08 Nov 2024
Suggestioni di Vino

Tenuta Iacoangeli. Il luogo sicuro: la famiglia

Il 2025 sarà l’anno del Giubileo. Ai milioni di turisti che ogni anno visitano la città eterna, si affiancheranno i pellegrini per l’indulgenza plenaria. L’apertura della Porta Santa nelle quattro basiliche di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore) darà il via ad un rito, quello che porta alla remissione dei peccati per se stessi e per i defunti, riconosciuto da ogni religione del mondo. 

È sempre stato così e spero vivamente lo sarà per sempre. 

Da due millenni i pellegrini arrivano a Roma. Da due millenni Roma necessita di posti letto, cibo, acqua, vino. In così grandi quantità che gli osti, da sempre, si sfregano le mani pensando ai guadagni e non alla qualità dell’offerta. 

È per questo che il vino laziale non è mai stato troppo considerato. In Italia come all’estero era visto come il vino dei Castelli, l’urina degli Dei, il vino annacquato degli osti romani. Tanto era diffusa la pratica di allungare il vino con l’acqua da parte degli osti che Papa Sisto V, nel 1588, impose di servirlo non più nelle storiche brocche di coccio ma in quelle trasparenti di vetro. Come ogni legge che si rispetti, anche questa ebbe delle conseguenze. 

Anzitutto gli osti, non potendo più usare acqua, aumentarono il prezzo del vino. Cosa che non dispiacque affatto alla Chiesa dell’epoca.

Poi accadde che il Monte dei Cocci (o Monte Testaccio), notoriamente usato per smaltire le anfore che attraccavano al vicino porto sul Tevere, subì una inaspettata crescita.

Infine, vi fu un elevato ingresso di risorse per le casse dello Stato Pontificio e dell’unico produttore delle caraffe in vetro, l’ebreo Meier Maggino di Gabriella. Come dire che a pensar male si fa peccato però a volte ci si azzecca. 

Conseguenze a parte, l’elevato consumo e la richiesta di una bassa spesa indussero per anni, centinaia di anni, i produttori delle aree adiacenti a Roma a realizzare grandi quantità di vino a prezzi decisamente bassi.

Mio padre e i fratelli hanno preso lavori diversi. Prima non era tanto semplice che venissero coinvolti nell’attività. Nonno aveva le sue idee e papà si andò a scontrare. Papà voleva fare nel 1982 il metodo classico e nonno gli rispose: ma che voi fa la Romanella? Mo se mettemo a fa la romanella…

La Romanella. Che ricordi. La si beveva quando ero ragazzo nelle fraschette di Ariccia. Un vino dolce, frizzante, senza impegno. Si beveva quasi come una birra per accompagnare i piatti tipici dei Castelli Romani e l’immancabile porchetta. Si narra che fosse il soprannome di Giovanna Rinaldi, perpetua del Cardinale Ferdinando Taverna che, sbagliando, provocò la rifermentazione di una damigiana.

Mettersi a fare la Romanella non era nemmeno nell’anticamera del cervello di qualunque produttore dei Castelli. Per loro il vino era fermo. Meglio se bianco. Ma comunque fermo. Le bollicine le lasciavano alle acque. 

Incontro Paolo Iacoangeli e il padre Mauro. Loro, insieme all’altro fratello di Paolo, Matteo, sono la Tenuta Iacoangeli in quel di Genzano di Roma. Esattamente nel cuore dei Castelli Romani. 

Nella canzone Nannì gita ai Castelli, pietra miliare della canzone popolare romanesca scritta nel 1926 da Franco Silvestri, Genzano viene citata dopo Frascati e Marino, prima di Arbano (Albano)

Guarda che sole ch’è sortito, Nannì
che profumo de viole, de garofoli e panzè,
com’è tutto ‘n paradiso, li Castelli so’ così.
Guarda Frascati ch’è tutto un soriso,
‘na delizia, ‘n’amore, ‘na bellezza da incantà.
Lo vedi, ecco Marino,
la sagra c’è dell’uva,
fontane che danno vino,
quant’abbondanza c’è;
appresso viè Genzano
co’r pittoresco Arbano;
su viette a divertì,
Nannì, Nannì.

Per inciso, se vi venisse in mente di organizzare una gita sui Castelli, consiglierei di partire o arrivare proprio da Genzano. Se non altro per questioni logistiche.

