Floriana Risuglia
25 Set 2026
BlendNews

Il talento ha bisogno di spazio. Floriana Risuglia e la voce delle Donne del Vino

 

Floriana Risuglia unisce diritto, vino e impegno nell’Associazione Le Donne del Vino. La sua storia racconta competenze da rendere visibili, parole da cambiare e opportunità da costruire, perché il talento femminile trovi finalmente tutto lo spazio che merita.

L’Apollo 11 è stata la missione spaziale della NASA che ha portato per la prima volta l’uomo sulla luna. Era il 1969 e gli USA erano appena usciti dalla segregazione razziale. Immaginate la scena: tre donne di colore attraversano proprio i corridoi della NASA con la consapevolezza di possedere delle competenze che andavano oltre quelle degli uomini che vi lavoravano da tempo. Donne, di colore e con la necessità di dimostrare, ogni giorno, il loro valore. Cosa che non era certamente richieste agli uomini. Il film era Il diritto di contare. Vedetelo se vi capita.
Anche se la storia di queste tre fantastiche donne appartiene agli anni Sessanta, conserva qualcosa di vicino, qualcosa che rimane sempre sospesa tra uffici, università, consigli di amministrazione, tribunali e cantine: quanto talento resta ancora fuori dalla porta soltanto perché nessuno ha pensato di farlo entrare?

Questa domanda ha accompagnato la mia conversazione con Floriana Risuglia, avvocata specializzata in Diritto Vitivinicolo, Esperta Assaggiatrice e docente in ONAV, componente del Consiglio Nazionale dell’Associazione Le Donne del Vino. Una donna che ha attraversato luoghi, professioni ed esperienze con la curiosità capace di unire mondi apparentemente lontani. Siracusa, Terni, la Puglia, il Veneto, Roma: la sua vita sembra il passo irrequieto di chi cambia casa così che, insieme all’indirizzo, impara ogni volta un modo diverso di leggere le persone. Nella sua storia il vino arriva attraverso un corso aperto quasi sotto casa, seguito pensando di incontrare soprattutto calici e degustazioni, e diventato invece una porta spalancata sulla cultura dei territori.

Pensavo di andare lì semplicemente a bere, poi si è cominciato a parlare di suoli, territori, storia. La cosa mi ha incuriosita e da quella semplice bevuta ho scoperto tutti gli aspetti culturali del vino. Da quel momento non me ne sono più allontanata.

Floriana RisugliaFloriana Risuglia, dal diritto al vino

Il vino, quando entra davvero nella vita, difficilmente rimane confinato nel bicchiere. Non può proprio perché si viene rapiti dal conoscere la terra, le persone, le regole, le etichette, i confini di una denominazione e perfino le parole consentite per raccontarla. Floriana cercava un corso da assaggiatrice, molto più interessata alla conoscenza che alle cerimonie del servizio, e proprio durante una lezione sulla legislazione ha riconosciuto il punto in cui la sua professione e quella nuova passione potevano finalmente incontrarsi.

Parlavo con i produttori e ascoltavo problemi concreti: l’etichetta copiata, l’acquisto dei terreni, i disciplinari, i regolamenti. Mi sono chiesta come potessi conciliare queste esigenze con il mio lavoro di avvocata e ci sono riuscita.

Nel 2016 prendeva ogni settimana il treno per Firenze, dove frequentava un master in Diritto Vitivinicolo, entrando dentro una materia capace di tenere insieme responsabilità delle imprese, tutela dei marchi, etichettatura e normativa europea. Da allora la cantina è diventata anche uno dei luoghi del suo lavoro, con un vantaggio che racconta sorridendo e che rivela il suo modo concreto di stare nelle cose

Parlare con un cliente in cantina, davanti a un bicchiere di vino, è molto meglio che farlo in studio.

Non è solo la leggerezza della frase ma una visione precisa. Il diritto, come il vino, acquista senso quando incontra la vita reale, protegge il lavoro, accompagna un progetto e offre strumenti a chi investe il proprio nome, la propria terra e il proprio futuro in una bottiglia.

