03 Lug 2026
Il buon vivere

Osteria Pontina. Dalle radici dell’Agro Pontino a una nuova casa

 

Parto da Latina nel tardo pomeriggio. Il traffico lascia spazio ai campi, le case diventano sempre più rare e la strada si infila nella campagna ai piedi dei Monti Lepini. Gli ultimi metri sono su un percorso sterrato circondato dal verde. Quando compare Casal dei Papi, nuova casa di Osteria Pontina, si ha già la sensazione di essere arrivati in un luogo diverso, lontano dal ritmo della città, un posto che chiede di rallenterale e goderselo.

Simone è in cucina, Alessandra invece accompagnerà la cena guidandomi nella scelta dei vini e raccontandomi il percorso gastronomico che mi aspetta. Entrando il mio sguardo si posa subito su alcuni vasetti di Masseria Dauna, azienda della mia San Severo. È un dettaglio che mi strappa un sorriso e mi fa capire che qui il territorio non si limita soltanto all’Agro Pontino, ma dialoga con altre realtà che condividono la stessa attenzione per la qualità e per le proprie radici.

osteria pontina

Lo chef Simone Sorrentino
Cresce in una famiglia di ristoratori: il padre è maître e insegnante alberghiero, la madre cuoca napoletana. Per diverso tempo prova ad allontanarsi da questo mondo, fino ad arrivare in Scozia dove inizia ad aiutare il cugino nella ristorazione. È proprio lì che capisce come la cucina sia l’unico lavoro capace di renderlo davvero felice.

La sua cucina porta con sé influenze diverse. C’è quella partenopea della madre, grande cuoca napoletana, ma anche quella francese e inglese maturata durante le sue esperienze professionali. A queste si aggiunge il legame profondo con l’Agro Pontino, territorio che da anni studia, valorizza e racconta attraverso i suoi piatti.

La materia prima è sempre il punto di partenza. La sua cucina è guidata dalle influenze che hanno segnato il suo percorso e dalla tradizione pontina, che da tempo rappresenta il motore del suo lavoro. Simone ama recuperare ricette storiche, valorizzare il territorio e reinterpretare il patrimonio gastronomico dell’Agro Pontino. Una vera e propria missione che porta avanti ogni giorno attraverso la cucina.

Ama creare contrasti di consistenze e temperature, ma senza rendere i piatti eccessivamente complessi. Il filo conduttore del suo lavoro rimane la ricerca sulla storia gastronomica dell’Agro Pontino e dei Monti Lepini, un territorio che porta con sé influenze diverse: quelle campane e venete arrivate durante la bonifica e la colonizzazione agricola, unite alle tradizioni più antiche dell’entroterra lepino.

Così i suoi piatti recuperano ingredienti e preparazioni della memoria, reinterpretandoli in chiave contemporanea e riportando a tavola storie che rischierebbero di essere dimenticate.

osteria pontina

Il menu

In un territorio che ha costruito la propria identità gastronomica attorno all’agricoltura, alla carne e alla stagionalità, lo chef Simone Sorrentino qui ad Osteria Pontina sceglie di rileggere la tradizione senza tradirla. Il risultato è un menù che si muove tra memoria e contemporaneità, dove ogni piatto sembra voler raccontare un pezzo dell’Agro Pontino attraverso una sensibilità attuale.

Prima ancora di arrivare alla cucina colpisce una scelta ancora poco frequente nella ristorazione della provincia di Latina: la carta delle acque. Dal Piemonte arriva Valverde, minimamente mineralizzata, dalle Alpi Pennine Lauretana, disponibile sia naturale sia frizzante, dalla Toscana San Felice, dalle Alpi Francesi Evian, fino alla francese Perrier. Una selezione che va oltre il semplice servizio e che restituisce all’acqua il ruolo di componente integrante dell’esperienza gastronomica. Un dettaglio che racconta attenzione, cultura dell’accoglienza e desiderio di distinguersi.

