Ciccio’s osteria. Quando la tradizione fa l’occhiolino alla creatività
Nel cuore di Cisterna di Latina, c’è un’osteria che non ha paura di sporcarsi le mani con la tradizione ma lo fa con quella sfrontatezza che trasforma un piatto di una volta in un’esperienza che non ti aspetti. Siamo da Ciccio’s Osteria e Stefano, in arte Ciccio è pronto ad accogliermi per una cena degustazione che farà urlare anche i muti.

Sarà un viaggio tra sapori autentici, tecnica solida e una certa dose di sana golosità.
Entrando resto a bocca aperta per i numerosi vini ammassati: sembra di stare in una super enoteca, Stefano mi accompagna e me li presenta uno per uno: non manca neanche una regione variando nei vari stili non dimenticando le bollicine, quelle serie, quelle da ristorante stellato. Resto folgorato dalla bellissima brace che mi si presenta e Stefano mi riserva un tavolo accanto al suo calore. Che spettacolo, una poesia recitata a voce alta.
Stefano con disinvoltura poggia sul tavolo una bottiglia di un brut metodo classico e mi presenta Nicola Di Sipio, ed io felice di conoscerlo porgo il bicchiere.

Uno spumante raffinato, abruzzese, ottenuto da uve chardonnay e pinot nero. Una bella brillantezza e un perlage fine e persistente, risultato di 36 mesi di affinamento su lieviti.
Al naso offre un bouquet complesso con note di pesca bianca, frutta esotica, cardamomo e zenzero accompagnate da sfumature speziate che si fondono con aromi di crosta di pane e lievi sentori di pasticceria.
Al palato si apre con freschezza e vivacità, mostrando un’elegante effervescenza che accompagna una lunga persistenza gustativa. Una bella scoperta che accompagnerà con gran classe l’inizio della mia cena.
Il primo assaggio, arriva come un pattinatore su dei rollerblade, si va subito dritti al punto: croccantezza, untuosità e carattere, servono le mani e sarò felice di sporcarmele.

Il panetto fritto è una piccola bomba di goduria: croccante fuori, soffice dentro, con una frittura asciutta che avvolge senza appesantire. Poi arriva la coppa di testa, che con il suo mix di grassezza e speziatura entra in scena con prepotenza, regalando profondità e un bel colpo di sapidità e non dimentichiamoci la scarola, leggermente amarognola, e l’oliva di Gaeta sapida e carnosa entrano in gioco a gamba tesa per spezzare il morso e dare equilibrio. Un contrasto perfetto tra grasso e acidità morbidezza e croccantezza.
Un antipasto che sa meravigliarti, che ti dice benvenuto a cena ma siamo solo all’inizio. Inizio a pensare ad alta voce che la cena promette decisamente bene, chiamo Stefano e gli dico: grazie sono sicuro che mi alzerò da questa sedia felice come un bambino con l’uovo kinder in mano.
La cameriera come un giocoliere ritira il piatto ormai tremendamente vuoto e mi presenta un piatto che mi sorprende per la sua semplicità fatta bene. La polpetta bianca di maiale locale e radicchio tardivo un piatto con grande personalità che lo trasforma in qualcosa che di certo non è banale. Il primo boccone è il mio, lo gusto e lo apprezzo. Il maiale scelto con attenzione e lavorato con cura si traduce in una polpetta incredibilmente morbida, succosa, con un sapore pieno ma elegante. Non ci sono spezie invadenti ed inutili: parla la qualità della carne, con la giusta dose di grasso per garantire scioglievo lezza e sapore. Il colpo di genio che richiamo a grande voce è il radicchio tardivo. La sua leggera nota amarognola spezza la dolcezza della carne e aggiunge un contrasto perfetto, bilanciando il boccone con una sfumatura vegetale che rinfresca e aggiunge carattere.

