26 Ott 2025
Le scoperte enoiche di Benny

Marco Comai. Il fuoriclasse delle bollicine trentine

Attrazione “fatale” per Marco Comai

Chi mi segue sa quanto ami le storie di famiglia, quelle fatte di passione, terra e mani che non hanno paura di sporcarsi. È per questo che oggi vi porto a Riva del Garda, sulle sponde del lago che amo, per parlarvi di un’azienda che mi ha attratto inevitabilmente: l’Azienda Agricola Comai. Qui, i fratelli Marco e Andrea portano avanti un sogno, unendo la tradizione di quattro generazioni a un’innata curiosità e a una visione che va oltre i confini del Trentino.

comaiQuando ho iniziato a fare un primo approfondimento del Trentino per prepararmi al concorso di Migliore Sommelier d’Italia, ho iniziato a visitare diverse cantine che via via vi ho raccontato. E spesso, quando si arrivava a degustare le bollicine Trento DOC, erano proprio i produttori a dirmi che avrei dovuto visitare Comai e assaggiare il suo Trento DOC. Mi lasciavano intendere che lui mi avrebbe spiegato ciò che ancora non sapevo sullo spumante di montagna. E così, di volta in volta, la mia curiosità cresceva a dismisura.
Finché, in un pomeriggio caldo ad Arezzo, dovendo programmare il mio prossimo viaggio in Trentino prima delle ferie familiari, ho quasi obbligato Marco ad accogliermi. Devo ammettere che anche lui forse aveva sentito un po’ parlare di me e alla fine fissammo un appuntamento. Da quella memorabile giornata nasce quest’articolo che vuole condurvi a Riva del Garda fra i vigneti di Marco e nella sua cantina, dove finalmente ho soddisfatto la mia curiosità. Pronti a partire dunque con me per questo viaggio? Via!!

comai
Da conferitori a Vignaioli Indipendenti

La famiglia Comai affonda le sue radici nella viticoltura trentina da ben quattro generazioni. Un percorso storico comune a molte realtà locali: dapprima conferitori in realtà cooperative, hanno poi fatto il salto per diventare artigiani vinificatori delle proprie uve. Il momento cruciale arriva nel 2017, quando i fratelli Marco e Andrea prendono in gestione l’azienda dal padre Alberto e decidono di intraprendere con decisione la strada del vignaiolo indipendente, vinificando integralmente le uve provenienti dai loro appezzamenti.
La mission aziendale è chiara: ricercare le migliori zone vocate per esprimere al meglio le potenzialità del territorio, garantendo una qualità che si rispecchia nei prodotti. A testimonianza di questa filosofia, l’azienda lavora oggi in regime biologico circa sei ettari di vigneto, suddivisi equamente tra vitigni a bacca bianca e rossa. Affiancata ai vini, a sottolineare il legame con il territorio, troviamo anche una limitata produzione di Olio Extra Vergine di Oliva Biologico, storicamente legato alla zona dell’Alto Garda.

Due fratelli, due ruoli diversi

Il successo di questa svolta si basa su una perfetta sinergia. Marco, che si occupa delle vinificazioni, si è diplomato in enologia nel 2014 presso la prestigiosa Scuola Superiore di San Michele all’Adige, concludendo poi il suo percorso formativo con una laurea in Viticoltura ed Enologia, arricchita da numerose esperienze lavorative in Europa e all’estero. Quando mi ha raccontato di quante vendemmia abbia effettuato all’estero dalla Germania a Bordeaux fino a toccare la Nuova Zelanda e poi esperienze importanti in Toscana e da Ferrari sono rimasta a bocca aperta. Trovo affascinante che un ragazzo giovane e con tanta esperienza decida di tornare a casa e mettersi a servizio dell’azienda di famiglia. Dall’altra parte abbiamo il fratello Andrea, anche lui diplomato alla Scuola Agraria di San Michele all’Adige e specializzato nella parte viticola. Attualmente la meticolosa gestione agronomica dei vigneti è principalmente opera sua.

