Vecchie Terre di Montefili. Serena Gusmeri, la terra su cui scegliere di restare
A Vecchie Terre di Montefili, il Biancone 2024 racconta una donna che ha trasformato il cambiamento in appartenenza
Una strada trovata sullo schermo
Sul vecchio computer di casa compare una graduatoria e Serena Gusmeri cerca il suo nome, lo trova tra i primi venti e resta a fissare lo schermo con una sorta di felicità semplice. Come quando quella porta si apre proprio nel momento in cui speravi si aprisse. Una gioia che si fa fatica a dimenticare. Non fosse altro perché per Serena voleva dire la prima scelta davvero sua.
Guardai la graduatoria e pensai: ce l’abbiamo fatta.
Un plurale che contemplava un padre operaio, una mamma infermiera, l’orto di casa, le galline, le giornate passate nei boschi con gli scout e poi da capo scout, le damigiane del Trevigiano che finivano imbottigliate in famiglia. Come per molte situazioni analoghe, il vino era già presente nella sua vita molto prima di diventare una professione. Aveva il volto delle cose semplici, delle mani occupate a fare e di una natura vissuta ogni giorno.
Qualche mese prima una professoressa aveva accolto con scarso entusiasmo la sua idea di iscriversi a Viticoltura ed Enologia. Serena usciva dal liceo scientifico, aveva accompagnato la sorella all’Università di Verona e durante un open day aveva trovato una brochure che parlava di agricoltura, natura e lavoro concreto. Le era sembrata una strada possibile, forse addirittura la sua.
Mi disse che quel percorso sembrava poco adatto alle mie attitudini e mi aveva smontata completamente.
Serena passò l’estate sui libri a preparare il test di ammissione, sostenne anche quello di Economia e Commercio a Brescia per tranquillizzare la famiglia e all’uscita dall’aula guardò l’amica Paola pronunciando una frase che oggi assomiglia già a una dichiarazione di libertà.
Economia e Commercio io non la farò mai.

Molti anni dopo, seduta tra le vigne di Vecchie Terre di Montefili, conserva lo stesso modo di stare davanti alle possibilità: osserva, riflette, studia e poi sceglie. È accaduto quando ha lasciato Brescia per Verona, quando è partita per l’Australia, quando ha raggiunto Benevento con una valigia e poco altro, quando ha deciso di seguire suo marito in Toscana e quando ha preso tra le mani una collina che chiedeva tempo, pazienza e fiducia. È accaduto anche con il Biancone, lo Chardonnay di Montefili, rimasto per oltre quarant’anni in attesa di una forma capace di esprimere il luogo.
Le cose vanno fatte quando esistono le condizioni per farle bene.
A oltre cinquecento metri, sopra Panzano in Chianti, quella frase assume la consistenza delle pietre, il profumo dei fiori spontanei lasciati crescere tra i filari, la fatica dei quattro uomini che lavorano stabilmente con lei e la traiettoria della poiana che sorvola la proprietà. Qui Serena è arrivata nell’estate del 2015 pensando di seguire suo marito e si è ritrovata a costruire una parte decisiva della propria vita. La scusa per incontrarla è il Biancone 2024 ma bastano pochi minuti per capire che il vino è giusto che arrivi dopo. Prima c’è da conoscere la donna che gli ha concesso il tempo di diventare ciò che doveva essere.
Tecnicamente sono io a gestire Montefili, però con le definizioni sono poco brava. Mi sento soprattutto viticoltrice. Mi piace il lavoro in vigna, mi piace capire quello che accade alle piante e portare in cantina uve capaci di raccontare una stagione.
Fuori dalla finestra le vigne scendono lungo i versanti e risalgono verso il bosco. Serena le guarda ogni giorno da undici anni e continua a trovarle bellissime. Forse le attitudini possiedono proprio questa forma: qualcuno prova a indicarcele, poi arriva un momento in cui impariamo a riconoscerle da soli, sullo schermo di un vecchio computer, in una valigia diretta a Sud oppure su una collina toscana che diventa il luogo in cui scegliamo di restare.

Il treno di suo padre
La laurea prende forma tra Verona, Asti e Milano, dove Serena approfondisce la viticoltura, poi arriva l’Australia per la tesi e insieme cresce la consapevolezza di voler conoscere il vino partendo dalla pianta. In quegli anni le donne del corso erano davvero poche e per loro sembravano aprirsi soprattutto il laboratorio, le analisi e il commerciale. Serena aveva in mente vigneto e cantina. Passa febbraio a potare accanto ad una squadra di uomini e torna in estate per vivere la vendemmia dall’inizio alla fine.