Il risultato? Un boccone che avvolge il palato senza annoiare, che sa di tradizione ma con un guizzo di originalità, un piatto che conferma come Stefano sceglie solo il meglio da proporre a tavola
Il viaggio continua e da visitatore curioso guardo verso la cucina in attesa del prossimo piatto.
E come per magia si presenta ai miei occhi un carpaccio di manzo fatto direttamente da loro, Stefano con poesia mi spiega come lo fanno ed io resto ammutolito ad ascoltarlo. Non è una semplice distesa di fettine sottili su un piatto: è un incontro ben calibrato tra sapidità, profumi e contrasti.
Il manzo è lavorato con precisione, tagliato sottile quanto basta per sciogliersi in bocca, ma con abbastanza consistenza da mantenere la sua identità.
La carne saporita, morbida con una leggera marezzatura che amplifica la succulenza. E per chi come me è amante di tartufi arriva il tartufo bianchetto toscano, con il suo profumo inconfondibile, più gentile rispetto al tartufo nero ma con un sapore ben deciso.
Non soffoca il piatto, lo rende elegante e lo avvolge e nobilita ogni boccone.
E poi la cipolla accanto al carpaccio sola soletta che grida vendetta e chiede di esser assaggiata. Cotta al forno con pangrattato, un’aggiunta geniale con la sua dolcezza caramellata, equilibra la sapidità della carne e la potenza aromatica del tartufo e il pangrattato regala la nota croccante che spezza la morbidezza.
Un piatto che gioca tra finezza e sostanza, tra il profondo e il delicato. Sicuramente definirlo antipasto sarebbe riduttivo perché è un’esperienza che resta nel cuore e nello stomaco.

Stefano decide di aprire una nuova bottiglia e mi presenta il Fiammingo collezione Merlot della cantina Sant’Eufemia.
E Stefano da esperto sommelier mi racconta che è un vino rosso ottenuto da una selezione di uve merlot, affinato in barrique di rovere francese. La raccolta delle uve avviene manualmente in cassette da 15 kg, con una selezione accurata dei grappoli sin dalla vendemmia. Un merlot che si presenta con un colore rosso granata intenso e un bouquet aromatico persistente. Al palato risulta leggero, snello e fresco, ideale per i prossimi piatti. Un vino presentato recentemente alla Slow Wine Fair 2025 che ha evidenziato la crescente qualità dei vini del Lazio nel panorama enologico italiano.
E con un calice di vino in mano con grande impazienza e curiosità aspetto la sorpresa del prossimo piatto. Ed ecco che mi si presenta un tortellone di manzo che non è un semplice primo ma un abbraccio calorico, una dichiarazione d’amore al colesterolo, una carezza burrosa che ti fa dimenticare tutti i problemi della giornata.

La sfoglia è tirata come si deve, ma dico subito a Stefano che per fortuna non è sottilissima ma si sente in bocca, ha carattere e gusto. Al morso il ripieno di manzo si fa sentire con la sua intensità succulenta, ricco, saporito, senza fronzoli inutili.
E poi arriva il burro, tanto burro, un condimento che entra di prepotenza, non chiede permesso e conquista il palato con la sua opulenza irresistibile. Ma per chi come me adora questo protagonista, il tartufo nero pregiato, che si insinua con il suo profumo terroso e avvolgente, mi fa dire: ma che bontà. Un piatto che non ha avuto paura di esagerare, godurioso, elegante senza mezze misure, come un’opera lirica eseguita in un’osteria. Se la dieta pensavo di averla iniziata, questo tortellone è la cruda, meravigliosa realtà. E mentre i calici continuano a riempiersi e svuotarsi, Stefano mi fa compagnia e mi racconta la sua storia e come è nato questo posto che racconta poesia a tavola. E senza che me ne accorga arriva davanti ai miei occhi un piatto che mi invita a mantenere il congegno oppure opzione più sensata, mollare le posate e mordere con le mani.

