villa corniole
30 Set 2026
Suggestioni di Vino

Villa Corniole. Per la famiglia, per sempre

 

Sabina Pellegrini ha ventinove anni e una storia che profuma di montagna, famiglia e vigneti. A Villa Corniole raccoglie un’eredità costruita nel cuore della Val di Cembra e la accompagna verso il futuro con lo stesso passo misurato che da sempre distingue questa terra.

 

Alzi la mano chi non ha mai giocato almeno una volta (una sola?) al gioco della bottiglia. Seduti in circolo, con una bottiglia in centro fatta roteare vorticosamente. La prima scelta, poi la seconda, poi il bacio tra i due. Una scelta del caso. Un bacio a caso. Una coppia formata dal caso. Quasi come in quel reality Matrimonio a prima vista. Nel mondo del vino, spesso il vino si sceglie. Come ragione di vita. Come fuga. Come ritorno. Poche volte è il vino a scegliere. Come in questo caso quando il vino ha scelto lei.

Sabina Pellegrini ha ventinove anni, viene dalla Val di Cembra e quando parla della sua famiglia ha la pacatezza di chi sa esattamente dove si trova nel mondo. Oltre che dove vuole trovarsi. Come se la ricerca e il radicamento coesistano in lei senza contraddirsi. È la più piccola di tre sorelle. Il padre, Onorio è un uomo circondato, nel senso più pieno del termine. Quattro donne, una cantina, una visione. Mi è sembrato veramente un uomo coraggioso.

La Val di Cembra è un luogo che il Trentino custodisce con discrezione. Sembra essere un segreto che preferisce non condividere troppo. Valli strette, versanti ripidi, terrazzamenti che sembrano costruiti con la pazienza di qualcuno che non aveva fretta ma sapeva benissimo cosa voleva. Il Müller Thurgau di queste parti ha una storia lunga, seria, radicata nella geologia di porfido e nella quota tra i seicento e gli ottocento metri che regala a questi bianchi una verticalità acidica difficile da imitare altrove. Non è un caso che il Müller Thurgau di Cembra abbia da poco ottenuto la denominazione “Superiore”. Un riconoscimento forse tardivo per chi ci lavora da decenni.

Il nonno di Sabina era tra i soci fondatori della cooperativa locale. Cinque, sei ettari. Uva conferita, vino fatto in famiglia come si faceva e si fa ancora in tante case di montagna. Poi, intorno al Duemila, la decisione di fare il passo. Staccarsi dalla cooperativa, imbottigliare, costruire una filiera propria.

Sicuramente passione, innanzitutto. Era il sogno di una vita, dedicare il proprio lavoro direttamente alla trasformazione delle proprie uve, creare le proprie bottiglie. Ben diverso dal conferire a un terzo che poi trasforma.

In questi anni di giri tra cantine e vignaioli l’ho sentito spesso, ma continua a colpirmi: il momento in cui qualcuno decide che non basta più coltivare e bisogna, anche, firmare. Consapevolezza, riscatto, voglia di mergere. I magari auorialità.

Autorialità ovvero l’insieme delle caratteristiche, dello stile e dell’intenzione che definiscono il ruolo di un creatore (autore) rispetto alla sua opera

Il conferimento alla cooperativa è un atto solidale e spesso virtuoso. Non datemi addosso per cortesia. Le cooperative trentine hanno fatto cose straordinarie e continuano a farle ma, imbottigliare e farlo con il proprio nome, è qualcosa di profondamente diverso. È come dire: questa cosa la penso io, la faccio io, me ne assumo la responsabilità. Tutta la responsabilità.

Villa Corniole

Onorio Pellegrini ha fatto quella scelta 

In maniera azzardata

Il sorriso sotteso di Sabina contiene tenerezza e rispetto insieme. 

