Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino
01 Mag 2026
Food&Life

Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino

 

A volte la vita non sceglie strade dritte. Le disegna come sentieri di montagna: tornanti, deviazioni, discese improvvise. Eppure ci sono persone che sembrano nate per arrivare proprio lì dove il destino le stava aspettando.

Per Stefano Lobina la destinazione è una bottega.

Una bottega romana che si chiama La Tradizione.

Il viaggio comincia molto lontano da Roma.

Il sogno di stare dietro un banco

Ho iniziato a lavorare a quattordici anni, quasi quindici 

Stefano parla con quella semplicità che hanno solo le storie vere. Le persone vere. Quasi impacciato poiché non abituato a parlare di se. Da dietro il bancone parla con i suoi clienti di ciò che offre, della attualità, di calcio, di figli, di vita. Raramente di se stesso e della sua vita divisa tra due terre: il Piemonte e la Sardegna. Nasce a Pinerolo, dove il padre lavora alla Fiat, ma a otto anni la famiglia torna sull’isola. È la cassa integrazione a far decidere al papà di Stefano di ritornare in Sardegna. Che diavolo ci stanno a fare lontano da casa se nemmeno si può lavorare?

Papà è sardo… e il sangue prima o poi ti riporta a casa.

Casa è Tortolì ed è li che succede qualcosa di curioso. Non quella classica illuminazione improvvisa, qualcosa di ricorrente. Un sogno ricorrente.

Da bambino mi sognavo spesso dentro un negozio alimentare. Non so perché… ma stavo sempre lì, a lavorare.

Un sogno che diventa realtà quasi per gioco. Durante l’estate trova lavoro nell’unico supermercato della zona, un posto che nei mesi turistici arriva a servire decine di migliaia di persone. All’inizio, senza esperienza, sistema gli scaffali, poi la frutta, poi lo mettono dietro il banco.

E da lì non cambia più.

Sedici anni e un negozio da gestire

A scuola Stefano non è felice. Il banco lo chiama più dei libri e la vita, a volte, accelera.

Il padre non lavora più e la famiglia ha bisogno di uno stipendio. Così Stefano prende una decisione che pochi ragazzi di oggi prenderebbero. Ma è l’unica possibile e lui sente tutta la responsabilità di questo mondo. Lascia la scuola.

Ero arrivato al secondo tecnico industriale. Poi ho smesso. Dovevo lavorare.

Il proprietario del supermercato vede qualcosa in quel ragazzo e gli affida un piccolo punto vendita.

Stefano ha sedici anni.

Avevo il negozio da gestire da solo. Facevo tutto: ordini, banco, cassa. La sera chiudevo il mio negozio e passavo negli altri cinque punti vendita a controllare le chiusure.

Un ragazzo di sedici anni che gira con le chiavi dei negozi. Responsabilità che oggi sembrano impossibili e che, anzi, porterebbero problemi seri. Ma è proprio lì che nasce la passione

Roma e il mestiere della norcineria

A diciotto anni arriva con la famiglia a Roma. Una pizzeria per poter ripartire, per trovare un senso alla vita. Il trasferimento è rapido, quasi cinematografico.

Sono arrivato di mercoledì. Il giovedì mattina lavoravo già in un supermercato.

È qui che Stefano scopre davvero il mestiere.

In Sardegna neanche disossavamo i prosciutti o spaccavamo il parmigiano. Qui ho imparato tutto.

Diventa salumiere, pizzicarolo, uomo di banco. Impara guardando gli altri.

Sono sempre stato uno che ruba con gli occhi.

Ma soprattutto sviluppa quella manualità, quella artigianalità che nessuno insegna mai. Spesso neanche ai propri figli. Devi rubarla con gli occhi senza nemmeno farti vedere. 

Per un periodo si specializza persino in un lavoro che oggi sembra uscito da un’altra epoca: il tagliatore di parmigiano.