Il percorso dentro Le Donne del Vino comincia nel 2017, attratta dalla qualità degli incontri, dalla formazione e da una rete che andava molto oltre il piacere di ritrovarsi. Convegni dedicati alle neuroscienze e al neuromarketing, occasioni di approfondimento, webinar, attività sui territori e uno scambio continuo tra competenze diverse. Nel 2020 diventa vice delegata del Lazio, poi arriva l’elezione nel Consiglio nazionale, mentre cresce l’impegno per raccontare un territorio che sente ormai come casa, pur conservando dentro di sé la luce e il carattere della Sicilia.

Le donne e il vino, oltre l’immagine della vendemmia

Nel Lazio, Floriana e le altre associate hanno lavorato molto sulla comunicazione dei vitigni e dell’origine vulcanica di una parte importante del territorio. Cercando parole nuove per raccontare una regione vitivinicola spesso schiacciata dall’immagine politica e monumentale di Roma. I laghi, i suoli, l’antico Vulcano Laziale, la colata arrivata fino alla tomba di Cecilia Metella compongono una geografia più profonda, nella quale il vino diventa memoria fisica del paesaggio. È un racconto che vorrebbe restituire al Lazio la sua identità agricola mostrando anche la pluralità dell’associazione. Dentro Le Donne del Vino convivono infatti produttrici, enologhe, agronome, ristoratrici, comunicatrici, giornaliste, professioniste dell’accoglienza, tour operator e figure come Floriana, capaci di accompagnare le aziende attraverso la complessità del diritto.

Ecco allora un punto focale: la donna del vino non può coincidere con l’immagine rassicurante di chi sorride in vendemmia tenendo un grappolo tra le mani. Quella fotografia racconta soltanto una parte e, troppo spesso, trascura il lavoro che tiene in piedi un’impresa ogni giorno. Floriana restituisce anche dignità anche ai ruoli amministrativi e commerciali, troppo facilmente descritti come una posizione laterale

La cantina è un’azienda. Chi tiene i conti, segue l’amministrazione, organizza il lavoro o sviluppa i mercati internazionali ha una responsabilità enorme. Se una donna sceglie quel ruolo perché corrisponde alle sue capacità e alle sue aspirazioni, quella scelta possiede lo stesso valore di chi lavora in vigna o segue la produzione.

Floriana Risuglia

La differenza vive proprio nella parola sceglie. Una figlia può raccogliere l’eredità di famiglia, costruire una propria azienda oppure seguire una strada completamente diversa, perché il fascino che avvolge il vino conserva comunque la sostanza concreta di qualsiasi attività imprenditoriale. Floriana cita giovani produttrici laziali che hanno ripreso il lavoro dei nonni, studiato all’estero, avviato nuovi progetti e diviso responsabilità con fratelli e familiari secondo inclinazioni e competenze. Storie che spostano lo sguardo dall’obbligo all’opportunità e liberano anche la tradizione da quel sottile ricatto emotivo secondo cui appartenere a una famiglia significa necessariamente continuare ciò che altri hanno iniziato.

Perché Le Donne del Vino servono ancora

La necessità dell’associazione emerge lontano dalle dichiarazioni solenni, dentro una situazione ordinaria. Durante la preparazione di un convegno, Floriana osserva il gruppo dei relatori e qualcuno alza la mano: nove uomini e una donna.

Vi siete accorti della composizione del panel? La risposta è stata semplice: non ci avevamo pensato. È proprio questo il punto. Le donne competenti esistono, eppure spesso nessuno pensa automaticamente di coinvolgerle.

Il pregiudizio più resistente possiede raramente un volto aggressivo. Vive nell’abitudine, nella ripetizione, nelle scelte compiute senza guardare davvero l’intero panorama. Passa attraverso elenchi di nomi nei quali la presenza femminile rimane un’eccezione, attraverso un incarico assegnato alla persona che viene in mente per prima, attraverso la convinzione che alcune professioni abbiano ancora un suono maschile. Le Donne del Vino servono per accendere quella lampadina, rendere visibili professionalità già formate e costruire una spontaneità nuova, capace un giorno di includere senza bisogno di contare.

