Tenuta Friggiali. Davide Peluso e la napolitudine del Brunello
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
Che bella cosa
‘Na jurnata ‘e sole
‘N’aria serena
Doppo ‘na tempesta
Pe’ l’aria fresca
Pare già ‘na festa
Che bella cosa
‘Na jurnata ‘e sole
Ma n’atu sole
Cchiù bello, oi ne’
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole, ‘o sole mio
Sta ‘nfronte a te
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
Il testo della canzone ‘O sole mio venne scritta nel 1898 dal caporedattore del giornale Roma, Giovanni Capurro; la melodia, da Eduardo Di Capua mentre guardava il sole sul mare di Odessa (all’epoca facente parte dell’Impero Russo).
Proprio per questa suggestione, chiacchierando con Davide Peluso, mi sono risuonate in mente le note di ‘O sole mio immaginandomi Davide che, contemplando il golfo di Napoli, sorseggiava un calice di Brunello di Montalcino.
Un momento! Direte voi. Ma che c’azzecca il golfo di Napoli con il Brunello di Montalcino? Semmai, guardando il mare di Napoli ci si potrebbe bere una Falanghina, un Greco di Tufo o, volendo proprio il rosso, un Aglianico. Ma un Brunello, non è insolito?
Vero. Anche perché, la pur dirompente stravaganza napoletana non arriverebbe mai a contemplare il Golfo con un Brunello. Troppo al nord. In Toscana poi che con Napoli non ha davvero nulla a che vedere.
Quindi il Brunello non ci azzecca proprio. A meno che non lo produci direttamente. Come fa Davide.
Ecco, a questo punto occorre citare Felice Sciosciammocca nella celebre commedia di Eduardo Scarpetta ‘O Miedeco d’e pazze (1908)
‘A verità era meglio che non nce veneva… ccà si stongo n’atu ppoco, esco pazzo pur’io
Si in effetti c’è da uscire pazzi. Un napoletano che produce Brunello di Montalcino proprio in quel di Montalcino. Si si, proprio così. Ma mica da ieri. Quando mai! Dal 1983.
Ecco, c’è da uscire pazzi.

Oltre 40 anni fa mio padre, che era un avvocato di finanza, insomma è stato anche in carica in diversi istituti bancari importanti nazionali, eccetera, era alla ricerca di un buon ritiro. Era un cacciatore pentito nel senso che prima andava a caccia con i cani e poi solo a passeggio con i cani. C’era un’opportunità a Montalcino, un casale antico, con un ettaro e mezzo di vigna. Era di amici napoletani. Lo acquistò nell’82/83.
Davide Peluso è avvocato e, soprattutto, è napoletano. Di Napoli Napoli. Della Napoli bene. Persona squisita e forbita. Dotato di quella simpatia innata che i napoletani, quelli veri, sanno esprimere senza eguali. Persona colta e raffinata che fa della eloquenza non solo la professione ma un vero stile di vita. Senza farla pesare a chicchessia anzi, sorridendo.
In verità babbo ci chiese: ma che dite compro un’azienda a Montalcino o una barca? Io, mia madre e mia sorella rispondemmo la barca chiaramente. Invece mio padre, testardo, comprò la casa a Montalcino. Col senno di poi è meglio dalla barca.
In quegli anni Davide aveva appena finito la scuola militare della Annunziatella (alla quale non dubito lo avesse spedito il padre non per punizione quanto per impostare un certo livello di educazione marziale) e iniziato l’università. Giurisprudenza ovviamente. Seguire le orme del padre sembrava così naturale.
Andavamo spesso a Montalcino e piano piano ci rendemmo conto che la zona era particolarmente vocata. Rivolta a sud ovest della collina di Montalcino. Nel ‘94 babbo prese terreni e diritti per circa 20 ettari di Brunello. Successivamente poi nel ’95 invece facemmo altre acquisizione nell’altro versante, il versante sud-est, quello che è che affaccia più direttamente sul Monte Amiata per altri 23 ettari. Gli attuali 44 ettari vitati tutti a Brunello di Montalcino.
Ditemi voi come non si possa uscire pazzi. Un importante avvocato napoletano, Giovanni Peluso, alla ricerca del buon ritiro, compra un rudere insieme ad una tenuta di un ettaro e mezzo di terreno vitato che, nel giro di pochi anni, diventano 44, Tutti vitati a Sangiovese con i diritti per produrre Brunello di Montalcino.
Senza aver mai fatto vino. Ovviamente.
