Sardegna Svelata. Il trailer non mi basta!
C’è un’emozione che porto ancora addosso, vibrante e intensa: quella lasciata dal viaggio-evento “Sardegna Svelata”, organizzato con l’Associazione Le Donne del Vino dal 23 al 26 ottobre 2025. Non è stato solo un educational tour; è stato come vedere il trailer di un film meraviglioso. Sai quelli in cui ogni fotogramma racchiude un mondo che vuoi esplorare e ogni scena ti promette un’esperienza indimenticabile? Ecco, la Sardegna mi ha mostrato il suo trailer, e non vedo l’ora di godermi il film completo!
Il nostro è stato un itinerario inedito, un connubio affascinante di vitivinicoltura e tradizioni, dove il vino è parte integrante della cultura sarda, esplorata anche attraverso uno sguardo al femminile tra tessitrici, pastaie e panettiere.
Cagliari: storia, natura e la seduzione del Diavolo
L’accoglienza nella nostra base a Cagliari è stata splendida, in un hotel a pochi passi dal mare. La nostra esplorazione è iniziata subito, con una visita a piedi che ci ha catapultate nella storia della città: dalle sue radici che affondano nella civiltà Nuragica, passando per l’influenza Fenicia e Romana, fino ai giorni nostri.
Il vero colpo al cuore è arrivato al Monte Urpinu: da lì, lo sguardo spaziava sul panorama di Castello e Villanova e, dall’altra parte, sullo stagno di Molentargius, culla dei fenicotteri rosa. Ho letteralmente adorato la Sella del Diavolo, un colpo di bellezza e storia che ti colpisce dritto nell’anima. La passeggiata nel quartiere Castello ci ha condotto al Duomo e a una suggestiva cripta, dove icone e reliquie narravano secoli di fede e devozione.
Incontri speciali a Cantina Argiolas
Nel pomeriggio, il nostro viaggio ci ha portato nelle campagne di Serdiana (regione storica del Parteolla) per visitare la Cantina Argiolas, splendida cantina progettata dall’architetto Savin Couelle con uno stile moderno ma sardo, una delle più importanti e note realtà dell’isola. Tutto è iniziato nel lontano 1918, quando Antonio Argiolas (classe 1906) ereditò i primi tre ettari di terreno, fondando ufficialmente la cantina nel 1938. Insieme alla moglie Bonaria e ai figli Francesco e Giuseppe, supportati dalle rispettive mogli e gettò le basi di un’impresa familiare destinata a diventare ambasciatrice del vino sardo nel mondo.
Gli Argiolas dimostrarono la loro tempra negli anni Settanta: laddove gran parte dei viticoltori sardi acconsentì all’invito della CEE di espiantare le vigne, la famiglia andò ostinatamente controcorrente, continuando ad acquistare vigne e a credere nel potenziale del territorio. Antonio comprese che la viticoltura doveva aprirsi alle grandi estensioni e alle tecnologie più avanzate, una visione che culminò con la nascita di etichette iconiche come il Turriga, vero simbolo della rinascita enologica sarda e il fruttato Costamolino.
Il contesto produttivo e la sostenibilità
La tenacia dell’azienda affonda le radici nel primato pedoclimatico della zona, ben noto fin dai monaci medievali. I monaci Basiliani e poi i Vittorini qui fondarono un monastero (ricordato dalla Chiesa di Santa Maria di Sibiola), trasformando il villaggio nel più importante centro agricolo del cagliaritano per la produzione di olio e vino.
Oggi, l’azienda, guidata dalla terza generazione, ha esteso i suoi vigneti dalla tenuta di Serdiana alle proprietà in Trexenta e alla tenuta di Porto Pino nel Sulcis. La gestione agronomica è improntata alla sostenibilità, con l’utilizzo di stazioni climatiche per interventi mirati, inerbimento per favorire il suolo e l’uso di compost organico, riducendo drasticamente i prodotti di sintesi. Un’azienda che, con il suo vigneto sperimentale e la consulenza enologica di Mariano Murru (anche lui, ironia del destino, allievo di Tachis), continua a guardare al futuro dell’enologia sarda.
