Stefano Minelli. L’uomo, l’organizzatore gentile
Non c’è segno esteriore di cortesia che non abbia una profonda base morale (…) C’è una cortesia del cuore che è vicina all’amore. Da essa la più conveniente cortesia del comportamento esteriore deriva (J.W.Goethe)
Ho conosciuto Stefano Minelli per caso. È stata, da subito, una di quelle persone che ti fanno subito simpatia senza che te ne spieghi il perché. Mi ha immediatamente colpito la sua gentilezza. Una dote che è difficile da spiegare senza viverla.
La gentilezza di una persona è nei modi prima, negli atteggiamenti dopo. Nelle parole certo e solo in fine, nei fatti. Quando si realizza un filotto del genere, allora si è in presenza di vera rarità. Anche perché, in un mondo digitale fatto di relazioni digitali, spesso ci si dimentica delle persone, di quegli esseri umani che sono dall’altra parte dello schermo in chissà quale parte del globo. Abbiamo dimenticato come essere gentili, cosa voglia dire mostrare interesse, attenzione e rispetto per gli altri. Un imbarbarimento delle relazioni lontano anni luce da quando ci si frequentava per davvero, quando se volevi dire ti amo ad una ragazza dovevi farlo guardandola negli occhi e quando un amore finiva rimaneva una questione privata.
Poi, ci sono persone come Stefano Minelli che con il digitale ha poco a che fare. Sia perché non è per nulla un nativo digitale, sia perché lui è persona che ama le relazioni. Quelle vere e che coltiva. Con la gentilezza.
A guardarlo Stefano appare una sorta di gigante buono. Massiccio come uno che ha fatto tanto sport nella sua vita. Volto che esalta la sua “ovalità” (si può dire?) per via della totale assenza di capelli (magari sarà per questa comunanza che mi fa simpatia, vallo a sapere).
Affabile, simpatico, energico ed energetico. Oltre che loquace.
Un sano entusiasmo lo contraddistingue. Contagiante devo dire visto che Stefano sente fortemente il bisogno di condividere le proprie idee in una sorta di generosità gentile.
Con un milione di difetti che penso di avere ritengo di essere sostanzialmente una brava persona. Semplice ma ambiziosa. Corretta. Molto trasparente e che si è trovata in questo mondo a 59 anni, ne faccio 60 il 30 maggio, dopo diverse vite professionali.
Mamma sarda. Papà umbro. Nato a Roma in zona San Giovanni e vissuto a Monte Sacro. Scuole al quartiere Trieste. Famiglia non certamente ricca e trapiantata a Roma. Anche perché un tempo ci si spostava (un tempo si faceva…) nella capitale per lavoro. Non certo perché si era nobili. Quelli, erano da generazione ben piantati a Roma.
Stefano insomma è un romano de Roma. Come in genere si dice.
Con un papà che lavorava sempre, cosa forse inusuale ai tempi del mito del lavoro statale, Stefano non poteva far altro che legarsi agli altri componenti della famiglia. Come lo zio. Venti anni più grande di lui. Poca differenza ma sufficiente affinché potesse diventare un modello. E meno male che lo zio era uno sportivo di quelli veri. Avere un modello diverso negli anni settanta avrebbe portato tutt’altri interessi.
Non avendo un sentiero segnato visto che i miei avevano origini umili, avevo come riferimento lo zio. Un laureato, uno sportivo. Un fisico eccezionale. Un riferimento perfetto. Interagivo più con lui che con mio padre che lavorava sempre. Lo zio aveva venti anni più di me dunque stavamo insieme sempre. La classica vita di quartiere non l’ho mai fatta perché ho fatto sempre sport. Non ho mai bighellonato.
Una famiglia impegnata a livello sportivo. Di quelle che credono fortemente nei valori dello sport e di come questi possano essere poi applicate alla vita sociale di tutti i giorni.
Mi ci ritrovo fortemente anche io. Mio papà insisteva perché facessi sport e grazie a lui sono cresciuto sano in anni dove era facile lasciarsi prendere dalla noia e cadere nei tranelli della società nella quale in molti si sono persi. Mi costrinse letteralmente a praticare nuoto perché lo riteneva fondamentale. Lo maledissi. Era uno sport che odiavo. Poi sono diventato giocatore di pallanuoto prima, istruttore di nuoto poi. I casi della vita. Non l’ho mai ringraziato quanto avrei dovuto.
I cugini sono allenatori di sci. Il cugino grande faceva le gare con Tomba. Lui arrivava sedicesimo e Tomba primo. Lui da cittadino di Roma arrivava a sciare a quei livelli. Quando non arrivi e cresci, diventi allenatore. Si sciava ad Ovindoli
Ammazza come pizzica!