Aprivamo i centri commerciali e io spaccavo le forme. Ottanta, cento forme al giorno.

Una tecnica affinata fino alla velocità.

Arrivavo a spaccare otto o dieci forme all’ora. Ancora oggi la insegno ai ragazzi.

L’incontro con La Tradizione

Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino

Il vero punto di svolta arriva nel 2018 quando Stefano entra a lavorare in una bottega che a Roma è quasi una istituzione: La Tradizione.

Un luogo presente a Roma da non si sa nemmeno più quando. È vicino ai Musei Vaticani, nel quartiere Trionfale. Quello che usavano i pellegrini per entrare a Roma. Renzo Frantucci e Valentino Belli, pionieri della norcineria di qualità, rilevano la piccola salumeria romana nel 1982.

Sono stati due maestri. Per il modo di lavorare e per la visione che avevano.

Negli anni Ottanta portano in negozio prodotti che allora sembravano follia: formaggi francesi, prosciutti spagnoli, salumi di nicchia.

Il vecchio proprietario quando passava diceva: ma chi ve li compra questi formaggi francesi che costano così tanto?

Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destinoPoi arrivano gli anni Novanta e Roma cambia. Arrivano professionisti, curiosi, buongustai. In quegli anni si vuole vivere bene provando il mondo intero e forse dimenticandosi di quanto meraviglioso abbiamo in Italia (ma sono i corsi e ricorsi storici). In ogni modo, quella visione diventa il futuro.

Quando una bottega diventa eredità

Dopo quattro anni succede qualcosa che oggi capita raramente: i fondatori decidono di lasciare.

Non chiudono. Non vendono a una catena. Affidano il negozio ai due dipendenti: Stefano e il suo attuale socio Francesco Pratico’.

Ci hanno dato fiducia. Ed è la cosa più bella.

I clienti quasi non se ne accorgono. La bottega continua a vivere. Anzi cresce. Renzo e Valentino dimostrano ancora una volta di saper guardare lontano, di tenere al loro progetto più di qualunque altra cosa. Affidandolo ai due validi dipendenti dichiarano apertamente di volere che La Tradizione vada oltre loro stessi diventando un universo gastronomico.

Seicento formaggi e la ricerca infinita

Nel negozio passano oltre seicento tipologie di formaggi. Non è una collezione. È una ricerca e al tempo stesso una anomalia. Specialmente a Roma dove se vuoi qualcosa di particolare, non lo trovi. Tutto sembra omologato allo stereotipo dei prodotti già noti. Se vuoi qualcosa di particolare, è complicato. Lo è per il formaggio come per il vino. Quando ne hai bisogno oggi magari te lo fai arrivare con Internet. Prima era difficile. Si va per passaparola a Roma. O ci si accontenta di quanto il bottegaio di quartiere ti può offrire. Altrimenti c’è La Tradizione.

Partecipiamo agli eventi, viaggiamo, cerchiamo produttori ovunque.

A volte sono i clienti a suggerire le scoperte. Che è un modo per dire come con i clienti non solo ci si parla ma si ascoltano pure. Un vero dialogo. Di quelli veri e genuini.

Uno mi disse: sono stato in Trentino e ho mangiato un formaggio incredibile. Allora chiamo il sindaco, la pro loco, chiunque… finché non trovo chi lo produce.

Molti sono piccoli artigiani senza distribuzione.

In alcuni casi mando io il corriere a ritirare le forme.

L’arte dell’affinamento

Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destinoLa maggior parte dei commercianti sceglie la merce per poi venderla. Nulla di male ovviamente. Sono loro a scegliere per offrire qualcosa. Magari quello che sanno di vendere. Poco rischio, tanto guadagno.

C’è però un livello successivo, quello che dona un proprio tocco, una magia che rende speciale, se non unico, il prodotto che si offre.

Stefano e Francesco sono infatti anche affinatori di formaggi. In una cantina, in un borgo medievale, portano le forme a maturare: una quarantina di prodotti nascono proprio da questo lungo e certosino lavoro.

