Farneto del Principe. Memoria agricola e visione
Nel cuore del Cosentino, ai piedi del Pollino, una giovane cantina biologica costruisce il proprio futuro a partire da un patrimonio genetico antico: Magliocco dolce, Calabrese, Montonico, Malvasia sono le protagoniste assolute della varietà identitaria di questa incantevole zona della Calabria.
Una storia di famiglia, responsabilità, ambizione, che oggi guarda lontano senza perdere la direzione delle proprie radici, e lo fa mantenendo sempre il sorriso.
La vigna, un archivio
La Calabria è un mosaico climatico, geologico e ampelografico nel quale la vite abita da secoli, adattandosi a montagne, ripide valli, e coste assolate. È proprio questa stratificazione, più che qualsiasi esercizio di modernità enologica, a costituire oggi il capitale più interessante della regione.
Farneto del Principe, ad Altomonte, ne è interprete più che mai schietto e concreto. L’azienda, oggi completamente biologica, possiede vigneti collocati intorno alla cantina, che si articolano fra quattro colline e una pianura, in una variabilità pedologica che passa dal medio impasto ai terreni più limosi, in prossimità di un piccolo lago. Una complessità che non viene semplificata, ma governata e valorizzata, grazie alle vinificazioni separate dei singoli appezzamenti.
L’altitudine della cantina, intorno ai 230 metri, l’influenza del massiccio del Pollino e la vicinanza del mare contribuiscono a definire un quadro climatico con inverni di marcata impronta continentale ed estati calde e asciutte. Un contesto nel quale la gestione della maturazione diventa decisiva, soprattutto per varietà capaci di accumulare zuccheri e polifenoli mantenendo, se correttamente interpretate, una buona dotazione acida e una significativa componente sapida.
È qui che la viticoltura diventa una meticolosa lettura del territorio.
Dalle marze del padre alla nuova generazione
Il progetto aziendale nasce da Graziano Paladino, padre di Francesco, attuale timoniere della cantina. La ricerca di marze nel vigneto del nonno, il recupero di materiale vegetale già acclimatato, la volontà di costruire il futuro a partire da una memoria biologica concreta costituiscono gesti che assumono oggi un significato forte.. 
Recuperare le proprie viti quando spesso si tende ad una progressiva omologazione varietale, significa conservare un patrimonio genetico, agricolo e culturale. E significa soprattutto dare un’identità differenziante al proprio vino.
Oggi il testimone, come già detto, è nelle mani del figlio di Graziano e della sua compagna: giovani, intraprendenti, solari, con quella combinazione di determinazione e naturale ospitalità che appartiene intrinsecamente alla cultura calabrese. L’obiettivo è ambizioso: portare la Calabria nel mondo senza doverla edulcolorare.
La prima impostazione enologica è stata affidata a Emiliano Falsini, che l’ha affrontata con gli agronomi del Gruppo Matura, tuttora coinvolti nel progetto. Si è trattato della sua prima esperienza in terra di Calabria. Dal 2024, invece, la direzione enologica è affidata a Massimo Bartolini.
La tecnica che non si fa vedere
La filosofia produttiva emerge con particolare chiarezza sui bianchi, dove l’obiettivo è preservare leggibilità e freschezza del vitigno.
Vendemmia notturna, pigiatura soffice e decantazioni statiche compongono un protocollo orientato alla protezione della frazione aromatica e alla pulizia del mosto. Non c’è la volontà di “costruire”: la tecnica viene utilizzata per “preservare”, sottrarre rumore e lasciare emergere la materia prima.
Nella Malvasia aromatica Milbesium la lettura è nitida: fiore d’acacia, caprifoglio e zagara precedono il corredo fruttato, costituito da pera matura e agrume giallo; melissa, salvia, muschio e una sottile componente balsamica ampliano il quadro. Il sorso mantiene una linea fresca e salina, con una gradevole progressione che perimetra l’incisiva componente aromatica.
È un approccio particolarmente significativo in una regione nella quale la valorizzazione dei vitigni bianchi autoctoni rappresenta ancora uno dei terreni di maggiore sviluppo.
Stupirebbe chiunque, in una degustazione alla cieca, il Montonico in purezza Balbino. Il nome di questa referenza rimanda al periodo dell’antica Roma, in cui Altomonte veniva chiamato “Balbia” da Plinio il Vecchio, per via del suo famoso vino, detto proprio “Balbino”.
In primis esplodono i fiori, tra generoso gelsomino, lieve verbena e fresca lavanda. A seguire, il frutto gioca tra la polposità del tropicale e la verticalità dell’agrume. In chiusura un’elegante balsamicità. Teso, saporito, invitante, persistente nella sua gustosa scia agrumata.
