Il terzo tempo. Daniele Cusmano, Andrea Martinati e Tenute RaDe: un sogno di famiglia diventato squadra nel Monferrato
Un’amicizia nata su un campo da rugby, il sogno agricolo della famiglia Cusmano con vini che affidano al tempo la propria identità. Daniele Cusmano e Andrea Martinati raccontano Tenute RaDe, il Monferrato e una squadra che continua a giocare tra vigne, cantina e mercato.
Chiunque abbia frequentato un campo da gioco e appartenuto ad una squadra, sa che la partita occupa soltanto una parte della giornata. C’è il viaggio, le battute nello spogliatoio, l’attesa e una sana tensione che ciascuno prova a nascondere come può. Dopo la partita rimane il fango sulle gambe e i lividi che il lunedì si faranno ancora sentire. Nel rugby, diversamente da molti altri sport, c’è anche il terzo tempo, quando avversari e compagni si siedono allo stesso tavolo a ricordare le azioni, a sfottersi l’un l’altro ridendo. È la consapevolezza che si tratta di un gioco e i giocatori avversari, mai nemici, sono persone con le quali, dinanzi ad una birra, tutto scivola. Anche una sconfitta. Il rugby possiede ciò che il resto degli sport possedeva e ha, purtroppo, dimenticato. È una sorta di grazia che insegna a reggere l’urto e, subito dopo, a versare da bere a chi te lo ha dato.
Daniele Cusmano e Andrea Martinati si sono conosciuti così, inseguendo una palla ovale dal rimbalzo capriccioso e soprattutto il piacere di stare dentro un gruppo.
Andrea è un ragazzo alto e massiccio che rivela subito il suo passato da rugbista. Anche da quel sorriso che incarna alla perfezione l’anima del terzo tempo.
Ero assolutamente incapace. Ancora adesso, se guardo una partita, qualche regola mi sfugge. Però il gruppo era bellissimo.
Daniele lo ascolta con il sorriso di chi già sa il seguito e potrebbe correggerlo in almeno tre punti. Tra loro funziona così: uno apre il racconto, l’altro entra di lato, aggiunge il dettaglio che mancava e insieme finiscono per ridere prima della conclusione. Ascoltarli non solo è divertente ma mi conduce direttamente nella loro storia.

Le domeniche sul campo hanno lasciato ricordi che tornano nei racconti delle trasferte, degli infortuni, degli allenamenti da raggiungere macinando chilometri, dei compagni che con il passare degli anni hanno smesso di giocare rimanendo amici. Nel terzo tempo qualcuno ricostruiva la propria azione decisiva, qualcun altro ascoltava con la benevolenza di quelle imprese diventate leggenda magari quando i bicchieri erano già vuoti. Le partite finivano; la squadra continuava. Alcuni di quei ragazzi oggi lavorano in cantina, tra imbottigliamento e produzione, come se il campo avesse semplicemente cambiato forma.
Daniele e Andrea hanno condiviso, molto prima del vino, merende, birre, serate, fatiche, svolte personali e un tratto di vita in cui gli amici assistono ai nostri cambiamenti quasi senza far rumore. La complicità che portano oggi in azienda nasce da lì, dal tempo trascorso insieme quando nessuno dei due doveva dimostrare qualcosa all’altro. Si punzecchiano, discutono, alzano il tono e trovano una sintesi. Quasi come accadeva in campo dove ci si poteva scontrare e un minuto dopo tornare a sostenere il compagno.
Dietro questa allegria c’è una storia familiare cominciata nel 1988, quando Raimondo Cusmano e sua moglie scelgono la campagna al posto di Milano e acquistano un’azienda agricola tra le colline astigiane. Daniele è nato in città, ma i suoi ricordi hanno presto preso il colore della terra.
All’inizio venivamo soltanto nei fine settimana. Poi, nel 1996, ci siamo trasferiti definitivamente qui. La prima vendemmia l’ho fatta quando ero ancora bambino.
La madre aveva conosciuto la campagna durante le vacanze dagli zii nel Pavese, il padre portava con sé una formazione agraria e il desiderio di dare forma ad una vita diversa. Il Monferrato diventa così casa. L’impresa, l’azienda, arriva dopo.

