La Masterclass di Piazzo Comm. Armando ad Aspettando ViniAmo
Presentare una Masterclass riguardante le Langhe è senza dubbio un’esperienza meravigliosa non fosse altro perché le aspettative sui vini sono decisamente alte. Parlare di Barolo e Barbaresco è allettante sia per chi ne parla sia per chi ascolta: sono di vini indubbiamente al top della produzione italiana.
Il mio modo di interpretare una master class è sempre orientato non solo a disquisire dell’azienda, delle persone, del contesto ma soprattutto a disquisire con l’azienda. Poi, ovviamente, anche dei vini. Alla base, la semplice idea che senza un contesto territoriale e umano non si possa, mai, parlare di grandi vini ma solamente di importanti prodotti.
La storia della famiglia Piazzo narra della evoluzione delle Langhe stesse e di come questo territorio si sia evoluto vendemmia dopo vendemmia. Le meravigliose Langhe che oggi conosciamo, quelle dove i filari sono instagrammabili e le cascine sono glamour, un tempo non erano nemmeno lontanamente così.
I Piazzo non sono nati nelle Langhe ma in Alta Langa dove la vite non era al primo posto delle colture né tantomeno dei pensieri degli abitanti. C’erano i boschi e i Piazzo erano boscaioli. Utilizzavano la legna non solo come combustibile, ma come merce di sostentamento. Il capofamiglia di allora, Luigi, metteva la legna sul carretto trainato da buoi (mica cavalli che costavano e non davano latte) e li portava giù ad Alba, il mercato di riferimento della zona. Qui almeno la soddisfaceva la necessità di scaldare le tante (si fa per dire) abitazioni.
Proprio il carretto ispira il titolo della Masterclass Nebbiolo a mucchietti. Luigi, infatti, raccontava sempre che i suoi clienti di Alba lo fermavano per chiedergli della legna. Lui, furbo e vero esempio di markettaro, soleva rispondere: e n’ho mac pi che n’mugiot. Ne ho solo più un mucchietto.

Mucchietto di legna e mucchietto di Nebbiolo. Perché è da lì che parte la storia di una famiglia, dalla terra, dalla legna, dai mucchietti. Vendendo la legna i Piazzo racimolano quel tanto che basta per spostarsi più a valle, dove la vita era dura ma meno dura che in Alta Langa. San Rocco Seno d’Elvio è il luogo, proprio vicino Alba, dove i Piazzo trovano una cascina.
L’inizio del percorso degustativo vuole celebrare l’Alta Langa con un Ritorno, questo il nome del primo vino che beviamo. Un Alta Langa DOCG metodo classico brut millesimato, 60 mesi di affinamento Pinot nero e Chardonnay. Bollicina estremamente sottile, una morbidezza accennata per via del passaggio in legno del liqueur d’expédition da Chardonnay, la freschezza fine ed elegante della frutta a pasta bianca con un velo di crosta di pane. Assolutamente convincente per aromi non particolarmente complessi ma freschi e ancora vivi con l’agrume che non spicca ma si integra.
In bocca è fresco, sapido, a tratti tagliente con le bollicine che puliscono senza aggredire il palato. Persistenza bella lunga che non stanca anzi, grazie all’agrume, creano dipendenza. Uno spumante a tutto pasto da utilizzare nelle maniere più disparate.
Meno dura ma sempre dura la vita nelle Langhe del secolo scorso. Le Langhe che forse abbiamo in mente sono un territorio meraviglioso con terre baciate da Dio, con vino e cibo fantastici, resort Bed & Breakfast, vigneti incredibili, vini pazzeschi. Insomma, benessere. Ecco, quel tipo di Langa non rispecchia quello a cavallo della Seconda Guerra Mondiale quando le Langhe erano un territorio di miseria con il vino e la ricchezza, ad appannaggio di pochi. Le terre non è che fossero poi così estremamente fertili. Terreni con parecchi sassi, boschi, pendii. Tutto così difficile che coltivarla era complicato. Chi aveva un pezzo di terra se la teneva stretta come unico elemento di sostentamento della famiglia. Non poteva che coltivarla fino a quando poteva e lasciarla poi ai figli che non erano poi così contenti.