Ora, è senz’altro vero come nel tempo Montalcino fosse diventato un polo di attrazione per investitori di tutto il mondo attratti dal Dio Brunello ma, potrei sbagliarmi, ma non mi risultano ulteriori napoletani oltre i Peluso.
La Toscana e Montalcino per clima e tipologia di ambiente, non offre nessun punto di contatto con la cultura e il modo di vivere partenopeo. Da un casale a Montalcino, aprendo la finestra al mattino, bene che vada, vedi un bosco o un vigneto. Il mare, forse, solo se hai acceso il televisore…
L’estrosità o forse l’inesperienza enologica dei Peluso li porta ad affidare il supporto nella produzione del vino agli enologi della pur blasonata Scuola Enologica di Portici. Non conoscendo nessuno a Montalcino, sembrava la scelta più immediata.
Una scelta che dura poco ovviamente: il Brunello non può che essere fatto con l’esperienza di chi lo produce da secoli. È cosi che più saggiamente decidono di rivolgersi agli enologi del senese. Come Vagaggini.
Iniziammo questa collaborazione e sin da subito avemmo i nostri primi successi. La cantina era all’inizio nella parte di sotto del rudere. Una struttura dell’ottocento trovata lì. Pian piano costruimmo questa cantina dapprima di 1400 metri quadrati per poi ampliarla agli attuali 2700 m².
Quello che Davide chiama rudere era proprio tale. Un vecchio casolare circondato da appena un ettaro e mezzo di terra. Abbandonato poiché non vissuto. Come tante strutture in una Toscana di altri tempi e non certamente quella che oggi siamo abituati a vedere.
Gli anni 90 segnano per Montalcino e il Brunello il vero boom. Il Brunello vede la sua consacrazione nei mercati mondiali, le superfici si ampliano, gli investitori arrivano e con essi il fermento del movimento. Ma sempre di una realtà rurale, chiusa e toscanocentrica si trattava. Ecco che farsi accettare dai locali non fu semplice ma nemmeno impossibile.
Mio padre è stato un uomo molto severo e molto attento ai numeri alla finanza. C’è stata da sempre un’impostazione molto rigorosa e non abbiamo mai fatto un passo più lungo della gamba. Noi siamo una azienda di famiglia perché dietro non c’è un grande gruppo industriale. Siamo sempre attenti a ogni investimento che facciamo ogni iniziativa che facciamo deve esserci deve essere ben ben ponderata.
Forse proprio questo aspetto familiare consentì una rapida integrazione in un panorama montalcinese nel quale le grandi aziende, di vera famiglia avevano ben poco.
Davide continua comunque a lavorare nello studio di famiglia mentre sua sorella Olga, avvocato anche lei (Ça va sans dire) scegli di dedicarsi integralmente all’azienda. Ecco che la Tenuta Friggiali è servita!
Nel corso degli anni abbiamo avuto l’intelligenza di accogliere suggerimenti da parte di tutti. All’epoca Montalcino era una una fucina di idee. C’era un sacco di giovani ragazzi che poi sono gli attuali Giacomo Neri, Andrea Costanti, Paola Gloder, Stefano Cinelli. Un gruppo di di ragazzi con i quali facemmo squadra. Ci divertivamo anche. Organizzavamo cene, settimane bianche, teatro. Insomma fu un bel periodo

Abbiamo restituito poi al territorio per quello che potevamo. Siamo stati promotori di belle iniziative insieme a tanti altri.
Sono ricordi di vita quelli di Davide. Scanzonati ragazzi che oggi hanno preso in mano le aziende di famiglia passando dalle zingarate alle responsabilità, attratti dal canto delle sirene del mondo del vino. Un fascino che brilla negli occhi di Davide al ricordo di come il padre vedesse proprio in lui e in Olga quel luccichio. Una soddisfazione particolare per una cosa viva come il vino, la campagna, la terra.
Noi figli lo seguivamo in questa passione che poi, pian piano divenne anche una sfida. Quando tu capisci che Montalcino ha grandi margini di miglioramento e inizi a vendere le tue prime bottiglie, ad avere i primi successi, sei invogliato a migliorare. Quando vide che che Olga ed io eravamo sulla sua stessa lunghezza d’onda, impegnò i suoi risparmi tralasciando di fatto lo studio professionale. Ci lasciò fare e Olga fu molto brava a creare le prime iniziative. Vide questo nostro entusiasmo e lo avallò sempre.