La costoletta di abbacchio fritta è croccante fuori, succulenta dentro, con quella panatura dorata e asciutta che scricchiola sotto i denti prima di lasciare spazio alla tenerezza della carne. Non ero un amante dell’abbacchio ma uno così gustoso e intenso non l’avevo mai mangiato. E poi la maionese al basilico fa innamorare perché rinfresca con le sue note erbacee che spezzano la grassezza e aggiunge un tocco aromatico che fa salivare ancora prima del boccone successivo. E non possiamo lasciare il carciofo cotto al tegame che con la sua dolcezza e la sua leggera amarezza chiude il cerchio, mi fa alzare in piedi e mi fa dire: bravo Stefano.
Mi alzo e vado alla brace insieme a Stefano, guardo lo scoppiettio del fuoco e la legna che si sgretola e assisto alla preparazione del mio prossimo piatto. Un bel filetto di manzo che saprà gridare vendetta.
Un piatto che non avrà bisogno di esser presentato, né di salse né di ghirigori inutili. È che urla e ti dice: qui si mangia carne, punto.
Cotto alla griglia sopra la legna che lentamente si sfalda, il filetto è arrivato nel mio piatto con quella crosticina dorata e profumata di fumo che già da sola basterebbe a far venire l’acquolina. Poi affondi il coltello e senti subito che dentro è una carezza rosa perfetta, morbido come si deve, succoso ma senza eccessi. Un piatto che fa il suo dovese senza troppe moine, come un gentleman in giacca e cravatta ma con lo spirito da cowboy.
E non posso lasciare soli soletti i broccoletti ripassati che non sono nel piatto per far da comparsa. Aglio olio e peperoncino fanno il loro sporco lavoro, dando al piatto quella spinta di sapore amarognolo e piccante che pulisce la bocca e ti fa venire voglia di un altro morso di carne.
Un piatto sicuramente godurioso che ti porta a terminare il calice di vino e a desiderarne un altro.

Stefano sorridendo mi viene incontro con un’altra bottiglia, molto bella e colorata, un moscato d’asti Orlando Abrigo che mi presenta e svela che la finiremo tutta. È un vino dolce piemontese che si distingue per le sue caratteristiche organolettiche e l’elevata qualità. Alla vista si presenta con un colore giallo paglierino, arricchito da riflessi verdognoli e dorati. Al naso offre intensi sentori di pesca note di fiori d’arancio e delicati cenni di timo. Lo bevo e ha un gusto fresco e dolce, bilanciato da una piacevole acidità. Il perlage è fine e leggero, contribuendo ad una sensazione complessiva di leggerezza e armonia. E dopo aver bevuto il primo bicchiere chiedo a Stefano, ma il dolce dov’è?
Arriva una crostatina piccola nel formato ma non nel gusto. Il primo boccone lo conquisto, la pasta frolla è di quelle fatte come si deve: burrosa, friabile, con il giusto equilibrio tra croccantezza e scioglievo lezza, senza quell’effetto cartone che spesso rovina i dessert da osteria. Poi arriva la crema pasticcera, vellutata e avvolgente, né troppo densa né troppo liquida con una dolcezza che ti fa innamorare.
E poi il tocco di classe che ti aspetti: mandarino e menta fresca. Il primo porta una nota agrumata brillante e leggermente acidula che rinfresca e spezza la dolcezza della crema mentre la menta dà un accenno balsamico che sorprende il palato.
Un dessert che diventa il colpo di scena finale di questa immensa degustazione ma siccome Stefano ama stupire non può lasciarmi andare così e si presenta al tavolo con un bicchierino e all’interno una magica e golosa sorpresa. Dei biscotti cacao e nocciola del Piemonte.

Piccoli innocenti all’apparenza ma una volta addentato il primo scatenano un terremoto di piacere. Il cacao è profondo, aromatico con quella nota leggermente amara che fa subito capire che qui non si scherza e sua maestà la nocciola del Piemonte entra in scena con il suo profumo inconfondibile, tostato e avvolgente. La consistenza è friabile ma con la giusta dose di croccantezza, quel genere di biscotto che chiama il secondo e poi il terzo. Mentre il moscato scende bicchiere dopo bicchiere i biscotti li finisco tutti senza accorgermene. Ora credo davvero sia finita e così mi dirigo verso l’uscita ma Stefano mi stringe la mano e mi invita a seguirlo al bancone.

Vuole regalarmi una stretta di mano da amico e mi serve un bicchierino con un amaro, Gerlando. Con questo bicchierino in mano capisco che il viaggio non è ancora finito. Un sorso e sono catapultato in un mondo di erbe, agrumi e spezie con un perfetto equilibrio tra dolcezza e amarezza. In bocca si presenta morbido e avvolgente, con note agrumate che lasciano spazio a un cuore balsamico e speziato mentre il finale è lungo e persistente con quella leggera nota amaricante che pulisce il palato e rimette in sesto lo stomaco dopo le abbuffate. Con questo amaro Stefano mi ha portato in un vero e proprio rito di chiusura della sua cena, berlo è stato un piacere un sigillo per una cena perfetta che porterò con me dopo aver stretto la mano a Stefano, averlo ringraziato con la promessa di rivederci presto.
Roberto Silvio De Pascale
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