La proposta gastronomica prende avvio da una selezione di salumi di cacciagione e formaggi affinati, introducendo un percorso che pone al centro il valore della materia prima.

Negli antipasti convivono tecnica, territorio e suggestioni internazionali. Il carpaccio di Frisona marinato, con sale affumicato Nesler, noci, mousse di ricotta e riduzione di vino rosso interpreta la carne attraverso contrasti e sfumature aromatiche. Le lumache alla bourguignonne richiamano la tradizione francese, mentre il pan brioche di Antiqua Cora con Robiola di Roccaverano, fichi grigliati, miele Oasi delle Api, lardo e noci costruisce un equilibrio tra dolcezza, sapidità e cremosità.

Nei primi piatti emerge con chiarezza la filosofia della casa. Le linguine fredde Filotea con pesto di zucchine alla menta, crema all’aglio dolce e limone fermentato propongono una lettura fresca e contemporanea della pasta. Il risotto Margherita Camaroli con zafferano di Cori e Comté 18 mesi mette in dialogo una delle eccellenze del territorio con un grande formaggio francese. Le fettuccine al ragù di agnello con caviale di melanzana, mousse di ricotta e arachidi tostate raccontano una cucina che ama stratificare consistenze e sapori senza perdere leggibilità.

I secondi confermano la centralità della carne. Il carré di agnello CBT fritto con purea di melanzane, albicocca piccante e formaggio acido dimostra attenzione alle tecniche di cottura e alla costruzione dell’equilibrio gustativo. Il coniglio ripieno di erbe robuste e guanciale Valle Pepe, accompagnato da peperoni dell’orto, olive e caramello di verdure, riporta invece al centro il patrimonio rurale del territorio attraverso una chiave contemporanea.

A completare la proposta troviamo i grandi tagli: tagliata di controfiletto, filetto al lardo e tartufo estivo, costata e fiorentina. Piatti che ribadiscono una filosofia semplice ma sempre attuale: partire dalla qualità della materia prima per costruire l’esperienza.

Più che una raccolta di ricette, il menù di Osteria Pontina appare come un racconto gastronomico del territorio. Un racconto che guarda alle proprie radici, ma che non rinuncia a cercare nuove strade per esprimerle.

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La degustazione

Ad aprire la cena arriva il pane caldo di Antiqua Cora accompagnato da burro salato. Un gesto semplice che mette subito al centro l’attenzione per la materia prima e i prodotti del territorio.

Lo chef invia poi il suo entrée: un pacchero Filotea panato e fritto, farcito con ricotta di capra Valle Pepe e accompagnato da una maionese alla paprika dolce e gin, maggiorana e olio al basilico. Va mangiato con le mani, con la maionese che sporca le dita per regalare il sapore in un boccone solo. Il contrasto tra la croccantezza esterna e la cremosità della ricotta rende il boccone immediatamente goloso, mentre le erbe aromatiche portano freschezza.

Ad accompagnare la degustazione Alessandra mi porta un bicchiere di 448 s.l.m. di Girlan, vino bianco dei Vigneti delle Dolomiti ottenuto da un blend di Chardonnay, Pinot Bianco e Sauvignon Blanc.

Nel bicchiere il Girlan si presenta con un colore giallo paglierino brillante. Al naso emergono profumi di frutta bianca matura, con richiami a pesca e albicocca, seguiti da una piacevole nota floreale. Il sorso è fresco, minerale, morbido ed elegante, sostenuto da una buona acidità che dona equilibrio e una leggera componente aromatica.

La sua freschezza accompagna bene la componente grassa della ricotta presente nell’entrée dello chef, mentre l’acidità ripulisce il palato dopo la frittura del pacchero. Un vino che riesce ad accompagnare il percorso senza mai imporsi sui piatti, mantenendo sempre armonia ed equilibrio.

Arriva quindi Pane e Fagioli. I fagioli vengono proposti in diverse consistenze e incontrano la dolcezza della cipolla caramellata e la sapidità della terra di olive. Il pane raffermo e abbrustolito richiama immediatamente la cucina contadina e regala un crunch saporito. È uno di quei piatti che raccontano bene la filosofia dello chef: partire dalla memoria per costruire qualcosa di attuale.