Quando parti da zero, con meno vigna di oggi, è forse più facile. Comunque, è un salto nel buio. Buio, scommessa, come preferite voi. Oggi però Villa Corniole ha quindici ettari, tra 85.000 e 90.000 bottiglie di vini fermi con Müller Thurgau in testa, poi Traminer, Pinot Nero, Pinot Grigio, Chardonnay. Circa 45.000 bottiglie di spumante Metodo Classico in crescita costante. Quasi 150.000 bottiglie in tutto. Altro che esperimento o scommessa. È un’azienda e quando hai una azienda è certamente bello, solo che certe volte i polsi tremano per la paura.

Spesso non si ha contezza di cosa significhi, per una generazione, raccogliere il lavoro dei propri genitori. Non è semplice come sembra, né da un lato né dall’altro. C’è il rischio di sentirsi in gabbia, di portare un peso invece di una libertà. C’è anche il rischio opposto di idealizzare quello che si riceve e non avere il coraggio di cambiarlo. La cosa bella, in Sabina, è che sembra aver trovato una terza via: essere dentro il progetto dei genitori senza dissolversi in esso. Anzi, portandoci la propria testa, il proprio sguardo, la propria ambizione.

Siamo cresciute in cantina. È un ambiente che mi piace, vario. E mi è sempre sembrato bello poter portare avanti qualcosa di famiglia.

Chissà se sia stato automatico o se ci abbia riflettuto. Fa una pausa. Breve, ma reale.

Non è facile per le donne, va detto. Purtroppo. Ci sono associazioni, sta venendo fuori, però non era così scontato fino a qualche anno fa.

Ha ragione. Il vino italiano, che pure ha prodotto alcune tra le figure più influenti del settore al femminile, porta ancora addosso le cicatrici di un impianto culturale antico, in cui la donna in cantina era eccezione e non regola. Negli istituti agrari, nelle scuole enologiche, la quota rosa è ancora minoritaria. Sabina lo sa bene e ha smesso di stupirsi decidendo di occupare lo spazio comunque. Evviva i giovani, anzi, le giovani. Evviva una generazione che ha deciso, senza mezzi termini, di non curarsi di ciò che gli altri possano dire e pensare. La vita è loro e se la prendono senza riserve (sul tema ho appena scritto un articolo che riguarda Floriana Risuglia de Le Donne del Vino)

Villa Corniole

Le tre sorelle, Sara, Linda e Sabina, si sono divise i ruoli con una logica organica non pianificata a tavolino. Una segue l’estero, una l’Italia, la terza ha seguito l’insediamento agricolo così da essere, formalmente, titolare della parte agricola. La cantina ha un enologo interno e un consulente esterno. Il padre comanda in vigna. Maddalena, la madre, che Sabina menziona quasi di sfuggita, ma con quel calore che si riserva alla mamma, segue la parte commerciale e amministrativa. Affiancando il marito da sempre

Fa gran parte del lavoro

È una struttura familiare nel senso più denso: tutti fanno tutto, ognuno ha il suo centro di gravità, ma i confini sono porosi. 

Quando c’è bisogno, sei in cantina, sei all’estero, sei agli eventi. 

È la flessibilità necessaria di chi non ha ancora abbastanza risorse per specializzarsi del tutto, ma è anche una scelta di valore. Restare vicini. Non delegare ciò che puoi fare tu.

Il nome Villa Corniole viene da lì, dalla zona: il Corgnolo, il Corniolo, piccoli frutti selvatici rossi usati per confetture e grappe, piante storiche di questi versanti. Un nome di territorio, di materia, di radici botaniche prima ancora che vitivinicole. 

Il “Villa” è venuto dopo, un po’ per dare tono

Bello vedere Sabina che ride ammettendolo senza falsa modestia. Dare un tono ad un luogo ha poco di romantico ma è invece intelligente e funzionale.

Il Müller Thurgau è il vino originario, il primo in assoluto, quello su cui l’azienda ha costruito la propria identità pubblica. Verticale, teso, con quella mineralità di porfido che ti entra nel naso prima ancora che tu abbia bevuto. È il vino simbolo della Val di Cembra, come Sabina dice con la semplicità di chi non ha bisogno di convincerti. 

