Made in Italo – il Velletrano. La tradizione si fa rock (ed è buona da morire)
Siamo a Latina Lido in una sera di marzo, un po’ fredda. Il lungomare è deserto, quasi spettrale.
Le luci di una insegna attirano la mia attenzione. È un ristorante. Ne ho sempre sentito parlare ma non avevo mai avuto la curiosità di provarlo. Però fa freddo fuori. Mi faccio venire la curiosità e entro. Non potevo immaginare che quella quasi diffidenza potesse nascondere una serata magica.
Sulla porta ho il piacere di conoscere Gianluca e Maria, in veste da chef che con savoir faire e simpatia mi accolgono invitando ad accomodarmi per provare e conoscere i loro piatti e la loro cucina.

Dal 1968, Made in Italo il Velletrano è molto di più di una semplice insegna: è un pezzo di storia cittadina, un luogo dove sapori autentici, tradizione e accoglienza si intrecciano da oltre cinquant’anni. Con radici ben piantate nella cultura di questo ristorante e uno spirito profondamente legato al territorio, Made In italo il Velletrano è diventato un punto di riferimento per chi cerca qualità, semplicità e quel calore che solo le attività a conduzione familiare sanno offrire.
Diciamocelo: in un mondo gastronomico fatto di spume impalpabili e portate che sembrano uscite da un museo di arte contemporanea ogni tanto viene voglia di tornare alle origini, e quando Gianluca racconta che la loro è una cucina tradizionale con un occhio al futuro, felicemente prendo la sieda e mi preparo a scoprirlo
Io parlo di quella cucina che sa di casa, ma con un’anima ribelle e a quanto pare sono nel posto giusto.
Il nome del ristorante Made in Italo – Il Velletrano è un nome che già di per sé è una dichiarazione d’intenti: qui si fa cucina con orgoglio territoriale, senza troppi fronzoli, ma con una tecnica solida e rispetto maniacale per la materia prima.

Come sarà la mia cena degustazione? A breve lo scopriremo, restate con me e nel frattempo vi do un consiglio: se vi capita di passare da Latina, fatevi un favore e prenotate un tavolo. Perché sono sicuro che qui non si mangia solamente ma si gode.
In questo articolo vi accompagnerò in un viaggio tra sapori audaci e abbinamenti inaspettati: niente noiose formalità, solo pura estasi per il palato e qualche dritta controcorrente per chi pensa che la cucina debba rimanere in gabbia.
Preparatevi a mettere in discussione ogni pregio e lasciatevi travolgere da una serata dove il gusto è sovrano e l’ironia è la migliore delle spezie.
Gianluca presenta questa cena come un invito a rompere le regole e a vivere il cibo come un’esperienza irriverente e indimenticabile.
Pronti a scoprire il lato ribelle della gastronomia? La serata inizia ora!
Si inizia ovviamente con un calice che viene servito di Prosecco Canterini, un blanc de blanc del Valdobbiadene.

Una bollicina che incarna la tradizione e l’eleganza del territorio, con un profilo aromatico raffinato e una beva immediata ma mai banale.
Al naso si apre con un bouquet delicato di fiori bianchi, acacia e glicine accompagnato da note fruttate di pera Williams, mela Golden e al palato la bollicina è fine e cremosa, avvolgente ma mai invadente. L’equilibrio tra freschezza e morbidezza è ben calibrato, con una chiusura pulita e leggermente sapida che invita subito a farmi riempiere nuovamente il bicchiere.
Ed ecco che arriva il primo piatto, prende inizio la serata.
Un trittico ben studiato che invita alla fotografia.
I calamaretti alla julienne sono un inizio delicato ma intrigante: la loro dolcezza naturale è esaltata da una testura quasi impalpabile che però non perde carattere. La tartare di tonno, morbida e saporita trova contrappunto perfetto nella cialda di alga nori che aggiunge una nota iodica e croccante evocando il mare in tutta la sua essenza e per concludere il tataki di salmone si gioca tutto sulla precisione della cottura: l’esterno leggermente scottato lascia spazio a un cuore ancora crudo, succulento e pieno di sapore, a guarnirlo la cialda di barbietola che porta un tocco di dolcezza terrosa che bilancia la grassezza del pesce mentre il cipollotto fritto aggiunge una spinta aromatica e croccante, regalando un effetto wow al piatto.

