Vini Selvaggi. La rivoluzione gentile del vino tra le persone
In un settore che parla di consumi in calo e giovani distanti dal calice, Vini Selvaggi dimostra il contrario: un evento, quello tenutosi dal 7 al 9 marzo al San Paolo District di Roma, che ha unito, accolto e restituito al vino la sua natura più autentica. Quella del dialogo, della condivisione e della comunità.
C’è un’immagine che resterà incollata alla memoria di questa edizione di Vini Selvaggi: un bambino che ride tra giochi in legno mentre sua madre sorseggia un calice di bianco e il padre si perde nel racconto di un vignaiolo. È una scena semplice, quasi inconsueta per un evento del vino. Ma è proprio lì, in quella naturalezza, che si nasconde la verità più luminosa di questa tre giorni romana.
Mentre il settore racconta i suoi affanni, dai consumi in calo del 13% per vini e spirits nel primo quadrimestre 2025, alle preoccupazioni di sette cantine su dieci per il continuo arretrare del mercato dovuto al ricambio generazionale e a nuovi modelli salutistici, Vini Selvaggi disegna uno scenario opposto, quasi ribelle.
Un evento che parla la lingua dei giovani
Si parla continuamente di come i giovani si stiano allontanando dal vino. Eppure, a Roma, a Vini Selvaggi, erano ovunque.
Coppie, gruppi di amici, curiosi di ogni tipo. Ragazzi che si muovevano sicuri tra gli stand. Ascoltavano, domandavano, ridevano. Lontani dall’immagine di consumatori disinteressati o distratti.
E non è un caso. Gli ultimi studi raccontano infatti un quadro ben diverso dalla narrazione comune: gli under 44 italiani e statunitensi stanno sostenendo il mercato premium, considerano il vino uno status symbol e sono disposti a investire in etichette di qualità, super-premium e fuori dagli schemi.
A Vini Selvaggi, questa tendenza prende corpo: il vino diventa socialità, esperienza, atmosfera. Tutto fuori dagli schemi.
E i giovani rispondono. Perché apprezzano. Ma apprezzano il dialogo e la socialità prima di ogni altra cosa.