Aho, ma stamo sue Dolomiti, mica a Grottaferata sa..
Aho che cojoni, ‘n finiva mai sto viaggio! Se davate retta a me co tre quarti d’ora stavamo a Ovindolo.
A papà, che palle che sei co’ st’Ovindolo però eh!
Artu’, ma invece de baccaia’ ma perché non vai a chiaMa’ un facchino?
Ah io vado a chiama’ il facchino, m’ hai detto de compra’ il borzello a liscia de fa’ il signore e fallo chiama’ da tu madre, ma che fa tu madre, aho magna?
Ma che sei nervoso?
So’ nervoso? Ma io a neve ‘a odio, so’ nervoso?!
C’è poco da fare. Ci sono cose che mi fanno scattare altro in mente. Una sorta di interruttore in grado di aprire pagine della memoria come fosse una seduta di ipnosi.
Ovindoli anzi, Ovindolo vuol dire Vacanze di Natale. Il vero e solo Vacanze di Natale. Quello di Carlo Vanzina, anno 1983. Nella scena Arturo Marchetti alias Mario Brega arriva a Cortina con la moglie Erminia (Rossana di Lorenzo), figlio Mario (un giovanissimo Claudio Amendola) e suocera Costanza (Franca Scagnetti) arrivano all’hotel Fanes di Cortina… Pura poesia.
Meglio non divagare. Il punto che a quel tempo, per sciare, c’era solo Ovindoli. E manco tutto l’anno. Così, giocoforza occorreva fare altro a Roma.

Il mio sport era il tennis. In parallelo allo sci. Ho giocato anche a calcio ecc. Ero talentuoso ma non mi allenavo per via dello studio. Adesso meno male che mio figlio si allena. Ero un velocista e facevo velocità. Dal basket alla pallamano. Una esperienza familiare di olimpionici nella equitazione. Per come la vedo io mi ha aiutato nella vita. Equilibrio, disciplina.
Equilibrio e disciplina. Comprendo bene queste due caratteristiche. Mi ci ritrovo perfettamente. È quello che lo sport mi ha insegnato in tanti anni di pratica. Sconfitte tante. Soddisfazioni meno. Ma quando si arrivava alla fine di un allenamento sfiniti, cotti e con i dolori dappertutto, si respirava a polmoni pieni facendo entrare così tanta aria che ci si sentiva dei giganti. Bastava quello per essere felici. Poi con mio fratello svaligiamo il frigo per la fame e mamma si disperava!
Ho fatto tennis a livello agonistico ma non facevo tornei. Mi allenavo con gente di livello alto ma non mi dedicavo, per via degli studi. La priorità era lo studio. Ho fatto economia e commercio..
Anche questo insegna, anzi, insegnava lo sport. Quello vero. Potevi essere un talento ma con lo sport non ci si arricchiva. Dunque doveva essere un modo per essere sani di testa e corpo non per farne una professione. Mens sana in corpore sano.
Ora non è che Stefano fosse (e sia anche oggi) uno poco godereccio. Al contrario. Il buon vivere legato al buon cibo e al vino, non potevano no far parte della sua vita. È così che nel periodo dell’università si appassiona al mondo del vino. Il classico giro per le cantine fuori porta si trasforma piano piano in passione. Lasciata un attimo in sordina sempre sacrificata sull’altare della laurea. Che arriva insieme al lavoro.
Avevo un ottimo lavoro dopo la laurea. Undici anni alla Fondazione Olivetti. Prima come amministrativo, poi come direttore amministrativo infine come direttore generale. Un ambiente molto radical chic. La formazione e lo sport mi consentiva di muovermi bene potendo dialogare con l’amministratore delegato cosi come con il tifoso della curva.
Una caratteristica che riconosco a Stefano. La capacità di dialogare con tutti usando la stessa gentilezza. Senza distinzione. Senza centellinarla con chicchessia.
La Fondazione Olivetti, nata nel 1962 per volere della famiglia di Adriano Olivetti, è una associazione no profit volta a mantenere alti i valori che l’Olivetti stessa ha rappresentato nella storia imprenditoriale d’Italia. Per fare questo occorreva e occorre creare e mantenere un filo rosso con le istituzioni a tutti i livelli.
La presidente era Laura Olivetti (figlia di Adriano). Le organizzavo vari simposi. Erano molto goderecci. Andavo da Limata e da Roscioli per organizzare feste in Fondazione con personaggi così famosi tanto da toglierti la salivazione. Poi bevevano e diventavano normali. Attori, ministri, personaggi importanti.
Come i vecchi amori che, per dirla come l’ha scritta un cantautore romano
Certo amori,
Fanno dei giri immensi e poi ritornano
Torna a bussare l’amore per il vino che non può che sfociare in un corso da sommelier.