Gianluca ha dato vita a un piatto ben studiato, dove ogni elemento ha il suo ruolo e la sua voce in un dialogo armonico tra mare e terra, delicatezza e intensità.
Il tempo di bere un altro bicchiere di prosecco e arriva il secondo piatto con l’avvertenza che si cambierà bicchiere.
Un piatto, un trittico, che sfida il palato con un equilibrio studiato tra dolcezza, sapidità e profondità marina, portando in scena ingredienti di grande pregio in un’armonia sofisticata.
I gobbetti si fanno protagonisti di una trama delicata e avvolgente, amplificata dalla mousse velata al caffè, una trovata a dir poco geniale. Un dettaglio audace che gioca sulle sfumature tostate e leggermente amare, creando un contrasto raffinato con la dolcezza dei gobbetti.
Il gamberone rosso di Mazzara del Vallo, succoso e carnoso, trova nella salsa di melone una spalla inaspettata soprattutto per me che la gusto, ma sicuramente ben calibrata perché la dolcezza fruttata enfatizza la mineralità del gambero, mentre il prosciutto di Bassino aggiunge un colpo di scena sapido e leggermente affumicato che rende il boccone un tripudio di golosità.

Infine, a concludere il piatto lo scampo con uova di lompo, un’esplosione di sapori marini con la delicatezza dello scampo che si fonde con la spinta sapida delle uova regalando al palato un finale intenso e persistente. Anche questo è un piatto che mostra quanto Gianluca in cucina sia audace ma anche molto raffinato con una tecnica che non soffoca la materia prima.
E terminato questo piatto così estroso ho il piacere di iniziare a bere il Capolemole bianco di Marco Carpineti. Un vino che è l’espressione autentica e luminosa del territorio di Cori, frutto di una viticultura biologica e di un’interpretazione moderna delle varietà autoctone.
Al naso si presenta con un bouquet fresco e avvolgente, con note di fiori bianchi, pesca gialla e agrumi mentre al palato la struttura è equilibrata con una bella spalla acida che dona freschezza e slancio alla beva. Il sorso è morbido e sapido con un finale lungo e leggermente ammandorlato che invita a svuotare il bicchiere per chiedere il bis
Con il bicchiere ancora in mano arriva un nuovo piatto davvero ricco.
Si inizia con la cialda di pacchero fritto, un’intuizione interessante: croccante, dorata e leggera porta con sé il fascino della tradizione reinterpretata in chiave moderna, trasformando la pasta da semplice supporto ad elemento protagonista. Ad accompagnare il pacchero c’è il salmone macerato alla verza, un incontro tra mare e terra che punta sulla delicatezza: la grassezza elegante del pesce viene smorzata dalla nota vegetale della verza. E non posso non lodare la salsa di aglio e olio che aggiunge un tocco deciso, con una spinta sapida e avvolgente che richiama i sapori della cucina mediterranea mentre il caviale di verza rossa che chiude il piatto regala una nota cromatica intrigane e un’esplosione di gusto leggermente acidula che dona profondità al piatto. Accanto ci sono le seppie e i calamaretti cotti a vapore: mantengono intatta la loro consistenza naturale, la carne risulta tenera ma ancora leggermente elastica, rispettando la materia prima senza forzature. Il vapore tecnica semplice ma raffinata ne preserva i profumi marini e ne amplifica la dolcezza intrinseca, evitando qualsiasi eccesso di grassezza. E la soia fresca che accompagna il piatto a parer mio è una scelta interessante perché la sua nota vegetale e lievemente dolce si intreccia con la sapidità iodata della seppia e dei calamaretti creando un contrasto delicato ma efficace, regalando un tocco di freschezza davvero interessante al palato. Terminato con entusiasmo questo boccone passo alla mazzancolla cotta al vapore, la carne morbida e succosa non perde la sua dolcezza naturale regalando una consistenza che esalta la delicatezza della mazzancolla senza compromettere la struttura.

Il gazpacho con la sua freschezza vegetale e la nota acidula crea un contrasto che rinfresca e pulisce il palato, spezzando la dolcezza della mazzancolla con un guizzo di vivacità mediterranea e per concludere il piatto la polvere di lampone diventa un dettaglio che sicuramente mi ha spiazzato e sorpreso. Una nota fruttata e acidula che aggiunge un tocco aromatico sofisticato creando un ponte tra mare e terra in un gioco di contrasti raffinato e mai scontato.
Il piatto si conclude con un sol boccone fatto di una frolla con alice marinata e confettura di cipolla di tropea.
La base di frolla è sicuramente l’elemento che ha sorpreso e regalato meraviglia: abituato a gustarla nel mondo della pasticceria qui viene reinterpretata in chiave gastronomica salata, offrendo una consistenza friabile e burrosa che avvolge il palato. L’alice marinata porta in scena la sua tipica sapidità marina, amplificata dalla marinatura che ne esalta il gusto senza coprirlo. Il suo carattere deciso trova un contrappunto perfetto nella confettura di cipolla di Tropea che aggiunge dolcezza e una nota leggermente caramellata creando un gioco di equilibri che rende il boccone intrigante e mai monotono.
Che dire anche questo un bel piatto che oscilla tra dolce e salato e mostra una grande personalità dello Chef.

