Oro delle Donne. Vigne, ulivi e racconti di famiglia
Un viaggio tra Lanuvio e i Castelli Romani, alla scoperta di una famiglia che ha trasformato la passione per la terra in vini, oli e racconti poetici.

Oggi mi sono concesso una giornata nelle campagne di Lanuvio, terra antica e mitologica, dove la leggenda racconta che Enea fondò il primo insediamento in Italia dopo la caduta di Troia. Il nome stesso di questo luogo deriva da Lavinia, figlia di Latino e moglie di Enea, e sembra che ogni campo e collina ancora custodiscano echi di quel passato. Oggi però non sono qui per un racconto mitologico, ma per incontrare una famiglia che ha fatto della terra la propria poesia: Oro delle Donne.
Chiara l’ho conosciuta durante una fiera agricola: il suo entusiasmo, la sua passione per il vino e l’olio mi hanno incuriosito, ed eccomi qui, accolto al cancello della loro campagna. Con il suo sorriso luminoso mi invita ad entrare, e poco dopo arriva Mauro, suo padre, che ci raggiunge con passo sicuro e mani abituate al lavoro. La mattinata è dedicata alla raccolta del Vermentino: grappoli dorati che vengono tagliati con le cesoie e deposti nei secchi con la calma di un rito antico. Le mani si muovono veloci, ma con rispetto. Camminando lungo i filari scorgo qualcosa che non mi torna: tra i grappoli dorati del Vermentino ne vedo alcuni più scuri, dal colore diverso. Mi fermo incuriosito e chiedo a Mauro:
Ma questi non sono Vermentino, vero? Vede anche lei quei grappoli scuri? .
Lui sorride divertito:
Sono nove viti di Sangiovese che ci hanno dato insieme al Vermentino. Restano qui, memoria di un errore che ormai fa parte della nostra storia.”
Cammino sotto il manto profumato dei filari, il trattore segue lento e sembra una processione agreste.
Perché Oro delle Donne?
domando a Chiara.
È stata un’idea di papà,
mi spiega.
Per onorare me e mamma, ma anche la figura femminile che ritorna con la Dea Giunone. Poi c’è l’usanza di piantare un ulivo quando nasce una donna.

Il legame con gli ulivi è forte: oltre ai terreni di Lanuvio e Marino, dal 2015 la famiglia gestisce l’uliveto storico di Villa Maruffi, un luogo sospeso nel tempo che conserva intatta la sua identità. La villa, situata sulle colline del Sassone a Ciampino, fu lasciata in eredità all’Università Roma Tre e oggi è un esempio prezioso di conservazione del paesaggio. Qui, tra i muri antichi e i ricordi di un casale fortificato, si trova anche una piccola chiesetta consacrata, che rende il luogo ancora più suggestivo. Camminare tra gli ulivi secolari che circondano la villa significa respirare un paesaggio che parla di fede, memoria e radici: è in questo scenario che nascono alcuni degli oli più preziosi di Oro delle Donne

Terminata la mattinata a Lanuvio, ci spostiamo verso Marino. È un viaggio che attraversa i Castelli Romani, passiamo accanto al lago di Castel Gandolfo, lo specchio d’acqua riflette cielo e case come in una cartolina senza tempo. Arriviamo al centro di Marino, dove tra vicoli e piazze si trova la loro cantina.
Entrando, lo sguardo si posa su una vecchia barrique, non più contenitore di vino, ma tavolo conviviale.
L’abbiamo recuperata dalla grotta di mio nonno,
racconta Chiara accarezzandone il legno vissuto,
ci piaceva l’idea di ridarle vita e farne il centro dei nostri incontri.
È attorno a quella barrique che Chiara e Mauro mi accolgono, ed è Chiara la prima a parlare: prima ancora di versare il vino, posa davanti a me tre bottiglie di olio.

La prima è un blend di Leccino, Carbonella e Frantoio: al palato rivela un gusto deciso, con un tocco amarognolo che lascia la bocca pulita e viva. Poi mi mostra la monocultivar di Rosciola, intensa e profumatissima, con un aroma che ricorda l’erba appena tagliata e un fruttato elegante. Infine il Muraiolo, più morbido e rotondo, quasi vellutato, capace di avvolgere il palato con la sua dolcezza equilibrata.
A quel punto Chiara si alza, mi invita a seguirla e mi mostra due bottiglie imponenti, da tre e cinque litri, custodite in eleganti casse di legno con tappo in ceralacca:
Queste”, dice sorridendo, “sono quelle che di solito diventano regali di Natale.
Ridiamo insieme e io, scherzando, le dico che per questo Natale ci farò un pensierino: un regalo così originale non passa certo inosservato.