La forza di un luogo semplice, vero, respirabile
La magia del festival sta nella sua struttura disarmante:
- una location non altisonante, ma accogliente;
- produttori veri, felici di parlare, spiegare, raccontarsi;
- un contorno fatto di street food, musica, sorrisi.
È qui che emerge il tratto distintivo dell’evento: il vino non è protagonista da solo. È parte di un ecosistema che mette le persone al centro. I vignaioli sono rilassati, sorridenti, desiderosi di condividere e confrontarsi, senza formalismi, senza la rigidità che spesso accompagna le fiere tradizionali. Le bottiglie, naturali, territoriali, figlie della terra, sono un tramite, non un traguardo.
Perfino la presenza di un’intera area dedicata ai bambini, rarità assoluta negli eventi del vino, racconta un’idea diversa, inclusiva, contemporanea. Un vino che non divide, ma unisce.
Il naturale come accesso, non come recinto
Parliamo spesso di vino naturale come di una categoria a sé, un mondo a parte.
Ma Vini Selvaggi insegna qualcosa di diverso: il naturale è un modo, non un dogma.
È rispetto della terra, sì. È attenzione all’ambiente e alla salute, certamente. Ma è soprattutto relazione. In un mondo dove il consumo si fa più consapevole, meno bottiglie, più qualità, crescente attenzione ai vini leggeri e a bassa gradazione alcolica, questo approccio appare non solo attuale, ma necessario.
Relazione e racconto. Quello della terra in simbiosi con le persone. Rinascita, recupero, impegno, volontà, forza, attitudine, orgoglio. Queste le parole che ho sentito dai vignaioli. Ragazzi e un tempo tali che mettono le proprie mani nella terra e nel mosto senza paura di sporcarsi se non con qualcosa che di naturale non ha niente. Non è un bando alla chimica perché ognuno può fare ciò che vuole. No, è una voglia tutta personale di interpretare il mondo per poterlo lasciare a quei bambini che si sono portati dietro. Anche loro, anche i vignaioli e le vignaiole erano li con i loro figli!
Dietro il sipario: Giulia, Lorenzo e una visione che cresce
Ho parlato a lungo con Giulia e Lorenzo, gli organizzatori. Con Giulia ho parlato accanto all’area kids, mentre il loro bambino giocava sereno.
Mi hanno raccontato delle difficoltà di quest’anno, soprattutto sul fronte sicurezza, superate con determinazione.
Mi hanno parlato del loro impegno a evitare ogni forma di omologazione, a dare spazio continuo a nuove cantine, a coltivare un pubblico curioso, partecipe, vivo.
E allora ho condiviso con loro quella che ritengo la sfida più interessante per il futuro: portare a Vini Selvaggi chi, oggi, il vino naturale lo snobba o lo evita. Non per convertirlo ma per mostrargli un’atmosfera che parla da sola. Un clima umano che merita di essere vissuto indipendentemente dal contenuto del calice.
I miei assaggi
Anche se mi sono perso nell’atmosfera gioiosa, nell’ascoltare e nel guardare quanto di meraviglioso avevo attorno, qualcosa di interessante sono riuscito ad assaggiare. Ed è allora giusto riportarli in questo articolo.
Le Terrazze del Canto sono una incantevole simbiosi tra vino e fiori in quel di Mapello (Bergamo). Partiamo dalle etichette: veri capolavori artistici che dalla bottiglia dovrebbero immediatamente spostarsi sulle pareti con tanto di cornice. Incrocio Terzi, Franconia, Marzemino, Rebo, Merlot, Cabernet Sauvignon e Moscato giallo. Vini che respirano la vita e soprattutto sono buoni. L’influsso floreale ancora non c’è ma non vedo l’ora di riassaggiarli quando il progetto di integrazione sarà compiuto. Anche se già così meritano. E tanto. Il Poeta, Il Pirata, La Vena, Anfitea. Ognuno di questi vini merita un elogio, merita un sorso, merita un discorso a parte. Spero di farlo presto.

Barbara Avellino è a Rovescala (Pavia). Una donna che emana una classe pulita e gaudente. La stessa che porta nei suoi vini. La bollicina Blanc de noir da Pinot Nero Lupi della luna masticabile e lascia in bocca una sensazione da urlo. Minerale e tanto. Sempre da Pinot Nero, il rifermentato Il Pellegrino è un vero succo di frutta armonico e avvolgente che con la sua mineralità pazzesca non si smette di bere. Infine il macerato da Riesling Italico, Zephyro, è un capolavoro di concretezza e meraviglia con la frutta secca che svetta tra la solita (si fa per dire) mineralità.

Colleformica è vicino Velletri (a sua volta vicino Roma). Arancia Atomica da Malvasia di Candia e Trebbiano nella sua semplicità ha quel perché che non si capisce subito ma poi quando si inizia a bere lo capisci eccome. Con lo stesso uvaggio c’è Formica Pazza Gialla, il rifermentato che è giovanile, brioso, semplice. Ma efficace. Infine Primativo, il rosso da Primitivo che mantiene tutto il primitivo ma con l’aggiunta della mineralità vulcanica.

