Storie di Langa. Riti, santi e masche
Le storie contadine hanno sempre in se quel qualcosa di sa di vita vera e di quel calore umano che deriva dal rimanere, quasi morbosamente ma al contempo meravigliosamente, attaccati alle proprie radici. D’altronde, un contadino che deve la sua esistenza proprio alla forza delle radici di ciò che pianta e cura, non può che aggrapparsi a queste.
Denise Marrone della Azienda Agricola Gian Piero Marrone, azienda sulla quale avevo già scritto un articolo tempo fa, mi ha inviato qualcosa che ho ritenuto condividere con i lettori di Wine Tales perché mai come in questo caso, si tratta di storia di saggezza popolare. La stessa della quale vorrei tutti i giovani d’oggi sentissero realmente il bisogno.
Grazie Denise!
GENNAIO
Molti di voi avranno di certo sentito parlare dei “Giorni della Merla”, un affascinante capitolo della tradizione italiana, celebrati ogni anno tra il 29 e il 31 gennaio. Secondo la credenza popolare, questi tre giorni rappresentano i più freddi dell’inverno.
Ma da dove nasce questa tradizione? E quali sono i legami con la cultura popolare e le condizioni meteorologiche?
Il nome “Giorni della Merla” è legato a una leggenda che varia a seconda delle regioni italiane. Una delle versioni più note narra di una merla dal piumaggio bianco che, per sfuggire al gelo dei giorni più freddi dell’anno, trovò riparo in un camino. Dopo tre giorni, uscì tutta annerita dalla fuliggine, e da allora i merli hanno le piume nere.
Stando a un’altra interpretazione, di natura più storica, il termine “merla” è da ricondursi a strumenti di trasporto fluviale utilizzati in passato sul fiume Po, impossibilitati a muoversi e procedere in quei freddi giorni a causa del ghiaccio in superficie.
Cosa Rappresentano i Giorni della Merla?
I Giorni della Merla hanno una forte valenza simbolica. Nella cultura contadina, rappresentavano un periodo cruciale per prevedere l’andamento climatico dei mesi successivi. Si dice che, se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite e precoce. Al contrario, se sono miti, la primavera potrebbe tardare.
FEBBRAIO
Carnevale: un legame con la terra e il tempo.
Mentre in vigna si lavora con attenzione e rispetto, nelle piazze e nelle città si festeggia il Carnevale. Il termine deriva dal latino carnem, levare, che indicava il banchetto finale prima del periodo di digiuno della Quaresima.
Una tradizione che, nel mondo contadino, era vissuta come un momento di festa prima del ritorno ai sacrifici e al lavoro nei campi.
Durante il regno sabaudo, il Carnevale di Torino era uno degli appuntamenti più attesi dell’anno, coinvolgendo cittadini e visitatori in un’esplosione di colori, danze e sapori.
Il protagonista della festa è da sempre Gianduja, la maschera piemontese per eccellenza.
Il suo nome, derivato da Gioann d’la doja (Giovanni del boccale), racconta il carattere allegro e conviviale del popolo piemontese: amante del buon cibo, della compagnia, ma sempre con misura e discrezione. Accanto a lui c’è Giacometta, simbolo di saggezza e prudenza, a rappresentare l’equilibrio tra spensieratezza e responsabilità.
MARZO
Il fuoco che accoglie la primavera.
Una tradizione che è stata preservata dal mondo contadino e tramandata nei millenni, sfociando, in molte regioni italiane in grandi falò rituali, simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera.
Qui in Piemonte, il Falò di San Giuseppe, acceso tradizionalmente il 18 o 19 marzo, è uno dei più sentiti. Oltre a essere vissuto come un grande momento di aggregazione comunitaria, questo rito ha diversi significati profondi. Brucia l’inverno, con il rogo di sterpi e legna vecchia accumulata nei mesi freddi. Dà il benvenuto alla primavera, auspicando un’annata agricola prospera. Unisce le comunità rurali, con canti, balli e degustazioni di piatti tipici come polenta e vin brulé.
Come spesso accade in questi casi, di stretto intreccio tra tradizioni, credenze e lavoro contadino, i falò avevano anche e soprattutto scopi pratici: in queste occasioni venivano infatti bruciati i “sermenti”, i tralci della vite potati durante l’inverno, per eliminare eventuali parassiti e preparare i vigneti alla nuova stagione produttiva.
