggi vede poco, ma quando può torna a Santa Petronila “ad ascoltare il vino nascere”.

Mi ha insegnato la cosa più importante: chiedersi sempre “perché?” Perché una volta si raccoglieva tardi? Perché i vini erano diversi? Perché il territorio pesava così tanto? Se smetti di fare domande, smetti di fare vino. 

Un “perché” che torna anche nell’infanzia di Agustín

Da bambino, qui, quasi tutte le famiglie avevano vino. Era normale. Poi è scomparso. E io mi chiedevo: perché? 

Non se ne capacita Augustin. Ma forse Santa Petronila nasce anche da questa nostalgia attiva per ricucire un filo spezzato. Brita e ancor di più Augustin sanno che anche loro in qualche modo lo hanno spezzato questo filo. Senza saperlo. Senza volerlo. È successo e ora possono solo impegnarsi perché qualcosa cambi.

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez

Il tempo come ingrediente

Ciò che più sorprende di questa storia è che Santa Petronila nasce senza fretta. Come se il tempo non avesse importanza. Almeno per il vino che per anni non viene venduto. Niente marketing, niente campagne, niente bottiglie spedite ai critici. Solo il passaparola. Poche bottiglie che si esaurivano per uso personale e per i visitatori. Erano loro che dicevano fosse buono. Non altri.

Non abbiamo mai mandato campioni ai ristoranti. Se qualcuno voleva assaggiarli, doveva venire qui.

E forse è proprio questo il punto. Il vino, prima di essere una bevanda, è una presenza. Ha bisogno di tempo, di pazienza, di memoria.

Come scriveva Ernest Hemingway:

l vino è una delle cose più civilizzate del mondo.

Ma a Jerez si potrebbe aggiungere un dettaglio: è anche una delle più lente.

 

Quando la stella bussa alla porta arriva il successo che non avevano previsto

Niente marketing, niente campioni. 

Se qualcuno voleva il vino, lo comprava. Non avevamo bottiglie da regalare

Sorride Brita. Sorride di gusto. Sempre con quello sguardo incredulo anche a raccontarlo.

Poi accade ciò che non ti aspetti: un ristorante stellato della zona chiede i loro vini. La voce corre e con essa un’onda di attenzione. 

È stato emozionante, ma anche travolgente. Abbiamo dovuto dire molti no: non volevamo crescere sacrificando il vino. 

Non diventano “un brand”. Restano un luogo. La terra detta i tempi, loro li rispettano. Non si montano la testa. Rimangono con i piedi ben piantati nel terreno. Non è la notorietà che cercano. Non la fame ne i soldi. Per quanto abbiano investito tutti i loro risparmi in Santa Petronila. Oltre che il tempo.

 

I Vini di Santa Petronila

Ho conosciuto Brita e Agustín a Roma, alla presentazione del catalogo Cuzziol. Cuzziol Grandi Vini ha il merito di essere un incredibile catalogo che raccoglie tante eccellenze così come tante persone meravigliose. Come Brita e Agustín. Proprio in quella occasione ho assaggiato tre dei loro vini. Tre prodotti che mi hanno fatto pensare che avrei dovuto approfondire la loro conoscenza. Ecco però le mie impressioni sui tre vini che ho avuto il piacere di assaggiare.

Fino Flor de Macharnudo en Rama

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez100% Palomino Fino. 15,5% acol. Invecchiamento biologico oltre 6 anni

Nel ciclo antico della flor, quella coltre di lieviti vivi che respira sulla superficie del vino nelle botti di rovere, arriva il momento in cui il tempo smette di essere misura e diventa sostanza. Il Fino Flor de Macharnudo en Rama è esattamente quel momento. Imbottigliato.

Nato da viti di Palomino Fino con oltre trentacinque anni di età, piantate nell’albariza del Pago de Macharnudo, fermentato artigianalmente in botti di rovere americano e affinato sotto velo di flor per oltre sei anni,  questo vino è il ritratto fedele della pendice ovest della valle di Macharnudo, dove correnti saline sotterranee percorrono il sottosuolo marino nonostante la distanza dal mare  e dove la radice della vite va a cercare quell’acqua antica con la tenacia silenziosa di chi conosce solo la pazienza.

