La Xylella. È la nuova Fillossera?
19 Nov 2025
BlendNews

La Xylella. È la nuova Fillossera?

 

Chiunque si sia approcciato in maniera non solo alcolica al mondo del vino avrà sentito parlare della Fillossera, un insetto, di origine americana che attaccava in America l’apparato fogliare, in Europa quello radicale. Venne definito un flagello visto che distrusse intere regioni vitivinicole mettendo a rischio l’intero mondo del vino. Poi si compresero le diverse resistenze delle diverse specie di viti e partì il più grande scambio scientifico della storia tra Europa e America. Pensate se ci fosse stato Trump a quei tempi!

Chissà se i negazionisti c’erano anche allora. Quelli del COVID abbiamo imparato a conoscerli con gli interminabili dibattiti televisivi. Ve li ricordate? Ecco, di quelli io ricordo l’assurda contrapposizione tra scienziati e ignoranti travestiti da tuttologi dove ignorante non deve necessariamente essere identificata come una offesa ma per il vero senso della parola: colui che non sa.

Nell’era di internet e dei social sembra valere l’opinione di tutti. Uno vale uno, si sente dire. Può e deve essere una equazione valida quando si esprimono opinioni ma non quando l’argomento è scientifico. La scienza non è democratica poiché si basa su studi e dati. Solo su questi due elementi, ci si può confrontare.

Emergono i negazionisti e vengono applauditi da un popolo stolto quando affermano come i dati siano falsi, inventati, mai esistiti. Un pò come chi considera la terra piatta o che siamo tutti pupi dell’opera dei pupi manovrati dalle grandi lobby.

Ritornando alla Fillossera, all’epoca gli imbonitori e i falsi scienziati proliferavano così che c’era chi venne spinto a debellare la malattia con metodi artigianali o pratiche diverse. Senza successo ovviamente. Qualcuno diceva che sui suoi terreni e grazie al proprio metodo, la Fillossera non faceva danni. Poi si scoprì che su terreni vulcanici e sabbiosi, l’insetto non riusciva a proliferare. Un fatto fisiologico non certo dovuto a pratiche esoteriche.

Solo la scienza riuscì a debellare il cataclisma.

E se una nuova Fillossera si stesse affacciando proprio ora? Se il tanto vituperato e controverso cambiamento climatico stesse favorendo un nuovo elemento patogeno in grado di distruggere tutte le cultivar della vite?

Quella che può sembrare fantasia, fantascienza, allarmismo è purtroppo realtà. Taciuta, non sbandierata ma una realtà per la quale non serve essere negazionisti o superficiali. Semmai più realisti del re per agire prima che sia troppo tardi.

Avrete senz’altro sentito parlare della Xylella, un batterio diffusosi a partire dai primi anni 2000 in Puglia che ha comportato l’estirpazione di milioni di piante, anche secolari mettendo, di fatto, in ginocchio migliaia di agricoltori.

La Xylella. È la nuova Fillossera?La Xylella fastidiosa subsp. pauca è il patogeno responsabile dell’ecatombe. Si insinua nell’apparato linfatico ostruendolo e impedendo all’acqua e alle sostanze nutrienti di arrivare fino alle foglie. Di fatto provoca la morte della pianta. La Xylella fastidiosa subsp. pauca non attacca la vite. Quella fastidiosa subsp. fastidiosa si però, provocando la medesima fine. Gli effetti per il territorio e l’economia potrebbero essere ben peggiori della Fillossera poiché la soluzione, oltre a non essere ancora a portata di mano, richiede tempo. Tanto tempo.

Per saperne di più e con la speranza che questo articolo possa scuotere le sensibilità e le coscienze di chi dovrebbe prevenire i disastri invece che rimettere a posto le macerie, incontro Laura Rustioni, Professore Associato di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree all’Università del Salento.

