15 Lug 2025
Il buon vivere

Anciova: la Sicilia che profuma di casa, nel cuore di Latina

A volte basta una parola scritta con il gesso per cambiare il corso di una giornata. Stavo passeggiando per il centro di Latina, uscendo felice da un negozio con qualche acquisto sotto braccio, quando una lavagna nera fuori da un locale ha attirato il mio sguardo: “Brioche con gelato”. Una promessa d’infanzia, un richiamo irresistibile.

Spinto dalla curiosità – e dalla fame – entro. Il locale si chiama Anciova. Un nome che sa di mare, di dialetto, di Sud. Dentro, luci calde e profumi gentili. Mi accoglie una ragazza bionda, sorridente, con occhi chiari che brillano di entusiasmo. È Federica, anima e voce di questo posto che ha aperto solo da pochi mesi, ma che sembra esistere da sempre.

Le chiedo subito: “Davvero fate la brioche con il gelato?”. Lei sorride e con l’accento morbido della sua terra siciliana mi risponde: “Certo! Ci sono tantissimi gusti. Scegli il gusto”. Opto per il mandarino. Quando arriva al tavolo, la brioche è ancora calda, fragrante come pane appena sfornato. Al primo morso, chiudo gli occhi e mi ritrovo in Sicilia, in una mattina d’estate, tra granite, profumi di zagara e brezza salmastra. Le dico sorridendo, guardandola negli occhi, che mi ha regalato un istante di felicità vera, un tuffo nei ricordi della mia gioventù. Lei ride, orgogliosa: “Le brioche arrivano da Canicattì. Per me era importante portare qui la mia terra, ma qui non facciamo solo colazioni ma anche ottimi pranzi”.

Accanto, un caffè fumante. Non l’ho chiesto. È un gesto suo, una sua carineria. Uno di quei gesti semplici che raccontano tutto: cura, accoglienza, passione.

Federica non è solo padrona di casa. È cuoca, cuore, racconto. Mi racconta che Anciova, in siciliano, significa acciuga, e che il nome viene da una ricetta povera ma potentissima: pasta c’anciova, con acciughe salate, estratto di pomodoro, uvetta e pinoli. “Un piatto che parla di noi,” mi dice, “di chi cucina con poco ma mette dentro tutto.”

Sorridendo le dico che dopo le ultime commissioni le prometto che tornerò per pranzo. E lo faccio.

Quando rientro per pranzo, il locale è pieno di calore e risate basse, un’atmosfera che ricorda le cucine della domenica. Federica mi accoglie con la stessa gentilezza e mi fa accomodare a un tavolo riservato per me. Mi porta dell’acqua e inizia a raccontarmi il menù del giorno con entusiasmo sincero: ogni piatto è una storia, un pezzo di Sicilia cucinato con le mani e con il cuore.

Comincio subito con un piatto che profuma d’estate e di ricordi: una caprese di bufala, semplice solo in apparenza, ma piena di anima. La mozzarella di bufala è fresca, lucida, cremosa e gustosa: si apre sotto il coltello con dolcezza e si scioglie in bocca come una promessa mantenuta. I pomodori, maturi e succosi, profumano di sole e di orto. E poi, come un sussurro salmastro che arriva da lontano, le alici di Sciacca: sapide, sottili, con quella delicatezza che solo il mare sa regalare.

Un piatto che non ha bisogno di parole, solo di essere assaporato in silenzio.
Un morso, e sei già in una terrazza vista mare, con il vento che scompiglia i capelli e la luce dorata del tramonto che accarezza la pelle.

A seguire Federica mi consiglia un primo piatto che devo assolutamente provare, ed io che ormai mi fido ciecamente di lei la lascio fare senza contraddirla.

Il piatto che  arriva tra le sue mani è poesia in forma di pasta: chitarra con pesto di finocchietto selvatico, sarde e mollica atturrata. Appena posato sul tavolo, il profumo del finocchietto riempie l’aria – è verde, aromatico, sa di colline assolate e cucine aperte sul mare. Il pesto è vellutato, avvolgente, con quella punta erbacea che stuzzica e rincuora. Le sarde, sapide e carnose, danno profondità e memoria, riportano al gusto verace della cucina siciliana di una volta. Ma è la mollica atturrata, croccante e dorata, a completare l’armonia: scricchiola sotto i denti, portando con sé un sentore di tostato che accende ogni forchettata.

È un piatto che racconta storie di famiglia, di case affacciate sul Mediterraneo, di domeniche lente in cui ogni sapore ha il suo tempo.

E poi, come in un crescendo musicale, arriva lei un piatto che ho scelto dopo che Federica mi aveva raccontato della sua spesa in pescheria: la zuppetta di pesce. Un piatto che non entra in punta di piedi, ma conquista con il suo profumo deciso, con il colore profondo del pomodoro che ribolle appena sotto la superficie. La ciotola è calda, generosa, colma di pescato del giorno: scorfano, mazzancolle, calamaretti tenerissimi, gamberi rosa e rossi, vongole e cozze che profumano di scoglio e sale. Tutto è cucinato con rispetto, senza coprire il sapore del mare ma esaltandolo con garbo.

Il brodo è intenso, aromatico, leggermente piccante. Si sente l’olio buono, quello che resta sulle dita e sulle labbra. Ogni cucchiaiata è un viaggio tra porto e memoria, tra casa e trattoria di paese. E quando arriva il pane da intingere – croccante, rustico, pronto per la scarpetta – il cerchio si chiude, e il cuore si scalda.

È un piatto che non si dimentica.
Uno di quelli che non nutrono solo, ma regalano felicità.

Ed eccolo, infine, il gran finale. Il momento in cui ci si rilassa, si sorride piano, e si lascia spazio alla dolcezza. Federica arriva con un piattino semplice, elegante: un cannolo. Ma non uno qualunque. Il cannolo è fatto da loro e la ricotta di pecora toscana – scelta con cura, zuccherata il giusto e congelata in sacca poche per mantenerne la freschezza – viene farcita al momento, come si fa nelle migliori pasticcerie siciliane.

Il guscio croccante, si rompe con un suono netto sotto la forchetta. Dentro, la crema è compatta ma setosa, dolce e rotonda, con tutta la profondità di un latte che sa di pascoli e mani esperte. Non servono decorazioni, non servono orpelli. Solo un morso, e sei in un cortile assolato di Palermo, o in una bottega di paese a mezzogiorno, mentre fuori la vita scorre lenta.

Il cannolo chiude il pranzo come una carezza antica, come un bacio dato sulla fronte da qualcuno che ti vuole bene.

Da Anciova, non si viene solo per mangiare. Si viene per ritrovare radici, calore, verità. Per ascoltare le storie che Federica racconta senza bisogno di parole, solo con i gesti, i profumi, i sapori.

Quando esco, l’aria è la stessa di prima, ma qualcosa dentro di me è cambiato.
Porto via il ricordo di una Sicilia gentile, il sorriso di una donna che ha scelto di cucinare il suo cuore.
E la certezza che, qui, tra i vicoli del centro di Latina, esiste un luogo dove la cucina non è mestiere, ma amore.

Qui si mangia con il cuore e si esce con un sorriso.
Con l’eco del mare nelle orecchie. E la voglia di tornare.

Grazie, Federica.
Per avermi fatto sentire a casa.

Roberto Silvio De Pascale

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