Nel bicchiere, l’oro pallido è appena velato. La lieve torbidità naturale è il sigillo di autenticità di un vino imbottigliato en rama, senza filtraggio né chiarificazione, direttamente dalla botte. Niente maschere, niente mediazioni. Al naso, le prime sensazioni arrivano vegetali e selvagge. Sono il  sedano rapa e il finocchio. Poi qualcosa si apre lentamente: mela gialla appena tagliata, crosta di pane, sentori di flor, mandorle tostate e nocciole salate. Un accenno cremoso è sullo sfondo, qualcosa che aggiunge peso e rassicura. In bocca, la rotondità tiene fede alla promessa del naso armonico, fermo, complesso nella sua struttura vinosa. Al centro del palato emerge la pungenza più vera: olive verdi in salamoia, un’amarezza erbacea sottile, una vena salina e iodica  che rimanda inevitabilmente all’oceano, anche qui, a chilometri dalla costa.

È un vino che non mente. Che porta con sé tutto il carattere rurale e marino di una terra doppiamente segnata, dal sole e dal mare sotterraneo. Da bere fresco, presto, con qualcosa di semplice e onesto. O anche niente, se non un pomeriggio che non ha fretta.

Oloroso Santa Petronila en Rama

100% Palomino Fino. 18% alcol. Invecchiamento ossidativo oltre 12 anni

Se il Fino è la giovinezza, viva, salina, nervosa, l’Oloroso Santa Petronila en Rama è la memoria. Quella che non sbiadisce, che si addensa con gli anni, che sa di noci e di buio e di una cantina dove il tempo è scandito solo dal silenzio dei legni.

Questo vino supera i dieci anni di invecchiamento ossidativo nelle botti attraverso il gioco delle criaderas e delle soleras.  Niente viene filtrato, niente viene corretto.

Il colore è mogano brillante. Caldo, profondo, con i riflessi che ricordano l’ambra antica dei rosari consumati. Al naso si schiude aromatico, con ricordi di frutta secca e rami freschi. Le immancabili note iodate e saline sono il marchio di fabbrica di questa terra marina. In bocca, si scioglie per ricomporsi in velluto, cachemire. Secco ma gentile, con ricordi di frutta candita e tocchi salini,  non ha l’asperità ossidativa di certi olorosi muscolari: ha invece quella complessità bilanciata con la morbidezza che è la sua massima espressione.  Lunghissimo, persistente, iodato fino all’ultimo.

Un vino per il silenzio e la contemplazione. Per una sera di novembre con un libro aperto sul tavolo, una fetta di formaggio stagionato e nessuna voglia di andare da nessuna parte.

P.X. Santa Petronila en Rama

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez100% Pedro Ximénez. 15% alcol. Invecchiamento oltre 12 anni

Agustín dice che il P.X. Santa Petronila en Rama è un peccato dolce. Un peccato leggero come una confessione fatta a bassa voce, senza troppa colpa. Quello che rende straordinario questo Pedro Ximénez non è la dolcezza in sé, intensa e avvolgente, ma il modo in cui viene tenuta a bada da un’eleganza quasi aristocratica, da una freschezza che non ti aspetti e che cambia tutto.

Marmellata di arance amare, sciroppo, caffè macchiato. Puro Pedro Ximénez nella sua versione più essenziale e riconoscibile. Sorprende la leggerezza con cui ogni cosa si muove nel bicchiere. Delicato, morbido, elegante, lunghissimo, freschissimo.  Il colore è ebano lucido con riflessi che cambiano a seconda della luce. Al naso, il fico secco e la carruba si mescolano con una scorza d’agrume, un tocco di sale marino che taglia e alleggerisce. In bocca non opprime: scivola, si distende, finisce su una nota pulita che invita al sorso successivo.

Un vino da consumare presto, da condividere, ma anche da tenere per sé, per un momento di quiete meritata. Me lo immagino con il cioccolato fondente o con un formaggio erborinato. Ma come per gli altri, me li berrei in contemplazione. Sognano Jerez. 

 

Tornare all’origine

La vera storia di Santa Petronila, in fondo, non è quella di una cantina. È quella di un ritorno. Un ritorno alle casas de viña, le case nel vigneto dove il vino nasceva direttamente dalla terra. Un ritorno alla domanda più semplice e più difficile del vino: perché? Perché questo luogo? Perché questa uva? Perché questo vento?

Agustín continua a farsi la stessa domanda di quando era ragazzo.

E forse è proprio questa la chiave. Perché il vino non è fatto di risposte, ma di domande che fermentano lentamente. Come la luce bianca di Jerez che cade sulle vigne. Come una casa di trecento anni che torna a respirare. Come due persone che, dopo una vita intera, decidono di innamorarsi di nuovo. Di farlo ogni giorno. Di continuare a farlo.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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