25 Gen 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Destini, vigne e amicizia. Il cuore della Tenuta La Palazza

Ci sono luoghi che non si limitano a produrre vino, ma custodiscono un’anima. La Tenuta La Palazza è uno di questi. E poi ci sono incontri che sembrano scritti nelle stelle, o forse, più semplicemente, nel fondo di un calice di Sangiovese. La mia amicizia con Ida Vittoria Drei Donà è nata lontano da qui, tra i filari dorati dell’Alsazia, durante un viaggio studio con le Donne del Vino. Eppure, la sensazione era quella di conoscerla da sempre. In un certo senso, la “conoscevo sulla carta” molto prima di stringerle la mano, perché la sua famiglia non è solo una produttrice di vino. E’ un punto di riferimento, una bussola per chiunque voglia capire l’anima nobile della Romagna.

Un segno del destino: “Notturno” sul palco

Il mio legame con la Tenuta La Palazza ha dunque radici più profonde, legate a uno dei momenti più intensi della mia carriera: il Master del Sangiovese al Vinitaly. Ricordo ancora lo studio matto e disperatissimo, la ricerca della perfezione per quel concorso dove riuscii a conquistare il secondo posto. Durante la finale, mentre i riflettori scaldavano il palco, apparve una slide: era il Notturno. In quel momento, quel vino non era solo un’etichetta da commentare, ma un simbolo di coerenza territoriale. Vederlo lì, in un momento così cruciale, fu quasi un presagio di quello che sarebbe diventato, anni dopo, un legame umano profondo con la sua produttrice.

Un’accoglienza che sa di casa e di storia

Tuttavia è stato varcando il cancello della loro tenuta a Massa di Vecchiazzano che ho compreso davvero la profondità del legame che unisce questa famiglia alla propria terra. Entrando l’ospite vien colto di sorpresa. Si trova davanti a un luogo che emana una personalità prorompente. Lo sguardo corre subito al belvedere, dove gli aironi si stagliano eleganti contro un paesaggio che, all’alba e al tramonto, toglie il fiato. In questo scenario mozzafiato, la prima nota di allegria spesso è data dalla “squadra” di Corgi che ti corre incontro festosa. E poi ci sono loro: Giovanna, colonna portante e testimone della storia dell’azienda fin dai primi passi, e Ida Vittoria. Ricevere un calice di vino dalle loro mani, magari davanti al fuoco del camino o nella calda sala degustazione, fa nascere immediatamente un desiderio: quello di tornare. Tornare per fare due chiacchiere, per scoprire le nuove annate o semplicemente per respirare quell’aria di “casa” che solo pochi luoghi sanno offrire.

La Torre di Caterina e una storia antica

Dagli anni Venti del Novecento, Tenuta La Palazza è la residenza dei Conti Drei Donà, che ne custodiscono con dedizione la suggestiva e austera bellezza. La struttura stessa della tenuta racconta la sua genesi: ha una forma irregolare, quasi organica, che si è formata e mutata nei secoli attorno alla torre di guardia che Caterina Sforza fece erigere nel 1483 a difesa dei suoi territori. Camminare oggi tra queste mura significa sentire il peso e il fascino di una storia antica, dove la pietra trasuda ancora lo spirito indomito della “Leonessa di Romagna”.
Dei 23 ettari della proprietà, oggi condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica e biodinamica, la maggior parte è naturalmente dedicata al Sangiovese, uva principe e anima pulsante della sottozona Predappio. Ma la vera anima della Palazza risiede nella capacità di far dialogare la tradizione con l’innovazione più coraggiosa.

L’avvocato che scelse la terra e l’intuizione di un visionario

Per capire quest’azienda bisogna tornare agli anni ’80 e alla figura leggendaria del Conte Claudio Drei Donà. Immaginate un uomo di successo, uno stimato avvocato che, in un gesto di pura passione e preveggenza, decide di appendere la sua targa professionale non più fuori da un ufficio, ma sulla porta della cantina. Quella targa è ancora lì, a testimoniare il momento in cui la carriera forense cedette il passo alla vigna. È Ida a raccontarmi, con una punta di orgoglio, quanto suo padre sia stato un autentico visionario per il mondo del vino romagnolo. In un’epoca in cui il territorio faticava a trovare una propria dimensione internazionale, Claudio ebbe la preveggenza di capire che la Romagna non aveva nulla da invidiare ai grandi Château francesi. Portò così a Massa di Vecchiazzano un rigore e una ricerca della qualità allora rarissimi. Divenne il primo in regione a strutturare la cantina con un obiettivo ambizioso e rivoluzionario: produrre solo ed esclusivamente Riserve, elevando il concetto di vino a sinonimo di eccellenza e longevità.