Torniamo a sederci attorno alla barrique e Chiara stappa la prima bottiglia di vino: il Bianco della Corte, malvasia e trebbiano. È il primo calice di questa degustazione, e porta con sé una storia speciale: Mauro lo ha dedicato al padre, in ricordo dei terreni che la famiglia possedeva in via Passo della Corte. Al naso regala note delicate, al palato è morbido e rassicurante.”
Segue il Vermentino, 13,5%, che ho visto raccogliere poche ore prima: profuma di fiori bianchi e frutta gialla, e in bocca sprigiona freschezza e una lieve asprezza.
Poi arriva la Malvasia Puntinata: alzo il calice, lo inclino alla luce che filtra dalla finestra e il colore dorato mi sorprende per la sua brillantezza. Al naso sprigiona profumi intensi, quasi avvolgenti, che ricordano la frutta matura e i fiori estivi; in bocca la persistenza è lunga, decisa, e lascia un’eco che invita al sorso successivo. Passiamo al Bellone: nel calice si muove leggero, di un giallo paglierino limpido; al naso rivela note delicate di frutta fresca, al palato ha una freschezza minerale che lo rende immediato e piacevole. Infine il Roma Dop Bianco: porto il bicchiere al naso e respiro un intreccio armonico di malvasia puntinata e bellone, che si fondono in un bouquet elegante. Al palato è equilibrato, rotondo, con una morbidezza che si allunga in un finale caldo e rassicurante.”
Terminata la degustazione dei bianchi, sorrido a Chiara e le dico che ogni calice sembrava raccontare un volto diverso della loro terra.
Lei ride e mi risponde:
Allora vediamo se i rossi sapranno tenere il passo.

Con questa battuta complice ci prepariamo a un nuovo giro di calici. Il primo è il Rosso della Corte, un blend di Ciliegiolo e Sangiovese: nel bicchiere si muove vivace, di un rubino chiaro; al naso richiama la ciliegia fresca, al palato è sincero e diretto, senza sovrastrutture, vino che si lascia bere con immediatezza. Poi Chiara versa il Merlot Donna Sospita, e qui c’è una storia da raccontare: Donna Sospita è infatti uno dei nomi con cui nell’antica Roma si invocava la Dea Giunone, protettrice della fertilità e delle donne.

Alzo il calice alla luce e il colore è intenso, cupo; al naso si sprigionano sentori di frutti rossi maturi e leggere note erbacee; in bocca è vellutato e profondo, con un finale che resta lungo e avvolgente, proprio come il mistero del suo nome. Segue il Syrah, che nel calice si veste di un porpora brillante: profuma di spezie dolci e pepe nero, al palato è fruttato e dinamico, quasi un abbraccio caldo. Infine il Roma Dop Rosso, un blend di Montepulciano e Sangiovese: il colore è fitto, impenetrabile; il profumo è complesso, con accenni di prugna e tabacco; in bocca è strutturato, corposo, vino da meditazione e da tavola importante, che chiude la degustazione con autorevolezza.
E proprio quando penso che la degustazione abbia trovato la sua conclusione, Chiara porta a sorpresa una bottiglia di spumante.
Questo è il nostro Volemose Bene,
dice sorridendo,
lo facciamo con il Vermentino.
Nel calice il perlage è fine, la spuma vivace: al naso si colgono note di fiori bianchi e agrumi freschi, in bocca esplode in leggerezza e allegria. Lo alziamo insieme come fosse un piccolo brindisi di festa: un vino che porta con sé non solo freschezza, ma anche la memoria di una storica banda di Marino amata da tutti, che di allegria sapeva davvero qualcosa. È il sorso che suggella la giornata, un invito a volersi bene davvero.

Dopo il brindisi conviviale, Chiara mi accompagna verso gli scaffali della cantina: qui mi mostra il paté di olive e le olive in salamoia, piccole conserve che raccontano la continuità della tradizione familiare. Accanto ci sono le farine di grano Senatore Cappelli, simbolo di un ritorno alle colture antiche e genuine. Infine mi parla della birra Birba, bionda e originale, prodotta dal birrificio Oltremondo nelle Marche: lo ha scelto lei, perché è uno dei pochi in Italia a coltivare direttamente il luppolo. Un dettaglio che unisce mondi diversi ma affini, nel segno della stessa cura per la materia prima.”
Attorno a quella barrique il tempo sembra fermarsi: ogni calice è un racconto, ogni prodotto un frammento di storia. Oro delle Donne non è soltanto un’azienda agricola: è una visione. È l’oro delle mani che raccolgono, delle donne che tramandano, delle famiglie che resistono.
La nostra forza è la pazienza
mi dice Chiara con un sorriso,
perché la terra ha i suoi tempi, e ogni anno insegna qualcosa di nuovo.

Le sue parole restano sospese nell’aria come un ultimo sorso. Ripenso alla giornata trascorsa tra i filari di Lanuvio e la cantina nel cuore di Marino: ho camminato in vigna, ho visto i grappoli riempire i secchi, ho seguito i gesti quotidiani che diventano rito, e infine ho assaggiato vini che si trasformano in storie liquide. Porto via con me il ricordo di una giornata che è stata incontro, scoperta e poesia. Oro delle Donne è promessa e visione, un invito a cercare la bellezza che nasce dall’amore per la terra e che, grazie a Chiara, continua a brillare nel tempo.
Roberto Silvio De Pascale
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