La sfida del clima ⛈️

Ho voluto toccare con mano l’impegno che c’è dietro a ogni bottiglia, visitando di persona i vigneti. Sono rimasta senza parole dalla bravura con cui sono tenuti. Ogni filare, ogni pianta è curata in modo maniacale. In particolare, le vigne di Sauvignon Blanc mi hanno colpito, non solo per la vista mozzafiato sul lago, ma anche per l’attenzione che Marco mette nella loro protezione.
Oggi, in Trentino, la viticoltura deve far fronte alla crescente imprevedibilità del clima. I dati sono chiari: la frequenza e la violenza delle grandinate sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni, rappresentando una minaccia sempre più seria per le coltivazioni, spesso con danni che distruggono il raccolto in pochi minuti.
È per questo che ho notato subito le reti antigrandine installate sui vigneti più preziosi, come quelli del Sauvignon Blanc. Si tratta di un investimento significativo in termini economici e di lavoro aggiuntivo, ma è ormai un accorgimento fondamentale per l’adattamento climatico. Questo dettaglio, a mio avviso, dice tutto sulla filosofia dell’azienda: una dedizione totale che non lascia nulla al caso, dove l’artigianalità si fonde con la necessità di difendere il frutto da fenomeni meteorologici estremi, garantendo la continuità e l’alta qualità della produzione.
Mi piace sottolineare che la conduzione dei terreni è interamente biologica e non si utilizzano nè concimi chimici, nè agro-farmaci di sintesi. Oltre al vigneto di Tenno che ho visitato, gli altri si trovano nei comuni di Riva del Garda e Arco.

comaiIn cantina con Marco: linea territoriale BUSAT

Dopo la visita in vigneto, siamo tornati in cantina: un ambiente semplice ma pulito, dove si respira l’aria di chi ha le idee molto chiare sull’affinamento. Qui Marco utilizza una combinazione di strumenti: l’acciaio per la freschezza, il legno per la complessità e la misteriosa tava.
La tava non è altro che l’anfora trentina, uno strumento che consente la micro-ossigenazione del vino senza cedere sentori, preservandone l’integrità del frutto e la freschezza, donando al contempo una tessitura setosa. a Marco piace sperimentare quindi non poteva anche questo strumento.
La degustazione è partita dal “territorio” e cioè con un vino della linea Busat: il Rosato 2022, un vino molto semplice e beverino frutto di tre vitigni (Merlot, Schiava e Rebo). In dialetto trentino, “busa” significa letteralmente “buca” o, nel contesto geografico, “zona/territorio circostante”. I vini della linea Busat sono l’espressione più diretta e territoriale dell’area del Garda, prodotti con un approccio immediato e piacevole. un vino fresco e facile adatto per piatti leggeri o aperitivi a bordo piscina. Una buona partenza!

Dalla freschezza alle riserve

Sulla stessa scia territoriale, abbiamo assaggiato il Busat Bianco, un blend di Chardonnay con una piccola ma caratterizzante percentuale di Sauvignon Blanc. Marco mi ha spiegato che la sfida di un blend è proprio la sua stabilità, più facile da trovare rispetto a un vino da monovitigno, motivo per cui la fase in bottiglia è cruciale per stabilizzare al massimo il vino. quando Marco lavora il Sauvignon blanc, il lavoro in cantina è improntato alla massima neutralità: vinificazione senza macerazioni, mantenendo la temperatura sui 20°C—evitando temperature basse per scongiurare l’estrazione di esteri, sostanze volatili e composti tiolici troppo intensi. Anche i lieviti selezionati sono scelti fra quelli meno marcanti.
Ed effettivamente il risultato è evidente. L’ingresso in bocca del vino è dominato dallo Chardonnay, ma poi subentra la nota del Sauvignon, lasciando una scia più sapida sul finale.
Abbiamo proseguito assaggiando lo Chardonnay 2021, un vino che fa parte della linea delle Riserve. Le uve di questo bianco provengono esclusivamente dalla storica Vigna Piscol ad Arco. La vinificazione è meticolosa: si parte dalla pressatura soffice delle uve a grappolo intero, seguita da fermentazione e affinamento in botti di rovere francese prevalentemente esauste (da 225 e 500 litri) per 8/9  mes: un passaggio non invasivo. Dopo l’imbottigliamento, sosta in vetro per un minimo di 08-12  mesi. Il risultato è un vino dal bouquet intenso ma garbato, fruttato, con richiami minerali alla pietra focaia, note fresche e floreali, e un leggerissimo aroma tostato.
Un vino che ha bisogno di tempo per esprimere ciò che ha da raccontare. che fa intravedere potenzialità.