Beppe Fenoglio nel suo romanzo, Malora, usava proprio con questo termine per parlare della sensazione di disagio che diventava quasi una malattia per coloro che restavano. La desolazione, la povertà, la sofferenza. Financo la paura di non farcela. Un territorio dove, proprio perché si viveva male, iniziò a spopolarsi quando il boom economico degli anni 50 e 60 portò, con l’apertura delle fabbriche, la necessità di manodopera. A basso costo ovviamente. Quale territorio limitrofo a Torino per la Fiat e ad Alba per la Ferrero poteva rappresentare un ideale bacino di pesca? La Fiat con tutto il suo indotto e la Ferrero mandavano funzionari proprio nelle terre a reclutare contadini, braccia che dalla terra si spostavano sulle catene di montaggio. Stipendio, lavoro e cibo. Lavoro e cibo sicuro con, soprattutto, un ambiente dove non c’era malora. O magari ce ne era di meno.
Armando, figlio di Luigi era una persona dotata di grande acume. Animo generoso e grande visione unite insieme. Andava controcorrente rispetto alle Langhe. In un territorio che si svuotava perché nessuno credeva in un futuro diverso, lui iniziò ad acquistare, anche indebitandosi dunque rischiando, le terre lasciate dai contadini che si muovevano verso le fabbriche. Voleva coltivare le vigne per produrre poi vino. Da Nebbiolo.
Anche in questo caso, parlare di Nebbiolo nelle Langhe è qualcosa di scontato. Un binomio che sembra inscindibile. Eppure, in quegli anni e fino a nemmeno tanti anni fa, nelle Langhe si vendeva Dolcetto: facile e di pronta beva mentre il Nebbiolo duro, difficile e anche costoso per la necessità dell’affinamento in botte.
Proprio per celebrare questa visione assaggiamo un’altra visione: MasSim, un Metodo Classico da Nebbiolo. La crasi tra i nomi, Marco e Simone, figli di Marina e nipoti di Armando. Uno spumante interessantissimo ancorché divisivo. Divisivo perché quando si è di fronte ad un metodo classico con sentori tipici di un Nebbiolo fresco quindi, con frutta croccante e crosta di pane tale da far immaginare una fetta di pane sulla quale è spalmata della marmellata di mirtillo e una spremuta di arancia tarocco si può rimanerne stregati oppure infastiditi. Non ci sono vie di mezzo.
In bocca poi assume una fisionomia completamente diversa rispetto ad un metodo classico tipico del Piemonte come l’Alta Langa. Sorso ampio, frutta nel sottofondo, grande capacità di pulizia della bollicina e, ciò che stravolge maggiormente, un finale che, certamente accompagnato da intensa sapidità e giusto bilanciamento, offre un contrasto tra dolce amaro. È come se il palato si trovasse in una situazione di incertezza e stupore, del non sapere cosa si stia bevendo. Il colore offre l’illusione di un rosato. Ma è solo un attimo, una luce che muta. L’ho trovato così inconsueto che me ne sono innamorato.
È il 1969 quando nasce l’Azienda Piazzo. Solo tre anni dopo dall’ingresso di Barolo e Barbaresco nel novero dei vini DOC. Il vino i Piazzo lo vendevano sfuso. La maggior parte della produzione andava a chi era già avvezzo all’imbottigliamento. La prima bottiglia di Barbaresco solo nel 1979, proveniente da una delle vigne che componevano l’azienda. Vigne sparse in vari comuni limitrofi ad Alba. 72 ettari di vigneti su una superficie totale di 100. Un caleidoscopio di terreni, esposizioni, altitudini così da generare una diversità intrinseca nella stessa azienda.
In onore alla prima bottiglia di Barbaresco, degustiamo il Barbaresco Rizzi Fratin. È una 2021, 12 mesi in grandi botti di rovere di Slavonia più tanti altri in bottiglia. Il nome deriva dalla collina, esposta a sud e posta proprio difronte la cantina, antica proprietà di un convento di frati.
Sostenere che il Barbaresco sia qualcosa di meno del Barolo è quasi una bestemmia. È un modo diverso di trattare il Dio Nebbiolo. Basta che provenga dalle giuste vigne. Non da tutte le vigne ma da quelle giuste perché solo da alcune si può fare il Barbaresco così come da altre si può fare il Barolo.
Vigna Fratin offre finezza ed intensità già dal colore che da rubino vira verso il granato. Sentori complessi dove la frutta è secca e le spezie si alternano ai fiori ad ogni rotazione del calice. Netti, precisi, senza esitazioni. Non si nascondono e sono sinceri. Come le parole di un frate.