Canzoni come queste se da un lato hanno rappresentato la popolarità e la schiettezza di questi luoghi quindi dei vini che si producono, dall’altro hanno contribuito a relegare quest’ultimi tra i vini mediocri. Ma si sa, non occorre mai fare di tutt’erba un fascio. Non tutti i produttori hanno sposato il Dio quantità a scapito della qualità. Così come, ai giorni d’oggi, non sono poche le aziende che, grazie alle nuove generazioni, stanno cercando di riportare i vini dei Castelli ai meritati fasti dell’antica Roma. 

Qui i terreni sono a matrice vulcanica. L’influsso dei laghi di Albano e Nemi, rende il clima particolarmente idoneo alla coltivazione della vite. Il mare dista pochi chilometri. I venti spirano dal mare e dagli Appennini. Le altitudini dei vigneti sono ideali. Per l’idealità non so davvero cosa manchi. 

Noi siamo una piccola azienda. Sei ettari di vigneto. Diviso in cinque varietà. Cabernet Franc, Petit Verdot, Viognier, Bellone, Malavasia Puntinata. Nel 2020 abbiamo ricominciato la vinificazione. Prima vendevamo le uve a varie aziende locali importanti. Abbiamo deciso di metterci in gioco e riprenderci quello che mio nonno già faceva. Ha sempre prodotto vino.

Mio padre con i fratelli scelsero strade diverse. 

Una attività iniziata con il trisavolo Giovanni ai primi del 900 o forse anche qualche anno prima fino ad arrivare al nonno, Renzo, l’ultimo a produrre imbottigliando.

Mauro, il papà di Paolo e Matteo (ma anche di Camilla, ancora troppo piccola per lavorare in azienda), era quello che voleva fare il metodo classico. Non la Romanella. La passione per la vigna tanta ma il non poter afre le cose come avrebbe voluto non ha prodotto altro che un allontanamento. Almeno fino alla morte di Renzo.

Papà faceva l’agente di commercio e vendeva macchine industriali. Alle quattro andava in vigna poi alle otto tornava a casa e partiva per farsi le sue due regioni: Lazio e Abruzzo. Ha fatto tanti sacrifici e ha portato avanti il vigneto anche quando nonno è morto. Il vigneto lo ha ereditato lui. È sempre stato quello più appassionato dei fratelli. Dal abbiamo iniziato a riconvertire i vigneti. Siamo entrati anche io e mio fratello. Eravamo piccolini ma già andavamo ad aiutare. 

Parlare con le persone aiuta a capire. Si capiscono le storie, i trascorsi, le vite. Le difficoltà, i momenti belli e quelli meno belli. Ti accorgi di tante cose che capitano anche nella tua vita o magari di qualcosa che hai sempre pensato essere lontano milioni di chilometri da te. Parlare con le persone aiuta a capire come si superano le difficoltà. 

Abbiamo levato il vecchio tendone ormai fuori uso. Dal 2008 al 2013 era stato un pò abbandonato per via di un tumore al cervelletto dei mio fratello. Non è stato un periodo semplice e la vigna venne abbandonata. Nel 2013 la riconversione partendo dai bianchi. Nel 2016 abbiamo levato i kiwi (due ettari e mezzo) e messo i rossi. Dal 2020 abbiamo acquistato il locale dove siamo adesso per fare il punto vendita. Poi il covid e non c’era nessuno per continuare i lavori. Così abbiamo deciso di allestire la cantina nel locale acquistato in paese. Nel 2020 la prima vendemmia cosi che la nostra avventura è partita.

Paolo mi parla con una serenità di animo incredibile per un ragazzo come lui. Ma rileggendo bene il virgolettato, la tragedia è tra le righe. Quella di un bambino, quella di una famiglia tutta. Superata si certo, ma comunque una tragedia. Che aiuta a crescere. Che solidifica. Ma che segna. 

Riconvertire è comunque la parola d’ordine. Non si tratta solo di convertire una vigna ma un modo di fare le cose. Prima di vino se ne faceva tanto e se ne vendeva ancora di più. Adesso se ne sarebbe prodotto poco e forse venduto ancora meno. Ma non poteva che essere così. Lo voleva papà Mauro. Neanche tanto per se stesso quanto per i suoi figli. 

Le prime annate le abbiamo imbottigliata subito. Erano tremila bottiglie per tre etichette. 1000 di Petit Verdot, 1000 di Roma DOC Malvasia Puntinata e 1000 di Cabernet Franc. L’annata 2020 di Cabernet Franc ha vinto anche la medaglia d’argento alla Città del Vino. Da lì abbiamo ampliato la produzione cosi da essere a 15000 bottiglie. Non imbottigliamo solo. Vendiamo in baking box. Queste ci hanno dato il pane quotidiano grazie al covid anche. 

