Michele Moschioni. Il tempo come maestro
23 Lug 2025
Vigne e orizzonti

Michele Moschioni. Il tempo come maestro

 

Una serata organizzata da amici diventa l’occasione per incontrare di nuovo dopo tanti anni Michele Moschioni. Una bellissima serata tra storie, aneddoti, degustazioni e sorrisi. Ma soprattutto un’immersione profonda in ciò che è oggi – e da sempre – il suo vino: un’espressione autentica, ostinata e potente del Friuli più vero.

Friuli, terra famosa nel mondo per i vini bianchi. Certo, perché per i vini rossi è difficile superare Piemonte e Toscana. Sì, però provate ad andare a Cividale del Friuli da Michele Moschioni, lì, colui che produce solo vini rossi in Friuli – e che vini.

Attenzione: io sono un grande sostenitore dei vini rossi in Friuli, a patto che i produttori ritornino al passato (cosa che stanno facendo, peraltro). Infatti, i rossi friulani degli anni ’80/’90, a base di Merlot o autoctoni friulani, erano – e sono tuttora – bevibili, grandi vini.

Ma torniamo a Cividale del Friuli e all’azienda di oggi. Per la precisione, nella frazione di Gagliano, località importante per Celti, Romani e Longobardi, con resti delle varie epoche in questa zona.

Michele Moschioni. Il tempo come maestroÈ qui che, dal 1500, è presente la famiglia Moschioni, che opera in zona come mezzadri, e nel 1953 acquista dalla Curia 13 ettari di terreni sulle colline, in zone vocate per la viticoltura. Siamo infatti nella zona della DOC Colli Orientali del Friuli.

Inizialmente si dedicano al seminativo e all’allevamento di animali da latte, e il vino viene prodotto ma venduto sfuso ad altri produttori. Ad un certo punto, un incidente al padre di Michele, attuale gestore dell’azienda, lo porta a prendere la decisione di abbandonare la stalla e puntare tutto sul vino.

Michele decide fin da subito che il suo progetto doveva essere incentrato sulle uve a bacca rossa, delle quali si innamora, con la predilezione per le uve autoctone della zona. Quindi sì a Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc che spopolavano in quegli anni, ma lui decide di puntare su Tazzelenghe, Schioppettino, Refosco dal Peduncolo Rosso e Pignolo, di cui alcune viti, ancora presenti e con 70/80 anni, sono ancora a piede franco. Questi ultimi saranno i simboli di “Casa Moschioni”.

Il progetto è interessante, sì, ma immaginatevi le difficoltà iniziali e la diffidenza, a partire dalla propria famiglia.

Sputate parte delle uve bianche, le nuove viti vengono piantate nei vari appezzamenti (i lotti sono 6, distanti al massimo 3 km dalla cantina), studiando il terreno e il clima, e prendendo ad esempio gli insegnamenti dei “vecchi”. Infatti, non è vero che “tanto siamo in collina e le uve vengono di qualità”, perché ogni varietà ha bisogno del suo terreno e delle condizioni ideali.

Michele Moschioni. Il tempo come maestroLa filosofia in vigna è quella dell’agricoltura biologica (azienda certificata però solo nel 2017), niente diserbanti o prodotti chimici di alcun genere, le vigne sono inerbite. Le rese sono basse volutamente: 50 quintali per ettaro, che scendono a meno della metà per il Pignolo. Il tutto deve essere il più naturale possibile, sia in vigna che in cantina. Infatti, anche tutte le lavorazioni sono manuali, per poter avere una grande qualità.

Le uve sono portate a maturazione massima – direi tardiva – vengono vendemmiate a mano in cassette o plateau, e poi riposano qualche giorno in un locale, per una specie di appassimento, anche se dura pochi giorni ma permette comunque di arricchire le uve, come per una sovramaturazione, diciamo. Le uve, grazie a una ventilazione naturale, se il clima lo consente, o meccanica, perdono così ancora un po’ di acqua, concentrando gli zuccheri.

Qua c’è da dire che l’ispirazione a Michele è venuta negli anni ’90, avendo conosciuto Bepi Quintarelli; i vini avevano grande potenzialità e struttura, ma mancavano di eleganza e finezza, così Bepi gli consigliò di portare le uve a una maturazione fenolica ancora più estrema, cosa che, anche con la vendemmia ritardata al massimo e l’età giovane dei vigneti, non era comunque sempre possibile. Con la maturità delle uve, il tempo in cassetta post-vendemmia si è infatti ridotto a 3-4 giorni.

