Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino
08 Lug 2026
Suggestioni di Vino

Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino

 

Omnia mutantur, nihil interit. Tutto si trasforma, nulla va perduto. Ovidio lo scriveva pensando agli dèi e alle metamorfosi dei corpi, ma avrebbe potuto scriverlo guardando una vasca di fecce sul fondo di una cantina, o un blocco di marmo di Carrara ridotto in polvere sul pavimento di un laboratorio. Le cose, quando muoiono, raramente finiscono. Più spesso aspettano qualcuno che le guardi due volte.

Mattia Franzelli quel “qualcuno” lo è da sempre. Lo avevamo lasciato, nel racconto del legno, chino sulle doghe di rovere consumate dal vino e dal tempo, a restituire dignità a ciò che le cantine considerano rifiuto. Oggi torna, e non è più solo: ha trovato due compagni di viaggio che parlano la stessa lingua, quella dei materiali che hanno già vissuto una vita e ne reclamano una seconda. Il risultato è qualcosa che assomiglia, per dimensioni e per ambizione, a un piccolo manifesto: un mosaico di esagoni, otto centimetri per cinque, dove convivono legno di barrique, marmo “ubriaco” di vinaccia e resina naturale traslucida. Tre materiali, una sola origine: il vino.

 

Il marmo che si è ubriacato di vino

Marmo ubriaco. Non è propriamente un vezzo linguistico. È la descrizione esatta di un processo. Da uno scarto della lavorazione del marmo, quella polvere finissima che normalmente finisce in discarica o, nella migliore delle ipotesi, in qualche fondo stradale, nasce una pasta che viene letteralmente immersa nelle vasche e nelle botti dove il vino ha appena finito di fermentare. Quella polvere bianca assorbe i residui umidi delle fecce, si impregna del colore e dell’odore della vinificazione e, quando viene ricompattata in lastra, non è più marmo: è qualcosa che del marmo ha la struttura, ma del vino ha la memoria.

Questa polvere riassemblata ha la possibilità proprio di immagazzinare colori e profumi. Non è semplicemente un marmo colorato.

È una frase che mi ha fatto molto pensare, per associazione bizzarra, a un passaggio di Patrick Süskind: in Profumo l’odore diventa memoria, identità, persino potere. Qui l’operazione è (meno male) più umile e più onesta. Non si tratta di catturare l’anima di nessuno, ma di lasciare che un materiale racconti, anche attraverso il naso, da dove viene.

Tre materiali, un’unica matrice

Al legno delle doghe e al marmo imbevuto di vinaccia si aggiunge un terzo elemento: una resina naturale, trasparente, dentro cui vengono immerse foglie o vinacce

Capace di diventare una superficie traslucida retroilluminabile.

Tre materiali che arrivano da tre lavorazioni completamente diverse, falegnameria, lapideo, design degli interni, che però condividono lo stesso punto di partenza: lo scarto della filiera del vino.

Mattia ha una lucidità che gli conosco. La stessa lucidità che gli fa subito mettere le mani avanti

Bisogna stare attenti alla comunicazione. Il riciclo ce l’ho io con il legno, lo ha il marmo con le fecce. La resina, invece, è semplicemente un materiale naturale e sostenibile, ma non nasce da uno scarto.

Onestà narrativa prima ancora che onestà commerciale: in un mondo del vino che spesso usa la parola “sostenibilità” come un profumo da spruzzare ovunque, sentirla maneggiata con questa precisione chirurgica è quasi un sollievo.

La geometria che racconta: perché un esagono

Perché proprio l’esagono? Avrebbe potuto essere un quadrato, una forma più semplice, più “già vista”. E invece no. L’esagono è la forma dell’alveare, ma è anche, per chi lavora il legno, la forma che ricorda vagamente la sezione di una botte. È la forma con cui, da Pompei a Ravenna, gli artigiani romani componevano i loro mosaici: piccoli frammenti di materiale di scarto, marmi spezzati, tessere irregolari, messi insieme uno accanto all’altro fino a diventare immagine, fino a diventare arte.