Laura è cresciuta coltivando non solo le piante ma anche la passione per il mondo vitivinicolo nata grazie alla vigna del nonno, nell’Oltrepò Pavese. Passione difficile da coltivare non solo all’interno della famiglia: essere donna e lavorare in un ambito prettamente maschile non è proprio semplicissimo.

Non avrei mai pensato di fare l’accademica a dir la verità. Ho studiato agraria perché mi piaceva l’idea di coltivare, di produrre qualcosa. L’idea di creare qualcosa, di veder crescere delle piante o di trasformare l’uva in vino. Cioè ti dà proprio quell’idea di utilità pratica. La passione per il mondo accademico è nata solo successivamente. Non volevo studiare all’università. Poi mi sono detta: vabbè dai c’è viticoltura ed enologia che dura solo tre anni, facciamola. Stavo finendo questo percorso e mi chiama il professore di enologia che mi dice: Abbiamo chiuso le iscrizioni alla laurea magistrale, perché non c’è il tuo nome? Adesso le riapro e ti ci metti dentro.

Un passettino per volta. È l’approccio di Laura e serve a noi per inquadrare bene come abbia a cuore il suo lavoro.

Diploma, laurea triennale, poi la magistrale finita in un anno e mezzo. Genio? Forse. Sicuramente una donna che va come un treno e che non ha paura di sporcarsi le mani.

Finita la laurea magistrale sono andata a fare una vendemmia in Borgogna, perché io ho sempre fatto tante esperienze anche nei vigneti e nelle cantine. Solo durante la laurea triennale ho lavorato nel periodo di vendemmia in 4 diverse aziende. Attirata proprio come il miele. Mi piaceva proprio. Il Professor Failla, mio mentore, poi mi parla del dottorato con la possibilità di passare un periodo in Australia. Io non sapevo nemmeno cosa fosse un dottorato di ricerca, ma adoravo viaggiare. Mi ci sono buttata e una cosa tira un’altra…Ho viaggiato tanto. Penso che il lavoro più bello del mondo sia comunque quello della ricerca. Ho fatto tanti anni di precariato a Milano tra dottorato e tutto penso circa dieci, dodici anni. Avevo l’abilitazione da professore universitario, ma insegnavo negli istituti tecnici agrari. È stata comunque un’esperienza bellissima perché io gli adolescenti li adoro: hanno il cuore aperto. Poi è capitato il concorso in Salento e mi sono detta: proviamoci. Solo che sapevo che se l’avessi vinto, mi sarei dovuta trasferire. Mi piaceva l’idea di creare qualcosa dal nulla perché qui avevano aperto il corso di laurea in viticoltura ed enologia ma non c’era un Dipartimento di Agraria. Tant’è vero che anche adesso il dipartimento è Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali.

Costruire dal nulla. L’idea di creare qualcosa. Far nascere qualcosa da un seme. Certo, arrivare da un laboratorio attrezzato, con le spalle coperte e trovarsi in un posto dove occorreva rimboccarsi le maniche e fare tutto, non è stato semplice. Ma, Laura è una che oltre ad essere positiva fino al midollo, è anche combattiva.

Il territorio ha spalancato le porte, cioè io ho avuto la sensazione che le aziende sentissero il bisogno di una presenza, anche accademica di ricerca. Mi sono sentita veramente molto accolta dal territorio. Per la ricerca in ambito agrario è importante essere sul territorio, perché da lontano si fa fatica a capire le necessità.

La mia famiglia da parte di papà ha un’azienda che produce riso in Lomellina. Il nonno materno invece aveva questa piccola vigna e poi faceva l’artigiano. Produceva ciambelle e io sono cresciuta con sto profumo meraviglioso in un paesino di cinquecento abitanti in mezzo al nulla. Quando mio nonno è venuto a mancare, mio zio, che ha ereditato il vigneto, lo ha venduto. Nonno mi ha comunque trasmesso una passione insegnandomela come un gioco. Siamo quattro fratelli, tre femmine e un maschio. Io ero proprio la sua cocca e visto che mi piacevano queste cose agricole, lui mi faceva coltivare qualunque cosa volessi: sperimentavamo insieme.

