01 Mar 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Il Gallo Nero ci ricorda che “Wine is Culture”

Non è solo una questione di annate o di punteggi. La Stazione Leopolda, quest’anno, ha sussurrato una verità più profonda: il vino è cultura perché,  prima di tutto, è relazione. Se il claim della Chianti Classico Collection 2026 ci ha invitato a riscoprire le radici storiche del territorio, l’incontro con le amiche e colleghe dell’Associazione Donne del Vino ha dato un volto umano e un confronto sincero e competente a ogni calice. Ritrovarsi tra i banchi d’assaggio non è stato solo un esercizio tecnico, ma un rito di amicizia che invoglia a essere vissuto con la stessa naturalezza con cui un Sangiovese di razza invoglia a essere bevuto.

Il cambio di prospettiva: dal desk al banco d’assaggio

Quest’anno ho scelto di avventurarmi alla Collection con un approccio differente. Ricordo bene le edizioni scorse: ore trascorse seduta ai desk riservati alla stampa, circondata da batterie di bottiglie e campioni di botte, intenta ad annotare ogni minima sfumatura per riuscire a restituire, alla fine, solo una piccola parte di quell’universo sensoriale. È un’esperienza necessaria, che permette di coltivare il palato e la prospettiva, offrendo un’idea completa e quasi architettonica del timbro dell’annata; in fondo, è l’obiettivo primario di ogni anteprima.
Tuttavia, nel 2026, ho sentito il bisogno di ridiscendere in campo, di lasciare che fosse il contatto umano a guidare il mio calice. Mi sono mossa tra i produttori, cercando non solo il vino, ma la storia di chi lo plasma. Ho ritrovato aziende che sono vecchie conoscenze, conferme di uno stile che non tradisce mai, e ho scoperto realtà nuove capaci di proporre quel vino che amo raccontare. 

In viaggio tra le UGA: un mosaico di colline e boschi

Anche quest’anno il viaggio tra i banchi d’assaggio ha assunto una dimensione quasi fisica, grazie alla distribuzione delle aziende per UGA. Muoversi tra le postazioni è stato come aggirarsi in quel territorio che ormai da molti anni è casa mia, dove le colline digradano dolci e i boschi abbracciano chi sa coglierne l’importanza silenziosa. Questa suddivisione geografica non è solo una scelta organizzativa, ma permette di sentire sotto i piedi la terra da Castellina a Radda, da Greve a Vagliagli e così via, mentre il calice ne interpreta le sfumature.
Il mio percorso è iniziato con il desiderio profondo di ritrovare quella coerenza stilistica che solo il Gallo Nero sa offrire. Come al solito ho dovuto scegliere, e vi assicuro che non è stato affatto facile tra tante eccellenze. Mi sono soffermata su alcune aziende storiche e piccole scoperte di territorio, dove il Sangiovese si esprime con una purezza disarmante.
Tra le etichette che hanno maggiormente catturato la mia attenzione, ho riscontrato una costante preziosa: un vino invitante sin dal primo approccio olfattivo, capace di raccontare l’annata senza filtri.

Castelnuovo Berardenga: la Fattoria Carpineta Fontalpino

Partendo da sud, nel cuore pulsante di Castelnuovo Berardenga, il mio cammino si è fermato ai banchi di Fattoria Carpineta Fontalpino. Qui ho incontrato Sara: una presenza giovane e luminosa che, con una dolcezza rara, ha saputo guidarmi attraverso la visione enologica della sua famiglia.

Il percorso è iniziato con il Chianti Classico 2024, un’annata che sprizza energia e che si concede con una spontaneità disarmante. Ma è salendo di scala che la complessità si fa emozione. Ho esplorato le due Gran Selezione 2021: la possente Dofana e la magnetica Vigna Montaperto. Quest’ultima, in particolare, è stata la mia preferita: Montaperto non si limita a stare nel calice, ma cammina con un passo che si distingue nettamente, un’andatura elegante e sicura che parla di un terroir unico. Infine, l’assaggio dell’IGT Do ut des ha suggellato l’esperienza. Già nel nome — ‘io do affinché tu dia’ — questo vino racchiude la filosofia dello scambio profondo tra natura e mano sapiente, offrendo una struttura che avvolge senza mai appesantire. In ogni sorso di questa azienda si percepisce una pulizia d’esecuzione che invita a un dialogo continuo con il vino, lasciando che sia la freschezza a guidare la narrazione.

