Un giorno da Roncus. Venezia nel calice, Collio nel cuore
Un giorno a Roncus non è solo una giornata tra vigne e bottiglie: è un’immersione nella visione di Marco Perco, tra il Collio più autentico e un nuovo progetto lagunare che ridà voce alla Dorona di Venezia. Un racconto che parte da Capriva e approda alle Vignole, sull’onda di un’idea che unisce terroir diversi sotto lo stesso orizzonte.
Tutto è iniziato con una telefonata, una di quelle che sanno di libertà. Sono le 8:30 del mattino, squilla il telefono: è il mio caro amico Marco.
Sei libero oggi? Che ne dici di farci una giornata nel Collio?
Non ci penso due volte. Fuori è una splendida giornata di fine primavera, il sole già scalda come in estate e il termometro si avvicina ai 30 gradi. Alle 10 siamo in viaggio, senza una meta precisa, solo la voglia di prenderci il tempo, di perderci tra colline, vigne e chiacchiere.
Marco è un grande appassionato di vino come me, e così iniziamo a girovagare tra le colline di Ruttars, poi Plessiva, infine Zegla. È durante questo zig-zagare tra cru e filari che mi torna in mente una cosa: Roncus, l’azienda di Marco Perco a Capriva del Friuli, ha appena aperto l’agriturismo. Lo conosco già, e so che lì non si sbaglia. Chiamo, risponde lui: c’è posto. Prenoto.
Quello che ci aspettava era molto più di un pranzo.
L’azienda Roncus sorge a Capriva del Friuli, nel cuore del Collio Goriziano. Una realtà che ha radici profonde nella storia agricola della zona, e che oggi Marco conduce con spirito artigiano, attenzione al dettaglio e grande coerenza. Il nome “Roncus” deriva da “ronco”, appezzamento terrazzato: qui la vite cresce tra colline, boschi e ponca, quel terreno marnoso che regala struttura, sapidità ed eleganza.
La filosofia è semplice quanto rigorosa: interventi minimi in vigna e in cantina, fermentazioni spontanee, lunghi affinamenti sulle fecce fini. I vini vengono messi in commercio solo quando sono pronti, senza inseguire mode o tempistiche di mercato. La bottiglia, per Marco, è l’ultima tappa di un percorso fatto di ascolto e tempo.
Ma c’è un altro lato, meno conosciuto, del suo lavoro: la Dorona di Venezia. Un progetto che nasce lontano dalle colline friulane, in un luogo dove il vino sembra impossibile, un sogno lagunare tra terra e acqua. Andiamo virtualmente a Venezia, sull’Isola delle Vignole.
Molti restano interdetti all’idea che nella laguna di Venezia si possa fare viticoltura. Eppure, prima di essere la città dei canali, dell’arte e dei palazzi, Venezia era anche una città-orto. Fino al 1100 persino piazza San Marco era un giardino coltivato. Le isole di Sant’Erasmo, Vignole e Mazzorbo erano il cuore pulsante di questa Venezia contadina, e tra tutte le colture spiccava una varietà a bacca bianca: la Dorona di Venezia.
Vitigno autoctono, vigoroso, capace di adattarsi alla salinità del suolo lagunare, la Dorona era considerata un vino “da signori”, spesso destinato alle tavole dei dogi. Poi arrivò il 1966: la più devastante acqua alta mai registrata, con la marea che raggiunse i 194 cm. Gli orti, le vigne e le colture furono sommersi, bruciati dall’acqua salata. La tradizione agricola andò in frantumi.
Dopo decenni di oblio, la Dorona è tornata a vivere grazie a progetti pionieristici come quello di Mazzorbo. Ma è sull’isola di Vignole, in un luogo ancora più appartato e selvaggio, che oggi prende forma una nuova rinascita.
Tutto nasce da una visita in laguna, su invito di un amico ristoratore, per conoscere un terreno incolto ma ancora in possesso di vecchi diritti d’impianto. Un campo nascosto tra i rovi, dove la viticoltura era solo un’eco remota. Ma quell’isola senza strade, senza bar, senza auto — abitata da pochi ortolani e qualche sparuto filare — aveva qualcosa di unico.
Assaggiando le verdure cresciute nella terra lagunare, dense di sapori e mineralità, è nata la convinzione che quel suolo potesse esprimere vini profondi, autentici, unici.
È così che nasce l’azienda agricola Biniola, dal nome latino dell’isola, con l’intento di recuperare la Dorona, non solo come vitigno, ma come simbolo agricolo e culturale della Venezia più nascosta.
La selezione delle barbatelle è avvenuta grazie al lavoro dei Vivai Rauscedo, con materiale genetico raccolto tra le isole minori e biotipi diversi di Dorona mai impiantati prima. Un patrimonio ampelografico prezioso, con una linea genetica che risale a oltre 200 anni fa.