Un Sauvignon Blanc che sorprende

La prima cosa che mi ha colpito assaggiando i vini di Marco è stata la loro personalità. Il Sauvignon Blanc, per esempio, è un vino da manuale. Le uve provengono proprio dai vigneti che abbiamo visitato a Tenno, a circa 430 metri sul livello del mare, su suoli calcarei e sciolti che conferiscono al vino una spina dorsale minerale unica. Il procedimento in cantina segue l’approccio sartoriale dello Chardonnay, con una pressatura soffice delle uve a grappolo intero e fermentazione e leggero passaggio in legni esausti (70% circa tonneaux e 30% barrique esauste). Qui però l’impatto sensoriale è totalmente diverso: non è il solito Sauvignon esagerato o troppo aromatico, spesso polarizzante. Ha invece un carattere forte e deciso, con note agrumate e un’incredibile mineralità che gli deriva dai terreni di Tenno. La sua particolarità è proprio questa: pur avendo una complessità notevole e una struttura importante, risulta elegante e mai invadente, un tratto che lo rende simile ai grandi Sauvignon dell’Alto Adige. È un bianco che non ha nulla da invidiare ai migliori d’Italia. Non a caso, abbiamo proseguito la degustazione proprio con due annate diverse di questo Sauvignon (2021 e 2018), a dimostrazione di quanto Marco sia giustamente orgoglioso dell’evoluzione e della costante eleganza non invadente che caratterizza questo vino nel tempo.

Storia e carattere di un incrocio

Una vera sorpresa, per me, è stato il Rebo, un incrocio che incarna lo spirito trentino. Ma cos’è esattamente il Rebo? È un vitigno a bacca rossa nato dall’ingegno del professor Rebo Rigotti, da cui prende il nome. Fu creato presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (oggi Fondazione Edmund Mach) in Trentino, all’inizio degli anni ’40, unendo due colonne portanti dell’enologia locale: il Merlot e il Teroldego. L’obiettivo era ambizioso: combinare la struttura e l’eleganza del Merlot con la tipica acidità, il colore intenso e la robustezza del Teroldego.
Nonostante le sue promettenti qualità, la diffusione del Rebo è rimasta prevalentemente confinata alla sua regione d’origine, il Trentino, in particolare nelle aree della Rotaliana e del Garda. Non ha mai raggiunto la notorietà di altri vitigni internazionali a causa di una difficile gestione agronomica. Il suo tallone d’Achille, infatti, è la tendenza a maturare in modo non uniforme, o maturazione scalare, un problema che richiede molta esperienza e un lavoro meticoloso in vigna per garantire una qualità omogenea.

Un Rebo che conquista

Il loro Rebo, il “Morèr”, dimostra come Marco Comai abbia superato brillantemente queste difficoltà. Il risultato è un vino che ti conquista al primo sorso: molto speziato, equilibrato. La parte “verde” è stata gestita magistralmente, risultando perfettamente matura, Ha un’eleganza che non ti aspetti. Qui sta il vero punto di forza di Marco: è riuscito a domare la naturale rusticità del Rebo per esaltarne i lati migliori. Il “Morèr” è un vino che sa essere “verace” e raffinato allo stesso tempo, a mio avviso, la migliore espressione di questo incrocio mai assaggiata da me finora.

A proposito del nome

La risposta è affascinante. “Morèr” è il nome attribuito in Trentino all’albero di gelso, un nome dialettale che deriva da una radice simile a “moro”, riferendosi sia all’albero stesso sia al suo frutto, la mora. L’albero di gelso è noto per la sua lunga tradizione agricola, soprattutto legata all’allevamento dei bachi da seta. La curiosità è che un albero di gelsi un tempo si trovava proprio nel vigneto da cui provengono queste uve. Anche se l’albero non c’è più, quando si fa riferimento a quel particolare appezzamento si dice ancora “al Morer”. La scelta del nome sembrava, a Marco e Andrea, semplicemente ovvia, un piccolo ma significativo omaggio alla storia di quel preciso angolo di terra. Ma le potenzialità del Rebo non finiscono qui…

Una curiosità in più…

Da questo stesso vitigno prende vita il Reboro, un progetto collettivo che nasce dall’amicizia dei vignaioli della Valle dei Laghi con l’obiettivo di produrre un vino rosso “corale” da appassimento e di assoluta eccellenza. Il Reboro nasce dai migliori grappoli, lasciati appassire fino a novembre inoltrato sulle “arele”, i graticci utilizzati anche per la produzione del celebre Vino Santo Trentino DOC. È un’altra grande storia trentina, come quella della Cantina Pisoni che lo produce con maestria, ma di questo vi parlerò più avanti, in un altro imperdibile articolo dalla Valle dei Laghi!