Allo stesso modo il sorso: caldo, dai tannini duri, forte struttura, lunga persistenza. Un vino che necessita un abbinamento, che non riesce a rimanere da solo. Ma non è meglio così?
Con l’immediato assaggio di un Barolo è possibile coglierne le differenze del Barbaresco. Barolo Valente 2020 arriva da due vigne vendute ad Armando da tale Valente ancor prima che il Barolo diventasse DOCG. Spesso si cancella tutto quanto possa rappresentare il vecchio proprietario. Si cerca di cancellare il pregresso per imprimere il proprio marchio. Armando invece era uomo che non aveva bisogno di cancellare nulla. Semmai di valorizzare l’anima contadina di chi c’era prima di lui, chi aveva sputato sangue sulle terre per anni. È per questo che scegli di dedicargli un Barolo.
Il Barolo Valente segue la giovane età del Barbaresco già dal colore rubino con riflessi granata. La frutta è sempre secca con la ciliegia sotto spirito che fornisce un tocco diverso. Spezie, erbe aromatiche, sottobosco, vaniglia e quel catrame che asfalta le strade che i più bravi chiamano goudron. Ma sempre catrame è.
Pochi mesi in più in grandi botti di rovere (a contrasto con quanti affinano il Barolo in barrique) creano un inizio di addomesticamento dei tannini. È ancora presto. Così Valente è vigoroso e tannico ancorché assolutamente bevibile qualora accompagnato da una carne o una pasta molto strutturata. Un Barolo quasi di ingresso, un benvenuto nel mondo del Nebbiolo che si alterna tra Barolo e Barbaresco. Si può preferire l’uno o l’altro poiché validi entrambe.
In continuità allora ecco il Barolo Sottocastello di Novello 2020, una delle 181 MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva) del Barolo. Una delle vigne più scenografiche delle Langhe a generare un capolavoro assoluto. Forse al naso si differenzia poco dal Valente anche se ad una più attenta olfazione, la maggior eleganza è evidente. Un profilo olfattivo più preciso e netto con gli odori che portano con sé balsamicità accattivante.
In bocca la potenza non può mancare mentre l’eleganza prosegue in tutta la sua spigolosa sinuosità. È come se i tannini danzassero sulle punte volteggiando in bocca. Occorre capirlo poiché complesso. Occorre resistere perché persistente.
E se in una normale Masterclass dedicata alle Langhe si sarebbe chiuso con un Barolo, magari riserva, la voglia di stupire ci porta a proporre il Barbaresco Vigna Giaia Riserva 2017. Proveniente da una delle 66 MGA del Barbaresco Vigna Giaia è chiamata così perché gialla, come il colore delle foglie al tramonto. Il sole illumina la vigna creando un effetto incredibile.
L’ampiezza del bouquet è incredibile così come la complessità. Le spezie sono ora dolci e si accompagnano ad un floreale tenue e delicato mentre la frutta è secca e appassita.

In bocca conquista, ammalia e non già per note suadenti e delicate quanto per una dolcezza che è forza e potenza. Le mani di un’amante che stringono, che sanno di calore e forza, tenerezza e impeto. Così è questo Barbaresco che non teme il confronto con un Barolo perché lo vince, anzi no, lo gestisce.
Perché, in fondo, è poco consono parlare di sfida tra due vini che sono complementari e non alternativi. Vini che possono alternarsi a dimostrare come Barolo e Barbaresco siano due espressioni simili ma diverse del Dio Nebbiolo. Una sorta di Giano bifronte che cambia in funzione non tanto del processo produttivo quanto della diversità delle vigne.
La Masterclass volge al termine. Vedo tante facce contente. Le domande arrivano e rispondiamo con grande gioia. Rispondiamo, perché non si dovrebbe essere mai da soli nel condurre qualcosa che non si è vissuto mai abbastanza. Mio compagno di viaggio è stata una persona straordinaria sia per l’animo quanto per l’esperienza nel mondo del vino: Giampiero Sappa, Direttore Commerciale della Piazzo Comm. Armando. A lui e alla Piazzo va il mio ringraziamento semplicemente per esserci e per aver donato, a me prima e a chi avrà il piacere di visitare l’azienda o assaggiare i vini, una storia. Vera.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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