Terracanta: il vino che nasce abbracciato dalla terra
Tra i campi di Ardea, dove la terra è antica e la luce ha il colore dell’alba, il vino non si produce: si accompagna. Si chiama Terracanta, ed è più di una cantina: è un progetto di vita, un’idea condivisa, una visione che affonda le radici nella storia e cresce nutrendosi di terra, sole e rispetto.
Arrivo alle prime ore del mattino in queste bellissime campagne alle porte di Ardea e ad accogliermi ci sono Carlo e Lucia, anime e braccia di questo sogno. Sono loro, soli, a occuparsi di tutto. Produttori, custodi, vignaioli e narratori. Terracanta è la loro visione, nata da un’eredità familiare che risale al 1959, quando il nonno di Carlo, Vincenzo Ceglia, decise di ritirarsi in campagna ad Ardea, lasciandosi alle spalle la città e dando vita all’azienda agricola Ceglia. Con la moglie Nina piantò quattordici ettari di vigneto DOC e un ettaro di uliveto. Quando la malattia lo costrinse a fermarsi, fu la figlia Angelina a raccogliere il testimone.

Angelina trasformò la difficoltà in seme. Nel 1982 piantò sette ettari di kiwi, lasciando quattro ettari di vigna. Gli inizi non furono facili, ma tutto cambiò quando incontrò Angelo Bertea, guida e ispirazione: attraverso di lui, Angelina conobbe l’agricoltura biodinamica e l’antroposofia, seguendo i corsi del professor Sbardelli. Aveva capito che la terra andava risanata. Cominciò così a seminarla con erbai da 25 specie diverse, restituendole equilibrio, vita e dignità.
Nel 2018 Carlo e Lucia prendono in affitto l’azienda e decidono di proseguire quel cammino: non solo coltivare, ma farlo con consapevolezza. Nel 2019 nasce l’idea di Terracanta, la cantina, e nel 2020 esce la prima annata. I loro vini naturali provengono da agricoltura certificata biologica e biodinamica, senza rame, senza interventi invasivi, con fermentazioni spontanee e maturazioni in qvevri, anfore georgiane interrate che affondano nel suolo come radici.
Cammino con Carlo tra quindici ettari di terreno, dove convivono kiwi, ulivi e vigna. Lucia è tra i filari, si occupa della potatura verde: alleggerisce, osserva, cura. La biodinamica non è un metodo, è una filosofia. E qui ogni pianta, ogni fiore, ogni campo racconta di ascolto e armonia. Passeggiare per queste vigne, fermarmi ad ammirare i fiori degli alberi di kiwi, guardare le piccole piante di montepulciano della nuova vigna, farmi sfiorare i capelli dai rami degli ulivi è qualcosa di affascinante e magico.

Entro in cantina e mi fermo. Dodici anfore georgiane, alte quasi tre metri, rivestite all’esterno di malta bianca e all’interno di cera d’api, emergono dal pavimento come cuori sotterranei. Carlo mi racconta la loro scelta: quando si sono chiesti quale fosse il contenitore migliore per far nascere i loro vini, sono andati alle origini del vino stesso: la Georgia. Lì, da millenni, l’uva fermenta insieme a vinacce e raspi in anfore completamente interrate, i qvevri, oggi riconosciuti patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Sollevo il coperchio di un anfora, faccio luce con il cellulare e ammiro la sua bellezza dall’alto. Pensare che il vino nasce lì, sotto terra è davvero affascinante.
Il processo è naturale e potente: la fermentazione spontanea avviene nel grembo della terra. Il vino si affina direttamente nelle anfore, dove le bucce e i solidi si depositano sul fondo fino alla svinatura. Non ci sono chiarifiche, né filtrazioni. Solo pazienza, rispetto e fiducia.
Carlo racconta che questa soluzione, nata nei secoli per nascondere il vino durante le guerre, si rivela oggi tecnicamente perfetta: la terracotta isola termicamente e consente una micro-ossigenazione simile al legno, ma senza alterazioni aromatiche. E poi c’è un significato più profondo: è la stessa terra in cui crescono le vigne a custodire il vino, in un abbraccio che per Carlo e Lucia è anche simbolico: «È un po’ come se fosse il nostro abbraccio».
Con Carlo andiamo a sederci sotto un bellissimo pergolato da cui si ammira la maestosa piscina. Le bottiglie sono posizionate sul tavolo insieme ad un contenitore in terracotta con dei tarallini che saranno compagni di viaggio di questa degustazione. Guardo Carlo mentre con maestria apre la prima b Vallecacia è il vino che apre il racconto, quello che Carlo sceglie per iniziare la degustazione “con delicatezza”.
È un blend composto da malvasia puntinata e malvasia di candia, due vitigni che sul terreno vulcanico respirano salinità e luce, e regalano un sorso gentile, ma non timido.
All’olfatto, Vallecacia colpisce con note floreali bianche, quasi eteree: biancospino, camomilla, fiori di campo. Poi arrivano i sentori fruttati, di pesca bianca, pera matura, con un accenno agrumato che ricorda il cedro e la scorza di limone. Sul finale, una lieve nota erbacea e una mineralità fumé, figlia della terra vulcanica. In bocca è un vino equilibrato, elegante, con un sorso pulito e diretto, che si distende con eleganza. La freschezza accompagna tutto l’assaggio, mentre il corpo resta sottile, snello, ma avvolgente. Il finale è sapido, persistente, con una chiusura leggermente mandorlata che invita a un altro sorso, e poi a un altro ancora. Vallecacia non urla. Sussurra. È un vino che ama chi ha tempo di ascoltare, proprio come la terra che lo ha generato.