Un nonno che non ha solo seminato in Laura il germe della terra e dell’amore per questa ma ha significato molto nella comprensione del metodo scientifico basato su numeri e fatti.

Lui aveva come titolo di studio la terza media però era super appassionato di matematica e infatti mi faceva tutti questi indovinelli matematici fin da piccola. Mi aveva fatto appassionare all’entomologia perché il suo passatempo era guardare documentari. Purtroppo, i tempi sono cambiati perché con Internet uno pensa di informarsi e invece c’è tanta disinformazione. Qui c’è il problema della Xylella e di tutte queste correnti negazioniste che considerano alla pari la voce di chi si improvvisa rispetto a quella di chi studia. Nella scienza la parola di chiunque non vale allo stesso modo perché se io dedico venti, trenta anni della mia vita a studiare una pianta, la mia tesi non può pesare quanto una persona che si è documentata per venti, trenta minuti sui social. Non si può pretendere di avere lo stesso peso.

Per diventare una professoressa, una docente universitaria, occorre un concorso, presentare delle referenze, fare un esame. Insomma, per insegnare agli altri occorre essere abilitati (e meno male!). La tesi di un docente, non può in nessun modo essere paragonata a quella di una persona che non ha le competenze. Ciò che una universitaria afferma non è una opinione ma qualcosa basato su studi, ricerche e, soprattutto, dati. Oltre che l’esperienza che aiuta nel comprendere ed interpretare al meglio i dati.

I dati non sono opinioni ma fatti.

Il percorso accademico non è poi un percorso facile, richiede impegno e dedizione che vanno veramente oltre. Occorre studiare e studiare tanto. Soprattutto occorre confrontarsi con gli altri accademici.

Quando è morta mia mamma di tumore, io facevo il secondo anno di università. L’ho vista morire davanti ai miei occhi ed è stato veramente un momento pesante. A quell’età, ti trovi in una condizione in cui dici: cavolo la vita è breve e bisogna veramente sfruttarla al massimo. Avrei potuto andare in depressione, chiudermi in casa, ma la mia salvezza è stata lo studio. Mi sono proprio buttata anima e corpo nel mondo vitivinicolo e devo dire che è anche grazie a questo che ho superato un trauma pesante. Mi rendo conto che forse, se non fosse successa questa tragedia, non sarei riuscita a fare tutto quello che ho fatto.

Una reazione forse per compensare quel momento difficile. I viaggi in giro per il mondo e la completa dedizione a questo settore.

Ho saputo lo stesso giorno dell’esito positivo del concorso in Salento che non sarei diventata madre. L’ho preso quasi come un segno e mi sono detta: forse non diventerò mamma, però potrò comunque costruire qualcosa, lasciare qualcosa, trasmettere agli studenti le mie esperienze, le mie competenze. Forse senza questi due grossi ostacoli non sarei dove sono ora. Voglio pensare ad una sorta di destino.

Trovare nei drammi, nei periodi bui, l’elemento positivo. Aggrapparsi a questo e improntare la propria vita ad una missione. Uno scopo. È quello che facciamo tutti in fondo o che proviamo a fare.

La Xylella. È la nuova Fillossera?

Io vengo dal gruppo di ricerca in viticoltura dell’Università di Milano con i Professori Scienza, Failla, Brancadoro da sempre molto impegnati nella selezione varietale ovvero nella valorizzazione dei vitigni. La biodiversità intraspecifica. Prima di venire qui avevo sentito parlare della Xylella e mi sembrava allucinante sentire parlare di gente che “abbracciava” gli alberi infetti per non abbatterli. Mi sembravano cose da pazzi di fronte ad un simile patogeno da quarantena. Solo successivamente ho capito che il legame con la terra e con la pianta era così forte da offuscare la ragione e che comunque non si conosceva esattamente l’entità del rischio su olivo. Sottovalutato all’inizio. Probabilmente dagli agricoltori in primis.