Paolo è un ragazzo che sprizza felicità. Lo vedi schizzare da una parte all’altra della cantina. Lo incontri alle fiere del vino che saluta tutti con quel suo sorriso sornione. La voce squillante di chi fa qualcosa che lo fa stare bene. Lo completa. Una passione sconfinata che nasce durante il liceo scientifico. 

Erano gli anni della riconversione del vigneto. In primo liceo mi hanno bocciato. Avevo altre priorità. Pensavo ad un’altra cosa. Non che ora non ci penso. In estate mi sono fatto tutta la vigna per espiare le mie colpe. Invece è stata la miccia che ha scatenato tutto. Ho capito quanto possa essere bello stare immersi nella natura. Tutta la fauna che c’è. Siamo in una parte selvatica. Ci sono gli istrici, le poiane, i falchetti, le volpi, i cinghiali. Poi c’è la pace. Da li è partito tutto.  

Quando Paolo parla di “un’altra cosa” ridiamo di gusto. I miei ricordi di quando avevo quindici anni con gli ormoni in uno stato di elevato subbuglio mi fanno solidarizzare immediatamente con lui. Le bocciature non si giustificano mai ma se non altro si comprendono. Se non altro però, l’espiazione della colpa ha generato davvero una redenzione.

Ho continuato a fare il liceo ma ogni anno ero sempre più attivo. A settembre andavo in vigna e qualche giorno a scuola lo prendevo come pausa. 

Pause senza dispiaceri ovviamente. Però la passione per la vigna, l’aria aperta, la libertà, prendeva sempre più piede. Sarà che Paolo capisce che, come dice un vecchio proverbio romano

Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate.

(Chi si vuole divertire a Roma deve farsi prete).

È meglio insomma entrare in azienda se davvero i vuole divertire con il vino.

Sono entrato sempre di più in azienda fino a quando, da maggiorenne, sono entrato a tutti gli effetti. Finché conferivamo le uve il lavoro era in inverno. La vendemmia era molto più immediata. Raccoglievamo con la macchina. Adesso abbiamo risparmiato questa sofferenza alle viti perché la macchina le fa soffrire e tanto. Raccogliamo a mano e in cassette da venti chili, mai come così da avere grappoli interri evitando fermentazioni spontanee. Ogni anno abbiamo imparato cose nuove. Dal 2021 abbiamo iniziato a fare le fiere. Abbiamo vinto la menzione speciale come migliore azienda familiare del Lazio. 

È il 2016 quando Paolo entra in azienda. Papà, Mauro si barcamena tra la lavoro e azienda. Rispettato dai figli che, dotati (cosa rara) di una buona dose di umiltà, hanno sempre visto in lui capacità ed esperienza 

Noi non avevamo esperienza e lui ci ha insegnato. Papà faceva il rappresentante ma per la vigna ci è sempre morto. 

La mia è una storia di sacrifici. Adesso ho smesso di fare il rappresentante. È meglio stare in vigna. Ancora mi pago l’Enasarco. Però non si poteva abbandonare quel poco che avevamo costruito. Sia mia madre sia mio padre erano due famiglie che facevano il vino. Da sempre. Con mio padre c’è stato quell’attrito che ci ha allontanato. Poi mio fratello ha messo i kiwi, i babaco, le serre. Per me c’era solo il vino. Il kiwi viene dalla Nuova Zelanda ma che c’entra con noi? È vero che chi li ha fatti c’ha fatto i soldi però è pure vero che chi gestiva queste cose non sempre dava i soldi. I babaco ci hanno portato via tanti soldi. La pianta era favolosa me il frutto non era sto granchè. Un peperone dolce. Ha richiesto tanti soldi. Papà faceva il vino e lo metteva in bottiglie. Nel primo impianto venduto da queste parti con la sterilizzazione e non la pastorizzazione è stato il suo. Avevamo una tecnologia sull’imbottigliamento innovativa per queste parti. Il padre di mia moglie aveva fatto la pastorizzazione solo che rendeva i vini morti. Mantenere un vino era difficile specialmente dalla parti nostre con i bianchi.