Recenti studi hanno confermato che la Dorona non è identica alla Garganega, come si credeva, ma il frutto di un incrocio naturale tra Garganega e Bermestia Bianca, varietà da tavola dell’Emilia.
Il vigneto di Vignole affonda le radici in un suolo stratificato: sabbia e torba ricca di minerali nei primi cinquanta centimetri, poi argilla e acqua salmastra, leggermente clorata.
Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’identità del vino, assieme all’aria satura di sale e al silenzio irreale che pervade l’isola. La Dorona, uva neutra e dalla buccia spessa, proprio come la Garganega, assorbe e restituisce il carattere del suolo in cui cresce.
Le uve, raccolte a mano e trasportate via barca, vengono vinificate nella cantina A Mi Manera di Toni Bigai, nel Lison Pramaggiore, entro i confini della provincia di Venezia per mantenere la IGT.
Qui inizia un processo enologico coerente con la visione del progetto: niente macerazioni, niente barrique, niente lieviti selezionati, solo fermentazioni spontanee in cemento, per non alterare l’identità salmastra e terrosa del vino.
La Dorona viene proposta in due versioni: una leggermente filtrata, più elegante, e una non filtrata — identificata in etichetta con la dicitura dialettale No Filtrà, più pietrosa, più viva, quasi prelevata direttamente dalla botte.
La bottiglia porta in etichetta una pennellata d’autore: un disegno originale di Lele Vianello, illustratore che ha lavorato con Hugo Pratt, evocando un mondo sospeso tra laguna e avventura.
La produzione, ancora limitata, è destinata a crescere con l’impianto di un nuovo ettaro e mezzo di vigna.
Ma il progetto non punta solo al vino:
prevede anche uno sviluppo enoturistico su misura, che permetta a chi arriva a Venezia di scoprire l’altra faccia della laguna.
L’idea è quella di un percorso immersivo: passeggiata tra orti e vigneti, degustazione sotto un portico affacciato su Venezia, con vista sull’Arsenale, San Michele, Murano.
Un’oasi lontana dal turismo di massa, dove la Dorona dialoga con la natura, la cultura agricola e il paesaggio.
Il progetto si chiama Dalla Collina alla Laguna: un filo che unisce il Collio friulano e la laguna veneziana, due mondi diversi ma complementari, entrambi capaci di raccontare, attraverso il vino, il senso più profondo di un territorio.
Come dice chi l’ha ideato
Non aspiriamo a fare il vino più buono al mondo, ma il vino più unico al mondo.
Un vino che sa di sale, di vento, di erbe lagunari. Un vino che conquista non per potenza, ma per verità, ovvero identità.
Una giornata tra fra bottiglie, parole e semplicità
A tavola Marco ci guida con generosità. Si comincia con una bottiglia di Bianco Vecchie Vigne 2017 che, a suo dire,
non è perfetta.

Senza pensarci troppo, ne apre subito un’altra. E ha ragione: il vino si apre, si distende e si illumina. Non è una questione di forma, ma di verità.
Poi arrivano il Val di Miez 2019 (in anteprima), un vino profondo e in divenire, e la Dorona 2022, che nel calice racconta salinità, luce e tensione.
Infine, ecco il Friulano 2021, integro, schietto, con quella forza gentile che è cifra del Collio migliore.
La cucina accompagna i calici con pari dignità. Uno dei piatti che più ci ha colpiti è stata una rivisitazione di radici e fasioi, preparata con verdure dell’orto e un guanciale croccante adagiato sopra: goduriosa, rustica e raffinata insieme. Poi una carbonara ben fatta, saporita, che sorprende non solo per la riuscita tecnica ma per il gesto che la accompagna: l’incasso del piatto viene devoluto al CRO di Aviano. Un segno concreto di attenzione e umanità, che rende l’agriturismo un luogo ancora più vero. Chiude il pranzo un capretto con patate, croccante, tenero e saporito, servito con quella naturalezza che fa sembrare semplice anche ciò che non lo è.
Ma il cuore della giornata è stato il confronto con Marco Perco. Una lunga chiacchierata tra fra appassionati veri, senza filtri né parole sprecate. Si è parlato di vini e di tempo, di identità e di scelte, di Collio e di laguna. Con rispetto, lucidità e passione.
Roncus non è solo un’azienda agricola. È una visione: un luogo dove il vino non è prodotto, ma racconto. L’agriturismo ne è l’estensione naturale, e il progetto lagunare sulla Dorona ne rappresenta il lato più poetico e radicale.
In un mondo che urla, qui si ascolta. E ci si ricorda quanto siano preziose le giornate nate per caso, quelle che cominciano con una telefonata e finiscono con un brindisi tra amici al Collio, alla laguna, alla bellezza delle cose fatte con amore.
Emanuele Muzzo
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo