Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuore
24 Apr 2026
Suggestioni di Vino

Terre di Marfisa. Nathalie Clarici e la scelta del cuore

 

Lei senza l’elmo el viso non nasconde:
Non fu veduta mai cosa più bella
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso

A Farnese, tra tufo e memoria, una figlia trasforma l’amore in vino

Farnese non è un posto che si sceglie per caso. Lo si raggiunge seguendo qualcosa. Un ricordo, una promessa fatta a se stessi o, più spesso, il filo sottile e tenace che lega le persone ai luoghi dove sono state felici prima di sapere di esserlo. È un paese costruito su una montagna di tufo, nella Tuscia laziale, dove i vulcani si sono spenti ventimila anni fa lasciando dietro di sé una terra minerale, densa, quasi mistica. Pochi abitanti, boschi incontaminati, una biodiversità intatta che parla sottovoce a chi sa ascoltare.

Dal poggio di Terre di Marfisa, in località Le Sparne, si vede il lago di Bolsena. Una distesa di acque argentate. Tutto intorno un silenzio che non è vuoto ma pieno. Pieno di storia, di radici, di quella qualità dell’aria che ti fa sentire di respirare qualcosa di antico. È qui che Nathalie Clarici ha costruito qualcosa di vero e nel costruirlo, le è costato tutto.

Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuore

La guerriera e la nonna

Il nome dell’azienda viene da Ariosto. Dalla guerriera saracena dell’Orlando Furioso, donna di straordinaria bellezza e forza, imbattibile in battaglia. La Marfisa che ha dato nome a questo posto non era una guerriera. Era una nonna.

La nonna ha dato il nome all’azienda. Suo papà era appassionato dell’Orlando Furioso e scelse il nome della guerriera Marfisa.

Quando Nathalie lo racconta, c’è qualcosa di tenero e divertito nel tono. Come se l’incongruenza, nonna mite contro guerriera epica, le piacesse. Come se capisse che in fondo non è poi così incongrua.

Marfisa nasce a Farnese, nella Tuscia. Poi si trasferisce a Roma, dove incontra Nicola Clarici, l’uomo della sua vita. Cinque figli, quattordici nipoti. Nicola comprò un casale proprio a Farnese. Per tornare alle origini, per dare alla famiglia un posto dove ritrovarsi. Una chioccia guerriera, dice Nathalie con affetto. Perché per governare una famiglia di quella dimensione ci voleva polso fermo e molta forza.

Un casale molto grande, bellissimo. Andavamo tutti a passare le vacanze: i cinque figli di mia nonna con i rispettivi e i quattordici nipoti. Non è che fossimo tutti li contemporaneamente, ma eravamo veramente tanti. Mio padre ha vissuto l’infanzia delle vacanze in questo posto. Era legato alle scorribande con suo cugino. Invece poi siamo arrivati noi, la seconda generazione, e ce la siamo proprio goduta. La natura. Le olimpiadi. Ricordi che rimangono nel cuore.”

Sento in quelle parole qualcosa che riconosco. Quel sapore specifico dei luoghi dell’infanzia, che non è mai solo geografico. È sensoriale, affettivo, quasi fisico. Certi odori, certi suoni, certe qualità della luce che ti restano incisi dentro a una profondità a cui la memoria razionale non arriva. E quando quegli stessi luoghi scompaiono, quando vengono venduti, divisi, ceduti al tempo o agli eredi sbagliati, la ferita è diversa da ogni altra perdita. È come se ti portassero via un pezzo di quello che sei stati.

Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuore

Il casale perduto

Quando i nonni morirono, Bruno, il papà di Nathalie, unico maschio tra le sorelle seppur il più giovane, tentò di raccogliere la famiglia attorno a un progetto comune. Trasformare il casale in qualcosa di condiviso, magari un agriturismo. Una utopia, come spesso sono le cose che dipendono dall’accordo di molti eredi. Il casale andò ad una delle sorelle e a Bruno rimase il dolore silenzioso di chi ha visto sparire qualcosa di irrecuperabile.

Bruno era imprenditore edile. Un uomo d’altri tempi nel senso migliore: concreto, visionario a modo suo, capace di costruire, letteralmente. Ma l’edilizia romana aveva imboccato quel girone dantesco che tutti conoscono: si costruisce poco e sempre ad opera degli stessi. Fu così che Bruno diversificò: affitti temporanei, una casa di riposo, e poi, nel 2009, quella proposta di acquisto che cambiò tutto.