A San Marzano Oliveto le colline si inseguono senza ostentare nulla. I vigneti cambiano luce nello spazio di poche ore e il lavoro agricolo rende fattiva ogni idea. Da qui la famiglia ha allargato il proprio sguardo verso l’Alta Langa e i Colli Tortonesi, seguendo uve e territori differenti con la convinzione comune di accompagnare il percorso che va dalla prima foglia alla bottiglia. Questo porta il nome Tenute RaDe. Quelle sillabe uniscono Raimondo e Daniele, il fondatore e il figlio che ha raccolto il progetto dopo essersi formato in enologia ed essere entrato in cantina da ragazzo.
Alla fine il sogno dei miei genitori l’ho preso io.
Orgoglio, fatica e quella responsabilità che negli anni ha cambiato destinatario. Prima riguardava il padre e la madre. Oggi comprende il gruppo cresciuto intorno all’azienda.
Quando tutto funziona ed hai persone attorno che credono nel progetto, è molto bello. Le difficoltà arrivano, si superano faticando e si va avanti.
Un tono che è leggero, scanzonato, quasi volesse proteggere la parte più fragile della scelta. La sensazione di chi trasforma un’eredità affettiva nel proprio lavoro quotidiano.

Andrea non arriva al vino in maniera diretta. Ha studiato nautica, collezionando note in condotta perché parlava sempre (non faccio fatica a crederci) e capendo presto che quella facilità di relazione poteva diventare un mestiere. Lavora come commerciale in settori legati alla pasticceria, alla gelateria e alla ristorazione, mentre l’amicizia con Daniele continua tra rugby e terzi tempi. In una di quelle serate arriva il primo esperimento: Daniele gli affida alcuni campioni e gli propone di provare a venderli.
Io sul vino avevo pochissima esperienza. Ho iniziato a berlo praticamente l’altro ieri. Le prime prove furono tragiche: andavo dagli amici che avevano un locale, facevo assaggiare le bottiglie e loro mi dicevano di restare lì. Così finivamo per provarle insieme. Io dovevo imparare.
Andrea ride, Daniele pure. Il ricordo parla di goffaggine felice degli inizi. Il venditore cresce ascoltando una persona, poi dieci, poi cento, raccogliendo il linguaggio di chi sta dall’altra parte del banco e riportandolo in cantina. A conquistarlo non sono i dettagli tecnici, è l’identità dei vini.
Il lavoro insieme arriva solo più tardi, quando Andrea si avvicina ai quarant’anni e sente che l’impiego di allora ha esaurito la propria spinta. Lo racconta a Daniele durante un evento come fosse una delle tante confidenze scambiate negli anni. Daniele gli fa una proposta.
Se ti va, vieni con noi.
Poche parole che rappresentano fiducia, conoscenza reciproca, libertà, vita.
La cosa bella è stata la carta bianca. Per uno che deve costruire una rete commerciale significa tantissimo. Se alle otto di sera sto ancora parlando con una persona che domani potrebbe credere nei nostri vini, guardare l’orologio serve a poco.

Da allora si sostengono proprio dove l’altro ha più bisogno. Daniele conosce la vigna, immagina i vini, accetta il rischio della sperimentazione; Andrea attraversa ristoranti, enoteche, fiere e distribuzioni, ascolta il mercato e riporta in azienda domande concrete. Quando propone un’Alta Langa più giovane, lo fa perché distributori e clienti stanno chiedendo quel passo. Daniele dapprima ragiona, poi prende l’idea come una sfida. Quando una riserva sembra più difficile da collocare, arrivano Roma e Torino a ricordare a entrambi che un vino può aspettare anche il proprio pubblico. La loro dialettica ha la vivacità tipica di una partita: avanzano, si placcano sulle idee, proteggono la palla e cercano insieme lo spazio giusto.
Serve una persona che ti dica cosa succede dall’altra parte, cosa cercano i consumatori, quale prodotto funziona e dove possiamo concentrare le energie.