Tra avanguardia e tradizione: la masterclass
La Cantina Argiolas, attenta alla longevità dei sardi (la Sardegna è una Blue Zone), ha anche reso omaggio alla vita centenaria di Antonio (morto a 102 anni) con etichette dedicate come Antonio 100 e Senes. In questa atmosfera, abbiamo partecipato a una preziosa Masterclass che ci ha aperto gli occhi sugli autoctoni di Sardegna. L’incontro con i vini di Mariano Murru, enologo di fama e anima tecnica di Argiolas, ci ha regalato una delle masterclass più interessanti del tour, aprendo una finestra sul futuro della viticoltura sarda senza mai staccare i piedi dalle radici.
L’emozione è diventata tangibile grazie alla passione contagiosa di Rossella, che ci ha guidate nel racconto e all’incontro con la Signora Pina, Donna del Vino di grande saggezza nonché nuora di Antonio il fondatore. In Argiolas, ho compreso la forza della tradizione familiare e la sua capacità di innovare, mantenendo saldo il legame con l’identità sarda. Vi racconto qualche dettaglio!
Il Nuragus: novità a 10° e la storia
Abbiamo iniziato con il Nuragus, vitigno resiliente per eccellenza, degustandolo in due versioni antitetiche. La prima è stata una sorpresa assoluta: Sa Frissa, un’anteprima non ancora presente in catalogo. Con questo vino, Mariano Murru ha dato una risposta magistrale al dibattito contemporaneo sui vini dealcolati. La sua tesi è chiara: lavorando con estrema precisione in vigna, è possibile ottenere un bianco fresco e serbevole con una gradazione di soli 10%, senza ricorrere a processi chimici o meccanici. È il “vino dell’estate”, pensato per i giovani e per chi cerca leggerezza senza rinunciare al carattere. Siamo poi passati alla tradizione pura con S’Elegas (Nuragus di Cagliari DOC 2024). Nato nei primi anni Novanta, questo vino rappresenta l’essenza dell’autoctono sardo. Una versione solida e molto apprezzata anche all’estero, che conferma come la classicità sia un valore intramontabile quando supportata dalla qualità.
Nasco: “Rosso travestito da bianco”
Il privilegio più grande è stato però scoprire una declinazione insolita del Nasco. Se per tradizione questo vitigno è destinato ai passiti, l’Iselis 2023 (Nasco in purezza) ci ha mostrato il suo volto secco. Mi ha letteralmente conquistata: nonostante un’importante gradazione alcolica, la struttura è talmente imponente da ammortizzare perfettamente il calore. L’ho definito un “vino rosso travestito da bianco”. Per la sua ampiezza e potenza, è capace di reggere il confronto con piatti impegnativi come il maialino in porchetta o la sapidità estrema della bottarga. Una DOC che mi ha rubato il cuore.
Il gran finale: il Bovale e l’anima del Korem
Abbiamo concluso in bellezza con un rosso che in Sardegna è un vero e proprio simbolo di convivialità: il Korem 2022 (Bovale, Isola dei Nuraghi IGT). Se il blasonato Turriga rappresenta il “regalo importante” o l’occasione solenne, il Korem è il vino della gioia quotidiana e della condivisione. È il primo a finire nelle cantine Argiolas, andando spesso in break produttivo perché si beve sempre e bene. Un vino di grande compagnia, fruttato e facilmente fruibile, che chiude perfettamente il cerchio di una masterclass indimenticabile.
Che bella Masterclass! Un momento di alta formazione che mi ha fatto sentire parte integrante di questa terra e del suo continuo divenire enologico.
Il Sulcis: misticismo e l’identità del Carignano
La seconda giornata è iniziata dirigendosi verso il Sulcis, terra antica e ricca di fascino.
La pace silenziosa di Montessu
La visita guidata alla Necropoli di Montessu, la più estesa della Sardegna, è stata un’esperienza mistica e pacificante. Questo universo sotterraneo, mimetizzato nel paesaggio delle campagne sarde, è un’espressione del culto funerario di popolazioni vissute cinquemila anni fa. Oggi, Montessu è stato meritatamente dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità (2025).
