30 Giu 2025
Il buon vivere

Il Cortile dal 1929. Una storia di famiglia che profuma di Roma e di futuro

In un quartiere elegante e silenzioso come Monteverde Vecchio, esiste un angolo di Roma che ha attraversato quasi un secolo senza perdere mai il senso dell’identità.

Il Cortile dal 1929 non è solo un ristorante, è una memoria viva, un racconto che profuma di pranzi domenicali, risate di famiglia e cucina sincera.

Edoardo e Tommaso che sono sulla porta pronti a stringermi la mano e ad accogliermi, sono due fratelli che portano avanti con entusiasmo e carattere la quarta generazione di questo storico ristorante.

Edoardo è in sala e si occupa della carta dei vini come un ottimo sommelier, mi accoglie con la simpatia romana che ti mette subito a tuo agio, con il sorriso di chi conosce il mestiere e sa raccontare ogni piatto come se fosse un episodio di famiglia.

Tommaso invece, più timido, è in cucina dove con mano ferma e mente creativa interpreta la tradizione con rispetto e un tocco di modernità che non disturba ma esalta.

Il pranzo degustazione che mi preparo a vivere si snoda come un dialogo armonico tra passato e presente. Mi complimento con Edoardo per la carta dei vini ben costruita, con proposte che accompagnano con equilibrio e profondità l’esperienza.

Prima di sedermi con un calice in mano Edoardo mi versa un ottimo Champagne Mazet Pascal. Una cuvée rara e affascinante che mette al centro un vitigno quasi dimenticato nella Champagne: il Pinot bianco, qui in purezza, protagonista assoluto di uno champagne elegante, verticale e sorprendente.

Nel calice si presenta con un perlage fine e persistente, e un colore dorato chiaro dai riflessi luminosi. Al naso è un’esplosione di note floreali bianche, agrumi canditi, nocciola fresca e una leggera traccia gessosa che ne rivela il legame con il terroir.

Al palato colpisce per la freschezza tesa, una sapidità minerale decisa ma mai aggressiva e una struttura snella e dinamica. L’extra brut esalta la purezza del frutto e regala un finale pulito, lungo quasi salino.

Mi complimento con Edoardo per avermi regalato uno champagne da intenditori, che esce dai soliti sentieri e racconta una storia diversa, quella di un’uva dimenticata, interpretata con maestria e visione.

Mi siedo e non passano due minuti che arrivano subito i primi due piatti.

Carciofo alla romana con acciuga, aglio e mentuccia romana. Guido sorridendo mi dice che non potevo non gustare da loro un grande classico della cucina romana. Un piatto eseguito con mano sicura e rispetto della tradizione, ma con un guizzo in più. Il carciofo è morbido, fondente, cotto alla perfezione: nessuna resistenza al morso, ma ancora vivo nei suoi aromi. L’acciuga, dosata con intelligenza, non sovrasta ma esalta, aggiungendo sapidità e profondità al piatto. L’aglio profuma senza essere invadente mentre la mentuccia romana vera protagonista silenziosa, regala freschezza e identità portando al palato tutto il carattere della campagna laziale. Un piatto semplice che racconta un profondo rispetto per le radici.

Edoardo mi racconta che il secondo piatto Tommaso lo ha scovato in America durante uno dei suoi viaggi. È il popover, mai sentito e mai mangiato. Un piatto che sorprende per la sua semplicità solo apparante, e per l’eleganza con cui mette in dialogo culture gastronomiche differenti. È un pane soffice e arioso di ispirazione americana, cotto al forno con latte, uova, farina e parmigiano. Si presenta come una nuvola dorata dal cuore goloso capace di accogliere senza sovrastare. All’interno un prosciutto di spalla spagnolo di grande personalità  sapido e aromatico che regala al piatto una profondità saporita e quasi rustica. Il tutto è bilanciato dalla raffinatezza del Granaresu, formaggio sardo ottenuto da latte misto (pecora e mucca) e stagionato 18 mesi. La sua presenza diventa quasi un accompagnamento obbligatorio anche se mi dicono che solitamente viene servito in un piatto a parte. Un piatto che gioca sul filo dell’ibridazione, tenuto insieme da tecnica, gusto e consapevolezza gastronomico. Il primo morso e si passa da New York a Madrid con un’ancora ben piantata nella qualità italiana.  Mi alzo e corro in cucina con il piatto vuoto a dare una pacca a Tommaso e complimentarmi per questa sua innovazione, un piatto che nessun ristorante di Roma serve, e che ho trovato geniale, saporito e che in soli due bocconi è andato via.