Un olivo che sta li da secoli, che ha visto transitare generazioni di persone, che ha donato i suoi frutti, fa parte della storia delle famiglie contadine. C’è sempre stato e si fa fatica a pensare che non ci sarà più. Ma quando arriva un batterio che penetra dentro le sue vene, non basta abbracciarlo, non basta pensare di risolvere il problema con un fitofarmaco a caso, o con qualche pozione magica proposta dal santone di turno. Non è possibile. Capisco la frustrazione, il dolore, la voglia di pensare che ce la farà, ma non è così. È come quando dinanzi ad una persona malata terminale si spera nel miracolo, si crede nel miracolo. Che spesso, quasi sempre, non arriva.

Quando dovevo trasferirmi qui in Salento, ho subito pensato che avrei dovuto lavorare su Xylella visto che in America questo patogeno colpisce la vite. In Puglia, però, il ceppo che si era diffuso colpiva l’olivo, mentre la vite ne è immune. Quindi mi sono un po’ tranquillizzata. Nel 2019, però, appena arrivata, mi sono trovata in questo paesaggio apocalittico con questi scheletri di olivi. Veramente devastante.

Una tranquillità che dura poco perché è il 2024 quando la Regione Puglia, da tempo molto attenta nel sistema di monitoraggio fitosanitario, identifica un nuovo ceppo della Xylella fastidiosa sottospecie fastidiosa, su alcuni alberi di mandorlo. Un ceppo in grado di attaccare la vite.

Mi sono sentita il peso dei sensi di colpa: ero qui già da qualche anno e ancora non avevo iniziato questa linea di ricerca. Che so essere lunga, impegnativa. Mi sono sentita proprio in dovere di fare tutto quello che potevo.

In questa frase sta tutta la frustrazione di una persona prima, ricercatrice dopo. Frustrazione dovuta alla lungimirante capacità, tutta di chi è una scienziata, del capire come l’unica soluzione possibile alla Xylella sia quella della realizzazione di cultivar resistenti. Stesso procedimento adottato per l’olivo anche se nella vite le difficoltà sono maggiori.

Cerco di spiegare meglio questo concetto.

La Xylella. È la nuova Fillossera?

Per generare una resistenza al patogeno occorre prima di tutto trovare una pianta che abbia già sviluppato l’immunità, la resistenza o la tolleranza. Nel caso della vite è molto improbabile trovare questa condizione nella Vitis vinifera, quella che ci dà l’uva di altissima qualità che siamo abituati a produrre. Dobbiamo quindi cercare questa resistenza in specie americane, non domestiche, i cui frutti sono decisamente meno apprezzabili. Una volta trovata la fonte di resistenza, quindi, è necessario incrociare le due specie perché se ne generi una terza che porti con se il patrimonio genetico resistente senza dimenticarsi di mantenere l’aspetto qualitativo. Non si può infatti chiedere ad un agricoltore di coltivare una pianta resistente alla Xylella se poi produce olive o uva di pessima qualità.

In vite, questo processo di incrocio non si esaurisce con un semplice passaggio ma ne sono necessari parecchi fino a quando non si trova la giusta combinazione tra la resistenza e la qualità ricercata.

Ci vogliono in sostanza almeno quindici anni per realizzare una nuova cultivar resistente. Senza dimenticare che poi ne occorrono altri cinque per la registrazione. Ah la burocrazia!

Mi sono informata dai colleghi di diversi Istituti di Ricerca Italiani, e sembrava che nessuno fosse ad un livello avanzato di ricerca su quel tema. Il problema è che se tu sei lontano, non ti rendi conto dell’impatto reale di un problema. Invece essere qui e aver visto l’effetto sugli olivi, vedere l’ambiente che ogni anno si desertifica con il conseguente abbandono del territorio e gli agricoltori che smettono di fare quel lavoro perché non più sostenibile. Ti rendi conto di quanto sia devastante.