Vengono poi diraspate quando sono ancora integre e vinificate. La fermentazione alcolica avviene in tini di legno, senza controllo della temperatura e ad opera di soli lieviti indigeni. Passano poi in acciaio per un breve periodo. Segue poi l’affinamento che inizia in barriques di 1° e 2° passaggio per 12 mesi (ogni anno il 50% delle barriques viene rinnovato), per poi passare in botti grandi da 20/30 Hl per un periodo che va dai 2 ai 4 anni, a seconda del vino. Pignolo e Schioppettino tornano per un breve tempo in barriques. Poi, una volta imbottigliati, i vini riposano dai 12 ai 18 mesi in cantina prima della commercializzazione.

Michele Moschioni. Il tempo come maestroL’utilizzo della solforosa è minimo, solo se serve. Nessuna aggiunta di enzimi, nessuna filtrazione e/o chiarifica durante i vari passaggi o prima dell’imbottigliamento. Come potete ben capire, una vinificazione molto complessa e lunga, perché per Moschioni il tempo è un elemento fondamentale per la maturazione dei suoi vini. Infatti, facendo due calcoli, i vini vengono messi in commercio dopo 7/8 anni dalla vendemmia.

Moschioni produce solo vini se, nelle varie degustazioni – anche con amici enologi – il risultato lo emoziona davvero. Altrimenti non li imbottiglia: li declassa nel Rosso Moschioni, il vino più semplice della gamma. È proprio da questa filosofia che nasce, nel 2014, il Bisest.

Dai 13 ettari escono poco meno di 40.000 bottiglie. Le etichette sono 5:

  • 3 vini autoctoni in purezza: il Pignolo, lo Schioppettino e il Refosco dal Peduncolo Rosso
  • 2 blend: il Rosso Celtico (50% Cabernet Sauvignon, 50% Merlot) e il Rosso Reâl (50% Tazzelenghe, 25% Merlot, 25% Cabernet Sauvignon)

Ma nelle annate “minori” troviamo altre 2 etichette: il Rosso e il Rosso Bisest, che sono blend che possiamo definire declassamenti (ma non di affinamento, infatti un eventuale declassamento viene deciso in fase di maturazione) delle 5 etichette base. Le annate declassate sono: 2005, parte della 2008, 2010, 2014.

Il Metodo Classico è prodotto da qualche anno, ed è composto da Chardonnay 70%, Ribolla Gialla 20% e Refosco Bianco 10%. Vino molto strutturato ma di buona beva, rimane 6 anni sui lievti, non dosato. Vino che preoccupa Michele perchè con l’innalzarsi delle temperature diventa difficile ottenere la maturazione fenolica con un grado alcool potenziale attorno ai 10/11 gradi alcool (che poi diventerebbero circa 13 con la seconda fermentazione, che viene effettuata in aprile successivo alla vendemmia con aggiunta del mosto). Frutta esotica matura, pasticceria da abbinare a frutti di mare.

Sempre su spinta del figlio, nel 2022 viene prodotto anche un bianco friulano da uve Tocai Giallo provenienti da vigne degli anni ’50: 4 giorni sulle bucce e poi fermentazione in legno. La prima annata imbottigliata è la 2022, perché la 2021, pur vinificata, non ha convinto Michele. È un bianco che esprime in tutto e per tutto lo stile Moschioni, pieno, avvolgente molto fruttato e  agrumato.

Vini potenti, strutturati, alcolici, ma che – grazie alla loro acidità e freschezza – risultano essere anche estremamente bevibili e adatti all’invecchiamento. Vini che, comunque, secondo me hanno bisogno di tanto tempo – soprattutto il Pignolo – per esprimersi al meglio. Se si ha la pazienza di aspettarlo, si beve una grande bottiglia che non ha nulla da invidiare ai grandi rossi d’Italia.

Michele Moschioni. Il tempo come maestroBisest 2014 – blend di Pignolo 50% e Schioppettino 50%. (“Bisest” è il termine friulano che significa “bisestile”: fa riferimento alla credenza popolare “an bisest, an funest”, ovvero che gli anni bisestili siano inaffidabili e talvolta persino funesti!)