Il rosato, biglietto da visita calabrese
Nel mondo dei rosati è facile che bevibilità e profumo vincano su espressività e coerenza varietale.
Palatinus, rosato da Magliocco dolce, procede su un registro diverso. Completamente secco, verace, coerente, apre su rosa canina e fiori dolci, ciliegia matura e susina rossa. In bocca il frutto è pieno, ma il ribes rosso ne vivacizza il sorso, restituendo slancio e conducendo verso una chiusura di marcata sapidità.
È un vino che sembra avere nel proprio DNA la convivialità calabrese: quella capacità tutta meridionale di trasformare un bicchiere in un invito a restare.
Calabria rossa: la differenza la fa la precisione
Se il bianco lavora sulla pulizia aromatica e sull’esaltazione floreale, i rossi di Farneto mettono in evidenza un’altra dimensione del territorio: quella della materia cesellata dal tannino.
Il Gratus, vino che esprime la gratitudine della famiglia nei confronti di Graziano, esalta il carattere del vitigno principe del Cosentino: il Magliocco dolce. Il profumo spazia fra amarena e prugna, viola, mirto e chiodo di garofano. In bocca il frutto si fa più scuro e lascia progressivamente spazio a liquirizia e suggestioni boschive. Il tannino, vellutato ma persistente, evita tanto la rusticità quanto l’eccesso di levigatura.
È un punto tecnico importante: il tannino deve essere integrato, progressivo, sostenuto dalla struttura acida e dalla componente sapida. Sfida di certo non facile con i cambiamenti climatici in atto.
Nel Calabrese la trama si fa più scura e verticale. Mora, durone, rabarbaro e una sottile scia resinosa definiscono un vino più tannico, nel quale l’estrazione appare ben calibrata e il sale contribuisce a trascinare la componente fenolica verso un finale dinamico.
Si tratta di una interessante lettura del rosso calabrese: non soltanto potenza, ma rapporto fra estrazione, acidità, sapidità e maturità fenolica.
Ricupo, la materia diventa tattile
Nel Ricupo i due vitigni rossi si fondono in parti uguali, rappresentando la sintesi più complessa del percorso stilistico di Farneto. Amarena, ribes nero e uva passa incontrano chiodo di garofano, ginepro, alloro, fiori dolci e cardamomo. Il frutto maturo non scivola in eccessiva morbidezza: il sorso resta teso, stratificato, progressivo.
Il tannino è giovane, ma ben estratto. La chiusura sulla liquirizia conferisce al finale una piacevole dimensione tattile.
Ed è proprio la tattilità una delle chiavi di lettura più interessanti dei vini di questa cantina: la ricerca non sembra orientata semplicemente all’intensità aromatica, ma alla costruzione di una sensazione di territorio attraverso materia, salinità e trama.
Una Calabria che non si limita di certo a mostrare i muscoli.
Il valore di chiamarsi Calabria
Il vero tema, tuttavia, va oltre la singola cantina.
Per troppo tempo il patrimonio vitivinicolo calabrese è rimasto in una posizione periferica rispetto alla narrazione del vino italiano. Eppure la regione dispone di una ricchezza varietale antichissima, frutto di una storia mediterranea nella quale popolazioni, culture e commerci hanno lasciato tracce profonde nella viticoltura.
Il Magliocco, il Calabrese, il Montonico e le altre varietà regionali non sono semplicemente “autoctoni” da inserire in una scheda tecnica. Sono strumenti di riconoscibilità territoriale. Punti di forza per differenziare l’offerta.
La sfida contemporanea consiste nel passare dalla conservazione alla valorizzazione. Farneto del Principe si inserisce a pieno titolo in questo passaggio. La sua produzione biologica, la filiera integrata e la scelta di lavorare sulle varietà territoriali costituiscono un modello nel quale sostenibilità e identità non rappresentano parole vuote, ma parti della stessa strategia.
Il vino è forma di ospitalità
La Calabria delle persone è quella che apparecchia la tavola prima ancora di spiegare il vino, che trasforma una visita tecnica in una relazione. Ad Altomonte, tra i borghi più belli d’Italia, questa dimensione è parte integrante dell’esperienza: cordialità prima che competenza, orgoglio e giovialità che vanno a braccetto.
Farneto del Principe prova a definirla con le varietà che ha ereditato, con la tecnica più virtuosa che le rende leggibili e con una nuova generazione competente e motivata.
Il futuro del vino calabrese potrebbe essere proprio qui: dare finalmente al mondo ragioni concrete per cercare la Calabria, non raccontandola “più forte”. Meglio.
Paola Restelli – Identità in fermento
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