Il mio Vinitaly inizia a Ravaldino
Stefano Berti e l’anima libera del Sangiovese
Mentre le porte di Veronafiere si spalancano e il brusio del Vinitaly 2026 inizia a saturare l’aria, c’è una scelta che si pone davanti a chi scrive: inseguire la cronaca immediata o cercare l’essenza. Scrivere di Vinitaly mentre lo si vive mi è sempre sembrato un esercizio un po’ forzato, il rischio è quello di produrre pezzi pre-confezionati, arricchiti solo all’ultimo da qualche dettaglio di colore.
Per questo motivo, ho deciso che nei prossimi giorni mi dedicherò totalmente all’evento, agli incontri e agli appuntamenti. Annoterò ogni impressione, ogni stretta di mano e ogni calice, documentando tutto in tempo reale attraverso i social e le storie. Il mio racconto organico del Vinitaly arriverà più avanti, come lo scorso anno: una serie di “pillole” seguite da un articolo dedicato alla mia personale esperienza veronese.
Oggi però, in questa domenica mattina di apertura, sento il bisogno di parlare di verità. Voglio parlarvi di un uomo vero, che qualcuno chiama Maestro e che io considero uno dei volti che più hanno contribuito a dare un’identità precisa alla Romagna e al Sangiovese.
Quindi, mentre il mondo del vino si ritrova tra i padiglioni, io vi conduco lontano dal rumore, In Romagna a Ravaldino in Monte.
Il Vignaiolo che ha dato un volto alla Romagna
Incontrare Stefano Berti significa confrontarsi con una visione del mondo dove la vigna non è un asset aziendale, ma una ragione di vita. Eccentrico, secondo alcuni. Per me invece è coerente fino al midollo. Stefano non ha cercato di adattare il Sangiovese al mercato; ha costretto il mercato a guardare il Sangiovese per quello che è: un vitigno di terra, di fatica e di una nobiltà ruvida che non accetta compromessi. La sua mano in cantina è quella di chi ha imparato a capire quando è il momento di agire e, soprattutto, quando è il momento di fare un passo indietro per lasciare che sia il frutto a esprimersi. Ma mi spiego meglio.
Il riscatto del sangiovese romagnolo
Per lungo tempo, nel sentire comune e spesso tra le righe delle guide di settore, il Sangiovese di Romagna è stato relegato al ruolo di “fratello minore” della Toscana, quasi fosse un’alternativa più semplice, rustica o meno prestigiosa rispetto ai blasoni del Chianti Classico o di Montalcino. Definire i vini di Stefano Berti come dei “ritratti liquidi” significa proprio scardinare questo vecchio pregiudizio. Non sono vini fatti in fotocopia; al contrario, sono espressioni capaci di restituire nel calice il calcare di Predappio, la forza della collina romagnola e quella nota selvatica e schietta che appartiene esclusivamente a queste terre.
È proprio grazie a figure come la sua, che non hanno mai cercato di scimmiottare stili internazionali o toscani ma hanno scavato nella propria unicità, che la Romagna ha smesso di restare un passo indietro. Oggi questa terra rivendica una centralità enologica tutta sua: è diventato difficile non trovare vini di valore tra queste colline, specialmente per chi è alla ricerca di carattere, longevità e profondità. Il termine “ritratto”, del resto, richiama l’idea che il vino somigli visceralmente al suo produttore. Proprio come Stefano, il suo Sangiovese è fiero e non cerca di compiacere nessuno se non la propria natura. È questo orgoglio che gli conferisce una dignità pari a qualsiasi altra eccellenza, togliendo finalmente alla Romagna ogni complesso di inferiorità per metterla sotto i riflettori per ciò che è veramente.
Un Master di Passione
Se c’è un motivo profondo per cui oggi ho scelto di parlare di Stefano Berti, è proprio legato a un ricordo molto caro di un’esperienza vissuta al Vinitaly nel 2022. Fu in quell’edizione e proprio a Verona, che disputai il mio primo Master del Sangiovese, sfidando i migliori sommelier d’Italia. Per prepararmi a una gara così importante, dovetti varcare i confini della mia Toscana — dove il vitigno raggiunge vette eccelse, seppur con sfumature differenti — per studiare come questa uva si esprima in Umbria, nelle Marche e persino in Corsica e in Sicilia. Ma è stato arrivando in Romagna che ho capito quanto il gioco si facesse importante e competitivo.