Il Cortile dal 1929. Una storia di famiglia che profuma di Roma e di futuro

Lo champagne è piacevolmente terminato ed Edoardo mi versa un bel Trebbiano d’Abruzzo Valle reale 2023

Un bianco che sorprende per freschezza, eleganza e identità territoriale. Nel calice si presenta con un giallo paglierino brillante dai riflessi verdolini, segno della sua giovane età e vitalità. Al naso è pulito e diretto con profumi di fiori bianchi, agrumi freschi, mela verde e una lieve nota minerale che anticipa la sua anima montana In bocca è teso, lineare con una spalla acida vibrante che lo rende perfetto in abbinamento al piatto che mi arriverà

Davanti ai miei occhi mi si presenta un piatto che gioca su ingredienti che difficilmente trovi abbinati insieme. La fettuccina all’uovo del pastificio Bottega Gamberoni è protagonista discreta ma impeccabile, con una tenuta alla cottura e una porosità che accoglie il condimento con naturalezza. Un primo piatto che racconta Roma e i suoi dintorni con rispetto e intelligenza, partendo da una base classica e solida, quella della gricia, e arricchendola con un tocco di stagionalità viva, l’asparago selvatico.

Il Cortile dal 1929. Una storia di famiglia che profuma di Roma e di futuro

La fettuccina gioca su contrasti calibrati: la croccantezza sapida del guanciale di Amatrice, la ricchezza aromatica del pecorino romano dop, e l’inaspettata eleganza dell’asparago selvatico, che introduce una nota verde, amara e fresca in equilibrio con la struttura del piatto.

Un piatto che rimane nella tradizione senza restare fermo e che dimostra come la cucina romana, se trattata con mano consapevole possa ancora sorprendere. Ho trovato geniale introdurre in un piatto della tradizione l’asparago selvatico perché ha regalato un inaspettato sapore al palato nonché una bella vivacità al piatto.

Il bianco ormai è un semplice ricordo e per il piatto che seguirà Edoardo ritiene di farmi un provare un Barbaresco 2020 – produttori di barbaresco.

Un’interpretazione classica, precisa ed elegante di uno dei cru più iconici del Piemonte. Il 2020 si presenta nel calice con un color  rubino luminoso, con riflessi granati tipici del Nebbiolo in gioventù. Al naso il vino si apre progressivamente, rivelando note di frutti rossi maturi, rosa appassita spezie dolci e un sottofondo terroso. In bocca è teso e vibrante, con tannini giovani ma finemente scolpiti che promettono grande evoluzione. La freschezza è verticale, quasi cesellata e accompagna una progressione gustativa pulita, elegante con un finale lungo e armonico dove tornano le note floreali e speziate.

Il Cortile dal 1929. Una storia di famiglia che profuma di Roma e di futuro

Ed ecco che arriva un piatto che sicuramente unisce materia prima di qualità e mano sicura, raccontando una cucina che sa essere concreta ma raffinata. Il picio acqua e farina del Pastificio Pica è una pasta dalla consistenza piena, viva che regge perfettamente la struttura del condimento. Il ragù bianco di vitello e maiale, profumato con salvia, maggiorana e timo, è un inno alla morbidezza, alla profondità dei sapori delicati e persistenti. L’assenza di pomodoro lascia spazio alla carne e alle erbe aromatiche che emergono con equilibrio e nitidezza, senza eccessi né sovrapposizioni. Il risultato è un primo piatto avvolgente e armonico, apparentemente semplice ma in realtà costruito con misura, tecnica e rispetto per gli ingredienti. Il tocco di classe? Averlo sfumato con vino bianco e vino dolce.

