Sul Ponte della Musica il Tevere ascolta il vino
Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli
Un ponte, di notte, è sempre una promessa. È come se dichiarasse che le due sponde, in fondo, non sono mai state davvero separate. Per questo, qualcuno prima di noi, ha semplicemente reso visibile un legame che già esisteva. Il Ponte della Musica Armando Trovajoli si allunga sul Tevere con le sue arcate bianche, sospese come una partitura, e per tre serate di giugno ha smesso di essere un semplice attraversamento per diventare un luogo. Un luogo che teneva insieme il quartiere Flaminio e la sponda del Foro Italico e dello Stadio Olimpico, certo, ma che teneva insieme soprattutto le persone e il vino, in quella maniera diretta, senza troppe cerimonie, che Roma d’estate riserva a chi ha voglia di scendere in strada . O, questa volta, su un ponte.
Una degustazione all’aperto, in una città che di spazi belli all’aperto ne ha in abbondanza e di sale eleganti al chiuso ne offre invece pochissime, è già di per sé un piccolo privilegio. Se poi lo spazio in questione è un’architettura contemporanea che si specchia nel fiume, con il tramonto che si allunga sull’acqua e la temperatura calda ma non opprimente delle sere romane, il privilegio si fa quasi incanto. Calice alla mano, tra sorrisi scambiati e mani strette, si camminava avanti e indietro lungo la campata centrale, e ogni pochi passi un banco d’assaggio apriva una porta su un pezzo d’Italia diverso.
Le Notti del Vino 2026: un ponte tra le due rive di Roma
diVino sotto le Stelle è il nome che Roma ha scelto per la propria tappa de Le Notti del Vino, il circuito estivo promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino e affidato, nella Capitale, alla cura organizzativa di Decanter Wine Academy. Per la seconda edizione consecutiva è stata ancora Roma ad aprire il calendario nazionale. Un calendario che da giugno a settembre attraverserà borghi e città del vino di tutta Italia. Per la seconda volta la scelta è caduta sullo stesso luogo: il Ponte della Musica Armando Trovajoli, tra il quartiere Flaminio e l’area dello Stadio Olimpico e del Foro Italico. Confermare una location significa anche dichiarare che ha funzionato, che il pubblico l’ha riconosciuta come propria.
Per tre serate nel primo fine settimana di giugno, dal venerdì alla domenica, dalle diciannove a mezzanotte, il ponte si è trasformato in un percorso di degustazione con etichette provenienti da tutta Italia, raccontate direttamente da chi le produce. Non un’astrazione, non un catalogo: cantine vere, con le mani vere di chi la terra la lavora, disposte lungo la campata come tanti piccoli avamposti del proprio territorio. Al vino si sono intrecciati altri linguaggi. La masterclass “Donne del vino: storie e aneddoti nel calice” curata dalle Donne del Vino Lazio il venerdì, una degustazione alla cieca il sabato pensata per stanare “l’intruso” tra quattro vini laziali e uno straniero, un percorso guidato di abbinamento cibo-vino la domenica, insieme a musica dal vivo, un flash mob di tango e un’area food truck pensata per accompagnare i calici. Il vino, insomma, non veniva servito come un oggetto da analizzare al microscopio, ma come parte di una serata che aveva altre stelle altrettanto luminose: la musica, il fiume, la gente.
Vini snelli per una serata leggera
Quello che si respirava tra un banco e l’altro era soprattutto freschezza. Non solo quella delle bottiglie tenute in ghiaccio, ma quella di uno stile. I vini in degustazione raccontavano, quasi tutti, una stessa direzione di gusto: snella, poco ingombrante, distante dagli orpelli e dalle grandi architetture di legno e struttura che per anni hanno definito l’idea di “vino serio”. Bottiglie pensate per essere bevute con piacere immediato, senza troppi complimenti, capaci di accompagnare una conversazione senza mai pretendere di sovrastarla. «Assaggia questo, viene da un vitigno che qui non si arrende facilmente» si sentiva dire poco più in là, tra una risata e un calice riempito a metà. La sintesi perfetta di una serata in cui il vino sceglieva di restare un passo indietro rispetto alle persone, senza per questo perdere nulla della propria voce.
Ed è forse questa la lezione più preziosa che il Ponte della Musica ha restituito quest’anno: il vino funziona meglio quando non recita la parte del protagonista assoluto, ma quella dell’eccedenza che rende migliore tutto il resto. Il cibo, la tavola, gli amici, il divertimento. Un’eccedenza che, tra le tante cantine incontrate, ha trovato alcune interpretazioni particolarmente convincenti.