Guardando le pareti della necropoli che si distende ad anfiteatro, abbiamo contato 35 delle oltre 40 Domus de Janas (Case delle Fate), scavate con maestria a partire dal III millennio a.C.. Queste grotticelle artificiali furono realizzate a somiglianza delle case dei vivi, corredate di soffitti e false porte, simbolo del passaggio all’aldilà. Cosa spingeva gli uomini prenuragici a curare così dettagliatamente i vani in cui venivano accolti i defunti? Era la sacralità e la ritualità per restituire i cari alla dea Madre, divinità della rigenerazione.
Il fascino del paesaggio, unito al senso sacro del luogo, mi ha trasmesso una profonda serenità. È nata in me una certezza: devo tornare per vivere quel luogo con i giusti tempi, assaporando ogni silenzio e la magia fatata che emanano queste dimore antiche.

Il Carignano e la genialità di Tachis
A Santadi, abbiamo visitato una realtà simbolo della rinascita enologica sarda: la Cantina Sociale. Nata nel 1960 come cooperativa agricola focalizzata sul vino sfuso, ha vissuto una svolta epocale a partire dagli anni ’80. Sotto la guida di Antonello Pilloni, l’ingaggio dell’enologo di fama mondiale Giacomo Tachis ha trasformato la Cantina in un’eccellenza. Insieme, hanno puntato sulla qualità e sul Carignano, vitigno identitario, creando vini iconici come il Terre Brune e il Rocca Rubia. Sono riuscirti a portare il Carignano e la Sardegna fuori dai confini nazionali, conquistando anche mercati internazionali.
La Masterclass sul Carignano
In questo contesto di eccellenza, la Masterclass sul Carignano è stata didatticamente cruciale. Il confronto tra la DOC e i vini di altissimo livello della Cantina ha generato un buon dibattito che ci ha portato a una conclusione netta: il terroir è fondamentale per comprendere la vera essenza del Carignano. La sua identità più vera si esprime pienamente nell’areale del Sulcis, dove l’uva Carignano, spesso coltivata a piede franco, si manifesta in tutta la sua potenza. Qui nasce un vino rosso sardo intenso, con un colore quasi impenetrabile, caratterizzato da profumi complessi che spaziano dalla mora e mirtillo fino alla vaniglia e alla liquirizia, con note potenti di mirto e macchia mediterranea. Al palato è corposo e ampio, ma allo stesso tempo vellutato, un rosso che dà piena soddisfazione. un’esperienza molto arricchente!

Tratalias: bellezza sospesa
Nel pomeriggio, abbiamo visitato il Villaggio Tratalias Vecchio e la sua stupenda Cattedrale romanica di Santa Maria di Monserrato. La sensazione iniziale è stata strana, come trovarsi in una fiaba sospesa: il borgo è stato progressivamente abbandonato negli anni ’70/’80 a causa delle infiltrazioni d’acqua del vicino lago artificiale di Monte Pranu, che resero insicure le case.
Tuttavia, Tratalias non è un paese fantasma, ma un eccezionale esempio di resilienza sarda. Il borgo è stato recuperato e rivitalizzato, trasformandosi in un affascinante polo turistico. Ho ammirato le case restaurate, oggi sede di laboratori artigianali e atelier. Questa bellezza “rinata” mi ha spinto a riflettere: pur con tutte le complessità legate alla sicurezza idrogeologica, la valorizzazione culturale ed economica di Tratalias dimostra come sia possibile utilizzare le potenzialità uniche del luogo, mantenendole sempre in sicurezza. È la prova che il passato, lungi dall’essere solo un ricordo, può essere il motore di una nuova economia.
Convento San Giuseppe: accoglienza commovente
A chiusura di questa intensa giornata, ci attendeva un’esperienza densa di fascino, un viaggio sensoriale tra i sapori e le tradizioni della Sardegna. La cena si è svolta presso il Convento San Giuseppe, un luogo dove la storia e le persone si intrecciano per realizzare sogni. Anticamente noto come la “casa dell’acqua”, dove il Parco di Molentargius entrava un tempo con forza, questo sito era abitato già dai primi monaci che da qui controllavano il commercio del sale, l’oro bianco dell’isola. Nel Medioevo era la piccola chiesa campestre di Santa Maria delle Vigne; i monaci Vittorini ne fecero poi un convento, dedicato nel ‘600 a San Giuseppe Calasanzio. Sono mille anni di lavoro e preghiera che la famiglia Carcangiu-Bayre ha riportato in vita con una dedizione ammirevole, donando oggi una nuova, raffinata ospitalità.