Una passione per il vino che è cresciuta fino al corso da sommelier che mi ha aperto il mondo. Ho capito il vino. Ho messo in pratica con questo corso tutto ciò che è cultura del vino. Era il mio obiettivo. Non un discorso economico ma culturale
I tasselli nella vita trovano sempre un posto dove essere collocati. È solo una questione di tempo. Serve attendere e serve essere preparati. Anche alle cose che possono sembrare brutte. Perlomeno per chi non ha spirito di iniziativa e non gode di animo positivo.
Il lavoro alla Fondazione si interruppe perché erano finiti i soldi. È stata una esperienza impagabile che mi ritrovo anche ora. Li ero il dottor Minelli che diventava Stefano in altri contesti.
Dopo essere stato Direttore Generale della Fondazione Olivetti per quattro anni, finisce l’esperienza così da aprirne altre che non si rivelano proprio il massimo della vita. In fondo, il livello non poteva essere commisurabile. Non potevano che finire con tanta forza e determinazione.
Mi dissero: saremmo contenti di averla come direttore generale. Però non abbiamo soldi e lo stipendio lo deve trovare lei con il fundrising. Andai via

Nessuna paura. Nessuna esitazione. Un salto nel vuoto per certi versi. Però è così che fanno le persone che sanno di poter fare qualcosa di diverso innamorandosi ogni volta di ciò che si sta facendo. Aprire un cassetto, trovare un sogno riposto li tempo prima, provare a realizzarlo.
Qualcuno l’ho realizzato, qualcuno meno. C’è sempre questo percorso di arricchimento continuo. Un percorso che ancora continua e se me ne daranno la possibilità continuerà ancora.
Senza mollare ovviamente. Che poi è il vero insegnamento dello sport. Continuare ad insistete per raggiungere i sogni è figlio di una mentalità che acquisisci con lo sport. Non c’è dubbio.
Mi dovevo inventare un lavoro. Mi piaceva il vino ed ero un appassionato con il sogno nel cassetto di aprire una vineria bistrot. La aprì. Si chiamava Sideways. Come il film sul vino.
Jack: Dovresti lavorare in un’enoteca!
Miles: …Eh si’! Sarebbe un’ottima idea!
Era un gioiellino. Non mi curavo come imprenditore ma ho iniziato a conoscere produttori, distributori, broker. Al Vinitaly mi stendevano tappeti rossi ma era più una cosa per amici. Erano famosissimi i miei dopo Festival. Stavamo fino alle cinque di mattina a stappare. Ognuno comprava qualcosa e stappavamo. Solo che occorreva essere pieni tutti i giorni della settimana. Non funzionò. È stata comunque una formazione sul mondo del vino molto importante perché ho capito tante cose per le aziende, il modo di approcciare.
Quando hai un sogno nel cassetto e anche una certa disponibilità economica (dovuta agli anni in Fondazione), si crea una miscela pericolosissima. Non è un lavoro ma quasi un gioco. Per far fruttare un locale occorre tanta capacità e non ci si può improvvisare. La passione può combinare guai. E ne combina tanto che Sideways deve chiudere i battenti. Con gli strascichi del caso.
Sono sempre stato, in passato, benestante. Poi è cambiato tutto: separato, perso il lavoro, ho dovuto cambiare registro. Sapevo relazionarmi con tutti e mi sono reinventato nel mondo del vino. Prima con la vineria bistrot e poi negli investimenti nei vini pregiati che ho fatto per otto anni.
Altro tassello nella vita di Stefano. Uno di quei tasselli che non ti aspetti. Si sente molto parlare di vini pregiati e di investimenti. Vini che si comprano ad un certo prezzo (già impegnativo) per essere po rivenduti nel corso del tempo con margini interessanti. Poche bottiglie, tipicamente francesi. Vini pazzeschi. Gente con tanti soldi pronti a spenderne altrettanti per poter avere nella propria cantina pezzi unici. Bingo! Il lavoro perfetto.
Facevo da intermediario per una agente di Londra. Sarebbe stato il lavoro della mia vita ma all’atto pratico non si verificò quanto promesso.
Quello che può sembrare un insuccesso però porta con se aspetti positivi che non possono che essere valorizzati. A partire dalle tante conoscenze nel mondo del vino e dalla capacità di organizzare eventi. Per vini pregiati, cosa questa che connota Stefano come una persona che non guarda a realizzare cose comuni o banali ma eventi contraddistinti da finezza ed eleganza.
A Roma c’ero solo io. Organizzavo eventi con cinquanta persone selezionati e proiettate ad investimenti. Mi trovavo ad organizzare questi eventi. A me piaceva e mi sentivo preparato. Così gradualmente mi sono avvicinato ad organizzare eventi con amici.