Cantina Cellinese e il Negroamaro che si toglie l’abito rosso: il Frata del Salento
Nel cuore del Salento, a Cellino San Marco, la Cantina Cellinese porta avanti da oltre cinquant’anni una storia cooperativa che oggi riunisce più di trecento famiglie di viticoltori, custodi di quella terra rossa e ventosa che i Messapi conoscevano già come vocata al vino. È una cantina che negli ultimi anni ha scelto di affidare le proprie decisioni enologiche a Fabio Mecca, lo stesso enologo lucano di cui questa rubrica ha già raccontato il percorso e il talento, e che qui applica la medesima cura sartoriale a un vitigno che si spoglia della propria identità più nota per indossarne una inedita.
Il Frata nasce infatti da uve Negroamaro vinificate in bianco: un’operazione che richiede mani sicure, perché la buccia scura di questo vitigno pugliese, se lasciata macerare anche solo per poco, tradisce colore e struttura. Nel bicchiere, Frata si presenta invece con un giallo paglierino luminoso, quasi a smentire la propria origine, e apre un profumo delicato di fiori bianchi e agrumi, con un fondo di frutta a polpa chiara che ricorda la pesca acerba. La bocca è tesa, sapida, capace di quella freschezza che di solito si attribuisce a vitigni ben più settentrionali. La dimostrazione che il Negroamaro, interrogato con la giusta pazienza, sa rispondere con una voce completamente diversa da quella per cui è conosciuto.
Tenute Agricole Santojanni: la Scintilla nata sul Vulture, tra Aglianico e Malvasia
A Forenza, tra le montagne e i boschi dell’entroterra lucano, la famiglia Santojanni coltiva da tre generazioni una terra che porta ancora nel proprio nome la memoria delle antiche eruzioni del Vulture: cenere e lapilli trasformati, nei secoli, in humus fertile per la vite. Le due contrade storiche dell’azienda, Malandrino e San Zaccaria, custodiscono vigneti che per quasi cinquant’anni hanno cresciuto separatamente Aglianico del Vulture e Malvasia di Basilicata, come due voci che si conoscevano ma non si erano ancora incontrate davvero.
È da quell’incontro che nasce Scintilla, uno spumante rosé extra dry millesimato ottenuto per il settanta per cento da Aglianico e per il restante trenta da Malvasia, che porta con sé la struttura del primo e i profumi aromatici della seconda. Il nome racconta la scintilla d’amore che nella storia della famiglia ha unito due giovani cresciuti in quello stesso vigneto, e che oggi si ritrova, quasi per gioco, anche nell’incontro fra le due uve. Nel calice, Scintilla si mostra rosa buccia di cipolla, con un perlage fine e persistente; il naso si apre su note floreali e di piccola frutta rossa, mentre il sorso resta secco e intenso fino a una chiusura che lascia intravedere un accenno dolce, quasi un ultimo sorriso prima del brindisi successivo.
Cantina dei Colli Ripani: La Jella, il Mercantino e la nuova Chioccia d’Oro delle Marche
Sulle colline marchigiane che scendono dolcemente verso l’Adriatico, a poco più di cinquecento metri d’altitudine eppure incredibilmente vicine alla costa, la Cantina dei Colli Ripani riunisce da oltre trecentotrenta produttori di Ripatransone e dei comuni limitrofi. È una realtà cooperativa che ha fatto della propria altitudine quasi un manifesto: la linea 508, dedicata al punto più alto del Colle San Nicolò, raccoglie le etichette che meglio rappresentano l’ambizione del territorio.

Tra queste, La Jella interpreta la Passerina in versione Offida DOCG con un’eleganza che smentisce la fama minore di questo vitigno, regalando un bianco fresco e diretto, capace di raccontare gli agrumi e i fiori di campo senza mai appesantirsi. Il Mercantino, Pecorino della stessa denominazione, porta invece il nome di Luigi Mercantini, il poeta risorgimentale nato a Ripatransone: un omaggio che restituisce al calice un profumo intenso di melone e mango, sorretto da un palato sapido e persistente, quasi a voler onorare, sorso dopo sorso, la voce di chi in quelle terre è nato e ha cantato. Accanto a questi due nomi già noti agli appassionati, la cantina ha da poco presentato La Chioccia d’Oro, un nuovo Verdicchio Superiore pensato per posizionarsi su una fascia più ambiziosa: la prova che anche una cooperativa radicata nella tradizione può continuare a scrivere nuovi capitoli, senza tradire la propria storia.