Müller Thurgau Pietramontis 2023. Müller Thurgau 100%. Trentino DOC Superiore Valle di Cembra

Il Müller Thurgau di Cembra non ha bisogno di farsi spiegare. Parla da solo, parla chiaro, con un linguaggio chiaro, preciso. James Suckling ha assegnato 91 punti all’annata 2023 descrivendolo come cremoso, con note di pera affettata, finocchio e scorza di lime. Come contraddire un critico come James! La sua non può che essere una lettura corretta ancorché parziale. Come lo sono quasi sempre le recensioni dei critici anglosassoni su certi vini di montagna, dove la componente minerale, esaltata dall’acciaio, tende a sfuggire al vocabolario.

Il colore è paglierino chiaro con riflessi verdolini, luminoso, con la trasparenza dei bianchi di montagna di alta quota. Al naso si apre con immediatezza, in maniera direttai. Come quando un amico bussa alla porta e entra perché sa di essere ben accolto. Sambuco, erbe aromatiche alpine, un tocco di pesca bianca, agrume maturo. La componente floreale mi ricorda i prati tagliati in estate. Quell’erba fresca che sa di aria più che di terra. La mineralità è presente in maniera inequivocabile. Porfido e calcare si sentono, non si intuiscono.

Il sorso convince ancor di più. È quell’amico che è entrato e si è seduto al tavolo per chiacchierare. Sapido, fresco, con un’acidità viva che non stanca e una morbidezza che accoglie. La lunghezza è buona, il finale pulito. Con il tempo in bottiglia emergono sempre più le componenti aromatiche minerali, e il corpo raffinato avvolge il palato in un gioco elegante di note vellutate e fresca acidità.  È il vino della cantina nella sua forma più essenziale. È il territorio puro, senza mediazioni. Comprensibile a chi si avvicina, commovente per chi già sa.

Il Metodo Classico è arrivato dopo. Nel 2009 come prima vendemmia, 2013 come prima uscita sul mercato. Sta diventando ovviamente un asse portante dell’azienda. Oggi ci sono un Brut, un Dosaggio Zero Riserva (60 mesi sui lieviti), un Rosé. E due nuove etichette in sviluppo, ancora riservate. «Working progress», dice, con un sorriso.

Salísa Zero Riserva Trentodoc Metodo Classico Millesimato 2019. Chardonnay, 60 mesi sui lieviti

In uno spumante che ha riposato sessanta mesi sui propri lieviti c’è qualcosa di quasi testamentario. Il tempo non sembra essere una variabile produttiva. Semmai una dichiarazione di intenti. Salísa nasce dall’incrocio dei nomi di Sara, Linda e Sabina, le tre figlie di casa Pellegrini così da portare un peso affettivo prima ancora che enologico. È il vino che Sabina porterebbe al suo matrimonio. Bevendolo, ne capisco il perché. 

La fermentazione avviene per circa l’85-90% in acciaio inox a temperatura controllata, la parte restante in tonneaux. Il lungo affinamento sui lieviti per oltre 60 mesi gode del riposo nella cantina sotterranea a temperatura costante.

Nel bicchiere il colore è oro antico, con un perlage che sale sottile e persistente, quasi timido nella sua eleganza. Al naso c’è la complessità che si rivela a strati: prima la crosta di pane, la nocciola tostata, quella firma inconfondibile dell’autolisi prolungata. Poi, man mano che il vino respira, emergono la frutta a polpa gialla matura, un tocco di fiori bianchi appassiti e quella nota minerale calcareo-alpina che è il marchio di fabbrica della Val di Cembra. È un naso che racconta i cinque anni passati nel buio e lo fa con una precisione poetica che raramente trovi altrove.

Il sorso è secco, teso, con un’acidità che si fa sentire senza mai aggredire. La bollicina è finissima, avvolge il palato con discrezione e fregandosene del dosaggio zero. Il finale è lungo, minerale, con un amaro gentile che richiama la scorza di agrume e la mela cotogna figlia del tonneaux. Non è uno spumante esuberante. È uno spumante pensante. Il tipo di vino che vuole silenzio intorno e un interlocutore all’altezza. Oppure anche nessuno visto che è incredibilmente appagante.