Avevo ventuno o ventidue anni, ero una ragazza magra e bresciana in mezzo a persone abituate a quel lavoro fisico. Volevo imparare in vigneto e in cantina, quindi feci tutte le potature e poi tutta la vendemmia.
Dopo la Franciacorta arriva la proposta di seguire due aziende tra Benevento e Ischia. Serena ha ventisette anni, è fidanzata con Davide e davanti a quella partenza avverte l’entusiasmo insieme alla paura di spostare ogni equilibrio. Suo padre ascolta i dubbi e le consegna una frase che resta il punto cardinale della sua storia.
Questo è un treno sul quale puoi salire e dal quale puoi scendere quando vuoi. Se non sali, non sai dove porta.
Parte nel settembre 2009 e rimane in Campania fino all’estate del 2015, facendo la spola tra Benevento e Ischia, imparando il valore dei vitigni autoctoni e incontrando Greco, Falanghina, Coda di Volpe e Piedirosso, varietà che le mostrano quanto profondamente il vino possa appartenere a un luogo.
Lì ho visto davvero la relazione tra vitigno, suolo e singola particella. Da cantine molto semplici uscivano vini bellissimi e quell’esperienza mi ha dato il senso del vitigno e soprattutto del vigneto.
Sebbene da anni lavori prevalentemente con il Sangiovese, si definisce ancora una bianchista. Magari perché nei bianchi cerca e trova pulizia, finezza e freschezza. Caratteristiche che ha cercato Ambra nel grande rosso toscano con la capacità di avanzare nel sorso attraverso l’eleganza e la profondità.
Una famiglia dentro la vendemmia
Nel frattempo Davide, biotecnologo con una specializzazione nel mondo della birra, trova lavoro a Castelnuovo Berardenga e affronta ogni fine settimana dieci ore di automobile tra andata e ritorno. Serena ama la Campania, gli amici e il lavoro, ma comprende che la famiglia ha bisogno di tempo condiviso e sceglie di compiere il viaggio opposto rispetto a quello fatto da lui anni prima.
Gli ho detto: facciamo questo giro, stavolta ti seguo io. Il primo passo lo avevi fatto tu. Se continuiamo così, la famiglia resta sempre un progetto.
Una coincidenza mette sulla sua strada Montefili. Un importatore conosciuto durante gli anni campani sta valutando con altri soci l’acquisto di una proprietà in Toscana e la invita a visitarla. Serena cammina tra vigne sassose segnate da anni difficili, assaggia vecchie annate di grande bellezza e comprende che quella collina possiede una voce forte, anche se per ascoltarla serviranno anni di lavoro.
Dissi subito alla proprietà che avremmo dovuto abbassare la testa e andare avanti, perché in vigna quello che fai oggi cominci a vederlo davvero dopo tre anni.
Lia nasce cinque giorni prima della vendemmia 2016. Serena vive in azienda, la allatta al piano superiore, la lascia dormire e scende a lavorare. Pietro arriva nel febbraio 2019 e attraversa la primavera nel marsupio della madre oppure riposa su una sdraietta accanto a Stefano, il collega commerciale. Serena racconta quei mesi con gratitudine e con la lucidità di chi conosce quanto un simile equilibrio dipenda dalla salute, dalla disponibilità del luogo di lavoro e da bambini particolarmente tranquilli.
L’azienda mi ha permesso di tenerli con me e io ho continuato a esserci. È stato un dare e avere, una possibilità rara che ha fatto crescere insieme i miei figli, il mio lavoro e Montefili.
Nella sua esperienza emerge anche il paradosso vissuto dalle donne che ricoprono il ruolo di imprenditore agricolo professionale. La maternità è già difficile per chi ha una busta paga ma per chi è in agricoltura lo è ancora di più. Serena ha potuto continuare, ma la domanda più ampia sulle condizioni nelle quali una donna può scegliere di diventare madre e restare pienamente dentro il proprio mestiere rimane aperta.

La collina delle tre terre
Vecchie Terre di Montefili occupa una collina fuori dalla Conca d’Oro, tra i 480 e i 540 metri, con la cantina al centro e le vigne aperte tutt’intorno. Serena la chiama il suo piccolo panettone, una forma apparentemente semplice attraversata da tre lingue di terra che la mappatura ha ricondotto a pietraforte, alberese e galestro. A pochi passi di distanza il Sangiovese cambia espressione, ritmo e profondità, e proprio queste differenze hanno spinto Serena a vinificare separatamente le parcelle.