Uno dei più affascinanti è un pecorino che viene fatto maturare tra foglie di noce ed erbe aromatiche.

Sigilliamo le botti e lo lasciamo fermentare. Le forme escono storte, schiacciate… ma il sapore è unico.

Formaggi che esistono solo a La Tradizione. Non replicabili. Unici.

Le rarità del mondo

Tra le chicche del negozio ci sono formaggi francesi di lunghissima stagionatura e prodotti leggendari come il Ribelle Storico della Valtellina.

Stagionature che arrivano anche a dieci o quindici anni.

E poi prosciutti straordinari: diciannove prosciutti tagliati a coltello tra i quali il più raro che stagiona quasi dieci anni.

Lo pago a pezzo, non a peso. Arriva anche a seicento euro al chilo.

La bottega come vita

Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destinoAlle volte mi sono chiesto se il lavoro non assorba troppa parte della vita. Ci si trova a lavorare anche dodici ore al giorno così che la mente non riesce a staccare. Neanche a casa quando la prima domanda che ci si sente fare è: come è andata al lavoro?

Si parla di lavoro con gli amici, con i genitori, con i figli. Questi maledetti smartphone ci costringono a rimanere sempre collegati così da ricevere messaggi in ogni forma. Reperibilità in ogni istante di vita. Spesso ci si lamenta, si medita di mollare tutto. Questo perché la stragrande maggioranza delle persone non lavora per costruire qualcosa, per se stessi: lavora per altri. 

Stefano invece non parla mai di lavoro come di un peso. Parla di vita. Della sua, di quella degli altri.

Ormai il negozio è la mia vita. Ci sto dalla mattina alla sera.

Dentro c’è tutto: gastronomia, enoteca, ristorante. Segue gli eventi le degustazioni. Ma il cuore resta sempre lo stesso. Il banco. Il dialogo con i clienti.

La bottega è questo. Le persone entrano, chiacchierano, raccontano. Non è come il supermercato.

Mia moglie ama il supermercato. Lo ama perché non ama parlare con chi non conosce. Al contrario io odio il supermercato. Perché amo parlare con le persone. Chi meglio del macellaio, del fruttivendolo, del pizzicagnolo? Quando entri in uno di questi negozi, entri in un mondo fatto di persone vere, di storie, di vita. C’è schiettezza e voglia di condividere. Il negozio diventa un luogo di incontro di anime, un piccolo parlamento dove tutte le opinioni sono ammesse, dove si creano fazioni per animare le discussioni. Finisce sempre con un sorriso, un ci vediamo domani, una stretta di mano. Il conto? Ma si, c’è pure quello e di certo non superiore al supermercato. Eppoi, vuoi mettere quanto possano valore i dieci minuti di chiacchiera? Impagabili!

Un mestiere che rischia di sparire

C’è però una preoccupazione che ritorna spesso nei suoi racconti. La mancanza di giovani.

Mi piacerebbe formare ragazzi. Questo mestiere sta scomparendo.

Molti ristoranti gli chiedono personale per gestire i formaggi. Ma trovare qualcuno disposto a imparare è difficile.

È un lavoro duro. Si lavora tanto. Ma è anche bellissimo.

Il futuro

Stefano ha due figli ai quali ovviamente non vuole imporre loro nulla.

Devono scegliere da soli.

Ma quando suo figlio ha deciso di iscriversi all’alberghiero, qualcosa dentro di lui si è acceso. Forse la bottega continuerà a vivere anche nella prossima generazione.

Nel frattempo, Stefano non può che continuare a fare quello che ha sempre fatto.

Cercare. Scoprire. Assaggiare.

Perché la verità è che alcune persone non scelgono un mestiere. Lo riconoscono.

Io da bambino mi sognavo dentro un negozio alimentare.

Sorride. Forse, senza saperlo, stava già sognando il suo destino.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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