Casal De Luca azienda agricola. Prima l’agricoltura, poi il vino
Le origini
La mattina è fredda, una di quelle mattine di gennaio in cui la campagna pontina sembra trattenere il respiro. L’aria è ferma, l’erba è lucida di brina, e i filari disegnano una geometria essenziale che non ha bisogno di effetti speciali. È in questo silenzio che Casal De Luca si racconta meglio: prima come luogo agricolo, poi come cantina.
La storia comincia lontano da qui, a Ienne, paese d’origine del bisnonno e radice di una famiglia abituata a muoversi con la natura e non contro di essa. In quel racconto entra la transumanza: non un dettaglio folkloristico, ma un modo di vivere. Giulio De Luca è allevatore e i cavalli sono lavoro, ritmo, fatica. Quando la famiglia si stabilisce a Campoverde, quel movimento si trasforma in permanenza: è il 1977, l’anno in cui vengono impiantati i primi vigneti e uliveti. Dalla transumanza alla vigna, appunto: il passaggio è una svolta, ma la mentalità resta la stessa, fatta di stagioni e cura quotidiana.
Ancora oggi quel passato ritorna come segno identitario: il cavallo sulle etichette non è nostalgia, è continuità, memoria attiva di un’origine che si porta dietro disciplina e concretezza.

Dieci ettari senza scorciatoie
Oggi Casal De Luca coltiva circa 10 ettari vitati. Qui la vigna è costretta a dire la verità, perché non esistono scorciatoie: non c’è acqua per irrigare e non si “aggiusta” l’andamento dell’annata a colpi di comfort agronomici. La vite deve radicarsi in profondità, cercare equilibrio, attraversare gli estremi. È una scelta che può togliere facilità, ma restituisce carattere.
I sovesci vengono fatti in autunno: una pratica che non si vede in bottiglia ma si percepisce nel tempo, perché lavora sul suolo, sulla vitalità, sulla struttura della terra. E poi c’è un’altra decisione netta: niente insetticidi. Significa prevenzione, osservazione costante, attenzione alle dinamiche del vigneto. In altre parole: più presenza, meno intervento.
È qui che prende senso l’espressione “vini biologici d’artigianato”. Non è una formula: è un modo di stare in campagna, con scelte che diventano stile prima ancora che certificazione. La cantina, in questo quadro, non domina: accompagna.

Dall’uva alla bottiglia
Per anni l’azienda conferisce soltanto uva. Il vino, in qualche modo, esiste già — ma non porta ancora un nome, non ha ancora una firma. Poi arriva il 2017: Casal De Luca inizia a imbottigliare. Non è un cambio di mestiere, è un cambio di responsabilità. Da quel momento le scelte non restano più anonime, diventano riconoscibili e misurabili.
In cantina convivono acciaio e rovere francese: botti in acciaio per precisione e pulizia, barrique per affinamenti mirati. E la vecchia cantina — quella dove i nonni facevano vino e dove riposano ancora botti storiche di rovere francese — oggi ha cambiato funzione: non è più solo luogo produttivo, è la stanza che accoglie chi arriva. È un modo elegante di dire al visitatore: prima della tecnica c’è una storia.
Accanto a Sante oggi ci sono Daniele e Giulio. Sono giovani, svegli, con quella voglia di fare che non ha bisogno di dichiarazioni: la riconosci dal modo in cui si muovono, da come ascoltano, da come raccontano senza perdersi in retorica. L’azienda ha radici antiche, ma lo sguardo è presente.