È Daniele a riconoscere una fiducia e Andrea la restituisce con la presenza che supera l’orario e spesso anche il ruolo. In fondo, in un’amicizia il confine fra lavoro e vita resta mobile. Hanno attraversato matrimoni, figlie, relazioni a distanza, cambiamenti e infortuni; sanno quando scherzare e quando lasciare all’altro il tempo di rimettere in ordine i pensieri. In cantina questa intesa diventa atmosfera. Il piacere di stare insieme è più forte di qualunque strategia di comunicazione.
La filosofia di Daniele emerge con chiarezza quando il discorso scivola sul tempo.
Mi piace vedere dove può arrivare un vino.
La sua curiosità parte dalla vigna e continua in cantina, dove l’attesa diventa parte del lavoro, quasi una materia da modellare. Daniele accompagna il vino, ne osserva i cambiamenti, accetta quei passaggi in cui sembra rallentare e gli concede lo spazio necessario per trovare una voce compiuta. In un mercato sedotto dalla prontezza, questa pazienza assume il valore di una scelta precisa.
L’Alta Langa Pas Dosé Riserva 2015 porta questa idea fino in fondo. Nasce da Chardonnay e Pinot Nero e rimane sui lieviti per settantanove mesi, un arco temporale che trasforma l’immediatezza del frutto in una trama più profonda.
Il colore paglierino conserva una luce viva, mentre dal calice emergono crosta di pane, agrumi canditi, frutta bianca matura e mandorla tostata. Il perlage è minuto, continuo, ormai parte della materia del vino. In bocca entra con ampiezza, trova subito una vena sapida e prosegue con una verticalità che alleggerisce la struttura, lasciando affiorare il carattere asciutto del dosaggio zero.
È un vino maturo e ancora vitale, capace di tenere insieme profondità e slancio, come certi giocatori che dopo anni sul campo hanno imparato a leggere la partita prima che l’azione cominci.
È anche il vino che ha regalato a Daniele una felicità quasi infantile quando, al termine di una degustazione alla cieca, è arrivato un riconoscimento nazionale.
Sono saltato come un bambino. Un premio così ti dice che forse qualcosa di buono lo stai combinando.
Andrea conosce bene questa ostinazione e sa anche quanto sia difficile raccontare al mercato vini che chiedono ascolto. La ritrova nell’Alta Langa Pas Dosé Millesimato 2019, dove il tempo assume un significato diverso, più scattante, più convinto. Mostra l’altro volto della stessa idea.
Il colore è ancora paglierino, attraversato da riflessi verdolini, mentre il perlage sale finissimo e continuo. I primi sentori sono vegetali, seguiti dalla crosta di pane, dal lime e dalla scorza di limone. La mineralità cresce nel bicchiere e prepara un sorso in cui il dosaggio zero si presenta con una spinta acida netta, sostenuta da una sapidità profonda.
La bollicina diventa quasi evanescente, attraversa la bocca e la lascia pulita, elegante, delicata. Sapidità e perlage trovano un equilibrio sorprendente, un incontro tra energia e finezza che continua a tornare alla memoria anche dopo il sorso. È uno di quei vini che girano nella testa, riaffiorano, chiedono un altro assaggio per comprendere fino in fondo una profondità capace di evitare ogni pesantezza. Chi ama il dosaggio zero vi ritrova purezza, precisione e una tensione che resta viva senza irrigidirsi.
Tra la Riserva 2015 e il Millesimato 2019 sembra di vedere Daniele e Andrea durante una delle loro discussioni. Il primo difende il valore dell’attesa, il secondo porta la voce di chi cerca un vino più giovane, immediato da proporre e capace di aprire nuove porte. Due tempi differenti della stessa partita. La Riserva custodisce la profondità di ciò che ha attraversato gli anni; il Millesimato possiede il passo rapido di chi avanza, vede uno spazio e decide di entrarci.
Il terzo vino porta il racconto ancora più lontano. Tre Pupitres nasce dal Timorasso della vendemmia 2016, rimane ottanta mesi sui lieviti e viene sboccato nel 2024. Già il colore, paglierino molto scarico con riflessi verdognoli, suggerisce un’identità tesa e luminosa. Al naso arrivano limone, salmastro, crosta di pane, cedro, foglie di mandorlo e fieno, profumi che uniscono la natura del vitigno all’evoluzione del Metodo Classico.