Il secondo vino che Carlo apre è Nina è un rifermentato in bottiglia, spontaneo e autentico, come la donna da cui prende il nome: la nonna di Carlo, grande amante delle ortensie. Non a caso, sull’etichetta una donna dai capelli ricci floreali sorride, simbolo di cura e bellezza semplice.
È composto per il 90% da trebbiano e 10% da malvasia di candia, uve che raccontano il territorio e lo vestono di vivacità. La seconda fermentazione avviene grazie a mosto congelato della stessa annata, innescando bollicine fini e persistenti. Non c’è sboccatura, e sul fondo della bottiglia restano i residui, a testimonianza di una lavorazione integra e naturale. A differenza del primo vino che aveva tappo in sughero qui il tappo è a corona proprio per via delle bollicine.
All’olfatto, Nina è fragrante e fresca: profuma di fiori bianchi, mela verde, lievito, con accenti di crosta di pane e agrumi gialli. La bollicina esalta i profumi senza sovrastarli, portando al naso una sensazione di semplicità rustica e sincera.

In bocca è un vino schietto, vivace, con un sorso asciutto e agrumato, che chiude su note di erbe spontanee e una piacevole sensazione salina. È un vino che accompagna volentieri una tavola contadina, con pane e formaggi, o piatti vegetali, ma anche momenti leggeri tra amici, all’ombra di una pergola o in riva al mare.
Nina è memoria che fermenta. È la nonna, i suoi fiori, le sue mani. È la vitalità racchiusa in un gesto antico: quello di lasciare che il vino viva, anche dopo la bottiglia.
Angelina non è solo un vino: è un testamento liquido, un gesto di gratitudine. Porta il nome della mamma di Carlo, la prima della famiglia a credere nella biodinamica, quando ancora era una scelta rara, coraggiosa, quasi visionaria. Non a caso, l’etichetta è un omaggio a quella visione: un richiamo diretto alla biodinamica, tra terra, luna e spirito.
È un vino ottenuto da trebbiano in purezza, ma ciò che lo distingue è il processo di macerazione, che gli conferisce corpo, struttura e una carica espressiva potente. Le bucce restano a contatto con il mosto per un tempo prolungato, arricchendo il vino di colore, tannini e carattere.
All’olfatto, Angelina è profonda e avvolgente: note di erbe officinali, fiori secchi, agrumi canditi, albicocca disidratata, ma anche accenni di curcuma, zafferano e resine. È un vino che ti obbliga a fermarti, ad annusare più volte, a lasciarti coinvolgere.
In bocca è un vino strutturato, salino, deciso, con una trama tannica lieve ma presente, un’acidità viva e una lunga persistenza che accompagna con lentezza e consapevolezza. Il sorso è terroso e solare allo stesso tempo, come la donna a cui è dedicato. È una chiusura che lascia il segno, un commiato che somiglia a un abbraccio pieno, rotondo, indimenticabile.

Angelina è radice e visione, memoria e orizzonte. È un vino che parla al presente con la voce del passato, e che ricorda a chi lo beve che ogni gesto agricolo può essere atto d’amore.
I vini di Terracanta non si impongono, si rivelano. Non cercano di stupire, ma di restare. Sono vivi, in continua evoluzione, portano intatta la vitalità della vigna nella bottiglia. Bere un loro vino è un gesto che invita al raccoglimento, al rispetto, alla gratitudine.
In un mondo che corre, Terracanta è una scelta controcorrente. È il tempo del vino che torna a essere tempo umano. È un atto d’amore verso la terra. È il buon vivere che diventa realtà, sorso dopo sorso.
Dopo la degustazione, la passeggiata con Carlo tra i campi è stata come un ritorno all’origine di tutto. Ho ammirato i fiori di kiwi, così effimeri e delicati, promesse silenziose di frutti futuri. Ho respirato il profumo delle piante officinali, sfiorato i rami carichi degli ulivi antichi, che mi hanno toccato la testa come a benedire il mio passaggio. Ho abbassato il capo per attraversare i filari, come si fa davanti a qualcosa di sacro.

In quel momento, ho capito davvero cos’è Terracanta: non solo una cantina, ma una terra che canta davvero, che sussurra storie di famiglia, di radici, di futuro. Una terra viva, coltivata con amore, che ti accoglie e ti cambia. Un luogo dove il vino non si produce: si ascolta.
Roberto Silvio De Pascale
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