Che meraviglia ascoltare questi ricordi. Mauro parla con la sua voce acuta e squillante. In poche parole Mauro descrive una storia. La storia della sua famiglia. Le difficoltà. Le speranze. I sacrifici. I contrasti. Tutti passati. Tutti messi da parte perché alla fine, gettare via tutto non si poteva. Per la famiglia. Per i figli. C’è un velo di sofferenza nel suo tono di voce. Qualcosa che arriva da dentro. Dal passato. Una tristezza latente.

Papà ha studiato agraria ed era partito per fare questo. Poi i casi della vita.. Nonno gli ha insegnato tutto. Con lui aveva un rapporto bellissimo. Ha imparato tutto dal nonno e adesso sta insegnando a noi. Piano piano ci ha dato più responsabilità. Ora in cantina c’è mio fratello Matteo mentre io mio occupo della parte commerciale e del vigneto insieme a papà. Sono diventato anche potatore. Ho imparato tante nuove tecniche.

Abbiamo un consulente enologico ma Matteo ha studiato per questo. Ha fato agraria e Velletri. Piano piano sta studiando o meglio stiamo spingendo perché diventi enologo.

Camilla ha sedici anni e pare che non ne voglia sapere nulla di vino. È presto per coinvolgerla ma la capacità delle donne in una azienda sono oro. Danno sempre una spinta propulsiva incredibile e instancabile 

Infine mamma Martina, la più contenta di tutti che vede una famiglia unita e coesa. Soprattutto felice. 

Non mi posso lamentare de sti ragazzi. Gli manca solo la responsabilità. Ancora non hanno capito che certe volte devono mettere al primo posto il loro futuro. Io cerco solo di indirizzarli. I vini li decidiamo insieme. Alle volte faccio degli errori e invece vengono ottimi vini. Prendo un pò dell’esperienza che mi hanno dato mio papà e mio nonno. Prima il vino era molto duro. Non era cosi. Adesso i profumi sono intensi. La bevibiiltà è fantastica. Prima si sentiva molto la solforosa. A me dava fastidio e ancora oggi mi da fastidio. Prima avevamo delle vigne con tutto dentro. Malvasia, Bellone, Trebbiano. La fermentazione era a temperature elevate. Adesso fermenta a tredici gradi uniformemente e lentamente. Se avessi detto a nonno di fermentare nel frigo mi avrebbe tirato una botte in testa. Nel 1982 volevo fare il metodo classico. Avevo preso le informazioni. Avevo i preventivi. Mio padre mi disse: ma come pretendi di mettere il vino nelle bottiglie e vende ‘na Romanella? Mio padre non capiva sebbene lui fosse stato uno molto avanti. Per lui però era una cosa che non andava. 

Quest’anno abbiamo imbottigliato la base per fare il metodo classico con il Bellone. Però non mi non mi pronuncio perché dobbiamo imparare. Prima ce lo beviamo noi. 

Sentire parlare Mauro con tutta la sua vibrante schiettezza è un tuffo nel passato. I ricordi di bambino, di quando mio padre mi portava a prendere il vino nelle cantine sociali dei castelli o nelle piccole botteghe. Le pizzerie con la Romanella e il vino nelle caraffe. Tutto mi sa di passato. Ma anche di grande modernità. Capire, nelle poche parole, la difficoltà di un uomo che avrebbe voluto fare cose diverse e innovative per l’epoca ma non era possibile. Si è sempre fatto cosi magari si sarà sentito rispondere Mauro. Produrre in maniera diversa, magari diradando in vigna o affinando in vino in cantina erano cose fuori dal mondo. Figuriamoci tenere le bottiglie ferme per qualche anno per produrre il metodo classico. 

Noi ci siamo dati un obiettivo. Offrire ad ogni cliente ma un prodotto che sia non dico perfetto ma quasi. Cerchiamo di fare ogni lavoro in modo rigoroso e pulito. Sulla pulizia siamo intransigenti. Siamo affetti da un disturbo compulsivo della pulizia. Tipo Malati di Pulito. Quello che fanno in televisione. Mio fratello ci fa arrivare certe bollette della luce e dell’acqua. Abbiamo tecniche di santificazione a vapore. Abbiamo investito tanto per ottenere vini puliti. Vogliamo trasmettere emozioni e far vivere la nostra storia fatta di travagli e di peripezie. Di varie generazioni che ci sono succedute e hanno lasciato un piccolo segno in questo ambito. Vogliamo far vivere ai nostri clienti tutta la nostra storia. È anche un’arma a doppio taglio perché non possiamo fare il vino come lo faceva nostro nonno. Non mi piace però definirli clienti ma persone.

C’è solo una cosa di filosofia. L’amore per la vigna e per il vino

È quello che stavo dicendo papà. Me interrompi sempre.