A differenza di varietà come il Cabernet o lo Chardonnay, dove le caratteristiche varietali tendono a dominare in modo deciso, il Sangiovese possiede la rara dote di essere un grandissimo lettore del terroir. Questa consapevolezza mi ha permesso di comprendere chiaramente come la diversità non sia sinonimo di minor valore. I vini romagnoli sono profondamente distanti dai toscani, ma non per questo meno importanti.
Ho imparato che, proprio come un Morellino di Scansano si esprime in modo totalmente diverso da un Brunello di Montalcino, così il Sangiovese di Predappio è un “gemello diverso” di quello di Bertinoro o di Marzeno. Quell’anno, mentre il mio amore per questo vitigno si consolidava definitivamente, riuscii orgogliosamente a conquistare il secondo posto al Master del Sangiovese. Un traguardo che ha segnato l’inizio di un legame indissolubile con questa terra e i suoi interpreti, primo fra tutti proprio Stefano.
Dalla città alla solitudine della vigna
La storia di Stefano ha radici lontane, nel 1963, quando il padre Urbano acquistò un podere a Ravaldino in Monte. All’epoca era solo un rifugio, un lembo di terra sospeso tra Forlì, Meldola e Predappio dove la campagna era vissuta senza troppe velleità imprenditoriali. Il destino di Stefano, però, prende una piega diversa proprio tra i banchi di scuola: abbandona il liceo scientifico per diplomarsi all’istituto agrario di Cesena e, nel 1982, compie un primo salto. Si trasferisce in quella che chiama la sua “scelta privilegiata”: vivere da solo, libero e indipendente, quasi un lupo solitario.
Ma la vita, si sa, ama cambiare le carte in tavola. Arriva il matrimonio con Renata, arriva la figlia Clara, e con loro quella stabilità che trasforma la passione in una vera missione. È l’alba degli anni 2000, un periodo magico di rinascita e riscatto per l’intera Romagna, dove nascono molte delle aziende che oggi stimo di più. È qui che per Stefano fare il vino smette di essere un esperimento e diventa un’esigenza dell’anima, dando il via a una svolta che segnerà per sempre il territorio di Predappio.
L’Incontro con Satta e la svolta
Nel 2000 nasce ufficialmente l’azienda che produce vino. Berti inizia lavorando un vecchio impianto di Sangiovese del 1968, messo a dimora dal padre. E’ un osservatore attento: guarda oltre i confini regionali, studiando i piccoli produttori di Montalcino e del Chianti Classico. Toglie gli alberi da frutto e pianta altra vigna. C’è timore sul cammino da affrontare ma Renata lo sostiene.
Il vero cambio di passo avviene grazie al fortunato incontro con Michele Satta. Il dialogo con il maestro di Bolgheri apre a Stefano nuove prospettive tecniche, portando a una consulenza toscana per vigna e cantina con Attilio Pagli che eleva i suoi vini a uno standard superiore. Oggi, tra quelle argille variegate che sfumano dall’azzurro all’ocra, Stefano è considerato un maestro del Sangiovese, ma per chi lo conosce è soprattutto un maestro di savoir-vivre, capace di tradurre la libertà personale in esuberanza anche nel calice.
L’esordio tra successi e tempeste
Grande debutto con la vendemmia 2001, annata “stratosferica” che sembrò spianare la strada a un successo immediato. Già nel 2002, infatti, arrivò il primo riconoscimento prestigioso per il Calisto 2001, che conquistò i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. In quel momento tutto sembrava facile, quasi dovuto, ma il mestiere del vignaiolo è fatto di cicli e di umiltà.
Subito dopo quella gloria iniziale, la natura presentò il conto con una 2002 meteorologicamente pessima, seguita a ruota da una 2003 siccitosa e rovente che mise a dura prova la resistenza delle piante e la mano in cantina. Furono anni complessi, di attesa e di studio, e bisognò aspettare forse la 2006 per tornare a trarre un vero respiro di sollievo. Tuttavia, queste difficoltà non hanno affatto minato lo spirito di Stefano; al contrario, lo hanno fortificato. Quegli ostacoli hanno cementato le sue intenzioni, rendendo ancora più solida la convinzione che il vino sia un patto tra uomo e territorio, da onorare anche, e soprattutto, quando la terra si fa difficile.