In bocca entra diretto come una lama, poi si allarga e lascia emergere tutta la freschezza del Timorasso. Il perlage è finissimo, il limone incide il sorso con precisione e il finale quasi amarognolo pulisce il palato, lasciandolo fresco e incredulo. La mineralità accompagna ogni passaggio. È una sensazione insolita, inaspettata, intensa e insieme delicata: una lama che attraversa il burro caldo.
Tre Pupitres racconta il lato più curioso di Daniele, la sua inclinazione a prendere un’uva conosciuta per la profondità dei vini fermi e condurla verso un’espressione diversa. Dentro conserva il rigore del Timorasso, la tensione, la materia, quel carattere che emerge lentamente e chiede tempo. Il Metodo Classico gli aggiunge un movimento nuovo, una leggerezza capace di rendere ancora più evidente la parte minerale e salmastra. Più che un esercizio tecnico sembra una domanda affidata al vino: fin dove può arrivare?
La risposta vive in questi tre calici. La Riserva 2015 ha la maturità di chi conosce il peso e il valore del tempo, il Millesimato 2019 porta freschezza, sapidità e una bollicina che sembra dissolversi lasciando soltanto eleganza, mentre Tre Pupitres 2016 trasforma la sperimentazione in sorpresa. Tre modi diversi di interpretare l’attesa, tenuti insieme dalla stessa inquietudine creativa e dalla complicità tra Daniele, che immagina ogni nuova strada, e Andrea, che cerca il modo migliore per farla arrivare agli altri.
Queste diverse interpretazioni del Metodo Classico nascono in parte dai vigneti e in parte dalla loro indole. Daniele ama esplorare; Andrea sa che una gamma capace di attraversare espressioni, annate e tempi di affinamento differenti permette alla cantina di dialogare con pubblici diversi. I numeri restano misurati, alcune etichette sono chicche di poche bottiglie, e proprio questa scala consente di tentare. Accanto alla linea Tenute RaDe, l’esperienza commerciale della famiglia ha generato progetti su misura e cocktail a base vino, un modo concreto per sostenere l’azienda e continuare a investire nei vini che ne esprimono il volto più personale.
Daniele è chiaro e concreto come non può essere altrimenti chi ha una azienda.
Dobbiamo viverci di questo. Cerchiamo di far convivere la nostra filosofia, quello che ci piace, con quello che si vende.
L’impresa agricola riacquista la propria verità. La poesia della vigna vive insieme alle fatture, ai collaboratori, alle annate difficili e alla necessità di costruire una base solida. Andrea lo aiuta a tenere aperta quella finestra sul mercato; Daniele protegge l’identità del vino. Nessuno dei due vince da solo, e probabilmente è questo il loro vantaggio.

Quando provano a immaginarsi fra vent’anni, Andrea sceglie un’immagine semplice.
Mi piacerebbe entrare in un ristorante e trovare una nostra bottiglia sul tavolo accanto.
Daniele parla di linee capaci di far lavorare tutti, di una presenza più forte nella ristorazione, della serenità necessaria per viaggiare, proporre e comunicare. Nessun trofeo solitario. Ancora una volta il desiderio riguarda la squadra.
Il terzo tempo, in fondo, serve anche a questo: restituire ogni impresa alla sua misura umana. Dopo la fatica, qualcuno versa da bere; dopo una discussione, arriva una battuta che rimette in ordine le distanze; dopo un’annata complicata, una bottiglia trova il proprio tavolo. Raimondo ha portato un sogno da Milano al Monferrato, Daniele gli ha dato una voce nuova, Andrea lo accompagna nel mondo con l’allegria di chi sa che lavorare insieme può ancora significare condividere la vita.
La palla ovale ha smesso da tempo di rimbalzare davanti a loro. Il gioco continua fra i filari, in cantina, dentro ogni viaggio e in quelle idee che passano dall’uno all’altro prima di diventare vino. Alcune amicizie cambiano campo senza cambiare squadra. E forse la fortuna più grande è proprio questa: arrivare al proprio terzo tempo avendo ancora accanto le persone con cui si è cominciato a giocare.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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