Sotto una pioggia di petali
Siamo state accolte dalla padrona di casa Maria Luisa Carcangiu Bayre e dalla delegata Nina Puddu in un’atmosfera regale e accogliente. Varcando il portone, siamo state travolte da un’emozione inaspettata: donne sarde in splendidi costumi storici ci hanno dato il benvenuto con una scenografica pioggia di petali di rosa. Un gesto di un’eleganza d’altri tempi che ha reso l’accoglienza di Luisa profondamente suggestiva, intrisa di una nobiltà d’animo antica.
Il momento conviviale è iniziato nel giardino, appositamente ornato, dove tra i profumi della macchia mediterranea abbiamo assistito a una vera e propria liturgia delle arti antiche. Le artigiane, in bella vista, hanno trasformato lo spazio in un laboratorio vivente: abbiamo osservato i gesti ritmici della creazione della fregola, la pazienza certosina della tessitura dei cesti e la maestria delicata nella nascita delle candele. Poter colloquiare con loro, osservandole mentre le mani danzavano veloci, è stato un vero salto indietro nel tempo, un ponte umano tra passato e presente che ci ha permesso di toccare con mano l’identità di un popolo.
Dalle arti antiche alla cena solenne
Dalla vivacità del giardino, dove abbiamo goduto di un eccellente buffet, siamo poi passate all’interno del Convento per la cena. Qui l’aura era intrisa di una solennità evocativa, con le spesse mura secentesche che sembravano proteggere i nostri racconti. Il buffet e le portate, accompagnati dai vini d’eccellenza delle Donne del Vino, sono stati un trionfo di sapori. Ma il sigillo finale è rimasto impresso nel cuore: un pezzo di torrone alle noci, preparato al momento e servito ancora tiepido, che ha letteralmente sublimato la serata lasciandoci addosso il profumo dolce e persistente della Sardegna più vera.
Un filo d’oro dal mare: il Bisso
Vi voglio raccontare una delle scoperte che più mi ha stregato in Sardegna: la lavorazione del bisso, la leggendaria seta del mare. Scommetto che vi state chiedendo di cosa si tratta, e il modo più semplice per spiegarlo è questo. Il bisso si ricava da filamenti prodotti dalla Pinna Nobilis (la nacchera), il bivalve più grande del Mediterraneo. Questi filamenti creano un tessuto prezioso e brillante, così resistente e nobile da essere paragonato all’oro, sebbene la legge ne vieti la raccolta dal 1992. Parlare con le custodi viventi di questa tradizione, le sorelle Assuntina e Giuseppina Pes di Sant’Antioco, è stato illuminante. Lavorano a telaio da quarant’anni e mi hanno raccontato la storia del maestro Italo Diana e di come sua figlia, Emma, le avesse scoperte, creando un legame così forte da renderle parte della famiglia. Vedere questo filo dorato centenario rigenerato e intrecciato in modo così aggraziato, è stato un momento fuori dal tempo. Il risultato è un tessuto così prezioso, degno di un corredo reale. Mi hanno svelato i loro segreti, come l’uso del succo di limone per creare sfumature, e mi hanno mostrato come il bisso possa essere ricamato, lavorato ai ferri o utilizzato per impreziosire arazzi (come quello fatto per Mussolini). Questa immersione nell’arte del bisso ha confermato una verità profonda: le informazioni più importanti su quest’arte si tramandano ancora in via orale, come le storie sussurrate da una nonna davanti al caminetto. Una scoperta che ribadisce il valore inestimabile delle tradizioni custodite gelosamente in Sardegna.