Si sa che Walker, in California, dove viene coltivato lo Zifandel (Primitivo), che è sensibile al patogeno, aveva già attuato un programma di selezione partendo da Vitis arizonica, resistente a Xylella, ma le cultivar da lui ottenute sono praticamente impossibili da reperire in Europa e, comunque, non sono utilizzabili all’interno di programmi di miglioramento genetico.

Essere un universitario comporta avere contatti con tutto il mondo accademico. Una sorta di social network serio e preparato tramite il quale spesso si riesce ad avere accesso ad informazioni e materiali che possono risultare molto utili nella ricerca.

Sapevo che all’Università di Milano, grazie a Daniele Grossi che una decina di anni fa, durante il suo dottorato, ha passato un periodo proprio nel laboratorio di Walker, erano stati seminati tanti vinaccioli di diverse specie americane del genere Vitis.  Era febbraio, ho chiamato subito i colleghi di Milano: sentite mi date un pò di marze per fare delle talee…di Vitis arizonica? Loro sono stati disponibilissimi e mi hanno spedito tutto. Le ho fatte radicare e ho avuto la fortuna di avere subito dei fiori. Le piante americane sono dioiche quindi ci sono piante maschili e piante femminili. Non sono come le nostre cultivar che sono ermafrodite così da poter fare un vigneto tutto di Negroamaro in grado di produrre. Nelle piante selvatiche, c’è il maschio e la femmina, e servono tutti e due. I grappoli li fanno solo le femmine, ma solo se vengono impollinate dal maschio.

Capite quante difficoltà? Pare una cosa semplice e vorrei che provassero a farla i negazionisti che abbracciano gli alberi. Si parte dai vinaccioli e non dalle marze. Una pianta selvatica che non è proprio il massimo della qualità rispetto a quelle coccolate dagli agricoltori per migliaia di anni e tramandate di generazione in generazione. È come un far ripartire l’evoluzione qualitativa della specie da zero.

Nel 2024 c’è stata una fioritura super anticipata di 2-3 settimane, ma siamo comunque riusciti a prendere del polline di Vitis arizonica per fare degli incroci con piante di Vitis vinifera a fiore femminile (un trucchetto del mestiere per evitare la demasculazione) ottenendo così 258 piantine di incroci che già quest’anno, grazie alle cure dei ragazzi del mio laboratorio, sono già più alte di 2 metri. Sono ragazzi salentini, che credo sentano l’importanza di questa linea di ricerca e, quindi, veramente devo dire che si sono impegnati molto.

Se entriamo nel dettaglio di un programma di miglioramento genetico, partendo da vite americana, la qualità è pessima. Serve capire e sperimentare tanto per arrivare, come spiegavo sopra, ad un compromesso che poi compromesso non è.

Parallelamente questa primavera, sono andata a bussare alla porta dei maggiori esperti sulla Xylella, perché io mi considero esperta di vite, ma poi per il patogeno ci vuole qualcun altro perché secondo me è importante trovare le competenze giuste e non pretendere di fare tutto da soli. Sono andata da Donato Boscia e Maria Saponari che sono appunto i riferimenti per la Xylella, soprattutto sull’olivo, ma ovviamente come patologi credo siano i maggiori esperti europei sul tema. Ho chiesto se fossero interessati a collaborare su questa linea di ricerca. Loro devo dire sono stati veramente apertissimi e disponibilissimi perché tutto questo è partito senza finanziamenti specifici. Le prime talee le ho fatte sul terrazzo di casa mia in un angolino. Poi c’è stata la possibilità di ottenere delle borse di dottorato cofinanziate da aziende private. Allora ho chiesto supporto ai Vivai Cooperativi Raucedo. In pochissimi giorni mi hanno procurato tutti i documenti necessari, supportandomi fin da subito subito.