Kròz Bianco 2020 Chardonnay & Müller Thurgau. Dolomiti IGT

Kròz è una parola ladina. Significa croce, incrocio. Il punto in cui due strade si incontrano. È precisamente quello che accade in questo vino: due varietà, due anime, una vinificazione che vede il Müller Thurgau e metà dello Chardonnay fermentare in acciaio inossidabile, mentre la parte restante dello Chardonnay passa in legno.  Un incrocio di metodi, non solo di vitigni.

Il colore è paglierino luminoso che vira deciso verso il dorato. Non per ossidazione, per densità. Nel bicchiere, una promessa di struttura. Al naso i sentori arrivano soavi, quasi trattenuti: pera bianca candida, mela del Trentino. Quella croccante, acidula, che sa di quota. Poi un agrume delicato, una lieve nota idrocarburica che è marca di eleganza nei bianchi con qualche anno di bottiglia. Arriva l’iris, arriva il pompelmo. C’è balsamico, c’è erba tagliata, c’è quella mineralità che ti ricorda dove si trovano le vigne. I fiori emergono soavi come se comparissero in un campo sterminato uno alla volta. Non tutti insieme, si annunciano. È un naso che dà pace.

Il sorso è immediatamente minerale e ampio, con un agrume che si fa lime pulisce, gira, percorre tutto il palato con una freschezza che definire alpina sarebbe riduttivo: è una pulizia verticale, architettonica. La sapidità è alta, quasi salata, di quelle che ti ricordano il mare più che la montagna. Una paradossale nostalgia marina che certi vini di quota sanno provocare, come se la pietra antica ricordasse il fondo dell’oceano che fu. Il finale ha il limone: prima lime, poi limone maturo, con un’ombra di amaro che bussa ma non entra. Non sembra un vino caldo, eppure lo è con i suoi 13,5 gradi che non si sentono mai come peso poiché perfettamente integrati in una struttura che si stratifica lentamente, senza fretta. La persistenza è lunga, la complessità cresce nel tempo. Un vino che sembra esile al primo contatto, poi ti convince piano. Come le persone più interessanti.​​​​​​​​​​​​​​​​

Tanti forse troppi da un punto di vista commerciali i vini di Villa Corniole. Chissà Sabina quale etichetta butterebbe giù dal treno, se fosse costretta a scegliere. Ci pensa sul serio, e apprezzo che non si sottragga alla domanda.

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Forse il Pinot Grigio classico. È una varietà internazionale, funziona bene sul mercato americano, ma è meno rappresentativa. Terrei il ramato, che è più identitario, più nostro. Abbandonerei il bianco classico, che puoi trovare altrove.

Mi piace la risposta precisa e coerente perché non è la risposta di chi vuole compiacere ma di chi ha già pensato a queste cose e ha una gerarchia di valori chiara: prima il territorio, poi il mercato. Mai il contrario.

Visito cantine, leggo bilanci, ascolto importatori e comprendo come il vino italiano e quello trentino in particolare, si trovino in un momento di pressione incrociata: da un lato, la proliferazione di nuove etichette e nuovi produttori che ha dilatato l’offerta oltre ogni misura ragionevole; dall’altro, una domanda che in alcuni mercati si è compressa, non per sfiducia nel prodotto ma per ragioni economiche, generazionali, di gusto che mutano più velocemente di quanto le aziende riescano a seguire.

In Val di Cembra, dalle sei cantine storiche del territorio si è passati a quasi una dozzina in pochi anni. 

Magari chi fa duemila bottiglie, chi se le fa vinificare altrove, chi parte con i primi esperimenti.

Non è necessariamente un male. Più voci, più interpretazioni, più curiosità sul territorio. Ma crea competizione interna in un posto piccolo complicando il lavoro di chi come Villa Corniole ha investito anni a costruire una posizione.

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La competizione. Già. Quella che da queste parti non può non attraversare, anzi, penetrare il mondo delle bollicine. 

Se non hai una bollicina in gamba, non sei nessuno.

