13 Dic 2025
Il buon vivere

L’Ottava Goccia. Un rifugio di silenzio, sapori e armonia nella Maremma laziale

Da mesi seguivo su Instagram l’Ottava Goccia, attratto dalla sua calma luminosa tra ulivi, pietra e legna che arde. Quando Annarita, una delle due fondatrici della country house insieme a Maria, mi invita per un weekend, capisco che è il momento di conoscere questo luogo dal vivo.
Arrivo un sabato di ottobre: il casale in pietra chiara, il vialetto di ciottoli, l’aria pulita. Annarita mi accoglie con un sorriso semplice:

Benvenuto, Roberto.

Dentro profuma di legno e caffè; il camino acceso illumina torte e biscotti fatti in casa. Poco dopo arriva Maria, l’altra fondatrice, che si presenta con la gentilezza di chi vive in armonia con questa terra.

Piacere, io sono Maria. A pranzo cucino io,

dice porgendomi una tazza fumante.

Annarita si siede accanto a me e anticipa il programma della giornata: passeremo la mattinata nei boschi a raccogliere funghi con alcuni amici napoletani ospiti del casale.

Mentre finiamo il caffè, Annarita mi fa cenno di seguirla verso l’ingresso.

Ti presento Roberto, mio marito

dice con naturalezza. Roberto mi stringe la mano con un sorriso aperto:

Piacere, oggi ti porto io nei boschi. Vedrai, è il periodo migliore per i funghi.

ottaba goccia

Poco dopo torna con un cestino intrecciato e un bastone di legno levigato dal tempo.

Tieni, questi sono per te

dice porgendomeli. Consegna gli altri cestini agli amici napoletani e, con un cenno affettuoso, ci invita a seguirlo fuori dal casale.

Prima di raggiungere il sentiero, passando sotto gli ulivi, Roberto si ferma e ci mostra la piscina incastonata nella pietra, circondata da erbe aromatiche. L’acqua salata riflette la luce come un vetro che respira.

L’abbiamo voluta naturale, senza cloro

spiega, orgoglioso di quella scelta.

Riprendiamo il cammino tra gli ulivi finché, poco più avanti, compare la casa sull’albero, sospesa tra i rami come un piccolo rifugio segreto. Appena la vedono, i bambini corrono avanti entusiasti, salgono sulla scaletta di legno e si affacciano dal parapetto ridendo, come se quel luogo fosse stato costruito solo per loro.

Mi avvicino e resto a osservarla con stupore: la struttura abbraccia il tronco senza toccarlo con un solo chiodo. Il legno non è stato ferito in alcun punto; ogni asse gli gira intorno con delicatezza, come se la casa stessa proteggesse l’ulivo invece di appoggiarsi a lui.

Il bosco ci accoglie con l’odore di castagne e muschio. I bambini corrono, i cani Goccia e Bagy ci precedono saltando tra le foglie. Iniziamo a trovare i primi funghi; Roberto sorride indicando i galletti dorati. Poco dopo raggiungiamo una radura con massi antichi, levigati dal tempo. “Sono qui da secoli”, dice, come se il bosco parlasse ancora attraverso loro.

Saliamo verso il pollaio, dove un gatto grigio — Romeo — ci scruta con aria regale. Poco più in basso appaiono i laghetti: acqua sorgiva limpida, un ponticello in pietra, muschio tra le fessure. Un luogo silenzioso, custodito dalla vegetazione.

Rientrati al casale, Annarita mi invita a sedermi vicino il camino e mi racconta il progetto: lei e Maria, amiche da venticinque anni, hanno lasciato tutto per creare un luogo dove rallentare e ritrovare sé stessi.

L’Ottava Goccia

mi spiega,

nasce da un’idea semplice ma profonda: ogni trasformazione avviene goccia dopo goccia.

Mi racconta che il nome è ispirato alla Legge dell’Ottava di Gurdjieff, secondo cui ogni processo di crescita segue il ritmo di una scala musicale: sette note — do, re, mi, fa, sol, la, si — che avanzano fino a un punto di svolta. L’ottava nota rappresenta un nuovo ciclo, ma per raggiungerla serve sempre un impulso consapevole, un atto volontario che impedisca al percorso di interrompersi o deviare.

È così anche nella vita

dice Annarita.

Serve costanza, ascolto, piccoli gesti quotidiani. Goccia dopo goccia, si arriva a una trasformazione vera».
Nel tono della sua voce c’è una calma che sembra appartenere al luogo stesso.

Mi accompagna poi a visitare le camere: otto stanze, come le otto gocce che danno nome al casale, ognuna con una propria anima. Sono ambienti restaurati con mobili antichi, scelti uno a uno, senza nulla di nuovo acquistato. Qui la sostenibilità non è un vezzo estetico, ma un gesto quotidiano: ogni oggetto ha già vissuto altrove e continua a farlo in queste stanze luminose e silenziose.

ottava goccia

Parliamo anche dei vini: collaborano con cantine locali biologiche come Poggio della Stella, Matteo Mocci e produttori cari alla loro storia. La cucina è vegetale, stagionale, fatta con ingredienti del loro orto e della campagna circostante.

Roberto arriva con un bicchiere di vino e un tagliere di salame.

Se ti va, facciamo un salto a Tolfa

mi propone. Accetto volentieri. La strada sale dolcemente tra curve e colline, e all’arrivo il borgo si apre davanti a noi con i suoi vicoli di pietra, le case addossate l’una all’altra e il profilo dell’Abbazia di Tolfa, che domina il monte come una sentinella antica.