Il Girlan accompagna il piatto con grande naturalezza. La sua freschezza alleggerisce la cremosità dei fagioli, mentre la componente minerale e la buona acidità bilanciano la dolcezza della cipolla caramellata, lasciando il palato pulito e pronto al boccone successivo.

A seguire il cervello fritto di mucca con insalatina di asparagi in aceto di bosco, stracciata di bufala e bottarga di muggine. La frittura è asciutta e leggera, il cervello resta morbido all’interno, mentre la bottarga aggiunge una piacevole spinta sapida. Un boccone che va gustato lentamente e un piatto che fa scoprire una parte della mucca che non avevo mai mangiato ma che in bocca invece regala un grande sapore.

Qui il Girlan mostra tutta la sua versatilità. La freschezza del vino accompagna la componente grassa del cervello fritto, mentre le note minerali e la buona acidità dialogano con la bottarga e con la parte vegetale degli asparagi. Un abbinamento che riesce a mantenere equilibrio tra elementi molto diversi tra loro.

Le fettuccine al ragù di agnello con caviale di melanzana, mousse di ricotta e arachidi tostate rappresentano uno dei piatti più completi del percorso. E’ un piatto della tradizione dei Monti Lepini dove l’agnello regna anche in una sagra solo per lui. Il ragù è intenso ma elegante, la melanzana aggiunge una nota leggermente affumicata e la mousse di ricotta dona morbidezza. Le arachidi chiudono il boccone con una piacevole croccantezza.

Anche in questo caso il Girlan accompagna il piatto senza sovrastarlo. L’acidità sostiene la componente grassa del ragù e della ricotta, mentre la sua eleganza mantiene leggibile ogni elemento del piatto. La freschezza finale aiuta a riequilibrare il palato e invita immediatamente al boccone successivo.
Chiude il percorso salato il merluzzo di Goffa di Ponza impanato con cipolline caramellate e maionese alla paprika dolce. La carne è compatta e delicata, mentre la dolcezza delle cipolline trova equilibrio nella leggera speziatura della salsa. Gli ultimi sorsi del Girlan accompagnano il piatto senza sovrastarlo.

Ad accompagnare il caffè arrivano infine i biscottini di Antiqua Cora, una chiusura semplice e piacevole.

Osteria Pontina continua a raccontare il territorio con una voce personale. Cambia la casa, ma non cambia la filosofia: valorizzare l’Agro Pontino attraverso una cucina che guarda avanti senza dimenticare da dove è partita.

Quando la cena termina, però, il ricordo non è soltanto quello dei piatti. Sono le luci soffuse che illuminano il pergolato, il profumo della terra e degli orti che circondano la struttura, il profilo dei Monti Lepini che accompagna lo sguardo e quel cielo che, lontano dal rumore della città, lascia spazio alla luna e alle stelle.

Seduti a tavola sembra quasi di trovarsi dentro una cartolina. La natura diventa parte dell’esperienza tanto quanto la cucina, trasformando una cena in un momento da vivere con lentezza. Trovo anche il tempo di alzare lo sguardo dal tavolo e fotografare la luna e le prime stelle che si accendono sopra i Monti Lepini, mentre il tramonto colora il paesaggio di sfumature pastello.

Osteria Pontina racconta l’Agro Pontino con coerenza, studio e una cucina che guarda avanti senza dimenticare le proprie radici. In un progetto che pone il territorio al centro del racconto, vorremmo vedere ancora più vini del territorio. Di più rispetto agli ottimi già presenti in carta. Sono certo che Alessandra e Simone continueranno a ricercare ogni tipo di prodotto che possa rappresentare al meglio il territorio e consentire di ritrovare quest’ultimo fino all’ultimo sorso. Il loro impegno è davvero incredibile e non possiamo che augurarci che continuino su questa via.

Roberto Silvio De Pascale

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