La Dimora di Dosio Vigneti. La Barbera della condivisione
Si potes Archiacis conviva recumbere lectis
nec modica cenare times holus omne patella,
supremo te sole domi, Torquate, manebo.
Orazio, Epistulae, I, 5
(Se sai adattarti a un letto meno sontuoso, se non temi una cena modesta servita in un solo piatto, ti attenderò in casa, al tramonto, Torquato.)
Prima di diventare un vino da tavola imbandita, la Barbera è stata per secoli il vino dell’abitudine. Nelle cascine piemontesi si versava senza cerimonie, accompagnava il pane e il companatico, restava sul tavolo per tutta la sera: un vino di casa, appunto, prima ancora che un vino di cantina. È da questa radice domestica e da un paradosso di altitudine che ne ribalta la vocazione che nasce La Dimora, la nuova Barbera d’Alba di Dosio Vigneti, la cantina di La Morra.
Dosio e la cascina di Serradenari: una storia dal 1974
L’azienda ha le sue radici ai margini del borgo di La Morra, nella regione Serradenari, dove un’antica cascina della prima metà del Settecento domina un anfiteatro di colline che parve, fin da subito, votato alla vite. Nel 1974 quell’intuizione si è fatta cantina: sono nati così Dosio Vigneti, oggi guidata dalla famiglia Lanci, che dal 2010 ne ha raccolto l’eredità. La produzione spazia dai cru storici del Barolo (Fossati, Serradenari, Bussia) fino ai bianchi di Langhe e Roero. Alla vocazione vitivinicola si è affiancata, dal 2023, quella dell’accoglienza, con la nascita dell’Antica Dimora Dosio: il relais immerso tra i filari da cui la nuova Barbera prende il nome.
La Morra e l’altitudine che ribalta la vocazione della Barbera
Nella gerarchia tramandata delle Langhe, i versanti migliori, quelli più esposti e più assolati per intenderci, sono stati per tradizione riservati al Nebbiolo. Dopo le crisi di oidio, peronospora e fillossera di fine Ottocento, i contadini avevano imparato a concentrare quel vitigno delicato solo nelle zone più vocate, lasciando alla Barbera le esposizioni meno nobili: un vino di pronta beva, apprezzato per l’acidità più che per il tannino, che riempiva le caraffe d’osteria mentre il Nebbiolo saliva ai piani nobili della tavola. Anche se, non dobbiamo nascondercelo mai, Barbera e Dolcetto sono rimasti, almeno fino all’inizio degli anni ’90, i veri dominatori della viticoltura piemontese. Nemmeno imbottigliati, tra l’altro.
La Dimora inverte, silenziosamente, questa geografia. Nasce infatti da una parcella collinare a 500 metri di quota, la medesima di Serradenari, il punto più alto dei vigneti da Barolo di tutta la denominazione. Una quota che di norma la Barbera non frequenta. È così che il freddo notturno e l’escursione termica, che a quell’altezza plasmano il Nebbiolo più austero, regalano a questa Barbera un’acidità naturale, una tensione e una freschezza che pochi altri vigneti della zona possono restituire.

La Dimora: il ritratto di una Barbera che non sa aspettare
Nessun legno a mediare la voce del frutto e solo acciaio così da custodirne la purezza. Meno male, mi vien da dire. Anche perché, da sempre, la Barbera, difficilmente vedeva il legno. Andava bevuta fresca e giovane e non poteva certo aspettare.
Versata nel bicchiere, La Dimora ha il colore acceso delle ciliegie raccolte a fine giugno, prima che il caldo le scurisca. Un rubino luminoso, quasi impaziente, che chiede solo di essere bevuto. Altro che osservato e valutato.
Al naso l’elenco dei suoi frutti sembra una sorta di rosario sgranato che si recita a memoria come se si sapesse già cosa verrà dopo, come se fossero delle conseguenze logiche appartenenti a qualcosa di familiare. Ciliegia matura, marasca, piccoli frutti di bosco, un soffio di fiori che ne alleggerisce il peso.
È poi in bocca che questa Barbera mostra il suo carattere. Vero, intenso, succoso, scattante. C’è una acidità che attraversa il palato senza pungerlo anzi, rinfrescandolo, chiedendoti così un altro sorso prima ancora che il primo sia finito. Il tannino è quasi impercettibile. Si limita a tenere in piedi il frutto, senza mai frenarlo. Energia, non aggressività; freschezza, non acerbità. Finalmente un vino fatto per essere bevuto in fretta e ricordato con calma. Ecco perché va servito senza troppa cerimonia, senza particolari parole lasciando parlare le persone più che il vino. Va servito fresco, mai gelato, assecondando la sua vocazione che non è e non può essere la meditazione ma la compagnia delle cene d’estate che si allungano, dell’aperitivo che non guarda l’orologio, della sete semplice di chi è appena rientrato a casa.
Un nome che racconta l’ospitalità
Chiamare questo vino La Dimora mi sa una sorta di dichiarazione d’intenti di qualcosa che non ricerca una occasione, ma l’immediatezza di casa. Come nelle cascine di un tempo, dove la Barbera scorreva senza cerimonie a ogni pasto e, magari, riusciva a scalfire lo spirito sabaudo delle famiglie.
La Barbera, in fondo, se trattata bene, come ne La Dimora, non può che essere condiviso a tavola, in buona compagnia, con la porta di casa aperta.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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