Un vero amante della vita

Ma Claudio era anche un raffinato bon vivant, un uomo che sapeva godere dei piaceri della tavola e della vita. Fu proprio questa sua attitudine a guidare la nascita della gamma dei vini: non voleva semplici etichette, ma compagni di viaggio gastronomici. Con la precisione di chi conosce il piacere, decise che doveva esserci un vino perfetto per accompagnare le tagliatelle, uno ideale per la tagliata, uno studiato per i formaggi e uno, più trasversale, da godersi in libertà durante tutto il resto della giornata. È nato così quel mosaico di vini che conosciamo oggi: etichette tutte diverse, ognuna con la propria personalità,. Accanto ai vitigni autoctoni, a metà degli anni ’80, il Conte, agendo da vero pioniere, piantò la prima vigna policlonale di Cabernet Sauvignon in Romagna e un vigneto di Chardonnay e Riesling. Da queste intuizioni nacquero due vini destinati a diventare leggendari: il Magnificat e il Tornese.

Enrico: lo stratega dall’anima epicurea

Iniziamo a conoscere chi guida oggi la tenuta. Enrico Drei Donà è il motore strategico e, se vogliamo, il “direttore artistico” della Palazza. Fu lui il primo ad affiancare papà Claudio, iniziando già durante gli anni dell’università. Dopo un’importante esperienza oltreoceano, Enrico ha capito che il suo posto era qui, tra i filari di famiglia, portando con sé una visione cosmopolita che ha saputo fondere con la tradizione. Di Enrico apprezzo profondamente la capacità di dedicarsi al lavoro con grande determinazione, senza mai dimenticare i piaceri della vita. Il suo amore per i viaggi, il buon vino e la grande cucina lo rendono un vero cultore del buon vivere, proprio come il padre. Questa sua attitudine si riflette nei vini: mai banali, sempre ricercati, capaci di regalare piacere. Ma Enrico non lavora solo per la propria azienda; il suo impegno nel promuovere il territorio attraverso il Consorzio è la prova di una visione generosa, che punta a far crescere l’intera regione.

Ida: campionessa di dressage prestata alla vigna

C’è un’eredità sottile e potente che scorre nel DNA dei Drei Donà: il coraggio di ricominciare, di assecondare una chiamata viscerale verso la terra proprio quando la vita sembra aver già tracciato un solco profondo. In un gioco di specchi affascinante, la storia di Ida Vittoria richiama da vicino quella del padre Claudio. Come lui a quarant’anni ebbe il coraggio di appendere la toga da avvocato per farsi vignaiolo, così Ida ha saputo trasmutare la sua vita, passando dai palcoscenici internazionali dell’equitazione al silenzio operoso della cantina.
Per la prima metà della sua vita, il suo mondo è stato quello dell’agonismo di altissimo livello, un universo fatto di silenzi, polvere e traguardi. Parliamo di una vera fuoriclasse. Tre volte Campionessa Italiana di Dressage, protagonista ai Campionati Europei e arrivata a un soffio dal sogno olimpico, sfumato solo per un amaro infortunio al suo cavallo proprio durante le qualificazioni. Ma lo spirito di Ida non conosce confini: la dedizione totale, il rigore e la precisione sono le bussole che l’hanno portata a eccellere in ogni disciplina. Questa incredibile scuola di vita, alimentata da un’anima agonista mai doma, la rende oggi una risorsa insostituibile.