La Xylella. È la nuova Fillossera?

 

Ora c’è un dottorando, Giuseppe Rossetti, che da ottobre dell’anno scorso lavora su questo tema. Il suo contributo è davvero molto importante. Poi è partito un altro grosso progetto, CLEARGENES (“CLimatE chAnge Resilience GENES in Italian fruits and vegetables”), un bando a cascata di AGRITECH finanziato dall’Unione europea tramite il PNRR e dedicato allo sviluppo di cultivar resistenti al cambiamento climatico. Io ero entrata nel progetto per svolgere attività di fenotipizzazione nella vite, ma ho inserito poi anche quelle relative al problema Xylella.

Frustrazione per un qualcosa che si vorrebbe avere subito ma che la natura non consente ne concede. Una sorta di rassegnazione unita al rispetto per i cicli della vita. Non c’è bacchetta magica o una medicina per curare tutto.

Nel frattempo, secondo me è importante sottolineare agli agricoltori che devono fare tutto il possibile per cercare di fermare questo patogeno che è un batterio, quindi non si vede, purtroppo, se non nei sintomi successivi all’infezione.

Peccato ci siano i negazionisti, quelli che affermano non sia un problema reale e che invece ci si può convivere anche senza l’utilizzo di piante resistenti. Occorre invece fare tutto il possibile per eradicare la Xylella, fin che c’è la speranza di poterlo fare, rendendosi conto come sia un patogeno da quarantena. La devastazione del Salento è sotto gli occhi di tutti e gli agricoltori non devono improvvisarsi ma seguire le indicazioni atte a limitare i danni, limitare l’espansione.

La devastazione dell’olivo e la mediaticità che assume a tratti, forse mette un pò in ombra la vite. Vedere ciò che accade per gli olivi, è drammatico.

Oltre al Salento sono stati trovati focolai nel barese e nel foggiano. Il problema, grosso e catastrofico, è dunque regionale.

Gli olivi sono piante imponenti e secolari. Appariscenti e maestosi. Mentre la vite è soggetta al rinnovo degli impianti. Estirpare un vigneto, magari di ottant’anni, ancorché doloroso è relativamente più semplice. Per gli olivi, secolari, è uno scempio. Ma occorre farlo.

La viticoltura, come la coltivazione degli olivi è uno dei settori trainanti dell’economia. Richiede attenzione senza sottovalutarne l’impatto poiché si ripercuoterebbe soprattutto sulla società, non solo sull’ambiente, sulla vivibilità della Puglia come delle regioni limitrofe. In Puglia il sistema di monitoraggio è decisamente più avanzato e sviluppato rispetto ad altre regioni nel senso che qui si cercano attivamente i focolai mentre in altre regioni, comunque suscettibili a questo tipo di patogeno, sicuramente ci sono meno controlli.

Lo stato di avanzamento della Xylella preoccupa. È un batterio, che non si vede, se non quando agisce. È come agire completamente al buio, senza riferimenti, senza punti di ancoraggio.

Quando poi si individua un focolaio, non si può curare con un fitofarmaco. Non si può spargere per il campo prodotti chimici a caso (al momento non esistono cure dimostratesi efficaci) perché, oltretutto, si creerebbero danni ambientali potenzialmente ancor più consistenti di quelli che farebbe il patogeno da solo.

Il problema non è tanto uccidere la Xylella ma entrare nella pianta senza danneggiarla. Un olivo secolare, con un tronco imponente, andare ad agire nello xilema che è interno, è complicato. Nella parte più esterna del tronco c’è il floema che porta la linfa elaborata, ma il patogeno è all’interno dello xilema che porta la linfa grezza, e non è semplice colpirlo senza danneggiare tutto il resto della pianta…Il problema non è la sensibilità del batterio quanto quella del sistema. Per uccidere il batterio si rischia di uccidere l’ambiente. Inoltre, cercare di trovare una cura significherebbe poi trattare in maniera continua gli alberi, generando un impatto ambientale ed economico importante. L’unica strada percorribile e sostenibile è quella delle varietà resistenti che riescano a convivere con il patogeno.