Un padre che all’epoca aveva i suoi contatti, le entrature, le relazioni a tutti i livelli era in realtà schivo. Non voleva apparire. Figlio di un’epoca senza social e con la voglia, il dovere, di mantenere la propria rispettabilità guadagnata in anni di onorata professione. Una attitudine, una rettitudine che forse si sarebbe mal sposata proprio con la necessità commerciale di una azienda di Montalcino. Vedere i figli che prendevano, e bene, in mano l’azienda non potè che significare un rasserenamento. Tenuta Friggiali poteva essere il vero buen retiro.
Anche l’ampliamento degli ettari e quindi dell’azienda fu impegnativo perché ovviamente ricorremmo al ceto bancario per avere il finanziamento. Il vedere che in qualche modo l’impresa manteneva un suo equilibrio e anzi si riusciva a crescere, fu per lui grande motivo di soddisfazione.
Quando si pensa alla Tenuta Friggiali, tanti ettari, tante bottiglie, Montalcino, si ha l’immagine di ricchezza, sfarzo, grandi capitali. Quello che invece traspare dalle parole ma soprattutto dall’atteggiamento di Davide, è grande posatezza. Rigore direi. Papà Giovanni ha fatto un egregio lavoro. Nessun grillo per la testa, nessun eccesso, tanto buon senso. Non si fanno passi più lunghi della gamba e tutto è ponderato accuratamente.
Olga è sempre stata una donna molto esuberante, una delle prime donne del vino. È sempre stata sul pezzo. Io invece con l’attività della produzione. Ecco, siamo riusciti a conciliare bene tutto.
Conciliare la famiglia. Conciliare Napoli con Montalcino. Un napoletano verace non può privarsi di Napoli. Non ci riesce. Non può essere.
Napoli è rimasta il centro della famiglia. Mia mamma vive a Napoli come me e va avanti e indietro. Mamma è la Centolani e a lei è intestata l’azienda. È del ferrarese. Ha contribuito fortemente all’azienda. È stata per tanti anni l’amministratore unico operativo operativo ma ha dato lei questa impronta familiare.
L’avviato studio a Napoli. I viaggi su e giù per Montalcino. Una moglie, Annarita, anch’essa avvocato e decisamente impegnata nella sua attività ad Avellino. Due figli, Giovanni già laureato in Giurisprudenza e Lorenzo sulla stessa strada. Una azienda, Tenuta Friggiali, con oltre 220.000 bottiglie tra Brunello, Rosso e Rosato. Eppure Davide mantiene il suo sorriso tutto partenopeo. L’aplomb di chi, anche nelle difficoltà e nella frenesia della vita, sa che si sveglierà a Napoli con quel sole e quel mare a ricordargli che Dio esiste.
La prima bottiglia è stata un Brunello di Montalcino riserva del 1983. Come etichetta una foto del bosco. Poi nel 90/91 abbiamo cambiato invece l’etichetta con il fregio di origine rinascimentale trovato all’ingresso del casale dell’ottocento. È la parte interna di un frutto di melograno. Il nome Friggiali proviene anche dal latino frigidus, freddo. Come la zona. Poi c’è la zona Fijoli e la Focaia.
Il Brunello di Montalcino 2020 Tenuta Friggiali è la carezza austera del Sangiovese

Nel calice è rubino intenso, profondo, quasi impenetrabile, eppure sinuoso. Ha quella densità che non opprime, invita. Sembra velluto liquido, pronto ad accogliere lo sguardo prima ancora del sorso.
Il naso è un racconto in progressione.
La ciliegia domina, dolce ma attraversata da una vena acidula viva, come un frutto colto al punto esatto della maturazione. Poi arancia, prugna, una freschezza che si allunga grazie a una sottile nota vegetale, quasi balsamica, che arieggia il profilo.
Le spezie arrivano con garbo: vaniglia, tabacco, noce moscata, pepe. Il cioccolato affiora e si fa quasi “Mon Chéri”, evocazione di marasca e cacao insieme. È un bouquet complesso, già leggibile ma ancora in movimento, come un’orchestra che sta accordando gli strumenti prima del grande concerto.
In bocca è ampio, generoso, sorprendentemente godurioso. Si espande con una sapidità vibrante, con una freschezza che sostiene ogni passo. I sensi si raccolgono attorno al centro del palato come spettatori in uno spalto: ognuno trova il proprio posto, nessuno resta escluso.
Il tannino è domato, morbido, pur sempre presente. È struttura senza rigidità, è colonna portante che sostiene la persistenza e dà linearità al sorso.
C’è un accenno iniziale di amarognolo, quasi una soglia da attraversare, ma subito il vino conquista la scena: la ciliegia ritorna, masticabile, succosa, con quella vena di marasca che impreziosisce il finale e lo rende adulto, mai banale.
