02 Ott 2026
Il buon vivere

Albertino. La Garbatella raccontata a tavola

 

Alla Garbatella, una cena in cui i piatti diventano il modo più naturale per conoscere Alberto e la sua idea di cucina

La Garbatella è uno di quei quartieri di Roma che continuano ad avere un carattere preciso. Case basse, lotti, cortili, murales, strade che sembrano tenere insieme una dimensione popolare e una forte idea di comunità. È una parte della città che resiste bene alla tentazione di assomigliare a tutte le altre.

Oggi la mia destinazione è Albertino, in viale Guglielmo Massaia. Alberto l’ho conosciuto quasi per caso e nel tempo è nata una bella amicizia. Arrivare fin qui non è complicato; trovare parcheggio, come spesso accade a Roma, decisamente di più. Quando finalmente ci riesco mi avvio verso il ristorante e sulla porta trovo lui ad aspettarmi.

Entro e mi trovo davanti due sale raccolte, non grandi, ma curate nei dettagli. Le luci sono soffuse, i tavoli ben apparecchiati e gli spazi ordinati, con un arredamento che rende l’ambiente elegante senza farlo diventare formale. È uno di quei ristoranti in cui appena entri hai subito la sensazione di trovarti in un posto intimo, adatto tanto a una cena in coppia quanto a una serata tra amici. Il mio tavolo è già pronto e, una volta seduto, faccio quello che faccio quasi sempre quando voglio conoscere davvero la cucina di uno chef: dico ad Alberto che non voglio scegliere. Sarà lui a guidare la mia degustazione. Prima, però, una lettura al menu voglio darla.

ALBERTINO

Il menu, prima dell’assaggio

La carta dice già parecchio della cucina di Albertino. Mare, carne e vegetale trovano tutti spazio nel menu. Gli ingredienti restano leggibili, spesso importanti — astice, ricciola, gambero rosso, manzo, baccalà — ma intorno compaiono acidità, marinature, affumicature, spezie, frutta e componenti vegetali.

Basta scorrere gli antipasti: la vellutata fredda di friggitelli incontra bergamotto, vongole, datterino giallo e peperone crusco; il Carnaroli al salto è accompagnato da carpaccio di gambero rosso, gel agli agrumi, acetosella e aneto; la tartare di ricciola arriva con riduzione di ribes, senape e ciliegie. Anche sulla carne Alberto si muove nello stesso modo: il tataki di scamone affumicato alle erbe provenzali viene affiancato da pane di segale, bietolina e maionese alla colatura di alici, mentre nell’anatra entrano Taurasi, cioccolato fondente e salvia.

Nei primi si passa dalla semplicità dichiarata di una linguina con vongole a costruzioni più articolate. C’è un risotto che lavora il peperone in più forme e consistenze, ci sono i Vesuvi con datterini, provola affumicata e basilico, il tubetto con cozze e piselli e il pacchero con bisque e polpa d’astice.

Nei secondi il mare continua con la ricciola accompagnata da pesche, pomodoro e finger lime, il polpo con carote, miele e liquirizia e il baccalà con macadamia, patate e menta. Ma c’è spazio anche per la carne, con il filetto di manzo Danish Crown, e per una proposta interamente vegetale costruita intorno al melone, agli anacardi e al sesamo piccante.

Anche la carta dei vini si muove tra Italia e Francia, con una selezione che attraversa territori e denominazioni diverse: dal Fiano di Avellino al Taurasi, da Bolgheri all’Alto Adige, fino a Chablis e Champagne. Una cantina che offre diverse possibilità di scelta, anche se sarà Alberto, poco dopo, a decidere cosa versarmi nel bicchiere.

Chiudo il menu con un’impressione abbastanza chiara: Alberto parte da prodotti riconoscibili e li lascia al centro del piatto, affiancandoli con elementi che ne accompagnano il sapore. È quello che penso sfogliando il menu. A tavola scoprirò che è anche il modo in cui lui racconta la propria cucina.

Alberto e la sua cucina, un piatto alla volta

Prima ancora dei piatti arriva il pane, fatto da loro, con paprika e fondo bruno di cipolla. Da curioso non posso certo lasciarlo lì ad aspettare. Ne prendo subito un pezzo, ancora caldo: prima arriva la paprika, poi la cipolla, più intensa e persistente. Un pane che invita inevitabilmente a prenderne un altro pezzo.

ALBERTINO

Alberto sceglie anche il vino e mi porta uno Châteauneuf-du-Pape 2023 Armand Dartois, Valle del Rodano. Da appassionato di vino, prima di berlo mi prendo qualche secondo per conoscerlo. Porto il bicchiere verso la luce e osservo il rosso intenso, poi lo avvicino al naso: arrivano la frutta rossa matura, le spezie e quei richiami alle erbe mediterranee che ritrovo poco dopo anche al palato. Il sorso è caldo, ricco, avvolgente, con una struttura importante e tannini ben integrati. Resta a lungo in bocca, ma senza diventare pesante. Ne bevo un altro sorso e capisco la scelta di Alberto: è un vino con abbastanza carattere per accompagnare una cena che si annuncia tutt’altro che monotona.

ALBERTINO

Il primo piatto è un sashimi di ventresca di ricciola alla liquirizia. Alberto mi fa notare subito che ha scelto la parte più nobile e saporita del pesce. A completarla c’è un olio pugliese Cordisco: da buon pugliese è un richiamo che riconosco immediatamente. Taglio la ventresca e al palato la carne è morbida, saporita, con quella componente grassa che rende questa parte della ricciola così piacevole. L’olio aggiunge carattere senza coprire il pesce, mentre la liquirizia si avverte appena. Lo faccio notare ad Alberto e lui mi svela di averne utilizzato volutamente solo un accenno: deve accompagnare la ricciola, non imporsi sul suo sapore.