I diversi volti del Sangiovese di Berti
Non so se raccontarvi i vini di Stefano partendo dai rossi o dai suoi rosati, che hanno segnato tappe importanti nel suo percorso. Penso al primo rosato, Cipria a base di sangiovese vinificato come un bianco; e poi al Rossetto, che oggi rimane il principale protagonista di questa categoria in azienda. Il nome mi riporta a quando ero piccola, a quelle donne che non usavano trucco ma a cui bastava un filo di rossetto per apparire subito più attraenti e sofisticate; un tocco di colore che, sfumato con le dita anche sulle guance, cambiava un volto. Credo che il Rossetto di Berti possieda la stessa versatile magia: è un rifermentato in bottiglia (sangiovese frizzante/Ancestrale) che, grazie alla sua bollicina sottile, allarga gli orizzonti gastronomici e si presta agli abbinamenti più disparati, portando in tavola quello spirito di festa e allegria che lo contraddistingue.
Passando ai rossi, il punto di partenza ideale è oggi il Bartimeo. Anche se non è stata la sua prima etichetta, dalla sua nascita nel 2005 lo considero il vero vino d’entrata, quello più immediato e fruibile. È il Sangiovese quotidiano, un’esplosione di frutta rossa croccante che punta tutto sulla fragranza. È un sorso schietto e senza mediazioni, perfetto per chi cerca la purezza del vitigno in una veste giovane e dinamica.
La scelta sostenibile di Berti e i pilastri storici
Un discorso a parte merita il Nonà, nato nel 2013 dall’unione di Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Qui la scelta di Stefano è stata coraggiosa: solo acciaio, poca estrazione e, soprattutto, nessun solfito aggiunto. È un vino dal carattere deciso che proprio per la sua natura senza compromessi non esce in tutte le annate, ma solo quando la vendemmia permette di mantenere intatta la stabilità e la fierezza del sorso. Rappresenta la sfida tecnica e umana di un vignaiolo che non teme di rischiare per seguire la propria visione.
Infine, arriviamo ai pilastri storici, le etichette che rappresentano l’apice produttivo e l’esordio enoico di Berti: il Ravaldo e il Calisto. Una volta ho sentito Stefano raccontare quanto lo affascini la filosofia del cru, ma ha anche ammesso che, non avendola sposata dall’inizio, oggi non può più adottarla. Entrambi questi vini nascono da scelte diverse in vigna e in cantina,
Il Ravaldo è un sangiovese in purezza che vinifica e affina in acciaio. Lo considero l’emblema della piacevolezza romagnola: un vino sapido e “magnetico”. Davvero un bicchiere tiri l’altro!
Il Calisto è invece figlio una rigorosa selezione delle migliori uve della tenuta e incarna l’eleganza assoluta. In quest’ultimo, il Sangiovese grazie anche a un tocco di Cabernet Sauvignon (10%) e a un passaggio in legno, raggiunge una profondità nobile e complessa, dimostrando come la sensibilità di un maestro possa trasformare la terra in una poesia racchiusa in un calice e che riesce a imprimersi nella memoria.
Un approccio eccentrico oltre il calice
Spesso mi chiedono perché io ami così tanto il lavoro di Stefano Berti. La risposta non risiede solo in ciò che verso nel calice. Tutte le volte in cui ho avuto l’onore di parlare con lui, sono rimasta colpita dal suo sguardo un po’ sornione ma umile e sincero. E’ lo sguardo di chi ama profondamente ciò che fa e che mantiene intatta, nonostante l’esperienza, la voglia di migliorarsi. In quei momenti non ho visto solo il vignaiolo, ho visto l’uomo.
L’eccentricità di Berti, d’altronde, non è mai una posa commerciale, ma una necessità comunicativa. Chi lo conosce sa che dietro le sue scelte — a volte coraggiosamente controcorrente rispetto alle mode del momento — si celano una solida conoscenza tecnica e un amore viscerale per il territorio di Predappio. Il suo Sangiovese ha un’anima proprio perché non cerca di nascondere le asperità del suolo o le fatiche di un’annata difficile; al contrario, le trasforma in tratti distintivi e autentici, regalandoci un sorso che è un dialogo senza filtri tra uomo e natura.
Ma il talento di Stefano non si esaurisce tra i filari. Un’altra volta vi racconterò della sua straordinaria sensibilità per la fotografia: approfondiremo la potenza comunicativa che si nasconde dietro l’obiettivo e le molteplici connessioni che legano l’intensità di uno scatto al colore di un vino. Due mondi che, nelle sue mani, diventano un unico linguaggio.
Per ora, vi lascio con l’intezione di vivere pienamente questo Vinitaly 2026, con la curiosità di scoprire altre storie vere e la voglia di portare un saluto in presenza a tanti vignaioli in gamba.
Perché, in fondo, il vino migliore rimane sempre quello che riesce a trasmettere la verità di chi lo produce.
Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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