Insomma, le tradizioni contadine e i lavori in vigna ci ricordano quanto sia profondo il legame tra l’uomo e la natura. Dai falò propiziatori al pianto della vite, ogni gesto ha un significato che va oltre il semplice lavoro agricolo: è una celebrazione della vita, del tempo che scorre e del rinnovarsi delle stagioni.
APRILE
Cantè j’euv e la merendina di Pasquetta. Il Canto delle Uova che accoglie la primavera.
Il nome fa sorridere, ma racchiude una storia affascinante. “Cantè j’euv” in piemontese significa “cantare le uova”, ed è un’antica tradizione che unisce musica, festa e un pizzico di magia.
Un tempo, nelle settimane che precedevano la Pasqua, gruppi di giovani attraversavano le campagne andando di cascina in cascina, cantando filastrocche in dialetto accompagnati da una fisarmonica, e chiedendo in cambio uova, salumi, formaggi e – naturalmente – un po’ di vino.
Un rituale che era tutto tranne che casuale: quei canti erano benauguranti, propiziatori, rivolti alla terra e ai suoi frutti, con l’augurio di un raccolto abbondante. Le uova raccolte diventavano poi protagoniste della merendina di Pasquetta, consumata tutti insieme tra i prati, accompagnata da frittate, torte salate come la pasqualina e i vini nuovi, appena messi in bottiglia.
Alla Merendina di Pasquetta, magari non si canta più come una volta, ma si continua a condividere un pasto semplice all’aria aperta, accompagnato da quei sapori che raccontano la nostra identità contadina: una frittata alle erbette, una fetta di salame, un bicchiere di Dolcetto. E così, tra una gemma che si apre e una tradizione che si rinnova, anche questo aprile ci ricorda quanto sia prezioso vivere il tempo della terra, con rispetto e gratitudine.
MAGGIO
Le rogazioni. Antichi riti per la benedizione dei campi.
Tra le tradizioni più radicate di maggio troviamo proprio le rogazioni (rugassiun): processioni religiose che si svolgevano nei tre giorni precedenti la festa dell’Ascensione. Durante queste cerimonie, si percorrevano i campi recitando litanie e preghiere, toccando cappelle votive e punti sacri della campagna. Un gesto di profonda connessione tra il lavoro dell’uomo e le forze della natura.
Originarie della Gallia del V secolo, le rogazioni si diffusero capillarmente anche in Piemonte, diventando un momento collettivo di invocazione per la protezione dei raccolti contro siccità, tempeste e malattie.
Come ricorda anche Beppe Fenoglio nel suo racconto Pioggia e la sposa, in tempi di eccessiva pioggia era la madre stessa a ordinare al figlio prete di “recitare un pezzo delle rogazioni”, affidandosi così a una forza superiore per riportare l’equilibrio. Una salda commistione – ancora una volta – tra credenze, miti, tradizioni e lavoro contadino. Un tempo, come oggi, quando il raccolto era minacciato dal meteo avverso, i contadini si affidavano all’ultimo appiglio, invocando ër bin o ër ben (“il bene”) come ultimo gesto di speranza e rispetto verso la terra.
GIUGNO
La magica notte di San Giovanni.
Giugno è anche il tempo delle tradizioni contadine: riti che si perdono nella memoria popolare e che ancora oggi accompagnano la vita di chi lavora la terra.
Tra il 23 e il 24 giugno si celebra la Notte di San Giovanni, una delle notti più cariche di significato nel calendario contadino. Secondo la tradizione, la rugiada di San Giovanni ha poteri benefici: protegge le viti dalle malattie e porta abbondanza nei raccolti. Un tempo, le erbe aromatiche bagnate da questa rugiada prodigiosa, venivano raccolte e utilizzate per benedire campi e filari. Un gesto carico di simbolismo, a richiamare un profondo rispetto per i cicli naturali della terra. E poi c’è il “Giuanin”, altro piccolo grande protagonista di questa stagione: si tratta del minuscolo verme che si trova nelle ciliegie mature proprio in questo periodo. Il suo nome – diminutivo di Giovanni – lo lega simbolicamente a questa notte magica. Si racconta che, mentre le viti si irrobustiscono sotto il bacio della rugiada, i ciliegi, ormai al culmine della loro maturazione, accolgano il Giuanin per stabilire un equilibrio naturale, in grado di regolare i cicli della terra. Il rosso delle rose in fiore e delle ciliegie in fase di maturazione punteggia e rallegra campi e filari, segnalando l’arrivo imminente di un’estate tutta da vivere.