Roberto mi guida tra le stradine strette, piene di storia e silenzio, poi imbocchiamo un sentiero laterale. «Voglio mostrarti una cosa» dice. Non ci sono cartelli, né indicazioni: solo rovi, cespugli e il rumore lontano dell’acqua.

Scendiamo qualche passo, finché appare un piccolo ruscelletto che scorre rapido tra le pietre. «Prova a mettere la mano» mi suggerisce. Lo faccio — e sobbalzo: l’acqua è bollente. Roberto sorride divertito dalla mia sorpresa. «Aspetta di vedere il resto.»

Pochi metri più avanti si aprono le Terme del Bagnarello: due vasche naturali immerse nella vegetazione, riempite da quella stessa acqua fumante che sgorga dalla terra. Il vapore sale lento, mescolandosi con il profumo del bosco. È un luogo nascosto, quasi segreto, custodito solo da chi lo conosce davvero.

Qui puoi fare il bagno anche di sera, sotto le stelle

racconta Roberto, mentre l’acqua brilla come metallo caldo.

È uno di quei posti che non ti aspetti, che non si trovano per caso — ti ci deve portare qualcuno che li ama.

Tornati al casale, è ora di pranzo. Annarita stappa un Tulphae Nero Buono 2025: profumi di frutti rossi maturi e sottobosco, bocca morbida e fresca. Sul tavolo arriva il tagliere di formaggi del pastore locale: primo sale, pecorini, cacio re, miele di Tolfa e composta di cipolle fatta da loro.

Poi arriva Maria, con il grembiule ancora addosso e un sorriso che sa di casa. Tiene tra le mani una teglia fumante.

Questa l’ho preparata io

dice posandola sul tavolo.

È la Pizza Scima, una ricetta antica del mio paese.

ottava goccia

Si siede accanto a me mentre taglia i primi pezzi.

Io sono di Palombaro, in provincia di Chieti

mi dice.

E ovviamente qui non possono mancare anche i piatti tipici di Tolfa, che è a tre minuti da noi.

L’impasto è povero – farina, acqua, vino rosso e un soffio di sale – ma il risultato è straordinario. La crosta è croccante, il profumo di vino e legna avvolge la stanza. Al primo morso è asciutta e fragrante, poi si scioglie rivelando note di cereale tostato e una leggera vena amarognola, segno del vino rosso nell’impasto.

Maria prepara una vellutata di finocchi, patate, ceci e zucca: setosa, luminosa, con un finale di limone che pulisce il palato. Seguono il tortino di cime di rapa su fonduta di pecorino e, per concludere, un dolcetto di crema pasticcera e biscotto. Una cucina che parla di terra e gesti autentici.

Il pomeriggio scorre piano: silenzi buoni, camino acceso, ospiti che leggono o giocano a carte. Annarita suona il pianoforte, le note riempiono la stanza come una carezza. Poi salgo in camera a prepararmi per la cena.

Quando scendo, la sala è illuminata da una luce morbida. Annarita mi invita a dare un’occhiata in cucina: il ghost chef è all’opera, concentrato, i movimenti precisi come una coreografia silenziosa. La cucina profuma di erbe, pane caldo e cotture lente: un’intimità rara, quasi domestica.

Mi accomodo al tavolo con Annarita, Maria e Roberto. L’atmosfera è familiare, semplice, di quelle in cui ci si sente subito parte della casa.

È allora che Roberto stappa una bottiglia di Odorem Rosso 2021 – Stracciabrache, un blend di Sangiovese e Merlot. Il vino ha un naso erbaceo e una bocca morbida, pulita.
Mi guarda sorridendo mentre versa il vino nei calici.

Sai cos’è lo Stracciabrache?

mi chiede.

Scuoto la testa.

È un rovo

spiega divertito.

Qui lo chiamiamo così perché, se ci passi vicino, rischi di romperti i vestiti. Ti straccia le brache, letteralmente.

Proprio in quel momento arrivano i piatti: il tagliere di salumi e formaggi del pastore, la panzanella vegetale, i supplì di carne, funghi e prosciutto su salsa di basilico e patate. La cena può cominciare. Arrivano i peperoni ripieni di mollica ed erbe, seguiti da pasta fillo con verza e formaggi su crema di zucca.

Le fettuccine per gli ospiti sono ai finferli raccolti in mattinata e pomodoro ; per me, intollerante ai funghi, zucca, amaretti e fonduta. La dolcezza della zucca e l’amaro degli amaretti si incontrano in un equilibrio delicato. Poi salsiccia Vecchioni e bistecca di capocollo con purea di patate e salsa di cottura. Il dolce è una crema pasticcera con marmellata di arance biologiche del padre di Annarita a Sperlonga e crumble di biscotti.

La serata si chiude sotto il portico, con la luna alta e il casale che respira silenzio.

Qui il tempo si misura con il silenzio,

dice Annarita.

La mattina successiva, la luce dell’alba entra dalle finestre. A colazione, torte, marmellate, miele e un caffè fatto con una moka enorme. “Oggi il tempo non corre”, dice Maria. Fuori l’aria è fresca e gli amici napoletani si preparano a ripartire. Annarita mi porge due saponette naturali per mia moglie e mia figlia. Saluti, abbracci, i cani che mi seguono fino alla macchina.

Mentre mi allontano, nello specchietto l’Ottava Goccia diventa piccola, ma non si dissolve. È un luogo che non si visita soltanto: si respira. E capisco che qui il tempo non passa — si posa.

Roberto Silvio De Pascale

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