Eh sono il papà.

Sette i vini bianchi prodotti dalle Tenute Iacoangeli. Quattro bianchi e tre rossi. 

Tre vini bianchi in purezza da Malvasia, Bellone e Viognier; un blend, Roma DOC con Bellone (55%), Viognier (15%), Malvasia (30%).

Due rossi da Cabernet Franc e Petit Verdot in purezza e un blend tra gli stessi due.

Io ne ho assaggiati quattro.

Il primo è il Bellone Roma DOC. Un vino essenziale e diretto. Sapido e fresco con sentori essenziali di limone e della sua foglia; salvia e timo. Poi una bella e spiccata mineralità. Infine sentori di mandorla. Fresco, tutto molto fresco con la nota di mandorla dolce a creare un piacevole equilibrio. 
Anche in bocca freschezza e mineralità sapida si sentono esaltando la facilità di beva. Va giù come una lama e lascia la bocca fresca e vogliosa grazie all’agrume che c’è in maniera equilibrata e sobria. Molto intrigante proprio perché essenziale e non piacione. Persistenza bassa così da renderlo perfetto anche per un semplice aperitivo. Non è un vino da sensazioni particolari ma è così immediato e decisamente essenziale che a bottiglia si finisce con estrema facilità!

Sempre in tema di Roma DOC, la Malvasia Puntinata, un vino che definisco immediatamente, anticipando il giudizio finale, da applausi. Perché?
Già dal colore che è un bellissimo dorato. Lo si versa nel calice e c’è il primo wow. I sentori di mela, miele, mandorla, salvia, mentuccia, timo, agrumi, frutti tropicali, zenzero creano un meraviglioso mix che esplode anche per via del terreno vulcanico riconoscibile da un accenno di pietra focaia. Secondo wow. 
Il sorso è ampio, fresco, caldo con i suoi 15 gradi, molto sapido e tanto minerale. L’agrume che c’è nel sottofondo contribuisce a rinfresca e rigenerare la bocca. Il vegetale delle foglie di limone pulisce e dona equilibrio a qualcosa che dovrebbe, nell’immaginario, partire molto dolce. Terzo wow.
Intriga, strega e ammalia anche grazie ad un finale che vorrebbe andare verso l’amarognolo della mandola ma proprio non ce la fa. Applausi dunque.

Questi territori, prima del bianco erano da rossi. Il mercato ha portato ai bianchi. Qui si è sempre piantato rosso. Mio padre ha sempre avuto una parte di rosso in gamma. Noi ci abbiamo sempre creduto. Qui si piantava il Merlot, il Sangiovese, il Ciliegiolo. Adesso stanno prendendo vitigni importanti.

Sta arrivando il Cesanese, il Cabernet Franc.

Il rosso è il 1571, blend di Cabernet Franc e Petit Verdot con affinamento in acciaio (ho provato la versione 2021).
Colore rubino con un lievissimo riflesso porpora. I sentori sono immediatamente freschi e verdi con la frutta rossa non ancora matura che viene fuori roteando il calice: ciliegie belle e croccanti, prugna, sottobosco. Quello che mi piace di più è proprio la nota erbacea che impreziosisce confondendo il naso. Una intrigante sensazione di finezza. Sentori che diventano prima densi per poi trasformarsi in vivi e freschi.
Anche il sorso sa di verde sa di fresco. Sa di tannini maturi ai quali non posso che associare il colore verde. C’è pienezza di bocca ed una ottima sapidità che si trasforma però in elegante finezza verticale ma anche spigolosità. Come se fosse un caldo abbraccio nel quale le unghie nella carne sanno di passione. Un vino  che si dimostra dunque estremamente interessante nel suo sapere di terra, di verde, di vigoria, di impatto. Fine per la sua persistenza non particolarmente elevata ma comunque di rispetto. Due vitigni particolari che legati senza legno e con solo acciaio ne fanno una bottiglia da ricordare.

Infine un rosato, Diana, da Petit Verdot che è bello dal colore, affascinante dai sentori, convincente dal sapore.
Il colore è cerasuolo. Bello e limpido
I sentori sono di piccola frutta rossa come fragoline di bosco, ribes, arancia. Ma quello che spicca e mi lancia un bellissimo parallelo è che sembra di avere il naso in un bicchiere con del Campari dentro. Affascinante. Un Campari con sentori vinosi e un mix di dolce ed amarognolo.
In bocca ritorna il Campari con il finale lievemente amarognolo che si arricchisce grazie alla marcata mineralità cosa questa che, insieme al suo essere secco e fresco, comporta una buona persistenza.
Può accompagnare una pasta ma anche un aperitivo. Semplice, versatile, ben equilibrato. Cosa si può volere di più? Convincente!