LUGLIO
Luglio è il mese agricolo per eccellenza, anche nel calendario popolare: molte delle festività religiose presenti a calendario hanno infatti radici pagane, e celebrano la fertilità della terra, il raccolto e la protezione contro i capricci del clima.
Il 20 luglio, si festeggia Santa Margherita, protettrice delle donne e dei contadini. I racconti popolari la descrivono come intercedente nei momenti difficili, anche durante il parto. A noi, questo giorno ricorda affettuosamente “nonna Rita”, la mamma di papà Gian Piero: una donna forte, riferimento saldo per la famiglia Marrone. Il 22 luglio è il giorno dedicato a Santa Maddalena, invocata da secoli in ambito rurale come protettrice del raccolto. In alcune regioni si narra che le sue reliquie abbiano protetto campi e famiglie da grandinate e carestie. Sono giorni di preghiera, di gesti antichi e di piccole grandi cure e attenzioni alle nostre piante e ai loro frutti. Luglio è il mese in cui la vigna richiede pazienza, ascolto e misura, e ogni giornata tra i nostri filari sembra quasi una sfida: tra lavori attenti, sole cocente, scelte agronomiche delicate e un occhio vigile, sempre rivolto al cielo.
Ma è anche un mese di gratitudine: per ciò che la natura ci offre, per le tradizioni che ci guidano, per il lavoro delle mani che con rispetto, umiltà e sapere, preparano l’annata che verrà.
AGOSTO
Nelle notti di agosto, dense di mistero, prendevano vita i racconti delle masche, le famose streghe piemontesi. Il silenzio tra i filari si riempie di fruscii e richiami misteriosi. In Piemonte, la parola “masca” si riferisce a una figura del folklore locale, spesso descritta come una strega o uno spirito femminile dotato di poteri magici: stando ai racconti, si trattava di spiriti vendicativi, astuti, capaci di metamorfosi e di incutere timore in chiunque le incontrasse. Di giorno apparivano come donne comuni: una vecchietta amabile, una vicina riservata, una madre di famiglia. Ma di notte, secondo la tradizione, “andavano in masca”: si trasformavano in gatti neri, pipistrelli, capre o serpi, per compiere vendette contro chi le aveva offese o semplicemente non le rispettava. I contadini di un tempo (come i nonni e bisnonni della famiglia Marrone) attribuivano alle masche ogni evento inspiegabile: un raccolto rovinato, una malattia improvvisa, una mucca che smetteva di produrre latte. Per difendersi, si tramandavano riti apotropaici e piccoli gesti carichi di fede e paura: mettere rametti a forma di croce sulla porta, una scopa sul focolare per confondere la masca nel contare i fili di saggina, sale benedetto sotto il cuscino, o immagini sacre cucite nei panni dei neonati.
Per chi cercava una protezione più potente, si consigliava di circondare la casa con un filo di canapa filato da una ragazza pura, o di conservare un sacchettino con sale e una candela benedetta sempre addosso. Nel folklore langarolo, le masche rappresentano la parte più oscura e affascinante del mondo contadino: quella in cui la terra non basta a spiegare tutto, e dove l’uomo si affida alla magia, alla religione e alla tradizione per proteggere ciò che ama. Sono un riflesso delle paure di un’epoca e, al tempo stesso, una testimonianza di quanto profondamente le Langhe abbiano sempre vissuto in ascolto del visibile e dell’invisibile.
SETTEMBRE
Com’è nato il Barolo? Dietro ogni vendemmia c’è anche una storia da raccontare: quella di Giulia Colbert Falletti, la donna che nella prima metà dell’Ottocento intuì le potenzialità del nebbiolo nelle Langhe. Dopo esser convolata a nozze con il nobile Carlo Tancredi Falletti di Barolo, nelle tenute di famiglia – ubicate proprio nella zona di La Morra – Giulia ebbe un’idea davvero visionaria: intuendo le potenzialità di quell’incredibile vitigno locale, affidò le vigne e la cantina a Louis Oudart, enologo francese, il quale perfezionò un metodo di vinificazione davvero singolare.