Rossi di carattere: omaggio a Bordeaux

A questo punto, la voglia di assaggiare il Trento DOC di Marco è fortissima. Dopo tanti assaggi in cui Marco mi ha dimostrato la sua passione e bravura, la curiosità per l’oggetto del mio desiderio è alle stelle. Ma prima del gran finale, mi aspettano ancora i due rossi più importanti dell’azienda: il Merlot Piscol e, soprattutto, il blend bordolese Rovero. Un’ultima, doverosa immersione nel terroir prima delle bollicine. Il primo assaggio di Piscol, il loro Merlot mi fa sorridere. Questo vino si distingue nettamente dai Merlot più ruffiani e a volte “marmellatosi” che personalmente non amo. Proviene dall’omonima Vigna Piscol, caratterizzata da suoli argilloso-calcarei. Il lavoro di Marco si concentra sull’eleganza e la dinamicità: dopo una lunga macerazione in acciaio (4-5 settimane), il vino affina per 12 mesi in botti di rovere, seguiti da ben 24 mesi di riposo in bottiglia. Il risultato è una beva articolata fra freschezza e piacevolezza, con un bouquet intenso, fruttato (lampone, ciliegia), floreale, speziato e un leggero aroma tostato.

 Il rosso di punta della cantina: il Rovero 2018

Questo blend di Merlot e Cabernet Sauvignon è un chiaro omaggio a un certo stile bordolese, ma con l’impronta forte del territorio. Le uve provengono dalla Contrada Rovero, dove i suoli argilloso-ciottolosi donano struttura. La vinificazione prevede una macerazione intensa in acciaio (4-6 settimane) e un affinamento in botti di rovere per 12 mesi, con una parte di legno nuovo per garantire complessità. Dopo 24 mesi di bottiglia, si presenta nel calice succoso, con un tannino fitto, strutturato e avvolgente. I profumi richiamano frutta matura (ciliegia, lampone), con lievi note tostate e di caramello. Un vino che chiede l’abbinamento con carni arrosto o selvaggina.

Quel Trento DOC che mi ha fatto dire “WOW!”

Conclusi gli assaggi dei vini fermi, il calice davanti a me cambia. Ed eccoci al fatal momento. L’aria si è fatta tesa come la corda di un violino, come a descrivere l’attimo sospeso prima del bacio tra Amore e Psiche. E poi, è arrivato lui: il Trento DOC extra brut. Se siete amanti dei Pas Dosé, questo fa al caso vostro. Il blend è 70% Chardonnay e 30% Pinot Nero. La base spumante affina in parte in legno (probabile che siano le botti esauste usate per gli altri bianchi) e resta oltre 42 mesi sui lieviti. Marco me lo ha sboccato alla volée, dimostrando una mano eccezionale.
La sua eleganza, la finezza del perlage e quelle note complesse mi hanno ricordato molto alcuni Champagne. A mio modesto parere, questo è più di un semplice Trento DOC. E’ l’espressione massima di cosa la bollicina di montagna possa diventare con visione e dedizione. Da Comai ne vedremo delle belle bolle!

Vino e accoglienza: what else?

Dopo questo primo folgorante assaggio, ho avuto il privilegio di assaggiarlo in diverse fasi della sua evoluzione, prima della messa in commercio ufficiale, e ogni volta mi ha lasciato a bocca aperta. La sua eleganza, la finezza del perlage, quelle note complesse che, onestamente, mi hanno ricordato molto alcuni Champagne. Questo è il segno di una grande mano, e non posso che fare i complimenti a Marco Comai per la sua maestria e voglia di migliorarsi.

Nel mio articolo FIVI 2024. Assaggi e scoperte – parte I, vi avevo promesso questo articolo, e spero che la meticolosità dei dettagli vi abbia fatto percepire la bellezza e la passione di questa azienda. Se un giorno la curiosità vi spingesse in Trentino, vi invito con tutto il cuore a visitare la cantina di Marco e Andrea: a degustare i loro vini che, dalla bollicina al Rebo, raccontano la “Busa” dell’Alto Garda con un’autenticità rara. Non solo assaggerete dei vini eccellenti, ma conoscerete delle persone che hanno un amore sconfinato per la loro terra e per quello che fanno. E queste, per me, sono le vere scoperte enoiche. Cin!

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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