Al naso è complesso: confettura di frutta varia, come fragole, poi sottobosco, tabacco, cioccolato, spezie. In bocca è pieno e avvolgente, con buona freschezza, morbidezza, calore, bell’equilibrio e tannino levigato. Da bere subito e in grado di accontentare tutti i palati, anche se io lo metterei in cantina ancora per qualche anno – caratteristica che, per me, è comune a tutti i vini di Michele, che hanno bisogno di tempo per esprimersi appieno.

Rosso 2014 – blend di Merlot, Cabernet Sauvignon, Tazzelenghe e Refosco dal Peduncolo Rosso, con percentuali variabili. Cuoio, caffè, cacao, frutti di bosco. Morbido, intenso, fresco, ma ha ancora bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio.

Pignolo 2013 – da viti vecchie, arrivate in azienda negli anni ’40 dall’Abbazia di Rosazzo. È ancora un bambino, con un tannino molto presente e fitto. Grande freschezza. Al naso: prugne, ciliegie, spezie, tabacco. Ancora qualche anno prima di iniziare ad apprezzarlo davvero, ma io direi almeno altri 10 per goderne appieno, come con la 2003 di cui vi parlo dopo.

Refosco dal Peduncolo Rosso 2015 – al naso: frutti di bosco, ciliegia, cioccolato. Al palato è rotondo, morbido, corposo, con buona freschezza e persistenza, anche se – probabilmente – è il vino che mi convince meno.

Schioppettino 2013 – al naso: amarena sciroppata, more, prugne, poi pepe nero e spezie. Pieno e complesso anche al palato, dove emerge una nota di liquirizia inizialmente non percepita al naso. Complesso, caldo, speziato, corposo, con buona freschezza, tannino ben presente e grande persistenza. Un vino che, secondo Moschioni, ha sicuramente una bella identità precisa. Un gran vino, senza dubbio.

Rosso Reâl 2015 – blend di Tazzelenghe 50%, Merlot 25%, Cabernet Sauvignon 25%. “Reâl” significa “vero” in friulano. Il Tazzelenghe (il cui nome deriva da “taglia-lingua”, per la sua acidità e ruvidità) è stato vinificato in blend dopo varie prove, per smussarne i tratti più spigolosi.

Al naso: frutti di bosco, fiori, spezie, liquirizia, mora. Al palato, grande acidità, vino pieno e avvolgente – come tutti quelli dell’azienda – con bella struttura, tannino importante, sapidità e freschezza nel lungo finale.

Rosso Celtico 2015 – Merlot 50%, Cabernet Sauvignon 50%. Un uvaggio classico, in cui il Merlot viene raccolto e lasciato riposare; una volta pronto il Cabernet, si procede alla vinificazione congiunta. È il vino più prodotto. Chiamato così in riferimento ai ritrovamenti del periodo celtico nella zona; lo stesso stemma dell’azienda – presente su tutte le etichette – richiama quell’epoca.

È il vino più “facile”: molto fruttato, con uva surmatura rossa, ciliegie, piccoli frutti di bosco. Tabacco e caffè emergono alla distanza. Al palato è corposo, strutturato, con tannino presente, buona freschezza, e un finale morbido, sapido e decisamente fruttato.

E poi qualche vecchia annata dalla mia cantina bevute  recentemente:

Schioppettino 2007 – all’olfatto note scure di pepe, tabacco, cioccolato e liquirizia. Sentori balsamici prevalgono inizialmente sul frutto, che emerge nel finale. Al palato è avvolgente, con buona freschezza, grande struttura, tannino ancora presente e in evoluzione. Buona persistenza.

Schioppettino 2003 – naso molto complesso ed elegante: in primo piano frutta matura, viola appassita, confettura di fragole, poi cacao e pepe. Al palato è pieno, ampio, avvolgente, corposo, rotondo, con tannini eleganti, buona freschezza e un finale lunghissimo e fruttatissimo.

Pignolo 2003 – senza parole. Un vinone, da tutti i punti di vista. Un’esplosione di frutta al naso: more, ciliegie, cacao, cuoio, sentori vegetali leggeri che si amplificano con l’ossigenazione. Al palato il tannino è ancora ben presente, graffiante, potente, fresco, ma con una beva sorprendente. Come vi dicevo, un vino da aspettare, ma un grande vino.

Ampia visione, grande passione e determinazione, voglia di migliorarsi: questo è Michele Moschioni, vignaiolo friulano DOC, che ha fatto e continua a far conoscere al mondo che il Friuli è anche terra di grandissimi vini rossi.

 

Emanuele Muzzo

Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo

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