Mi chiedevo perché Sangiovesi coltivati così vicini riuscissero a essere sempre diversi. La zonazione ha chiuso il cerchio e ci ha fatto capire che la risposta era nei suoli.
Dal 2018 Montefili porta avanti con Vitenova un lavoro di ricerca sulla salute del vigneto, sulla biodiversità e sulla relazione tra suolo, pianta e grappolo. Foglie, piccioli e uve vengono analizzati per seguire la traslocazione dei microelementi, mentre un botanico e un’entomologa osservano fiori spontanei e insetti, costruendo nel tempo una conoscenza concreta dell’ecosistema.
Negli anni abbiamo campionato tra cinquantotto e sessantadue specie floreali. Nella Vigna nel Bosco, quella a 540 metri, sono comparse anche due specie più tipiche della costa toscana e un’orchidea spontanea rarissima da incontrare in vigneto.
La Vigna nel Bosco si raggiunge a piedi o lungo la capezzagna con il trattore ed è circondata da centinaia di metri di vegetazione. Il bosco crea un microclima particolare, mitiga alcuni estremi e permette alla vita di esprimersi con una varietà sorprendente. Anche la lavorazione del terreno trova qui una misura precisa, perché un passaggio eccessivo cancellerebbe le fioriture e una cura equilibrata lascia invece emergere ciò che il suolo custodisce.
Quando trovi certi fiori capisci che il terreno viene lavorato con attenzione. Se lo muovi troppo, quelle specie spariscono.
I fiori restano tra i filari abbastanza a lungo da completare il loro ciclo e produrre seme per l’anno seguente. In paese qualcuno domanda al trattorista quando verrà finalmente tagliata tutta quell’erba e lui risponde con una frase che è diventata quasi la sintesi di Montefili: a Serena piacciono i fiori.
Io ai ragazzi ripeto sempre che i fiori fanno l’uva buona.
Fare impresa significa avere cura
Serena coordina l’intera azienda, dialoga con la proprietà, segue i vigneti, la cantina, gli ordini, i rapporti commerciali e gli investimenti, e continua a sentirsi prima di tutto una viticoltrice. Montefili conta quattro lavoratori fissi in campagna, persone presenti da anni che conoscono le piante, i ritmi della collina e il significato di ogni scelta.
Quando trovi persone brave vanno trattate bene, con contratti corretti e rispetto. I miei ragazzi sono dediti al lavoro e sentono queste vigne anche loro. Nelle stagioni difficili capisci davvero il valore di una squadra stabile.
Anche la crescita dell’azienda procede con la stessa attenzione. La cantina vive negli spazi di un vecchio podere, la bottaia occupa il piano terra della casa padronale e ogni nuovo strumento deve trovare il proprio posto in una geometria da Tetris. Gli investimenti arrivano uno alla volta, alternando vigna e cantina: una pressa, un nastro di selezione, un trattore, un atomizzatore, infine una nuova etichettatrice.
La cantina è semplice e la tecnica altrettanto semplice. Ogni anno facciamo un investimento in vigna e uno in cantina, così i ragazzi restano tutti contenti.
Serena difende la possibilità di consolidare ciò che esiste mantenendo alta la qualità, proteggendo una squadra per accompagnare dodici ettari e mezzo attraverso stagioni climaticamente complesse rappresenta già una scelta imprenditoriale profonda.
In questo momento sento l’obbligo di tenere bene quello che abbiamo. Abbiamo lavorato anni per raggiungere questo equilibrio e adesso cominciamo a vederne i risultati.
Biancone, il tempo necessario
Il vigneto di Chardonnay viene piantato nel 1982 insieme a una piccola presenza di Sauvignon per la moglie del precedente proprietario, che preferiva il vino bianco. Da quelle uve nasceva Vigna Regis, fermentato e affinato in legno secondo uno stile di ispirazione francese, poi la produzione si interrompe e la vigna continua il proprio cammino.
Quando Serena arriva a Montefili riprende a vinificare lo Chardonnay in acciaio. Circa milletrecento bottiglie fresche e immediate destinate soprattutto alla vendita diretta. Il vino incontra il pubblico, mentre dentro di lei cresce la convinzione che quella parcella meriti la stessa attenzione dedicata ai Sangiovesi e una forma capace di stare accanto all’identità della tenuta.
Sapevo che sarebbe arrivato il momento di dare alla nostra vigna bianca lo stesso valore che mettevamo nei rossi. Ho sempre risposto che serviva tempo, perché le cose vanno fatte quando possiamo farle bene.