La degustazione
La degustazione inizia proprio nella vecchia cantina. La luce è morbida, il legno scuro delle botti assorbe il freddo dell’inverno e restituisce un odore umido, quasi di terra bagnata. Nel bicchiere, invece, tutto si accende: otto etichette, una dopo l’altra, come un montaggio che cambia scena senza perdere coerenza.
Si apre con **Stanga IGT Bianco** (Trebbiano, Pinot Grigio, Sauvignon). Il profumo è immediato: mela croccante, fiori bianchi, una scia di agrume appena accennata. In bocca è diritto, pulito, con una freschezza che invita al sorso successivo e una chiusura asciutta, senza fronzoli. È un bianco che parla chiaro: territorio e facilità d’incontro.
Il calice successivo è **Incanto IGT Pinot Grigio**. Qui l’aromaticità si fa più composta: pera, erbe di campo, una nota minerale che ricorda pietra bagnata. Al palato è più verticale, quasi salino nel finale, con una progressione che si allunga senza appesantire. È un vino che lavora di precisione: entra sottovoce e resta.
Il ritmo cambia con le bollicine del **Brut Spumante IGT Pinot Grigio**. Il perlage è fine, la sensazione olfattiva ricorda crosta di pane e agrume candito, con un tocco floreale che alleggerisce. In bocca è teso, sapido, costruito sulla pulizia e sulla bevibilità: la bolla sgrassa, rinfresca, riordina.

Poi arriva l’irregolarità affascinante del **Briotto Sauvignon Frizzante** (metodo ancestrale). Il vino è vivo, vibrante: al naso foglia di pomodoro, salvia, pesca bianca; in bocca è dinamico, cambia a ogni sorso, con una freschezza quasi “croccante” e una chiusura asciutta che lascia la voglia di ricominciare. È il calice più istintivo, quello che si beve con curiosità.
Si passa ai rossi con **Raggio IGT Rosso (Merlot)**, vinificato in acciaio. Profuma di ciliegia e prugna fresca, con un accenno vegetale sottile che dà slancio. Al palato è morbido, conviviale, immediato: un rosso da tavola nel senso migliore, capace di stare accanto al cibo senza chiedere attenzione eccessiva.
Il **Mirò IGT Merlot**, invece, aggiunge profondità. Il legno non è mai invadente: si percepisce come cacao leggero, spezia dolce, frutto più maturo. In bocca è più ampio, avvolgente, con un centro gustativo pieno e una chiusura lunga, più “serale”. È il Merlot che sceglie il tempo come ingrediente.
Il registro cambia ancora con **Giotto IGT Bianco (Tocai Friulano)**, macerato e affinato in anfora. Il colore si fa dorato, il naso è stratificato: miele chiaro, erbe secche, albicocca disidratata, un soffio di tè. Al sorso è materico, quasi tattile, con una trama che riempie la bocca e un finale che torna su note saline e appena ammandorlate. È il vino più narrativo: non lo bevi di fretta, lo ascolti.

La chiusura è affidata a **Purosangue IGT Petit Verdot**, l’etichetta più strutturata. Scuro, compatto, profuma di mora, tabacco e spezie. Il tannino è presente ma non aggressivo: accompagna, dà spessore. Il finale è lungo, con una sensazione balsamica che resta. È un vino che mette un punto fermo, senza alzare la voce.
Durante la degustazione entrano anche i prodotti di famiglia: a Nettuno Giulio gestisce due gastronomie e gli assaggi in cantina si accompagnano a preparazioni e selezioni che fanno da ponte tra vino e territorio. Non è un “food pairing” da laboratorio: è un gesto domestico, coerente con un’azienda che è prima di tutto famiglia.
Il senso del progetto
Casal De Luca non è una cantina che ha scelto il biologico per posizionarsi: è un’azienda agricola che ha iniziato a imbottigliare il proprio lavoro. La differenza è sostanziale, perché qui la direzione parte dai campi: senza irrigazione, senza insetticidi, con sovesci autunnali e un’idea di tempo agricolo che non si contratta.
In cantina acciaio, rovere francese e anfora diventano strumenti diversi per interpretare le uve e le annate, ma non per uniformarle. Il vino, in fondo, è l’ultimo passaggio: arriva dopo la terra, dopo la storia, dopo la scelta quotidiana.
Dal pascolo alla vite. Dalla transumanza alla permanenza. In mezzo, una famiglia che ha trasformato un’origine in un progetto contemporaneo, e due ragazzi — Daniele insieme al fratello Giulio— che tengono insieme memoria e futuro con la naturalezza di chi sa che la cosa più importante, qui, è continuare a fare bene.
Roberto Silvio De Pascale
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