Nella storia i mosaici nacquero proprio per recuperare lo scarto. Poi, piano piano, sono diventati capolavori.

Mi viene in mente, non ci posso fare nulla perdonatemi, Le città invisibili di Calvino così come la città di Tamara, fatta di segni che vanno letti uno dopo l’altro per ricostruire un senso. Anche queste formelle esagonali, otto per cinque centimetri, pensate per essere affiancate in un mosaico libero, quasi casuale, sono segni. Rivestimenti per pareti, balconi, superfici da abitare con lo sguardo e con le dita, pensati per i luoghi dell’accoglienza vinicola: sale degustazione, spazi che hanno bisogno di stimoli nuovi una versione evoluta dell’accoglienza nel mondo del vino.

La perfezione dell’imperfezione

Gli esagoni hanno spessori diversi, tre millimetri, cinque millimetri, mai uguali.

Non c’è uniformità e questo è anche bello. C’è proprio questa perfezione dell’imperfezione che ci piace mantenere.

il kintsugi è l’arte giapponese di riparare la ceramica rotta saldando le crepe con l’oro: l’oggetto, dopo la rottura, non torna com’era. Diventa più prezioso di prima, perché porta visibile la sua storia. La stessa filosofia che trovo in queste tessere irregolari: il legno segnato dai cerchi della botte, il marmo che porta nei pori il colore di una vendemmia, la resina che trattiene una foglia. Ogni pezzo racconta un prima. E nessun pezzo è uguale all’altro, esattamente come non esistono due annate identiche, né due calici versati nello stesso identico modo.

Oltre l’esagono: metallo, pietra, vetro

Non è questo un punto di arrivo. Semmai il primo passo. Il primissimo passo.

Proprio il giorno prima della nostra chiacchierata, Mattia aveva parlato con una designer che lavora il metallo: i cerchi delle botti, quella “parte nobile” delle bardature che spesso finisce buttata, ossidati e tagliati, potrebbero diventare altri esagoni dello stesso mosaico. E poi la pietra locale, il galestro toscano, la pietra lavica, il vetro, qualsiasi materiale che un territorio porti con sé.

I limiti sono veramente inesistenti

Insomma, un vero programma di lavoro per i prossimi anni.

Non c’è più l’archistar che cala il progetto dall’alto come un oracolo, ma un lavoro a quattro o sei mani. L’artigiano, il designer, il vignaiolo, tutti seduti allo stesso tavolo, con tre bicchieri di vino davanti.

Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino

Toccare il vino con le dita

Se può servire a creare suggestioni, a evocare certe sensazioni e magari a rendere memorabile la piccola esperienza di gustare un vino mentre con una mano si sfiora un materiale che ha partecipato all’evoluzione di quel vino, allora abbiamo raggiunto lo scopo.

Tutto questo è Vinergy, il progetto che unisce tre anime: Barriquade di Mattia, Myuca Design Studio, Maarmo. Tre mani, tre materiali, una superficie che sfida il tempo e lo spazio.

È un’idea piccola e enorme insieme: il vino non si racconta solo con il naso e con la lingua, ma anche con i polpastrelli, appoggiati su una superficie che, letteralmente, è stata dentro quella botte, dentro quella vasca, prima che il vino arrivasse nel calice. Una memoria tattile della cantina, trasferita in una sala d’accoglienza. Dopo il primo capitolo dedicato al legno (qui il racconto originale: Mattia Franzelli, il racconto del legno), questo è il secondo: meno individuale, più corale e, ne sono certo, solo l’inizio. Perché Mattia ha l’entusiasmo del bambino che scopre qualcosa di nuovo e la fa suo. Ha la voglia di sperimentare per accostare qualcosa a qualcos’altro. Per dare vita a qualcosa che altrimenti avremmo buttato. Ma non si butta mai ciò che può e deve avere un’altra vita.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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