Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce
21 Apr 2026
BlendNews

Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce

 

10 Aprile 2025, Via Margutta. Arte, vino e la forza di ciò che non alza la voce.

Al centro della scena troviamo Trasparenze d’acqua di Brigitta Ciampi Karner, un percorso visivo profondamente immerso nel mondo marino. Le sue opere evocano la leggerezza e la profondità dell’acqua, restituendo allo spettatore una dimensione sospesa, quasi meditativa, dove il mare diventa metafora di interiorità e trasformazione.

Accanto a questa dimensione fluida si colloca Arcadia di Antonella Proto, un progetto che si muove su un piano spirituale. Le sue creazioni raccontano una ricerca intima e sincera del divino, traducendo in immagini una tensione verso Dio che si fa racconto personale e universale allo stesso tempo.

A fare da contrappunto, la rassegna collettiva Arte in Caos riunisce più artisti in un dialogo dinamico e aperto, dove stili e poetiche si mescolano dando vita a una pluralità di visioni. Il caos diventa così non disordine, ma energia creativa, spazio fertile per nuove interpretazioni.

Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voceTra i momenti più intensi spicca Freak di Amanda Rosi, un progetto che attraversa arti visive e sonore, unificate dal potente fil rouge del corpo, qui indagato come limite e prigione, ma anche come unico strumento di espressione e identità. L’opera di nudo fotografico dell’artista che utilizza il body horror per rappresentare la violenza subita dall’essere umano e dalla donna in particolare, impone Freak come un’esperienza che non lascia spazio all’indifferenza: lo sguardo è chiamato a confrontarsi con immagini che disturbano, ma proprio per questo necessarie. Amanda Rosi trasforma il corpo in un campo di tensione, dove vulnerabilità e resistenza convivono, e dove il dolore diventa linguaggio visivo capace di denunciare e al tempo stesso liberare. La sua ricerca è una dimensione sospesa tra inquietudine e consapevolezza, invitando lo spettatore a riconoscere nel corpo non solo una prigione, ma anche il primo, imprescindibile spazio di verità. L’esperienza si fa immersiva, quasi performativa, coinvolgendo lo spettatore in una riflessione profonda sulla condizione della donna.

 

A completare la serata, il contributo della Cantina Migrante, e non poteva esserci presenza più consonante con lo spirito di questa notte.

Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voceMigrante nasce ad Olevano Romano, sui Monti Prenestini, da una storia che somiglia a molte altre storie italiane vere: Lorenzo Fanfarillo, un passato da autista di tir e sua moglie Luciana Milana decidono nei primi anni Duemila di tornare alla terra, a quella cultura contadina che le famiglie di entrambi non avevano mai davvero abbandonato. La vigna era già lì, nella memoria e nel sangue. Quello che mancava era soltanto il coraggio di affidarsi ad essa. A raccogliere questa eredità e portarla avanti con mani e testa nuove è oggi il figlio Michele: la terra affidata, come recita il titolo dell’articolo che Wine Tales Magazine ha dedicato a questa famiglia, è la terra di chi non la possiede per diritto ma per scelta, per responsabilità, per amore. I quattro ettari di vigneto in conduzione biologica, affacciati sui rilievi che guardano verso il borgo antico di Olevano, producono poche migliaia di bottiglie all’anno, tutte di Cesanese, l’unico vitigno autoctono a bacca rossa del Lazio, capace di una complessità che il mercato ha impiegato decenni a riconoscere.

I due vini scelti per la serata raccontano questa storia da angolature diverse, eppure complementari.

Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voceL’Equo è il rosato della casa. Un nome non casuale che rimanda agli Equi, l’antico popolo italico che abitò questi territori prima della romanizzazione, gente tenace e discreta, di cui la storia ha conservato poco ma la terra ricorda tutto. Un rosa scarico, profumi di pesca, albicocca, arancia e fiori bianchi che sembrano promettere leggerezza. Poi il sorso arriva e rivela qualcos’altro: il calore del Cesanese, una sapidità tagliente, agrumi fini e un finale che chiude su una punta di mandorlato. Come le opere di Brigitta Ciampi Karner, che attraverso la trasparenza dell’acqua custodiscono una profondità inaspettata, l’Equo inganna chi si ferma alla superficie. Quello che sembra lieve ed evanescente porta in sé una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi, appunto.

Il Consilium, Cesanese DOC Olevano Romano, affinato ventiquattro mesi in acciaio e dodici in bottiglia. Un vino che si prende il tempo di raccontarsi, come se stesse davvero deliberando, nel senso pieno del suo nome latino: consilium, consiglio, deliberazione. C’è qualcosa di senecano in questo vino, nel modo in cui non ha fretta di imporsi. Al naso, amarene e frutto intenso con una speziatura che non disturba ma accompagna; in bocca, un sorso morbido e potente eppure fresco, sapido, mai pesante. Un vino che avvolge senza aggredire. Pensando alla ricerca spirituale di Arcadia, a quella tensione silenziosa verso qualcosa di più grande, il Consilium sembra rispondere con la stessa grammatica: non urla, non dimostra, non cerca consenso. Si offre allo sguardo e all’ascolto di chi è disposto ad aspettare. Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare, avrebbe detto Seneca. Il Consilium sa dove sta andando.

C’è infine un filo sottile, quasi impercettibile, che lega entrambi i vini di Migrante all’opera di Amanda Rosi.

Nel body horror di Freak, il corpo è insieme prigione e unico spazio di verità. Nei vini di Olevano Romano, il Cesanese, vitigno difficile, scomodo, a lungo sottovalutato, è insieme limite e possibilità: è la pelle rugosa di un territorio aspro che, se vinificato con rigore e rispetto, rivela una bellezza che non ha bisogno di essere gridata. La forza che si nasconde sotto ciò che appare fragile o minore è il tema invisibile di questa serata intera.

Questo vernissage si configura così come un crocevia di esperienze, dove acqua, spiritualità, caos e corporeità si incontrano in un dialogo continuo. Il vino, quello di Migrante in particolare. non è ornamento ma interlocutore. Un appuntamento che conferma Via Margutta e Area Contesa Arte come cuore pulsante dell’arte romana, capace ancora una volta di sorprendere e coinvolgere.

 

 

 

Ivan Vellucci                     Marco Sargentini