Serena organizza degustazioni alla cieca con la proprietà, assaggia Chardonnay del territorio e cerca un equilibrio capace di preservare la freschezza e la sapidità di Montefili aggiungendo profondità. Nel 2024 sceglie di lasciare metà del vino in acciaio e di affinare il resto in un tonneau e in una barrique di secondo passaggio, con bâtonnage settimanale. La fermentazione è spontanea, con lieviti indigeni, l’affinamento dura dodici mesi tra acciaio e legno, poi la massa riposa cinque mesi in bottiglia prima dell’uscita del 3 maggio 2026. La prima produzione conta 1.330 bottiglie.
Il legno serviva a dare struttura e rotondità, salvaguardando la freschezza e quella sapidità che appartenevano già allo Chardonnay in acciaio. Volevo che restasse nello stile di Montefili.
Il nome Biancone appartiene alla poiana che vive sopra la tenuta. Un giorno Stefano la fotografa appollaiata su un palo della vigna e da quello scatto nasce il disegno dell’etichetta. Quest’anno una femmina e due piccoli hanno continuato a volare sopra Montefili, trasformando il nome del vino in un racconto di famiglia.
Il Biancone nel calice
Il Biancone 2024 entra nel bicchiere con una luce chiara attraversata da riflessi dorati ancora giovani e si apre con la precisione della mela verde appena incisa, seguita dalla polpa della pera Conference, dalla scorza di lime e da un soffio di sambuco e acacia che ricorda i fiori lasciati crescere tra i filari. Il profumo possiede nitidezza e profondità, avanza per strati senza alzare la voce e restituisce immediatamente l’idea di una collina esposta al vento.
In bocca l’ingresso è ampio e vivo. Il bâtonnage concede alla materia una trama cremosa, l’acciaio conserva la direzione, il legno accompagna come una nota bassa e discreta. La frutta diventa pera succosa e mela gialla, poi l’acidità rialza il sorso e lo porta verso una chiusura salina, lunga, attraversata da agrume, erbe fini e una sensazione minerale che sembra provenire dalle pietre di Montefili.
È uno Chardonnay toscano capace di evitare imitazioni e di trovare una voce d’altura, luminosa e profondamente legata al luogo. Ha la solidità di Serena e anche la sua inquietudine, perché procede con sicurezza e lascia aperta una domanda, possiede una struttura consapevole e una freschezza che continua a muoverlo, proprio come chi ha trovato il proprio posto e conserva intatta la curiosità per il mondo.
Sono molto autocritica. Anche all’università, quando ricevevo buoni punteggi nelle degustazioni, trovavo sempre qualcosa da rivedere. Per essere la prima prova, questo vino è venuto bene.
Ciò che resta nel bicchiere
Discrezione. Questa è la parola che mi viene più da pensare con il Biancone. La discrezione di chi ha atteso il proprio momento. Per più di quarant’anni quella piccola vigna è rimasta a cinquecento metri d’altitudine, osservando le stagioni passare sopra Montefili, il vento attraversare i boschi, il Chianti cambiare pelle e il mondo del vino rincorrere ogni volta una novità.
Anche Serena ha seguito una strada guidata dal tempo e dalle scelte. Ha studiato, viaggiato, cambiato città, attraversato l’Australia, la Campania e la Toscana, ha costruito una famiglia tra i filari, ha visto crescere i figli insieme alle vigne e ha imparato che alcune cose trovano il proprio senso quando arriva il momento giusto. Per questo il Biancone emoziona, perché dentro quel vino vivono i fiori lasciati andare a seme, le analisi dei terreni, le notti fresche della collina, le estati sempre più calde, i dubbi, la pazienza e la volontà di aspettare un anno in più pur di trovare una voce autentica.
La sensazione più intensa arriva quando il bicchiere è quasi vuoto e rimane una scia sottile, sapida e viva che invita a tornare ancora una volta al calice. È la stessa impressione che lascia Serena, la forza di chi ha scelto tante volte nella propria vita unita alla delicatezza di chi continua a interrogarsi anche davanti ai risultati migliori.
Fuori, la poiana continua a disegnare cerchi sopra la vigna e i suoi piccoli imparano a stare nel vento seguendo una traiettoria che presto diventerà la loro. Alcune storie impiegano anni per trovare le parole giuste e, quando finalmente arrivano, possiedono la naturalezza delle cose che erano già tutte lì, nella terra, nella memoria e nello sguardo di chi ha saputo aspettarle.
Montefili mi appassiona ancora.
Forse una casa comincia proprio così, nel momento in cui un luogo continua a sorprenderci e ogni ritorno somiglia ancora a una scelta.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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