Nel 2009 misero in vendita questo podere di 23 ettari esattamente confinanti con quello di famiglia. Dal poggio si vede la vecchia casa dei miei nonni. Mio padre decise di comprarlo. Io lavoravo ancora in TIM.

Ventitré ettari. Confinanti con il casale di famiglia. Dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. C’è qualcosa di struggente in questa geografia. Il nuovo progetto che nasce esattamente accanto a ciò che è andato perduto, come un organismo che ricresce intorno alla ferita. Bruno non stava solo comprando terra. Stava cercando di riportare a casa qualcosa che gli era stato tolto.

La figlia di Bruno

Nathalie aveva trentanove anni quando suo padre le propose di seguire il progetto. Lavorava in TIM da dieci. Era entrata nel 1998, quando l’azienda aveva tre anni di vita e l’entusiasmo di chi stava inventando il futuro. Pianificazione strategica. Un ambiente giovane, brillante, fatto di possibilità.

Laureata in Economia e Commercio, master in gestione d’impresa, due figlie piccole. La TIM non le consentiva più il part-time dopo le bambine. Suo padre le proponeva una nuova avventura. La matematica era semplice.

Il motivo per cui ho fatto questo salto, alla fine, è mio padre. L’affetto e la fiducia immensa che avevo nei suoi confronti e quindi l’idea di condividere questo progetto con lui. Ho creduto talmente tanto in lui che per me era scontato andare avanti insieme e credere in quello che voleva fare.

Mentre Nathalie parla di suo padre, qualcosa cambia nella sua voce. Una qualità diversa. Non è solo amore filiale. È ammirazione. La stessa che si prova per qualcuno che ti ha mostrato come si sta al mondo. Bruno non c’è più. Lo capisco da come lei ne parla, con quel presente che ogni tanto scivola in passato, con quella luce negli occhi che è insieme felicità e assenza. Non chiedo. Certe cose non si chiedono.

Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuore

Costruire da zero

Ventitré ettari tutti coltivati, ma con tante potenzialità ancora inesplorate. Ci sono i finanziamenti per gli agricoltori under quaranta. Nathalie è a trentanove anni, il tempo è esatto. Si piantano cinque ettari di olivo con millequattrocento piante, sei ettari di vigna. Si costruisce la parte edile sfruttando tutta la cubatura disponibile. Nel 2015 nasce la cantina. Nel 2018 quello che doveva essere un frantoio diventa una SPA.

I clienti sono certamente più contenti di avere una SPA che un frantoio.

Lo dice con un sorriso pragmatico che mi piace molto. Non c’è rimpianto. C’è la saggezza di chi ha capito che un progetto agricolo non si può costruire in laboratorio. Va lasciato crescere, va ascoltato, va lasciato cambiare forma man mano che la realtà ti parla.

Intorno ci sconsigliavano tutti di fare vino. Qui è zona vocata per l’olio, dicevano. Ma le aziende toscane che arrivarono per lo scasso del terreno rimasero affascinate da quella terra.Ci dicevano: questa terra è bellissima, ce la vogliamo portare via.

Il territorio vulcanico della Tuscia. Il Vulsino, il Vicano, il Cimino. Tre complessi attivi fino a ventimila anni fa che hanno lasciato nei suoli una concentrazione minerale che pochi territori al mondo possono vantare. Terreni profondi, ricchi, con una capacità di trattenere e trasformare che sorprende ancora chi ci lavora.

Il caso e il destino: i vini

La scelta dei vitigni è la parte che mi fa capire come a volte le cose migliori nascano dall’assenza di un piano rigido. Accanto al Sangiovese e al Vermentino, più o meno tipici di queste zone di confine con la Maremma Toscana, Terre di Marfisa propone qualcosa di inaspettato: Incrocio Manzoni, Syrah, Petit Verdot.

Cercavamo nei rossi qualcosa che facesse da spalla al Sangiovese e l’enologo che ci seguiva propose il Petit Verdot. Ci siamo comprati una bottiglia e abbiamo provato.

Questo dettaglio mi colpisce sempre, nelle storie dei produttori. La bottiglia comprata al supermercato o all’enoteca per decidere se piantare un vitigno. C’è qualcosa di meravigliosamente artigianale in questo metodo. Nessuna analisi di mercato, nessuna proiezione economica. Solo un palato, un bicchiere, una conversazione.

L’Incrocio Manzoni, nato dall’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco, vitigno che nel Nord-Est italiano produce vini eleganti e floreali, qui, su questi terreni vulcanici, si trasforma completamente. Nathalie lo racconta con l’entusiasmo di chi ha assistito a qualcosa di inaspettato.