Tra vigne e micro-cru: Tenuta di Arceno

Rimanendo tra i vigneti di Castelnuovo Berardenga, il viaggio è proseguito verso Tenuta di Arceno. Qui ho avuto il piacere di confrontarmi con Pepe Schib Graciani, Global Brand Ambassador dalla cultura enciclopedica, e con il simpaticissimo enologo Lawrence Cronin. In azienda dal 2002, ha saputo fondere le sue radici italo-americane con la filosofia dei micro-cru, creando uno stile dove la precisione californiana incontra la vibrazione toscana.  Lorenz ci ha regalato un assaggio in anteprima del Chianti Classico 2024: un vino che colpisce per la croccantezza del frutto e che accende una bella curiosità su come saprà evolvere nel tempo. Siamo poi passati a un’orizzontale 2023: dal Chianti Classico Annata e Riserva, per arrivare alle due Gran Selezione, Strada al Sasso e Campolupi, che raccontano con voci diverse ma altrettanto autorevoli lo stesso terroir.
Tuttavia, l’assaggio vincente che ha conquistato me e le mie compagne di avventure è stato senza dubbio l’Arcanum 2020. Questo Cabernet Franc in purezza è un vero fuoriclasse: l’annata 2020 gli ha donato un’eleganza magnetica, dove le note di frutti neri e spezie nobili si intrecciano in una trama di rara finezza. Un vino che non si limita a essere degustato, ma che domina la scena per personalità e profondità.

Creatività d’autore e restyling per Borgo San Felice

La tappa successiva a Castelnuovo Berardenga mi ha portata tra le mura di San Felice, un luogo dove la storia respira fin dal Medioevo. Azienda agricola dagli anni Sessanta e raffinato Relais & Châteaux dagli anni Novanta, San Felice non è solo una cantina, ma un ecosistema di bellezza. Qui l’assaggio si è trasformato in un’esperienza creativa a tutto tondo: ho avuto il privilegio di ammirare le etichette descritte da Francesco, responsabile vendite Italia, insieme alla Wine Designer DDV Federica Cecchi, l’artista che le ha realizzate. È stato un momento prezioso per vivere la creatività a 360°, comprendendo come il vestito di una bottiglia possa narrare visivamente ciò che il vino esprime nel calice.

Da La Pieve al Poggio Rosso: l’eleganza che sfida i secoli

La degustazione ha rivelato l’anima poliedrica della tenuta. Siamo partiti dal Chianti Classico Annata 2023 ‘Borgo’, fresco e versatile, per poi approdare alla solennità della Gran Selezione ‘La Pieve’ 2022. Qui, vino ed etichetta celebrano la chiesetta storica fondata nel 714: un Sangiovese nato dai tre vigneti migliori, impreziosito da un tocco di Pugnitello per una complessità vibrante. Il gran finale è stato un’anteprima del Poggio Rosso 2021, il cru aziendale prootto dal 1978. Questo Sangiovese da singolo vigneto storico si è rivelato di un’eleganza assoluta, un assaggio che cammina con passo fiero e promette una longevità straordinaria.