 

Come espansione di terreno non abbiamo bisogno. Dobbiamo aumentare la qualità. Con i terreni possiamo arrivare fino a sessantamila annuali. Se capitano occasioni ci penseremo. A me piacerebbe il Semillon o il Petit Manseng. Ma vogliamo investire sull’ampliamento della nostra capacita di fuoco. Ad esempio il Viognier in purezza è stata una sperimentazione. Le ultime due annate sono state troppo calde con un vino da 16 gradi.

Noi vogliamo fare un passo per volta. In queste zone l’errore fatto è stato quello di grosse estensioni per poi non sapere cosa fare del prodotto finito. Cosi che facevano scendere il prezzo. Noi siamo contrario a questo. Prima devo conquistare il mercato soddisfacendo i clienti. Se aumentano i clienti allora bisognerà aumentare la quantità

La saggezza del padre. Di colui che ha vissuto il passato di queste zone. Lo scotto di aver sentito per tanto, troppo tempo, la stessa di Franco Silvestri.

Fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è

Non se ne poteva più di vedere imprenditori che acquistavano terreni con l’unico scopo di produrre di più a basso costo (e bassa qualità). 

I contrasti con il papà saranno stati anche per questo. 

Quando siamo usciti con il Cabernet Franc sfuso ci hanno preso per matti. Veniamo da un paese dove vendono lo sfuso a 1.80 a litro mentre noi lo abbiamo messo a 5 euro al litro. A meno di quello non esce. In un mese abbiamo finito tutto. 

Le persone sono molto attente a quello che vogliono bere. Non c’è più l’osteria perché si bevono tanti litri a settimana. 

Un cambio netto di filosofia, del modo di pensare e fare. Dal “tanto per farne tanto” a “poco per farlo di qualità”. Che però nessuno in nessuna zona d’Italia si azzardi a parlare. Qui, sui Castelli, si faceva esattamente come si è sempre fatto in ogni parte d’Italia. L’unica differenza è il tempo e la vicinanza di un bacino come quello di Roma che, per inciso, tutti i produttori vorrebbero frequentare. 

Ci tenevo a dire che siamo responsabili pure se papà dice il contrario. Dice cosi perché poi usciamo la sera a quando torniamo tardi abbiamo difficoltà ad alzarci ma ci alziamo lo stesso.

Che bello vederli battibeccare. Con il sorriso. Con gli sguardi compiaciuti di un padre che sa di avere avuto una immensa fortuna con due figli completamente immersi nell’azienda; con quelli di un figlio che non solo fa le cose con amore e passione ma vede riflesso negli occhi del padre, tanta soddisfazione. 

Il padre di mia moglie ha un negozio di abbigliamento e sarebbero potuti andare li a fare una vita meno dura e invece sono qui. Sono molto contento. Non abbandoniamo quello che è stato sempre fatto. 

Mauro se ne è andato in fine dei conti per dei contrasti ed è tornato quando aveva la consapevolezza di poter fare. Mollando tutto per star qui. Andare e tornare. Andare per poi tornare. Cosa è questo se non un vero insegnamento per i ragazzi? 

Si può scappare ma solo se si torna si ha il vero coraggio di affrontare la vita. Ed è per questo che a Mauro dedico una poesia di Trilussa, Vino bono. Non già perché beve del vino di Frascati ma per il finale che sa di luogo sicuro, di famiglia. 

Mentre bevo mezzo litro,
de Frascati abboccatello,
guardo er muro der tinello
co’ le macchie de salnitro.
Guardo e penso quant’è buffa
certe vorte la natura
che combina una figura
cor salnitro e co’ la muffa.
Scopro infatti in una macchia
una specie d’animale:
pare un’aquila reale
co’ la coda de cornacchia.
Là c’è un orso, qui c’è un gallo,
lupi, pecore, montoni,
e su un mucchio de cannoni
passa un diavolo a cavallo!
Ma ner fonno s’intravede
una donna ne la posa
de chi aspetta quarche cosa
da l’Amore e da la Fede…
Bevo er vino e guardo er muro
con un bon presentimento:
sarò sbronzo, ma me sento
più tranquillo e più sicuro.

PS I premi non hanno tardato ad arrivare!

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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