Giovanni Melcarne, studia da tempo la Xylella negli olivi e si unisce alla nostra chiacchierata.

L’unica cosa da fare con gli alberi infetti è estirparli. Anche le piante mezze-morte danno problemi ai nuovi impianti. Sono piante infette che mantengono alto il livello di inoculo sul territorio: rappresentano comunque un problema.

Quelli che si illudono che gli alberi si riprendano, anche se si tratta di piante a cui sono legati in modo emotivo ed affettivo, non comprendono che sono sempre piante mezze morte. Non torneranno mai ad essere come prima. Rappresentano l’agonia, non è qualcosa che rivive. Per far rivivere il territorio, occorre estirpare e ripiantare piante resistenti.

Sembra che ripartono in primavera, ma poi in autunno sono di nuovo tutte secche.

Reimpiantare le stesse piante porta lo stesso risultato.

Ad oggi, ci sono solo quattro cultivar di olivo resistenti. Al momento sono Leccino, FS 17 e poi sono aggiunte un anno fa circa, Leccio del Corno e Lecciana. In più c’è tutto il piano di miglioramento genetico che, per olivo, è già attivo da 7/8 anni e che io porto avanti con il CNR di Bari, mentre la professoressa Rustioni ha iniziato solo un anno fa un percorso che per certi versi è più difficoltoso. Quello della vite rispetto all’olivo intendo. Noi siamo partiti con dell’evidenze empiriche nel capire che il Leccino mostrava caratteri di resistenza. Mentre nella vite devono partire da una vite selvatica che è pessima dal punto di vista della qualità, noi partiamo dal Leccino che una cultivar diffusa, la terza cultivar salentina pre-Xylella.

Lui secondo me è un genio per gli olivi, perché parte dal seme e in tre anni lo porta a frutto. Praticamente ci mette lo stesso tempo necessario per la vite, ma con una specie normalmente più lenta. Si sviluppano nuove tecnologie per cercare di accorciare i tempi.

Alcuni ci chiedono perché non lavoriamo con il genome editing o altre tecniche di ingegneria genetica che accorciano i tempi, almeno teoricamente. Prevengo la domanda. Io ovviamente non ho niente in contrario a queste tecnologie, anzi ben vengano. Però, il problema principale è che per introdurre un gene o un meccanismo all’interno di una pianta, bisogna innanzitutto conoscerlo. Per quanto riguarda la Xylella, non c’è ancora così tanta conoscenza. Bisogna prima fare tutto il lavoro di identificazione del meccanismo che, alla fine, rende i tempi paragonabili se non anche più lunghi. Per questo motivo, al momento, abbiamo deciso di mantenere la strada della dell’incrocio. Inoltre, con l’incrocio, ci si può portare dietro anche altre caratteristiche positive (ad esempio resistenze ad altri stress biotici ed abiotici).

Se qualcuno pensasse che per l’olivo il problema sia stato comunque risolto, purtroppo non conosce la realtà.

Qualche varietà resistente c’è quindi la disponibilità di materiale genetico per i reimpianti c’è. Il problema è che fare reimpianti in un territorio devastato in cui gli agricoltori sono praticamente rimasti senza reddito per anni, hanno avuto tutte le difficoltà dei reimpianti è difficile. Il costo di un impianto per la vite è di circa 20.000€ per ettaro, per l’olivo, dovendo aggiungere le preparazioni del terreno si parla di decine di migliaia di euro in più.