Tenuta Collazzi: un anfiteatro naturale a San Casciano

Il mio viaggio tra le Unità Geografiche Aggiuntive avrebbe potuto toccare territori straordinari come Lamole o Montefioralle, ma la ricchezza di questa Collection imporrebbe pagine infinite. Ho scelto quindi di soffermarmi su un luogo che toglie il fiato: Tenuta Collazzi, a San Casciano Val di Pesa. Qui la storia è di casa dal 1560, anno in cui fu costruita la magnifica villa attribuita a Santi di Tito, allievo di Michelangelo. Sebbene la proprietà appartenga storicamente alla famiglia Marchi dal 1933, la tenuta è intimamente legata alla famiglia Frescobaldi.
In particolare, il Marchese Vittorio e la Marchesa Bona ne hanno curato con dedizione lo sviluppo vitivinicolo e l’accoglienza, rendendo Collazzi un progetto personale e appassionato.
È un luogo che il Marchese Lamberto de’ Frescobaldi ama definire un ‘gioiello’ di famiglia, distinto dalle altre realtà del gruppo, dove ogni dettaglio è curato sotto la guida dell’enologo di fiducia Alberto Torelli. Qui, su un’estensione di circa 35 ettari di vigneto che giacciono in un anfiteatro naturale perfetto con esposizione sud-ovest, il bosco e l’oliveto convivono in un ecosistema armonioso. I suoli, un mosaico di sabbia, argilla e calcare ricchi di scheletro, hanno permesso di valorizzare non solo il Sangiovese, ma anche internazionali di grande spessore. I Bastioni è stato un bell’assaggio in cui il Sangiovese delle vigne vecchie si esprime con verve e una certa suadenza nel finale; altrettanto interessante il Collazzi, un blend di bordolesi intenso e avvolgente, capace di accarezzare il palato con tannini setosi.
Lasciando le architetture imponenti di Collazzi, il mio percorso si sposta verso un incontro che definirei il cuore pulsante di questa esperienza, dove il vino si fa racconto intimo e dedica…

Il racconto intimo di Alessandro tra omaggi e radici

Alessandro Campatelli merita un racconto a parte. Sin dal suo ingresso a Riecine, ha saputo interpretare lo spirito di Gaiole con una sensibilità fuori dal comune, elevando l’azienda verso vette di precisione e brillantezza stilistica che colpiscono al primo sorso. La sua è una ‘rinascita nella continuità’: ha ereditato una storia leggendaria, quella di John e Palmina, portandola nel futuro attraverso una pulizia d’esecuzione che esalta la trasparenza del Sangiovese senza mai forzarlo.

Tre anime e una scintilla

Alla Collection ho avuto l’onore di assaggiare le tre etichette della linea SUMI-E, un progetto che per Alessandro è molto più di una selezione di vini. La stessa frase in ogni vino, e leggendola mi sono emozionata.

‘Tre vini, tre anime. Dentro ognuno c’è un legame, una radice, una scintilla di chi ha segnato il mio cammino’. Alessandro Capatelli

Con un sorriso aperto e intelligente, Alessandro mi ha guidata alla scoperta di questa trilogia emozionale. Ogni vino nasce da una filosofia di rispetto assoluto per la materia: l’uva non viene pigiata ma lavorata ad acini interi, lasciando che la gravità e il cemento non vetrificato (Nomblot) facciano il resto.
Sumi-e Slovi 2024: Un bianco da uve Trebbiano di una delicatezza commovente, dedicato alla sua compagna. Il nome richiama l’antica arte giapponese del dipinto a inchiostro, e proprio come un colpo di pennello su carta di riso, questo vino è essenziale, nitido, un omaggio all’eleganza silenziosa.
Lelle 2024: Un vino che porta con sé una carica affettiva speciale, dedicato a Luigi “Lelle” Veronelli. È un atto di amore verso colui che per primo comprese la grandezza di Riecine negli anni ’70, un sorso che sa di riconoscenza e di radici profonde. Si tratta di un Sangiovese 100%, ma interpretato cercando più la vibrazione e la spontaneità dell’annata, un omaggio più “diretto” e veronelliano.

Aeffe 2024: Il momento più solenne dell’assaggio.