Nuttata persa e figlia fimmina. Mi è venuto in mente proprio parlando con Floriana. Un proverbio crudo e rurale come il vino. Non è solo della terra natale di Floriana ma in tutte le culture contadine di un epoca forse non sopita del tutto. Dietro quelle poche parole, riemerge la contabilità severa delle vecchie famiglie rurali. La nascita di una figlia veniva considerata un “magro risultato” economico, perché alla donna si attribuiva una minore capacità di sostenere i lavori più pesanti nei campi e, al momento del matrimonio, la famiglia avrebbe dovuto affrontare anche l’esborso della dote. Una formula breve teneva insieme fatica, patrimonio e destino, trasformando una bambina appena nata in un bilancio già scritto dagli altri. Eppure proprio la vita delle campagne raccontava donne impegnate nella casa, nella cura dei figli, nella terra, nella raccolta e nella continuità stessa della famiglia. Quel proverbio oggi suona come la misura della distanza percorsa e, insieme, come il segno di una mentalità che ha bisogno di essere riconosciuta ogni volta che riaffiora sotto forme più educate e moderne.

Floriana ricorda un episodio di famiglia capace di rovesciare quel detto con l’immediatezza di una vignetta. Alla nascita di una bambina, mentre qualcuno si preparava forse alla delusione tramandata dall’abitudine, il padre accolse la notizia con una gioia incontenibile, come se tutta quella vecchia contabilità contadina avesse perso improvvisamente ogni significato. In quella felicità c’è già una società diversa, nella quale una figlia arriva con il proprio nome, il proprio futuro e tutte le possibilità ancora aperte.

A me l’espressione quota rosa fa arrabbiare, anche perché il nome è bruttissimo. Poi mi rendo conto che, finché questa attenzione manca, certe situazioni continuano a passare nell’ombra. Il punto resta la competenza, insieme alle condizioni concrete che permettono alle persone di esprimerla.

Una donna con figli, anche quando possiede preparazione ed esperienza straordinarie, ha bisogno di un’organizzazione che le consenta di partecipare a un consiglio di amministrazione, assumere una responsabilità o proseguire il proprio percorso. Aprire formalmente una porta rappresenta l’inizio; creare le condizioni per attraversarla significa trasformare un principio in realtà.

In questa differenza si trova il passaggio dai diritti alle opportunità. Il diritto afferma che tutti possono partire, l’opportunità fa in modo che ciascuno possa davvero arrivare alla linea di partenza. Floriana lo conosce anche attraverso il diritto del lavoro, materia alla quale dedicò la tesi di laurea

La parità di trattamento significa riconoscere gli stessi diritti anche nella diversità delle condizioni. Una maternità si gestisce, come si gestiscono gli altri passaggi della vita. Il valore professionale della persona rimane.

Ho lavorato per molti anni con donne, ne ho promosse, ho affidato loro responsabilità e ho sempre trovato naturale considerare i collaboratori prima di tutto persone e professionisti. Proprio per questo mi colpisce la persistenza di certe frasi, pronunciate spesso con il tono di chi pensa di descrivere soltanto una difficoltà organizzativa: una gravidanza, un figlio che si ammala, la disponibilità di tempo, la presunta affidabilità. Ogni organizzazione affronta imprevisti, assenze e trasformazioni; attribuirli in anticipo a un genere significa usare una previsione come confine e privarsi, nel frattempo, di competenze preziose.

Il linguaggio offre alle donne le stesse opportunità

Il cambiamento passa anche, forse soprattutto, dalle parole, perché una professione pronunciata soltanto al maschile finisce per suggerire inconsciamente un unico volto. Floriana oggi si presenta come avvocata e intorno a quella parola ha incontrato resistenze, ironie, obiezioni fondate quasi sempre sulla sua presunta bruttezza.

Suona strano perché manca l’abitudine. Poi una persona apre la porta, mi vede e dice: “Signorina, mi chiama l’avvocato?”. L’avvocata sono io. Sembrano sciocchezze, però il linguaggio può collocare una donna al centro oppure lasciarla di lato.

Essere nominati significa esistere anche nell’immaginario degli altri. Una bambina che ascolta le parole enologa, agronoma, direttrice o avvocata riceve una possibilità prima ancora di ricevere un consiglio. Vede un posto che potrebbe occupare e una storia nella quale può riconoscersi. Floriana porta l’esempio di articoli nei quali uomini di rilievo vengono presentati con nome, cognome, incarico e risultati, mentre accanto a loro compaiono genericamente “due donne”, quasi che il genere bastasse a esaurirne l’identità.

Quelle donne hanno un nome, una professione, una storia. Chiamarle semplicemente donne le mette ancora una volta in una posizione laterale.