L’Ogliastra: longevità e sapori di mare
Il sabato è stato dedicato all’Ogliastra, la celebre “Terra dei Centenari”, una delle sole cinque Blue Zone al mondo. Con le mie compagne dell’Associazione Donne del Vino, ci siamo recate a Lanusei, il cuore pulsante di questo territorio, per un incontro che si è rivelato una profonda lezione di vita prima ancora che tecnica.
Il dialogo con il Professor Gianni Lovicu è stato illuminante. Discutere di Cannonau e longevità mi ha permesso di capire che la ricetta sarda per una vita secolare non risiede in un unico ingrediente, ma in un equilibrio perfetto: un mix di genetica, uno stile di vita attivo e a basso stress, legami sociali granitici e una dieta mediterranea autentica. È stata una riflessione potente sull’importanza di “stare nei luoghi giusti” e sulla bellezza della semplicità.
La masterclass e il mistero del Cannonau Bianco
Durante la Masterclass dedicata al Cannonau, abbiamo vissuto un momento di vera scoperta enologica. Oltre a esplorare le declinazioni del rosso simbolo dell’isola, ho avuto il privilegio di assaggiare il cosiddetto “Cannonau Bianco”. Confesso che non ne conoscevo l’esistenza: si tratta di una varietà che attualmente sta lottando per il riconoscimento ufficiale e l’iscrizione al Registro Nazionale della Vite. Nonostante l’origine genetica sia ancora oggetto di acceso dibattito tra gli esperti, trovarmi di fronte a questo “fantasma” enologico in fase di accertamento è stata un’occasione di approfondimento straordinaria. Un viaggio nel DNA di una terra che ha ancora segreti da svelare.
Tra il bosco e la laguna
Il pranzo all’Agriturismo Coili Perdefroisi, immerso nel silenzio rigenerante del bosco, ha incarnato perfettamente la filosofia della Blue Zone: cibo vero, aria pura e condivisione. Ma è stata la sera a Muravera a regalarci la chiusura perfetta. Presso la Peschiera di Feraxi, con la luna che si specchiava vanitosa sul mare, ho ritrovato i miei sapori del cuore: ostriche, arselle (vongole) e pesce freschissimo, impreziositi dalla sapidità della bottarga. Il tutto è stato innaffiato dai magnifici vini delle Donne del Vino sarde, in un momento di pura gioia mediterranea che porterò sempre con me.

Finito il trailer, attendo il film!
L’ultimo giorno è iniziato con un emozionante tuffo nel tempo, scendendo nel ventre di Cagliari per esplorarne le Città Sotterranee. Accompagnate da una guida d’eccellenza, abbiamo abbandonato per un attimo la luce accecante della città per scoprire un mondo nascosto, un vero e proprio archivio di storia segreta. Sotto i nostri piedi si è svelato un labirinto affascinante: dai resti degli acquedotti romani alle gallerie scavate nella roccia che raccontano secoli di vita e resistenza.
Abbiamo attraversato la sacralità delle antiche necropoli di Tuvixeddu, con le loro leggendarie tombe puniche, e il silenzio mistico delle cripte medievali, come quelle di Santa Eulalia e Santa Restituta. Camminare in questi spazi significa letteralmente attraversare gli strati dell’evoluzione umana, dai Punici ai Romani fino ai rifugi bellici più recenti. Il nostro viaggio non poteva che concludersi dove tutto ha origine: di fronte al mare. Il pranzo d’addio al Ristorante Sea Flowers ci ha regalato gli ultimi sapori autentici di questa terra: cibi di mare freschissimi e il tocco sapido e profumato dell’ultimo calice di vino sardo, con il rumore delle onde a fare da sottofondo ai nostri saluti.
Titoli di coda
Ora posso dirlo con certezza: ho visto il trailer. Ho assaggiato, toccato e respirato la Sardegna più autentica, quella che non si trova nelle guide patinate ma nel cuore delle persone. Adesso so cosa manca: il “film” vero e proprio, quello che mi permetterà di approfondire ogni dettaglio, di tornare in quelle vigne e in quelle grotte per ascoltare tutto ciò che hanno ancora da dirmi. Mi sono ripromessa di tornare presto dalle mie “sorelle” sarde, per godere ancora di questa terra di pace, di storia infinita e di vini che sanno di anima.
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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