Il problema vero non è fare spumante. Il problema è che oggi lo fanno tutti, ovunque, senza che ci sia sempre una ragione geografica o culturale solida a sorreggerlo. Ho trovato bollicine fatte con il Nebbiolo in Piemonte e con il Bombino in Puglia, Metodo Classico in Sicilia e in Sardegna. Non so dire se sia una distorsione di mercato o l’esaltazione della capacità di sfruttare il territorio e la tecnica. Di certo non si tratta di chiudere le frontiere al metodo classico pugliese o siciliano in sé. Il vino è infatti anche libertà, anche sperimentazione. Occorre però riconoscere che, quando tutto si assomiglia, chi ha un’identità di territorio vera vince nel lungo periodo e rischia nel breve. Il mercato non è sempre paziente quanto la storia. Le zone vocate vincono. Il problema è avere la solidità per arrivare al lungo periodo.

Chissà come si immagina tra vent’anni una ragazza di ventinove anni. Una età che necessita di una certa leggerezza e, al contempo, speranza.

Spero saremo ancora tutte qui. Con qualche figlio, qualche nipote. Forse i nipoti sono ancora presto. Qualche nuova etichetta, qualche novità in cantina. Non eccessiva crescita. Ben bilanciata. Piccoli passi, però cercando di far conoscere sempre di più quello che è il brand Villa Corniole.

Bellissima la visione volutamente discreta. Cosa questa che mi colpisce. Nessuna intenzione di triplicare la produzione, di entrare nei grandi mercati asiatici, di diventare un’etichetta di riferimento nazionale. Sabina parla di restare, di crescere con equilibrio, di non perdere il filo con quello che sono. In un momento storico in cui l’ambizione nel vino tende spesso a tradursi in scala, in numeri, in fusioni e acquisizioni, questa postura mi sembra quasi rivoluzionaria nella sua semplicità.

Chissà che vino porterebbe al suo matrimonio.

La bollicina. Verticale, diretta, senza troppi fronzoli. Un po’ lo stile che ci rappresenta come sorelle. E poi porta una parte del mio nome.

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La governance

Un argomento che le famiglie del vino affrontano spesso troppo tardi, quando i conflitti sono già in corso. Ho visto aziende straordinarie implodere non per mancanza di vino buono, ma per mancanza di regole chiare su chi conta e chi decide quando i figli diventano adulti, quando arrivano i partner, quando si moltiplicano le generazioni.

Villa Corniole ha nel suo DNA quel pragmatismo tutto trentino. Silenzioso, operaio, lungimirante. Tanto da far riposare una prevenzione già nello statuto aziendale: chi entra in azienda deve essere parte della famiglia per linea diretta. Nessun cognato che si fa valere, nessun marito che porta idee da fuori e rischia di incrinare quello che è stato costruito con anni di fatica.

È nata dalla nostra famiglia e deve andare avanti così

Sabina ha nel tono della risposta quella naturalezza di chi non sente il bisogno di giustificarsi.

Quante volte ho visto esattamente l’opposto con patriarchi che non hanno scritto niente e si affidano alla buona volontà delle generazioni successive. Che spesso arriva, sì. Ma non sempre e non per sempre. Avere una regola non è cinismo. È rispetto per il lavoro fatto.

La Val di Cembra si stende su per i versanti con quell’aria di quiete operosa che hanno i luoghi di montagna. I terrazzamenti, i pali di legno, i fili che reggono i tralci contro il vento. Qualcuno ha costruito tutto questo con le mani, un masso alla volta, una stagione dopo l’altra. Il nonno di Sabina era lì. Suo padre è ancora lì. E lei ci sarà ancora, tra vent’anni, con le sorelle accanto e forse (toglierei il forse ma lasciamolo per scaramanzia) qualche nipote che comincia a capire come si fa la vendemmia.

I vini di Cembra, con la loro acidità tagliente e il finale lunghissimo di pietra e fiori bianchi, sono vini che, non chiedendo spiegazioni, bastano da soli. Come certi luoghi, come certe famiglie, come certi discorsi che finiscono con una risata e lasciano qualcosa che non si dimentica facilmente.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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