È un vino setoso, che abbraccia. Mantiene la promessa del naso e vi aggiunge profondità. Ha equilibrio, completezza, una progressione che accompagna e non stanca.
La verità di questo Brunello è fatta di misura, energia e identità.
Focaia rappresenta una delle espressioni più caratteriali della tenuta. Dalla sua altezza nasce un Brunello per durare nel tempo raccontando da subito la freschezza della sua collocazione.
Focaia Brunello di Montalcino 2021 rappresenta poi l’eleganza e la vivacità della materia viva.
Nel calice è infatti, nonostante gli anni trascorsi, rosso rubino: giovane, vibrante con quella luminosità che tradisce energia, non irruenza. È un colore che parla di futuro.
Il naso è immediato e non semplice. La frutta fresca è protagonista: ribes croccante, mirtilli, more scure, ciliegia piena e succosa. Poi il vino si apre, lentamente, lasciando emergere i risvolti del legno e delle spezie: cannella, noce moscata, un accenno di pellame che ne sottolinea la serietà.
La complessità è ancora in divenire, ancorché già evidente. Conquista la balsamicità che attraversa il profilo aromatico come una corrente d’aria pulita, rendendo tutto più teso, più dinamico.
In bocca cammina deciso. La freschezza sostiene il sorso e si intreccia con il calore in un equilibrio ancora giovane ma promettente. I tannini sono concreti, presenti, con quella grana che si avverte e si rispetta. Non sono aggressivi, ma chiedono tempo.
La sapidità avvolge e avviluppa, dà profondità, allunga il passo. La lunga persistenza aiuta a conservare una rustica eleganza rendendo Focaia autentico, dotato di sostanza e ritmo. Una tensione che entusiasma. Una struttura che promette evoluzione. Oggi è materia viva, scolpita ma ancora in movimento. Domani sarà rotondità, armonia compiuta, ampiezza piena.
È un Brunello che guarda lontano. Lunghe, lunghissime prospettive.
La nuova etichetta Terra De Fjòli è l’ultimo Brunello, l’ultima iniziativa per introdurre i nostri ragazzi Giovanni e Lorenzo. Deriva dal vigneto vicino al casolare dove i miei figli giocavano fregandosene dell’uva. Mio padre diceva sempre: ragazzi giocate nel piazzale non giocate proprio nella vigna. I figli in ferrarese sono i fiò o i putin. Con i Putin non avrei avuto successo.
Terre de Fijòli 2021 è uno di quei vini che ti guardano negli occhi chiedendoti rispetto.
È Brunello di Montalcino nella sua forma più identitaria: austero, fiero, capace di mantenere una tenerezza inattesa.
Nel calice è rubino compatto, con un’unghia che già sfiora il granato, come un tramonto che annuncia il tempo senza averne fretta. La materia è viva, pulsante, eppure composta.
Al naso si apre con un orizzonte di frutta matura: ciliegia succosa, prugna scura, scorza d’arancia che vibra luminosa. Poi arrivano i fiori: violetta, rosa canina elegante. In filigrana i primi cenni terziari: ceralacca, un ricordo lieve di tabacco trinciato, chiodi di garofano, un soffio di vaniglia. Un velo balsamico sale lento e armonizza tutto, come un respiro profondo tra una parola e l’altra.
È un naso ampio, caldo, attraversato dall’alcol che riscalda le narici ma non sovrasta mai. Qui sta la sua finezza: ogni nota emerge con delicatezza, senza voler dominare. È un dialogo, non un monologo.
Il sorso è caldo e sapido, fresco e deciso. I tannini mordono, sì, ma con la dolcezza di un cucciolo che gioca: presenti, vivi, mai aggressivi. La bocca è ampia, distesa con la frutta che ritorna con forza (ciliegia, prugna, arancia) espandendosi con naturalezza.
C’è una spinta dinamica, una tensione che tiene il vino verticale. C’è soprattutto identità. Sa di storia, di terra, di orgoglio contadino.
Questo Brunello 2021 non è solo equilibrio: è carattere. È austero senza essere rigido, elegante senza essere fragile. È un vino che cammina dritto, con lo sguardo rivolto lontano, ma con le radici ben affondate nella sua terra.
Non ho bevuto solo un ottimo vino, ma ho ascoltato una voce. La voce di Montalcino.