Per far conoscere il nuovo vino al re, fece poi inviare 325 botti a Carlo Alberto di Savoia, una per ogni giorno dell’anno (escludendo i giorni di Quaresima, quando la corte si asteneva dal bere vino). Apprezzato fin dal primo assaggio, il nuovo prodotto iniziò ad esser consumato e condiviso nei salotti reali, divenendo “il vino dei re e il re dei vini”. Nacque dunque così, dall’intuizione e dalla spinta creativa di una nobildonna, uno dei vini più celebri e amati nel mondo: il Barolo.
OTTOBRE
Ottobre non è solo lavoro nei campi. È anche il tempo delle storie che si intrecciano alla vite e al vino. Al centro c’è Bacco, o Dioniso per i Greci, il dio del vino, della fertilità e dell’ebbrezza. Figlio di Zeus e della mortale Semele, Dioniso è l’unico dio olimpico con una madre mortale, simbolo di dualità: da una parte il piacere e la follia, dall’altra la rinascita e la vitalità della natura.
Si narra che sia stato proprio lui a creare il vino spremendo un grappolo d’uva matura tra le mani, diffondendo poi il suo culto dall’Egitto all’Asia Minore, fino all’Europa. In suo onore nascevano i Baccanali, feste orgiastiche e rituali misterici che celebravano la libertà, l’ebbrezza e il superamento dei limiti.
Bacco viene raffigurato con il capo cinto da tralci e grappoli, il calice di vino in mano, il tirso ornato di edera e accanto a sé animali simbolici come tigri, delfini e capre.
È lui a incarnare quel legame profondo e millenario che unisce il vino alla ciclicità della vita.
NOVEMBRE
L’11 novembre, giorno di San Martino, segna la conclusione dell’antico anno agricolo. Nelle campagne piemontesi si ripeteva un detto: A San Martin, ogni mosto diventa vin.
Era il momento di festeggiare, di aprire le botti e assaggiare il vino nuovo, in un’atmosfera conviviale che univa famiglie e comunità. Un piccolo Capodanno della terra, in cui la fatica lasciava spazio alla gioia condivisa e alla gratitudine per i frutti dell’autunno.
La cugnà: un tesoro della tradizione piemontese. Con novembre arriva anche il tempo della cugnà, la confettura d’uva e frutta che profuma di ricordi antichi. Si prepara con il mosto e con i “rapulin ed San Martin”, i piccoli grappoli rimasti sui tralci dopo la vendemmia. A questi si aggiungono mele cotogne, pere, nocciole, fichi e noci: ingredienti che, cotti a lungo, si trasformano in una conserva densa e profumata.
La nebbia avvolge le colline come una carezza, la cugnà sobbolle sul fuoco; il Nebbiolo riposa nei tini, affinandosi in silenzio. Novembre in Langa è questo: un brindisi al tempo che scorre piano, al lavoro compiuto e a quello che verrà. Un invito a gustare la lentezza, la terra e il vino.
DICEMBRE
Le tradizioni e leggende del mondo del vino legate a questo mese e al Natale sono un patrimonio ricco che spazia dalla convivialità del vin brulé alla simbologia religiosa, unendo culture diverse in un gesto universale di condivisione.
Il vin brulé, ad esempio, è la bevanda natalizia per eccellenza, con radici che risalgono all’Antica Roma. Si prepara con vino rosso, zucchero e spezie come cannella e chiodi di garofano, spesso con l’aggiunta di agrumi. Il suo aroma speziato e corroborante è diventato sinonimo dell’atmosfera natalizia e della gioia della condivisione.
Oltre al vin brulé, il vino ha un ruolo centrale nelle celebrazioni natalizie in diversi modi: il pranzo e la cena di Natale sono momenti in cui si sfoderano i vini più importanti e pregiati, come il Barolo, per accompagnare i piatti tradizionali invernali e celebrare l’unione familiare: proprio piatti tipici della nostra cucina, come il Brasato al Barolo, sono considerate ricette invernali e venivano cucinate per le grandi occasioni, perché di preparazione molto lunga e che includevano in questa preparazione vini pregiati, come il Barolo appunto. Il termine “brasato” deriva dal metodo di cottura originale, che prevedeva l’uso delle braci (=brase).
Denise Marrone – Azienda Agricola Gian Piero Marrone