La Torretta è a Grottaferrata, poco fuori Roma e nel Parco dei Castelli Romani. Terreni vulcanici che nei vini si rispecchiano appieno. Bolle di Grotta è il Trebbiano che si concede l’anfora cosi da non certo arricchirsi ma da completarsi. Semplice ma raffinato. Torretta ha in se, oltre al Trebbiano anche la Malvasia Puntinata per arricchirsi di un po’ di rotondità tale da renderlo più cicciotto e godibile. Mantenendo tanta tanta mineralità. Infine Rosa, il rosato da Sangiovese. Un nome delicato, un olfatto delicato. Poi, in bocca, esplode

Valleris è a San Floriano del Collio (Gorizia). Due cugini, un progetto. Meraviglia. Il loro Sauvignon è qualcosa di talmente minerale e intenso (forse per i tre mesi di macerazione sulle bucce ed il successivo passaggio in rovere) che ti fa dire: io di questi due devo assaggiare anche tanto altro,

I Nove Filari sono in piena Maremma, a Campagnatico (Grosseto). Oltre il mare è il Sauvignon marino che non ti aspetti. Va oltre il mare ma mantiene la sapidità. Un Sauvignon andato per mare insomma. Intensamente buono. Brezza di mare: prendi il Sauvignon, aggiungi il Vermentino, metti tutto in anfora e ciò che ne derivi è qualcosa che prima non capisci ma poi, quando afferri, lo tieni con te. Nuvole in Maremma: conservi l’anfora ma arrivano Trebbiano e Malvasia. Cambiano gli attori ma il risultato è sempre sorprendente. Sole di Maremma: l’anfora rimane ma qui c’è il signor Sangiovese con il Syrah e l’Aleatico che arriva per ultimo ma si fa sentire. Il blend è qualcosa di interessantissimo. Morbido ed interessantissimo.

In Slovenia ho incontrato Tauzher Emil Tavcar con la sua Valerya 2014 (Malvasia e Vitovska), Vitovska 2018, Vitovska 2015, Malvazya 2015, Malvazya 2018, Malvazya 2020, Malvazya 2019, Vlkovin 2015 per i quali posso solo dire: wow. Capolavori puri. Certo, divisivi: piacciono o non piacciono. Ma se piacciono….

Schnabel è in Austria e i suoi vini sono pazzeschi. Legionär è il Sauvignon macerato che conserva quel tanto di zucchero residuo da renderlo incredibile e dal colore ambrato. Kor è il Blaufränkisch ovvero Franconia: mantiene il frutto, mantiene la freschezza, aggiunge l’eleganza. Che si vuole di più? Infine il Dio Pinot Noir, Hoch. Qui si annusa, si assaggia, si fanno tanti applausi e si dice: chapeau!

Domenico Lombardo è a Calatafimi (Trapani), luogo della prima battaglia dei Mille di Garibaldi. Mezzatesta, un piacevolissimo sapido Catarratto che esprime a pieno quel gusto vivo della mandorla siciliana. Iamonte è il Catarratto macerato che assume un colore che è un programma dove le zagare si insinuano a provare di spodestare le mandorle. Scarlatta infine è il Nero d’Avola, fresco, profumato, avvolgente. Perché pure da queste parti un po’ di calore serve.

Tenute Nynfà è a Santa Ninfa (Trapani). Caricato non può che essere da Catarratto che sa di spezie e miele mantenendo una fresca sapidità che conquista nella sua semplicità. Droide è lo Zibibbo secco. Non ha un marcato sentore di Moscato cosi che quando arriva in bocca, piace per la sua speziatura floreale. Sempre sapido ovviamente. Eppoi, eppoi il Driope che è quel Frappato che tanto mi piace per la sua capacità di essere fresco, fruttato il giusto, giovanile e che può anche essere bevuto leggermente fresco!

Con Fabio Ferracane ci siamo abbracciati a lungo e intensamente. L’anno scorso non ero riuscito ad assaggiare il Vermouth dedicato al papà Nino, Ninù. Meno male che quest’anno l’ho fatto. Di questo Vermouth ho solo detto una cosa a Fabio: non vendere mai questa meraviglia a chi aggiunge ghiaccio o lo usa per i cocktail!