L’Incrocio Manzoni sui nostri territori ha un risultato completamente diverso da quello che ha nel Nord Italia. Quando lo assaggiavamo in vasca non usciva niente, ma poi lo mettevo in bocca e c’era un’esplosione, un’intensità, una pienezza pazzesca.”

Ne nasce Zamathi Iris, il bianco blend che mescola Vermentino e Incrocio Manzoni. Un vino che non è né nordico né mediterraneo, che non appartiene a nessuna tradizione riconoscibile, e proprio per questo racconta un luogo con una precisione assoluta. Il tufo sotto, il sole sopra, la mineralità che sale come un respiro.

Poi c’è Zamathi, Vermentino in purezza, il vino che Nathalie sente più suo.

Il Vermentino è il vino che mi rappresenta. È il vino per cui mi conoscono. Zamathi

Zamathi. Mi chiedo l’origine del nome mentre lei parla. C’è qualcosa di antico in quella parola. Potrebbe essere etrusco, potrebbe essere un nome della Tuscia pre-romana. Non glielo chiedo in questo momento. Alcune cose è bello lasciarle nell’alone del mistero.

Zamathi 2022 Vermentino IGP Lazio

Il nome viene da lontano, dall’etrusco, oro. Già questo dice qualcosa sul carattere di chi l’ha scelto. Porta in sé la memoria geologica del suolo, quella mineralità antica che il tufo cede lentamente, con una certa ritrosia, come chi non regala nulla ma, quando dà, dà tutto.

Nel bicchiere si presenta con un giallo paglierino luminoso, diretto, senza reticenze. Al naso apre con pompelmo e mela verde, poi si distende verso qualcosa di più morbido e solare come mango, camomilla. Un eco quasi di miele, albicocca, un filo di agrumi maturi. C’è un accenno vegetale, leggero, che non disturba ma alleggerisce il quadro, gli dà respiro, lo salva da qualsiasi rischio di compiacimento dolciastro.

In bocca la sapida dolcezza non è del tipo che ti aspetti da un Vermentino. Qui è minerale non salmastra. Non ti aspetti la grassezza o larghezza generosa che si stende lenta. La verticalità ne risente un poco, è vero.  Zamathi non è un vino che scende dritto come una lama. Preferisce aprirsi orizzontalmente, occupare lo spazio con una certa sicurezza. Il finale è il momento migliore per via di una arancia amara, precisa e lunga, che pulisce e invita. Fresco, sapido, con albicocca e agrumi che tornano a fare capolino come in un ritornello che si aveva voglia di risentire.

Un bianco che sa dove abita. In quella casa tufacea, vulcanica, lambita dal vento del mare che si rispecchia in ogni sorso.

Tesham IGT Lazio. Sangiovese in purezza

Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuoreTesham in etrusco: curare. Forse una dichiarazione d’intenti. Il vino come gesto di cura verso la terra, verso la vite, verso chi lo riceve nel bicchiere.

Il Sangiovese qui non ha nostalgie toscane. Nasce su suoli tufacei e vulcanici, a 380 metri, dove il vento dal Tirreno arriva ancora con il sale addosso e dove la roccia detta al frutto una mineralità senza mediazioni. Non c’è dolcezza compiacente in questo vino ma quel carattere mostrato già dal quel colore rosso rubino profondo che sembra custodire qualcosa.

Al naso si apre con una franchezza disarmante: frutti rossi maturi (ciliegia, melograno, piccoli frutti selvatici) e poi una vena speziata sottile che non sopraffa, accompagnata da un accenno di viola quasi terrestre, come fiori raccolti dopo la pioggia. Il legno, usato con misura su una parte della massa, non lascia firme invadenti. Solo un’ombra morbida, appena abbozzata.

In bocca il Tesham ha nerbo e al tempo stesso bevibilità sorprendente. Quella che si ottiene solo quando acidità e tannini trovano il punto d’equilibrio giusto senza che nessuno abbia forzato nulla. La chiusura, lunga e pulita, riporta alla terra da cui tutto è partito: minerale, persistente, onesta.

Un vino che cura non nel senso di lenire, ma del prendersi cura. Di chi lo beve come del luogo che lo ha generato e della storia che porta in sé.

E poi La Cava, il rosso blend di Syrah e Petit Verdot, nato anch’esso per caso : due vasche vicine, un taglio fatto quasi per gioco, la scoperta improvvisa di qualcosa di straordinario.