Questo vino è dedicato al grande maestro Andrea Franchetti (A.F. sono le sue iniziali), scomparso nel 2021. È un Merlot in purezza che rispecchia la potenza espressa dalla scuola Franchetti, ma riletto attraverso l’eleganza innata di Gaiole. Un vino monumentale che, per reggere il confronto con la memoria del grande maestro, è l’unico della linea a vedere il legno piccolo, tra barrique e tonneau. Questa scelta tecnica serve a ottenere una struttura solida e una persistenza aristocratica capace di sfidare il tempo, mantenendo però sempre quel garbo e quella purezza del frutto che contraddistinguono lo stile di Alessandro. È un vino che cerca la longevità e la profondità, proprio come il legame umano e professionale che celebra. In questo incontro ho ritrovato l’anima di un giovane sensibile e talentuoso che ha scelto di trasformare la propria gratitudine in forma liquida. Un omaggio all’eredità che Franco ha lasciato nel mondo del vino italiano.

L’Oro Verde: non solo vino alla Leopolda

Tuttavia, la cultura del Gallo Nero non si esaurisce nel calice. Una sosta doverosa è stata quella dedicata all’Olio DOP Chianti Classico, che non è affatto un semplice comprimario, ma l’altra faccia della stessa medaglia culturale di questo territorio. L’edizione di quest’anno ha assunto un valore ancora più significativo, celebrando anniversari importanti: i 50 anni del Consorzio Olio e i 25 anni della DOP. Traguardi che testimoniano una dedizione alla qualità che corre parallela a quella del vino.
Degustando l’annata 2025 ai banchi d’assaggio, sono rimasta colpita dalla vivacità cromatica e aromatica di questo ‘oro verde’. Gli oli presentati regalano sensazioni vegetali nitide, con un fruttato di oliva fresca che esplode al naso. Al palato, la firma di autenticità è data da quella nota pungente e da un amaro di carciofo e cardo che non risultano mai eccessivi, ma creano un contrappunto perfetto alla dolcezza del frutto. È un prodotto che, proprio come il grande Sangiovese, invoglia a essere scoperto per la sua capacità di elevare ogni piatto della nostra tradizione, portando in tavola l’essenza stessa delle colline toscane.

Oltre il calice, il valore del “Noi”

E così mi sono ritrovata a fine giornata con la consapevolezza di averla vissuta insieme a delle compagne di viaggio ineguagliabili. Abbandonare la postazione privilegiata della stampa questa volta mi ha permesso di condividere l’esperienza con amiche professioniste che, operando in settori diversi dal mio, mi hanno donato qualcosa di inestimabile: un altro “occhio”, una prospettiva che integra e arricchisce la mia. Sentivo aqdosso quella stanchezza buona. Quella che arriva dopo centinaia di sorsi e parole scambiate.
Ci siamo guardate in viso e abbiamo capito: il viaggio condiviso tra le mura della Leopolda non è stato solo un aggiornamento professionale, ma l’occasione per consolidare una stima reciproca e il piacere di un tempo trascorso insieme che definirei, senza esitazione, arricchente.

Dal ‘Bello Assoluto’ alla Comunione d’intenti

È proprio in questi momenti che il vino si fa ponte verso concetti più alti. Mi piace pensare, infatti, a ciò che la filosofia, da Platone a Kant, fino a Winckelmann, definisce come ‘Bello Assoluto’: quell’ideale di perfezione che non dipende dal gusto del momento, ma che risplende per armonia, proporzione e verità. È un concetto universale che eleva lo spirito, proprio come un calice capace di raccontare un intero territorio. Non vedo l’ora di ripetere queste esperienze in contesti diversi, portando con me questa rinnovata prospettiva di lettura.
Vi saluto con un’analogia enologica: se il vino è cultura, l’amicizia tra donne che coltivano la medesima passione è un’espressione artistica che sfiora quel Bello Assoluto.

Perché se un grande Chianti Classico nasce e si evolve inseguendo un’armonia compiuta e una fiera longevità, a ben guardare, il legame tra le Donne del Vino punta alla medesima meta. Questa comunione d’intenti ricerca la stessa stabilità grazie a una struttura solida, un carattere vibrante e quella capacità, rara e preziosa, di depositare nella memoria un ricordo che non svanisce mai.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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