Iacopo Paulucci è a Todi. Il Ponziano è il Trebbiano fresco e sapido che identifica a pieno l’Umbria e le capacità di questo vitigno di essere tenue ma gustoso se ben trattato. Jacopone (da Todi!) è il Grechetto. Sempre di Todi ovviamente. Qui si sale molto di complessità e intensità come tipico del Grechetto. Un vino ben fatto e che si gusta benissimo. Sempre sulla scia della sapidità. Ho assaggiato anche lo stesso vino in selezione Vigna Vecchia e devo dire che qui si capisce benissimo come le piante abbiano una importanza decisiva nel prodotto finale. Il Rimacerato da Trebbiano con passaggio in anfora è un inno alle piante selvatiche della zona (e non solo). Si gusta con tanta piacevolezza e accompagna pranzi e cene come se niente fosse. Baciafemmine è il rosato da Sangiovese e Aleatico: sapido, fresco, piacevolmente di frutta fresca senza essere invadente ma mantenendo comunque la vigoria umbra. Il Bascialesco unisce un vitigno internazionale come il Cabernet Sauvignon, ad uno omnipresente come il Sangiovese, ad un tipico e quasi perso vitigno umbro come il Grero (o Nero di Todi). Il risultato, dopo un passaggio in tonneaux, è di un vino leggero e speziato che non avvolge ma conquista per una pacata morbida freschezza. Infine il Nero Jacopone che fa tutto suo il Grero riuscendo a far capire in pieno come questo vitigno abbia delle potenzialità tutte da sfruttare: elegante, fine, per niente rustico.

Vini Leoni è a Roncofreddo (Forlì e Cesena). Se ci si aspetta espressioni goderecci di una terra godereccia, non è così. I vini sono eleganti e determinati ma anche soavi e fini. Come il Leoni Bianco da Bianchello: non serve essere muscolosi con i bianchi. Basta saperli fare. Il Leoni Arancione è l’Albana macerato per 30 giorni. Che dire? Semplice, gustoso, bevuto, piaciuto! Poi a chiudere il Leoni Rosso da Sangiovese di Rubicone. Fresco, godibile, da mettere nel bicchiere a tavola e goderselo senza stare a pensare molto (ma sapendo che è fatto bene e quando dico bene, è bene!).

Infine, Filarole. Siamo a Pianello Val Tidone (Piacenza). Statale 412 (in onore della strada che da Milano passa di li) è un macerato di uve Ortrugo, Verdea e Malvasia di Candia aromatica. Si sente il velo di tannino. Si sente l’aroma della Malvasia. Si sente tutto e rimane tutto in bocca. Piacevolmente con quel tocco di rusticità che intriga e te lo fa ribere. Fatto coi piedi potrebbe essere una brutta cosa ma non in questo caso. Rispetto al precedente si sostituisce la Verdea con il Trebbiano, si mette più Malvasia e si allunga la macerazione. Il risultato non è fatto con i piedi ma con intelligenza e sapienza poiché l’aromaticità si sposa con la sapidità per un vino che va bevuto per accompagnare (io lo userei per una Cacio e pepe). Onda d’urto è il rosato da Croatina. Tannico si ma anche fresco ed elegante. Quasi un rosso per cui non vi azzardate a berlo freddo! Rosso Filarole per chiudere, da Barbera e Croatina è il vino fresco e sincero che non va aspettato (anche se reggerebbe qualche anno). Sentori giusti e freschi, gusto giusto e fresco. Cosa si vuole di più?

Il vino non è in crisi, è in metamorfosi
I numeri ci dicono che i consumi scendono, che il mercato fatica, che le aziende temono il futuro.
Vini Selvaggi ci ricorda però una verità fondamentale: il vino non è solo un prodotto economico, è un gesto culturale.
E in un luogo dove le persone ridono, parlano, si avvicinano, dove i produttori si raccontano senza filtri e i bambini giocano accanto ai calici, il vino torna alla sua essenza più antica: fare comunità.
Perché la vera rivoluzione non è nel bicchiere. È tra le persone che quel bicchiere lo condividono.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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