Tenuta Viglione e la Murgia in quota: il Metodo Classico 514 e il Maidomo mai domato
A Gioia del Colle, nel cuore della Murgia pugliese, la famiglia Viglione coltiva la vite dal 1937 e arriva oggi alla terza generazione con centocinquanta ettari condotti in regime biologico certificato dal 2005. È una terra calcarea, ventilata, che vive di un’altitudine (circa quattrocentocinquanta metri) inusuale per la Puglia, e che regala ai vini una freschezza e una precisione difficili da raggiungere altrove, a quote più basse.

Proprio a quell’altitudine è dedicata la linea 514 Altitude, un Metodo Classico Extra Brut che nelle sue due versioni, bianco e rosé, racconta due tempi diversi della stessa attesa: il bianco affina quarantotto mesi sui lieviti e si presenta affilato, verticale, con note di fiori bianchi, mela verde e agrumi accompagnate da una leggera crosta di pane; il rosé, ottenuto da un raffinato incontro tra Primitivo e Racemi di Primitivo, riposa addirittura sessanta mesi e si offre rosa salmone con riflessi ramati, un perlage fine e persistente, un naso di fragoline di bosco, lampone e ciliegia. Diversa e più giocosa è la storia del Maidomo, un bianco ottenuto da un’uva a bacca rossa, il Negroamaro, che il nome stesso dichiara “mai domato”: un vino che non si lascia ottenere facilmente, ma che ripaga con un giallo paglierino dai riflessi dorati, profumi di cedro, bergamotto e frutta tropicale, e un sorso fresco, teso, quasi balsamico, che invita irresistibilmente al secondo calice.
Cantina Belardi: il racconto etrusco di Cerveteri tra Radiante, Incanto, Sinuoso e Rapito
A pochi chilometri da Roma, un territorio conosce il vino da tremila anni prima che diventasse una moda: Cerveteri, l’antica Caere etrusca, dove la necropoli della Banditaccia, patrimonio dell’umanità, ricorda che qui si beveva e si commerciava vino già quando Roma era poco più di un villaggio sul Palatino. È in questo paesaggio, tra uliveti e vigne che si affacciano sul Tirreno, che la famiglia Belardi coltiva le proprie etichette, ognuna delle quali porta con sé un frammento di leggenda.

Radiante, il Vermentino dell’azienda, nasce nei terreni vicino al Monte Abatone, proprio di fronte al bosco sacro dedicato al dio Silvano: narra la tradizione custodita dalla cantina che fu qui, secondo Virgilio, che Enea, attraversate le acque gelide del fiume con le sue schiere, si fermò all’ombra di quegli alberi per far riposare uomini e cavalli, scoprendo dalla vetta del monte gli accampamenti etruschi di Tarconte, giunto in suo soccorso contro Turno e i Rutuli. Un vino che porta nel nome, Radiante, la luce di quella costa e di quel sole, con profumi di mela e pesca bianca e una sapidità minerale che richiama direttamente il mare vicino. Sinuoso, il Verdicchio della cantina, racconta invece una storia più intima e recente: quella di un capostipite di famiglia originario delle colline di Fabriano, patria del vitigno, che portò con sé fino a Cerveteri il ricordo di quel vino di casa, tanto che nel 2018 la famiglia scelse di piantarne il primo vigneto proprio in suo omaggio. Incanto, lo Chardonnay, cresce invece su un piccolo appezzamento detto “la collina dell’incanto”, circondato da ulivi, da cui si scorge l’azzurro del mare voltandosi appena verso nord. E infine Rapito, il Moscato giallo dai grappoli dorati così belli, sotto il sole della maturazione, che chi li raccoglie confessa quasi di non avere il coraggio di staccarli dalla vite: da qui il nome, un vino che profuma di tiglio, salvia, ginestra e fiori d’acacia, e che chiude con un accenno mandorlato capace di risvegliare il palato.
Fontana Candida: Vigneto Santa Teresa e Luna Mater, l’anima di Frascati
Poche etichette raccontano i Castelli Romani come quelle di Fontana Candida, storica cantina di Monte Porzio Catone che da decenni interpreta il Frascati attraverso i suoli vulcanici (le cosiddette “terrinelle”) che caratterizzano l’intera denominazione. Qui il vino non è mai stato una scoperta recente, ma una consuetudine antica affinata bottiglia dopo bottiglia, annata dopo annata.