Investimenti grossi, tempi lunghi per la produzione e mancato reddito per anni. Non è che tutti gli agricoltori hanno l’energia economica e mentale per affrontare questa sfida. La conseguenza è il grande abbandono.

Ci sono cinquecento cultivar di olivo che si possono utilizzare in altre zone mentre qui solo quattro. È un forte limite. Quando c’è Xylella sul territorio è un forte dramma anche senza far morire una pianta. Un patogeno da quarantena mette in ginocchio tutto il territorio. Il vivaismo è in ginocchio per colpa della presenza del batterio perché tutte le commesse estere vengono bloccate.

Non viene detto ne sbandierato e a buona ragione ma ci sono paesi esteri che bloccano le importazioni di barbatelle italiane e non solo quelle provenienti della zona infetta.

In una zona infetta, solo le cultivar resistenti possono essere piantate. Dove però la zona è indenne, l’identificazione di un focolaio comporta non solo l’espianto delle piante malate ma il divieto di reimpiantare la stessa specie. Questo aumenta a dismisura il dramma.

Il principio che spiega il Dott. Melcarne è quello della riduzione dell’inoculo sul territorio: riducendo le piante ospiti si riduce potenzialmente anche la quantità di inoculo, anche se resistente.

Parlando di olivo, se in una zona cuscinetto, che per definizione è zona indenne, si trovasse una pianta infetta, questa verrebbe estirpata insieme a quelle che si trovano entro un raggio di 50 metri con il divieto assoluto di reimpianto delle specie suscettibili. Dunque dell’olivo in genere generando il paradosso che verrebbe espiantata o comunque non reimpiantata, anche una pianta di Leccino resistente di suo al batterio. L’area rimane bloccata per dieci anni.

Diciamo che in alcune situazioni, quando ormai l’epidemia ha preso piede in un territorio, il declassamento in zona infetta è quasi una manna del Signore perché ti dà il via libera ai reimpianti.

La zona di Triggiano dove è stata identificata la Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è vicinissima ad uno dei centri nevralgici della produzione di uva a tavola. Quindi, se si diffonderà lì non si potrà più coltivare la vite per molti anni finché eventualmente non la zona non diventi infetta. A quel punto, una volta che viene riconosciuta irreparabilmente compromessa, solo se ci saranno varietà resistenti nel frattempo sviluppate, queste potranno essere reimpiantate. Nel frattempo, gli agricoltori per anni non potranno avere reddito da quella coltura che conoscono e sanno gestire. Magari potranno coltivare altro, ma non è banale né saperlo fare, né saperlo vendere. Se uno è bravo a fare uva da tavola e poi deve mettersi a fare kiwi per dire, non è che sia la stessa cosa.

L’unica speranza per l’agricoltura, non solo pugliese, è la ricerca per fare la quale sono necessari tempo e soldi. Persone, ricercatori e scienziati impegnati, per anni, a lavorare con la sola voglia di fare qualcosa per gli agricoltori. Chi vive il territorio, chi tocca con mano la devastazione, lavora per questo scopo. A distanza non si percepisce la devastazione e il senso di urgenza. È come se fosse tutto rarefatto e con nessuna necessità di sbrigarsi.

Per l’olivo, una soluzione comunque c’è. Limita molto le cultivar disponibili per la coltivazione, ma il rischio è che con il cambiamento climatico anche altre zone (e, potenzialmente, anche altre specie) potranno essere a rischio. È dunque importante lavorare sul miglioramento genetico al fine di produrre cultivar resistenti.

La vite invece è appena all’inizio. La creazione di vitigni resistenti richiede non meno di quindici anni di lavoro di ricerca. Pensate a quanti vitigni a rischio ci sono in Italia!!

Se l’impatto della Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è paragonabile alla Fillossera non abbiamo nulla di cui poter star tranquilli. La diffusione del patogeno è solo questione di tempo. Per questo abbiamo bisogno della ricerca e di persone come Laura Rustioni e Giovanni Melcarne.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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