Un dialogo che continua di generazione in generazione

L’atmosfera che respiro ogni volta che parlo con Ida è una miscela rara di aristocrazia rurale e schiettezza romagnola. La sua transizione dal professionismo sportivo alla gestione della vigna è avvenuta con la stessa naturalezza disarmante del padre, Chi conosce il Dressage sa che è l’arte della simbiosi totale, un dialogo millimetrico fatto di eleganza, disciplina e sensibilità estrema tra cavaliere e cavallo. Sono esattamente le stesse doti che Ida mette oggi nel governare la cantina. La stessa capacità di ascolto e la stessa mano ferma, ma gentile, necessaria per assecondare la natura e guidarla verso l’eccellenza. In questo cammino, Ida non è sola. Ad affiancarla in cantina c’è l’enologo Marco Bernabei, figlio del grande Franco. Fu proprio Franco a iniziare il percorso insieme al Conte Claudio negli anni ’80. Oggi il testimone è dunque passato ai figli, Marco, Ida ed Enrico, nell’evoluzione parallela di due famiglie che si accompagnano generazione dopo generazione. Questo sodalizio ha portato la Palazza verso una politica agricola sempre più consapevole, abbracciando il biologico e il biodinamico come espressione massima di rispetto per la terra. Non si tratta di seguire una moda, ma di onorare un motto che è diventato il manifesto di famiglia: “I Drei Donà sono innovatori di natura e vignaioli per passione”. È proprio questa voglia di non limitarsi a replicare il passato, ma di sperimentare e ascoltare il terreno, che rende i loro vini così moderni.

Nomi di campioni, sorsi di leggenda

Ogni etichetta della Tenuta racconta una storia di traguardi raggiunti e di legami indissolubili con gli animali di casa. Il Notturno, orgoglioso ambasciatore della sottozona DOC Predappio, è il Sangiovese classico che nasce dalla selezione delle migliori uve di tutte le vigne di famiglia. Vinificate ed affinate separatamente per preservarne l’identità, vengono poi assemblate per comporre un vino di grande piacevolezza ed equilibrata complessità. Il suo nome è un omaggio al primo cavallo nato in casa, proprio come questa etichetta ha segnato l’inizio del nuovo corso voluto da Claudio Drei Donà.
Dalla visione futurista di Claudio sono nati anche i vigneti di Chardonnay e Riesling Renano, che oggi danno vita a Il Tornese, il cavallo prediletto di Ida. Da un’intuizione di Enrico nasce questa insolita cuvée che sorprende in un terroir di grandi rossi: dopo una macerazione a freddo, le due uve fermentano separatamente in acciaio, con una piccola quota dello Chardonnay (10%) che sosta in tonneaux di legno francese. Il risultato è un bianco di grande struttura che affina sulle fecce nobili, capace di unire freschezza e longevità.

Dall’apice all’allegria

L’apice del Sangiovese è rappresentato dalla Vigna del Pruno, la Riserva che ricorda il campione con cui Enrico gareggiava nel “Completo”. È il cru storico aziendale, un vino iconico e sontuoso che nasce da un singolo vigneto. Capace di conservare eleganza e freschezza anche dopo decenni, il Pruno è oggi uno dei grandi Cru che definiscono l’eccellenza del terroir di Predappio nel mondo.
Ma il vertice assoluto dell’emozione è il Graf Noir, dedicato alla memoria di Claudio. Prende il nome dallo stallone nero, potente e fiero, che fu il padre del primo puledro della scuderia. Questo vino, prodotto in quantità limitatissima e bottiglie numerate, esce solo nelle annate migliori. È un blend mutevole delle migliori uve rosse aziendali, la cui composizione cambia ogni anno per tradurne l’essenza più autentica e fiera, proprio come lo sguardo di quello stallone che non aveva paura di niente.
Non manca lo spazio per l’allegria con il Lillybeth, l’ultimo nato in casa Drei Donà. Dedicato alla vivace brigata di Corgi della tenuta — un tributo che strizza l’occhio alla Regina Elisabetta — è un vino pensato per celebrare lo stare insieme “di una volta”. Conviviale, leggero e spensierato, è il sorso perfetto per chiudere in bellezza questo viaggio tra i filari e i ricordi di una famiglia straordinaria.
Magari, in futuro, dedicherò un articolo a una degustazione tecnica e completa di tutta la loro gamma. Oggi, guardando al futuro della Palazza, preferisco parlare della filosofia che anima le ultime innovazioni.