C’è del bianco nell’etichetta di Terre dei Fijoli come a rappresentare qualcosa ancora da scrivere. Non un passaggio di testimone ma un modo per invogliare Giovanni e Lorenzo a scrivere qui a Montalcino un ulteriore pezzo della famiglia Peluso. Un augurio e non certo un obbligo anche se almeno Giovanni è già in azienda. Un approccio umile il suo. Quello di un ragazzo di 26 anni che non vuole essere solo il figlio del titolare ma parte della squadra. Scoprire, imparare, lasciarsi guidare. Perché il mestiere che si è scelto è complicato e complesso. Ha a che fare con la terra e gli uomini, la natura e le persone. Non si impara sui libri ma con il proprio sudore. E una buona dose di umiltà condita con tanti errori.
Adesso le aziende sono addirittura due: Tenuta Friggiali e Pietranera. La prima gestita da Davide, la seconda da Olga. Oltre 220.000 bottiglie per ciascuna azienda che in comune hanno, ovviamente, la cantina ancorché terreni diversi, esposizione diverse.
Abbiamo il vanto secondo me di avere una una qualità del vino mediamente molto buona. Raccolta manuale. Selezione degli acini. Tecnologia. Legno di Slavonia in botti grandi così da essere il meno invasivo possibile. Abbiamo la possibilità di avere due tipologie di vino all’interno dell’azienda. Diverse esposizioni e diverse altitudini. Pietranera con vigne più basse e Friggiali più alte e ventilate. Poi le diversificazioni tra le vigne.
Tante differenze, una unica identità: il Brunello di Montalcino.
E pensare che il Brunello è stato messo in discussione nel corso di Benvenuto Brunello 2025. Diatribe circa la necessità o meno di adeguare il Brunello di Montalcino ai tempi attraverso finezza, snellezza. In altre parole, leggerezza.
Non mi unisco a nessuna delle due parti ancora in singolar tenzone ma mi permetto solo due considerazioni. Spicce.
Il Brunello di Montalcino è conosciuto in tutto il mondo per una sua fisionomia ben precisa. È cosi da anni e, a mio modo di vedere, sarebbe bello rimanesse tale al pari di ogni eccellenza italiana. Un segno, un marchio distintivo che si dovrebbe distingue solo per lo stile interpretativo delle diverse aziende.
La seconda considerazione riguarda la stucchevolezza di una simile discussione alimentata dai soliti parrucconi del vino e utile magari a guadagnarsi un attimo di notorietà. Cosa volete importi ad un consumatore e, soprattutto, cosa ne capisce un consumatore?
Volete fare un Brunello diverso? Ma fatelo pure. Sarà il mercato e solo il mercato a decretarne il successo o la morte. Tutto il resto, è noia (viva Califano!).
La differenza tra Davide e il papà sta forse nel buon ritiro. Giovanni lo ha cercato e voluto proprio a Montalcino.
Lui è stato uno dei dei primi cacciatori in Italia di caccia grossa. Quando era giovane ha girato parecchio il mondo. Poi è venuto a Montalcino e si è pentito nel senso che lui amava girare con i suoi setter nel bosco. Girava senza fucili che regalò in blocco a Roberto, il nostro capo operaio. Ha trovato la serenità a Montalcino. È morto a fine 2018 ed è stato lì sino a marzo.
Davide invece il suo buon ritiro non lo ha mai abbandonato. Anche perché Napoli non può essere abbandonata. Si dice che i napoletani abbiano una malattia chiamata napolitudine. Una sorta di malinconia che si manifesta dopo poche ore che si lascia la città e sintetizzata nel famoso detto
Vedi Napoli e poi muori.
O anche nella canzone Munasterio ‘e Santa Chiara scritta da Michele Galdieri e musicata da Alberto Barberis nell’immediato dopoguerra
Munasterio ‘e Santa Chiara…
Tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era
penzo a Napule comm’è?!

È forte il richiamo di Napoli, pur contestandone clamorosamente taluni aspetti perché è una città difficile. Sto molto molto bene a Montalcino e ho una grande passione per la campagna. Montalcino è un po’ difficile perché è ancora molto selvaggia. Questo mi pesa per cui se ti dovessi dire che il mio buen retiro, no.
Il buon ritiro di Davide è e rimane Napoli. Un cuore diviso, la voglia e la capacità di portare avanti Tenuta Friggiali per se stesso, per i figli, per onorare il sogno del padre. Un mix di sensazioni che Davide trasmette con tutta la serenità e il buon umore di cui dispone. E, vi assicuro, ne dispone in grande quantità. È per questo che ogni vino di Tenuta Friggiali ha quel qualcosa di profondamente diverso rispetto agli altri Brunello, un Brunello con la napolitudine.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
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