Non posso che tornare in cucina a stringere la mano a Tommaso e ringraziarlo per questi piatti che ho trovato unici, sorprendenti e davvero saporiti.

Torno al tavolo mi siedo e trovo davanti ai miei occhi un grande classico della cucina d’autore, qui riproposto con maestria tecnica e rispetto per la tradizione. Ma trovo anche il calice nuovamente pieno ma questa volta proverò il Domaine de Vernus -Beaujolais Villages 2021.

Il Cortile dal 1929. Una storia di famiglia che profuma di Roma e di futuro

Un Gamay che racconta con precisione e freschezza il volto autentico del Beaujolais in un’annata come la 2021 che premia equilibrio e l’espressività.

Nel calice si apre con un rubino luminoso dal riflesso violaceo tipico del vitigno. Il naso è fine ma generoso:  frutti rossi croccanti, note floreali e una leggera traccia minerale e pepata che invita al sorso.

Al palato è succoso, agile con tannini delicati ben fusi, sostenuto da una freschezza naturale che lo rende estremamente bevibile ma tutt’altro che semplice. Un vino perfetto che chi cerca autenticità senza rinunciare alla finezza.

Il filetto di manzo, tenerissimo al primo boccone e cotto con precisione millimetrica, mantiene tutta la sua succosità, mentre la salsa al brandy, panna e pepe verde è un esercizio di equilibrio: ricca ma non stucchevole, avvolgente ma mai eccessiva, con quel tocco aromatico del brandy che aggiunge profondità senza sovrastare la carne. Il pepe verde protagonista discreto, punteggia il piatto con una piccantezza elegante e vegetale rinfrescando e dando dinamismo a ogni boccone. I bocconi non li ho contatti ma il piatto lo restituisco vuoto.

Ed eccoci al finale con un dolce che non ha bisogno di presentazioni ma che qui al Cortile dal 1929, trova nuova luce nella sua forma più sincera e affettiva: quella della ricetta di famiglia, tramandata dalla bisnonna Maria.

Il Cortile dal 1929. Una storia di famiglia che profuma di Roma e di futuro

Solo latte, uova e zucchero, nulla di più, nulla di meno, versati con cura nello stampino, sopra un velo di caramello dorato e poi cotti lentamente a bagnomaria, come si faceva una volta, quando il tempo in cucina aveva un altro ritmo. Il risultato è una consistenza al palato setosa e delicata con una dolcezza equilibrata e un retrogusto di nostalgia, che conquista senza artifici. Il caramello leggermente amaro, chiude il boccone con una nota elegante spezzando la morbidezza con carattere. Un dessert che racconta qualcosa di raro: una storia vera fatta di mani, casa e memoria.

E proprio quando pensi che il pranzo sia finito, Tommaso esce dalla cucina con quel sorriso che racconta passione e gentilezza e ti porge, senza dire una parola di troppo, una bomboletta ancora tiepida, ripiena di crema pasticcera calda. Un gesto semplice, ma carico di significato: è il dolce arrivederci di chi, prima che cuoco, è padrone di casa. Un morso soffice, avvolgente che sa di forno di infanzia, di cura. E mentre la crema si scioglie capisci che al Cortile 1929 l’ospitalità è fatta di dettagli e ogni dettaglio lascia il segno.

Un pranzo che ha saputo unire, gusto, accoglienza, e identità, con piatti pensati e realizzati con passione da Tommaso, e raccontati con energia e sorriso da Edoardo, perfetto padrone di sala. Un’esperienza che non è solo gastronomica ma anche umana: fatta di gesti sinceri, dettagli curati e una visione chiara di cosa significhi oggi fare ristorazione con il cuore.

Al Cortile 1929 la tradizione si rinnova ogni giorno, con stile, famiglia e sostanza E ci si alza da tavola con la voglia di tornare.

Roberto Silvio De Pascale

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