Il Vigneto Santa Teresa, Frascati Superiore DOCG, nasce da un singolo cru selezionato per la sua posizione e le sue condizioni ideali: la Malvasia del Lazio (la Puntinata ovviamente), si accompagna al Trebbiano Toscano in un vino che l’affinamento in barrique e la successiva maturazione in bottiglia rendono complesso ed elegante, senza perdere la freschezza tipica dei migliori bianchi della zona.
Ma è il Luna Mater Riserva a rappresentare il vertice della produzione, un vino che porta nel nome un richiamo alla genesi e alla procreazione, e insieme un legame con la luna, da sempre custode silenziosa delle pratiche agricole e delle fasi di imbottigliamento. Nasce da vigne che hanno superato il mezzo secolo di vita, un uvaggio di Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio, Greco e Bombino che matura per dodici mesi (almeno quattro dei quali in bottiglia) nelle antiche grotte di tufo scavate sotto le colline di Frascati, dove umidità e temperatura restano costanti come in un abbraccio. Nel calice, Luna Mater si mostra di un giallo dorato brillante, con un bouquet ampio di pesca bianca, pera, miele e una nota di vaniglia che ricorda l’affinamento nel legno; il palato è strutturato, equilibrato tra acidità e morbidezza, con un finale lungo che intreccia mandorla tostata, erbe aromatiche e una sottile mineralità.
Tenuta Lungarella: Jvlivs, il vino degli imperatori tra i Monti Prenestini
Poli è un piccolo comune romano incastonato tra i Monti Lucretili e i Monti Prenestini, un luogo che gli antichi imperatori romani scelsero come rifugio quando cercavano pace, silenzio e serenità lontano dalla città. È a loro che la famiglia Lulli (con il padre Marino, che ebbe l’idea dopo la pensione, e i figli Luigi e Alexander, che oggi la portano avanti) ha voluto dedicare l’intera linea di etichette dell’azienda, tutte firmate JVLIVS, in un omaggio che si lascia illuminare anche dalla vicinanza al Santuario della Fortuna Primigenia, visibile dalle pendici della tenuta.

Solo due ettari, strappati al bosco e coltivati a quattrocentocinquanta metri d’altitudine, bastano a raccontare un territorio che non appartiene a nessuna denominazione codificata e che per questo si concede il lusso della sperimentazione. Jvlivs Vermentino nasce da una scelta precisa della famiglia, che ha preferito questo vitigno, più vicino nello stile a certe interpretazioni toscane, alla Malvasia più diffusa nella zona dei Castelli: nel bicchiere restituisce riflessi chiari e verdolini, sentori di pesca gialla, susina e mimosa, un’acidità discreta che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Jvlivs Rosato, ottenuto da uve Cesanese, si mostra invece con un rosa pesca delicato ed elegante, quasi una versione mediterranea di certi rosé provenzali: litchi, pompelmo rosa e lampone accompagnano una beva fresca e persistente, capace di conversare a lungo con chi lo assaggia. A completare l’esperienza, tra gli assaggi finali della cantina, un Vermouth di produzione artigianale che chiude la serata con la stessa cura silenziosa con cui, tra le colline di Poli, si custodiscono i muretti a secco e il paesaggio disegnato dalla famiglia negli anni.
Il vino resta un’eccedenza, la vera stella era la serata
Alla fine di tre serate come queste, quello che resta non è tanto la somma dei calici assaggiati, quanto la sensazione, rara e per questo preziosa, che il vino avesse davvero fatto il proprio lavoro nel modo più giusto: aggiungendosi alla serata invece di occuparla, accompagnando la musica e il tango invece di competere con essi, aprendo conversazioni invece di chiuderle in una scheda tecnica. Ogni cantina incontrata sul Ponte della Musica, dal Salento alla Murgia, dal Vulture alle Marche, dall’Etruria di Cerveteri ai Castelli Romani fino ai Monti Prenestini, ha portato con sé non solo un’etichetta, ma un pezzo di terra e di famiglia, restituito attraverso un calice che chiedeva solo di essere ascoltato con la stessa attenzione con cui si ascolta un racconto.
Il merito di aver saputo, per il secondo anno consecutivo, trasformare un ponte in un luogo di incontro va riconosciuto a Le Notti del Vino e a Decanter Wine Academy, capaci di intuire che la cultura del vino cresce meglio quando si toglie la cravatta e si mette a proprio agio tra la gente, il fiume, le luci della città. Il Ponte della Musica, intanto, resta lì, sospeso sul Tevere, pronto a diventare di nuovo, alla prossima occasione, quella promessa silenziosa che unisce le due rive.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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