Insomma dalla Fondazione Olivetti, ai vini pregiati, agli eventi. Quello che può sembrare un percorso poco coerente è invece una vera crescita con un legame imprescindibile: passione, capacità, gentilezza.
Il primo evento è stato al Torrino dove con BNI si riuniscono professionisti per uno scambio di referenze. Ci vedevamo settimanalmente per trovare clienti. Ci vedevamo in un hotel al Torrino e li ho fatto il mio primo evento. Circa 30 stand. La sala non era cosi grande.
Il primo evento non si scorda mai. Trenta stand. Trenta cantine. Inizia bene Stefano che poi continua con altri eventi per i quali veniva sempre lasciato solo ad organizzare tutto.
Così ho detto perché non mettermi in proprio?
È il 2023 quando nasce il primo ViniAmo seguito anche da ViniAmo di Autunno. A Roma ci sono tante iniziative e delle più variegate ma quelle di Stefano sono sempre caratterizzate dalla qualità dei presenti e dalla grande attenzione, umana e professionale.
Gradualmente siamo arrivati alla terza edizione di ViniAmo sempre alzando l’asticella. Per numero di persone e stand e per l’apertura agli operatori di settore. Sul terzo ViniAmo abbiamo infatti messo la seconda giornata per gli operatori del settore. Sono state le aziende stesse che me lo chiesero. Così come chiesero il concorso e quest’anno faremo alcune premiazioni.
Un organizzatore gentile. Stefano è visto da tutti cosi. Una persona amabile e gentile. Nei modi e nelle cose pratiche. Approccia sempre tutto e tutti in maniera cordiale e corretta. I suoi sono modi gentili e affabili ma non per vendere qualcosa. Lui è così. Non è un venditore o un imbonitore. Vende solo qualità e sostanza. Qualcosa di concreto. Di qualità. Difficile trovarlo a proporre qualcosa nella quale non crede fermamente.
Abbiamo raddoppiato le date. Chiamare Armando Castagno ti mette in gioco. È una sfida perché se poi l’evento non è all’altezza non viene più. Dunque è una sfida. L’obiettivo di avere rapporti personali buoni è un mio tarlo. Spesse volte mi sono trovato con bastoni in mezzo alle ruote senza saperlo.
Già, un tarlo. Tanto che il difetto che gli riconosco è forse di essere fin troppo gentile. Dovrebbe essere più imprenditore. Tante volte per far star bene tutti e non mettersi di traverso, va incontro alle persone pur sapendo di non arricchirsi mai con questo lavoro.
Se vedo una azienda piccola che ha piacere di partecipare e non ce la fa a pagare gli importi che sono sotto la media del mercato romano, cerco di andarle incontro. Io non ho mai chiesto uno sconto in vita mia perché non è mio costume ma se posso andare incontro a qualcuno lo faccio.
Un uomo che crede nella buona fede delle persone. Forse un pò fuori dal tempo in cui viviamo ma Stefano è fatto così. Un gentiluomo al quale basta la parola data. Cosa questa che gli avrà magari riservato qualche brutta sorpresa. Ma non gli interessa. Lui è così e sa di non poter cambiare.
Sono però molto permaloso. Me le segno al dito ma non è che ti faccio qualcosa dopo. Mi muore dentro quella persona.
Se gli si chiede cosa si potrà trovare nel suo terzo ViniAmo, dimostra ancora una volta un approccio semplice e gentile, concreto e mai altisonante.
Posso promettere sicuramente una qualità nelle aziende che parteciperanno. Un approccio non freddo e asettico da parte delle aziende anzi, un racconto che il produttore fa. Una persona deve essere ammaliata da chi racconta una sua storia. Ti racconta di un figlio purché i vini sono figli di queste aziende. Raccontare il territorio e i loro vini che con mille difficoltà riescono a produrre. Qualità ed eleganza. Non si viene a bere ma ad apprendere.

Anche in queste parole Stefano dimostra di non voler vendere niente. Non fa proclami, non vende cose che non ci saranno. Pure la partecipazione di una figura di grande rilevanza nel mondo del vino come Armando Castagno a parlare dei grandi vini della Loira e della Borgogna rimane in sordina. Quasi si vergognasse di aver avuto il piacere di una simile partecipazione. Però questo è Stefano Minelli. L’ho soprannominato l’organizzatore gentile ma dovrei dire l’uomo gentile perché va aldilà dell’aspetto professionale.
Sono certo che chiunque, partecipando al prossimo ViniAmo il 4 e 5 maggio a Roma, incontri Stefano in mezzo ai tanti produttori presenti, potrà coglierne l’essenza. E se volete fare una prova, fermatelo e stringetegli la mano. Vedrete che sarà come conoscerlo da sempre.
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
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