Con grande sorpresa vedo arrivare Gianluca con in mano un contenitore in vetro, sono pronto per l’effetto wow. Poggia il piatto, solleva la cloche di vetro e dopo la fuoriuscita di una nube di fumo aromatico che avvolge la scena in un velo misterioso, quasi con effetti pirotecnici appare un polpo cotto a bassa temperatura con carciofi affumicato al legno di ciliegio. Un piatto a dir poco sorprendente che mostra tutta l’estrosità di Gianluca. L’impatto visivo e olfattivo è straordinario: il profumo di legno affumicato si diffonde nell’aria amplificando il desiderio di assaggio e creando un’anticipazione quasi scenografica.
Un piatto che non si limita ad essere gustato, ma che coinvolge tutti i sensi in un’esperienza teatrale e immersiva.
Il polpo cotto a bassa temperatura è pura perfezione tecnica: tenero, ma ancora consistente con una texture che esalta la sua natura carnosa senza perdere compattezza. Ogni fibra trattiene i succhi, regalando al palato un morso succulento e armonioso.
Ma quello che per me è un’opera d’arte è l’affumicatura al legno di ciliegio che respiri e godi mangiando il polpo. Aggiunge una dimensione sensoriale profonda: una nota dolce e avvolgente che si insinua tra le sfumature iodate del polpo, arricchendolo senza sovrastarlo. I carciofi con la loro lieve amarezza e la texture carnosa, diventano il compagno ideale, bilanciando il piatto con un bel gioco di sapori. Un piatto che mi ha davvero emozionato, perché ha unito tecnica e suggestione in un boccone che non si dimentica facilmente.
Il Capolemole continua a scendere gradevolmente e in arrivo un piatto che preavvisa al primo che arriverà.

Un percorso gastronomico che celebra i sapori autentici del mare con eleganza e profondità. Il baccalà mantecato con vellutata di ceci profumato ai carciofi si presenta soffice e avvolgente, esaltato dalla vellutata di ceci, che ne arrotonda la sapidità mentre al naso arriva il dolce profumo dei carciofi che aggiungono un tocco di freschezza e complessità.
A seguire in una terrina di coccio con piacere scopro una zuppa di polpo verace ai fagioli, un omaggio alla tradizione marinara, con il polpo cotto alla perfezione, tenero e saporito e i fagioli che accompagnano il polpo con grande eleganza, cremosità e sapore.
Non poteva mancare il sauté di frutti di mare, un tripudio iodato, reso ancora più goloso dal pane abbrustolito che a pezzetta accompagna ogni boccone del piatto. Infine, il gioco di consistenze e contrasti raggiunge il culmine con i calamaretti occhi di canna e latterini, fritti con maestria per mantenere leggerezza e croccantezza con una ottima marmellata leggera di peperoncino che regala quel gusto piccante rendendo il piatto audace e a piacevole da gustare.
Ed ecco che finalmente arriva il protagonista di questa degustazione, un piatto che gioca su equilibri raffinati e contrasti ben dosati. Lo spaghettone trafilato al bronzo offre una texture perfetta, porosa e avvolgente, valorizzando ogni sfumatura del condimento. I carciofi con il loro gusto leggermente amarognolo donano profondità e freschezza creando un perfetto contrappunto alla ricciola la cui carne soda e delicata aggiunge eleganza al piatto.

A parer mio quello che fa brillare il piatto e lo rende unico è la spolverata di bottarga di muggine, che regala una sapidità marina intensa e persistente. Pensavo di non riuscire a finirlo e invece con il sorriso consegno il piatto vuoto.
Ci avviciniamo ai nastri di arrivo e viene servito un piatto che gioca su delicatezza ed equilibrio, esaltando la materia prima con abbinamenti ben calibrati. Le mazzancolle, dolci e carnose, sono protagoniste indiscusse del piatto, esaltate dalla freschezza delle zucchine e dalla nota terrosa e leggermente amarognola dei carciofi che regalano al boccone un ottimo sapore.
A parer mio la pennellata dello chef è regalata dalla crema di zucca gialla che avvolge il piatto con la sua dolcezza vellutata creando un contrasto armonioso con la sapidità naturale delle mazzancolle.
Ed ecco che arriva il dessert, un piatto che gioca sulle consistenze e sull’armonia tra dolcezza e acidità. La Pavlova con la sua meringa croccante fuori e soffice dentro è eseguita con precisione, offrendo il giusto contrasto con la freschezza regalata dai frutti di bosco. Ovviamente da goloso mi lascio sedurre dalla nutella con la sua cremosità avvolgente bilanciata da una crema leggera che rende il piatto armonioso.

La cena degustazione che Gianluca e Maria hanno realizzato è un viaggio sincero nella tradizione rivisitata con eleganza. Ogni piatto racconta radici profonde e passione contemporanea. Un’esperienza gastronomica che unisce territorio, tecnica e cuore, lasciando il palato appagato e la memoria colma di sapori autentici. Se sei sul lungomare di Latina, non perdere tempo e passa a trovarli per regalarti emozioni autentiche.
Roberto Silvio De Pascale
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