È proprio parlando della materia prima che Alberto comincia a raccontarmi la sua idea di cucina. Vuole ingredienti di grande qualità, anche molto comuni, ma trattati con tecniche capaci di farli esprimere al meglio. La proteina rimane quasi sempre l’attore principale. Verdure, salse e tutto ciò che completa il piatto hanno il ruolo dei comprimari: devono accompagnare, esaltare, armonizzare, non prendere il posto del prodotto.

Poi arriva la catalana d’astice, probabilmente il mio antipasto preferito della serata. La carne dell’astice è morbida e succosa; i pomodorini che la accompagnano entrano nel boccone senza coprirne la parte marina. Pochi elementi nel piatto e l’astice resta al centro del boccone.

Continuando a parlare con Alberto capisco anche da dove arriva il suo modo di cucinare. L’impronta è mediterranea, nei prodotti come nei sapori. Quando però il discorso si sposta sulla tecnica, il suo riferimento è la Francia. Non cerca di portare nel piatto una cucina francese, ma ne riconosce la scuola e il rigore. Su questo non ha molti dubbi: per lui, quando si parla di tecnica, «nessuno li supera».

Intanto la ricciola torna al tavolo, questa volta in tartare. Alberto utilizza una parte meno saporita rispetto alla ventresca assaggiata all’inizio e cambia anche ciò che le mette intorno: riduzione di ribes, insalatina di senape e ciliegie tagliate a piccoli pezzi. Al palato la dolcezza della ciliegia e il frutto del ribes accompagnano il sapore marino della ricciola, mentre la senape porta una nota più decisa. Stesso pesce, due parti diverse e due modi differenti di accompagnarlo.

Il primo è un fuori menu: linguine con colatura di alici e salsa di mandorle, alici intere marinate sulla pasta e crumble di pasta frolla affumicata. Al primo boccone la mandorla avvolge la linguina con la sua parte morbida e leggermente dolce, mentre la colatura porta subito la sapidità dell’alice. Il crumble affumicato interviene con la parte croccante e aggiunge un sapore più deciso. Poi arriva l’alice intera e il boccone cambia.

Chiedo ad Alberto di raccontarmi proprio quella salsa di mandorle che mi aveva incuriosito già alla vista. All’assaggio è morbida, avvolge bene la linguina e lascia spazio alla sapidità dell’alice.

Mi spiega che le mandorle vengono fermentate sottovuoto con l’1% di sale per un paio di giorni e poi semplicemente frullate in purezza. Anche la scelta di lasciare l’alice intera sopra la pasta ha un motivo preciso. «È un piatto molto carico e forte. Mi piace che prima arrivi il boccone con la sapidità, la dolcezza e le mandorle e poi mangiare l’alice intera, che ti pulisce la bocca da tutto».

Torno al piatto e provo a seguire quello che Alberto mi ha appena spiegato. Prima arriva un boccone più avvolgente, con la mandorla, la colatura e l’affumicatura; poi l’alice marinata cambia il finale e riporta il palato verso un sapore più netto.

Mentre finisco le linguine continuiamo a parlare di cucina. Alberto torna su un punto per lui fondamentale: la tecnica deve servire il prodotto, non diventare protagonista. Puoi lavorare un ingrediente, affiancargli salse, verdure e consistenze diverse, ma alla fine devi ancora riconoscere ciò che stai mangiando. È questo il ruolo che assegna a tutto quello che costruisce intorno alla materia prima: accompagnarla, darle qualcosa in più, senza farle perdere il centro del piatto.

A questo punto, sorridendo dico ad Alberto di farmi scoprire i suoi dolci.

Arriva la Babbaiola al limone. Nel piatto domina una nuvola bianca di ricotta di bufala, soffice, con il crumble che affiora alla vista e sopra le scaglie di lime. Affondo il cucchiaio e la prima cosa che incontro è proprio il crumble; sopra si raccoglie la ricotta e, insieme, qualche scaglia di lime. Al primo boccone arriva la dolcezza e la morbidezza della ricotta, subito interrotta dalla parte croccante del crumble. Poi il lime, fresco e netto, alleggerisce il boccone e lascia in bocca quella nota agrumata che richiama il limone annunciato dal nome del dessert.

La cena finisce, la conversazione no

Il dolce chiude la degustazione, ma non la serata. Restiamo ancora a parlare. A quel punto il menu è alle spalle e la conversazione va sulla cucina, sul modo in cui Alberto la vive, sulle idee che vuole portare avanti e sui suoi progetti.

Quello che avevo intuito leggendo la carta adesso è più chiaro. Alberto parte dal prodotto e cerca di non perderlo durante le lavorazioni. La tecnica serve, ma deve avere una ragione; gli accompagnamenti possono essere numerosi, purché il protagonista resti riconoscibile. I sapori restano mediterranei, mentre dalla cucina francese prende soprattutto la tecnica.

Prima di andare via c’è la foto di rito. Ci mettiamo uno accanto all’altro e finiamo abbracciati come due vecchi amici. Sono arrivato per raccontare un ristorante e mi ritrovo, alla fine, a parlare ancora di cucina con un amico. Lascio il locale con un velo di malinconia, anche se so che è soltanto un arrivederci. Alberto cambia il menu ogni tre settimane e la curiosità di scoprire cosa avrà pensato per il prossimo è già un buon motivo per tornare.

Roberto Silvio De Pascale

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