Syrah e Petit Verdot è nato a caso. Facevamo la vinificazione sempre separata e nella vasca accanto al Petit Verdot c’era quella del Syrah. Abbiamo fatto il taglio nei bicchieri e ci è piaciuto subitissimo. È venuto un blend 50 e 50.

Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuore
La pietra che diventa vino

Nella storia di certi luoghi accade che la memoria geologica smette di essere archeologia e torna a essere vita. Questo è, in fondo, il miracolo silenzioso che compie LaCava il cui nome è quello di una vecchia cava di tufo, con il suo microclima sospeso tra roccia e aria, che diventa origine, rifugio, destino di due vitigni internazionali adottati dalla Tuscia come figli propri.

Syrah e Petit Verdot, in parti uguali, crescono su un suolo vulcanico che non dimentica niente. Che porta in sé le tracce di eruzioni remote, di un fuoco spento da millenni ma non del tutto. Cè qualcosa in LaCava che non si risolve mai del tutto in eleganza, ma resta lì, sordo e vivo, come un basso continuo sotto una melodia.

Il colore è un rosso rubino profondo, quasi materico, con riflessi granato che virano verso il viola nelle zone di luce. Non un colore decorativo. Un colore che pesa, che denuncia la concentrazione prima ancora che il naso la confermi.

Il naso, appunto. Ci vuole un attimo di pazienza, come con le persone che non si svelano subito perché arrivino i frutti di bosco, la ciliegia nera matura, la mora. Non dolciastri, non confetturati, ma pieni, precisi come note battute forti su uno strumento accordato bene. Seguono vaniglia e tabacco: presenze delicate, residui di un passaggio in barrique di rovere francese che non soverchia il frutto ma lo incornicia. A chiudere il cerchio, le note speziate e balsamiche, quasi mentolate, e quel fondo minerale che ricorda la pietra bagnata, il tufo scavato, la terra dopo la pioggia d’autunno.

Il sorso è pieno, costruito, con una struttura tannica che si fa sentire ma non aggredisce. I tannini accarezzano più che mordere. Lasciano la bocca pulita e vogliosa di tornare. La chiusura è lunga, persistente, con quella eco speziato e minerale che resta come il ricordo di una conversazione importante: non ti abbandona subito, ti accompagna ancora per qualche minuto dopo l’ultimo sorso.

È un vino che ha senso berlo con un piatto generoso così come la sera, quando il silenzio della Tuscia diventa audibile e ci si ritrova a pensare a quanto la terra, se la ascolti davvero, abbia ancora molto da raccontare.

Sette vini in tutto. Nessuno programmato a tavolino. Tutti nati dall’ascolto del territorio e del cuore.

 

La guardia e il sogno

Oggi Terre di Marfisa produce ventimila bottiglie all’anno, in biologico. Sette ettari di vigna potrebbero produrne molte di più, ma non è quello il punto. Il sessanta per cento dei visitatori dell’agriturismo arriva ora dall’estero. Erano il quindici per cento fino a qualche anno fa. I vini trovano strada sui mercati internazionali.

Quando leggo delle recensioni, mi commuovo perché vedo che sono riuscita a trasmettere esattamente lo stato d’animo. Vorrei che le persone che vengono qua vivessero questo posto con il piacere con cui io vivevo la Farnese di quando ero piccola.

Suo marito è venuto ad aiutarla qui. Le figlie crescono. Bruno non c’è più. Ciò che conta però è che dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni.

Vorrei che papà la vedesse completamente attiva e con il tasso di occupazione delle camere all’80, 90%, con i vini sui mercati esteri. Lo sviluppo di quello che sto portando avanti.

C’è qualcosa di antico in questo desiderio. La figlia che costruisce per il padre che non c’è più, che trasforma il lutto in progetto, l’assenza in presenza. Bruno guarda ancora dal poggio, ne sono certo. Guarda la terra che aveva scelto, la vigna che aveva piantato, la figlia che aveva scelto lui.

Penso a Marfisa. Quella vera, la guerriera di Ariosto. E alla nonna che porta il suo nome. Penso a come certi nomi scelgano le persone, non il contrario. Nathalie Clarici non è una guerriera nel senso epico. Ma ha la stessa qualità di chi non si piega, di chi continua, di chi trasforma la perdita in radice. Ci sono vini che assaggi e senti qualcosa di più del vino. Senti un territorio, una storia, una persona che ha deciso di restare. Zamathi è uno di questi. Terre di Marfisa è uno di questi posti.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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