Una sfida continua in cantina

Parlando con Ida, mi ha confidato di nutrire due o tre sogni che sta trasformando in realtà. Il desiderio di riportare il Tornese allo stile voluto da suo padre, con quell’evoluzione nel legno che lo rese leggendario, e la sfida di dar voce ai vigneti Prephylloxera . Questa spinta non è solo tecnica, ma emotiva, e trova la sua massima espressione in “Note di Cantina”. Più che una linea di vini, “Note di Cantina” è un diario personale, una raccolta di sensazioni ed emozioni vissute tra le mura della Palazza. Può essere una barrique che ha sorpreso per la sua evoluzione o un’anfora che ha regalato una sfumatura inaspettata: i Drei Donà scelgono di “fermare il tempo” in bottiglia per tenerne memoria. Sono vini da collezione, prodotti in quantità limitatissime e mai ripetuti. Ogni etichetta è una pagina di diario che riporta il numero progressivo di imbottigliamento e il racconto di quell’emozione unica, sottolineando una rarità che non si distingue per tipologia — bianco, rosso o bollicina — ma per la capacità di aver regalato un sorriso durante gli assaggi.

Questa sperimentazione poggia su una base solidissima di sostenibilità e biodiversità, valori che la famiglia custodisce da tempi non sospetti. Già nel 1987 Claudio Drei Donà fondò l’associazione Agricoltura Viva; nel 1992 iniziò la lotta integrata e nel 2015 è partita la conversione al biologico, culminata nel 2020 con l’inizio del percorso biodinamico. Oggi la tenuta opera con il 100% di energia solare, segno di un rispetto assoluto per l’ambiente.

Instancabile laboratorio d’idee in una collezione irripetibile

Ho avuto il privilegio di assaggiare le prime edizioni di questa collezione irripetibile, partendo dalla NOTA di CANTINA N°.01/21 – Alberata Prephylloxera (Bianco IGT Forlì 2021), un biologico senza solfiti che ho trovato essere un ottimo e coraggioso punto di partenza per questo nuovo corso. Il viaggio è proseguito con la NOTA di CANTINA N°.02/20 – “Madonna Del Pruno”, un Sangiovese in anfora (Predappio Doc Riserva 2020) assaggiato durante il Vinitaly 2024; un vino di cui custodisco gelosamente una bottiglia per seguirne l’evoluzione nel tempo. Infine, la NOTA di CANTINA N°.03/22 Alberata Prephylloxera mi ha colpita profondamente: qui inizio a percepire la vera quadratura del cerchio, un bianco che sposta l’asticella ancora più in alto e conferma la straordinaria direzione intrapresa dalla tenuta.

Questa spinta verso l’innovazione cammina di pari passo con un rispetto profondo per la biodiversità, un patrimonio che i Drei Donà custodiscono da tempi non sospetti. Già nel 1987, il Conte Claudio fu un precursore fondando l’associazione Agricoltura Viva per lo sviluppo dell’agricoltura sostenibile. Da quel seme è germogliato un percorso coerente: nel 1992 la lotta integrata con l’abbandono dei diserbi chimici, nel 2015 la conversione biologica certificata e, dal 2020, l’approdo alla viticoltura biodinamica. Oggi, la Tenuta è un ecosistema che guarda al futuro con consapevolezza, utilizzando il 100% di energia solare. È questa la loro vera vittoria: produrre grandi vini che non siano solo specchio del passato, ma custodi del domani.

Conclusioni

La vita alla Tenuta la Palazza (nonostante i tempi che corrono!)  scorre con la saggezza di chi sa che le cose belle richiedono tempo. È un luogo di vite vissute intensamente, oggi affidate alle cure di Enrico, Ida Vittoria e mamma Giovanna. Non è solo una questione di terroir, è il calore di quel calice condiviso mentre il fuoco scoppietta. Raccontarvi la Tenuta La Palazza significa raccontare una famiglia che ha saputo trasformare una torre di guardia in un rifugio. Quando stappo una loro bottiglia, non sento solo i profumi di Predappio o il timbro del Sangiovese. Sento il racconto di un’amica, il nitrito di un cavallo in lontananza e la visione di un uomo che, quarant’anni fa, ebbe il coraggio di scegliere la bellezza della terra.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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