Anche nel vino questa visibilità produce futuro. Conoscere il percorso di Donatella Cinelli Colombini, che cercò enologhe quando quasi nessuno le richiedeva, oppure quello di Graziana Grassini offre alle nuove generazioni una prova concreta.

Vedere una donna arrivata ai massimi livelli aiuta chi sta cominciando a pensare: posso farcela anch’io. Gli esempi servono proprio a questo.

La rappresentazione, prima ancora di celebrare chi è arrivato, rende immaginabile il viaggio a chi deve ancora partire.

Un’associazione capace di parlare a tutti

L’integrazione è integrazione. L’associazione valorizza prima di tutto le competenze interne, perché molte avrebbero meno occasioni di essere conosciute, e allo stesso tempo le nostre iniziative parlano a tutti.

Questa forse è la sfida più interessante per il futuro delle Donne del Vino: conservare uno spazio capace di sostenere e rappresentare le donne, portando la conversazione oltre il perimetro femminile. Perché l’uguaglianza riguarda l’intera società e ha bisogno anche di uomini disposti ad ascoltare, comprendere, cambiare abitudini e condividere responsabilità. Un’immagine composta soltanto da donne può raccontare la forza della rete; un’immagine nella quale uomini e donne costruiscono insieme il cambiamento può raccontarne l’effetto.

L’associazione diventa così un ponte. Da una parte offre alle donne esempi, relazioni, formazione e fiducia; dall’altra mostra alle aziende un patrimonio di competenze che chiede di essere incontrato.

Il percorso è cominciato. Esistono ancora ragazze che possono provare timore davanti agli ostacoli ed esistono realtà nelle quali il problema è molto concreto. Per questo bisogna continuare a parlarne, far conoscere chi è arrivata, mostrare alle imprese quante professionalità siano già pronte.

Il vino come spazio condiviso

Il vino conosce da sempre il valore delle differenze. Ogni territorio trova la propria forza nelle caratteristiche che lo rendono riconoscibile, ogni annata interpreta condizioni diverse, ogni vitigno chiede cure adatte alla propria natura. Nessun vignaiolo penserebbe di trattare allo stesso modo una vite sulla sabbia e una piantata sopra un antico suolo vulcanico; eppure, nella società, confondiamo spesso l’uguaglianza con l’omologazione. Floriana riporta il ragionamento alla sua essenza

Parità significa stessi diritti, stessa retribuzione, stessi percorsi di carriera e stesse opportunità. Significa mettere le persone nelle condizioni di esprimere ciò che sanno fare.

Nel calice la diversità diventa ricchezza quando riceve cura, tempo e possibilità. Lo stesso accade con il talento. Chiede di essere visto prima ancora che celebrato, ascoltato prima di essere giudicato, messo alla prova prima che un’abitudine decida quale posto assegnargli.

forumKatherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson. Occorre dare un nome alle donne de Il diritto di contare perché solo così i loro passi dentro quei corridoi può dar voce alla determinazione con cui trasformarono una presenza considerata eccezionale in una competenza indispensabile. Floriana compie lo stesso gesto ogni volta che entra in una cantina da avvocata, pronuncia il nome esatto della propria professione, porta una collega competente dentro un convegno o racconta a una giovane donna che la strada esiste e può essere percorsa.

Forse il traguardo arriverà quando la presenza di una donna alla guida di una cantina, di un’impresa, di uno studio legale o di un consiglio di amministrazione smetterà di sembrare una notizia e diventerà semplicemente la conseguenza del suo valore. Fino a quel momento serviranno parole, associazioni, esempi e persino espressioni imperfette come “quote rosa”, se capaci di accendere una luce dove l’abitudine preferisce ancora la penombra.

Dentro ogni calice di vino riconosco la ragione per cui continuo a raccontare queste storie: la bottiglia permette l’incontro, poi si fa da parte e lascia emergere le persone. Floriana ha attraversato territori e professioni tenendo insieme diritto, cultura e passione, e nelle sue parole rimane una verità semplice: il talento appartiene a chi lo possiede, l’opportunità appartiene alla società che sa riconoscerlo.

Il futuro comincerà davvero quando una donna entrerà in una stanza e nessuno dovrà più accorgersi che è l’unica. Ci accorgeremo soltanto che era la persona giusta.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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