10 Set 2025
Il buon vivere

Ristorante da Vincenzo. La storia a tavola ancora oggi

 

San Vito è una frazione che non conoscevo, a pochi minuti da San Felice al Circeo. Un piccolo angolo tra terra e mare che custodisce storie di famiglia, profumi sinceri e una cucina che sa ancora sorprendere. È qui che ho vissuto un pranzo degustazione da Vincenzo, ristorante aperto nel 1967 e oggi portato avanti con passione da Antonio in cucina, Francesca in sala e la figlia Giulia, che affianca con eleganza i genitori.

Appena arrivato, vengo accolto con calore da Francesca, che mi mostra alcune foto d’epoca: là dove oggi si trova una luminosa sala per banchetti, un tempo c’era una pista da ballo all’aperto. Scorci di memoria che profumano di estate, feste e famiglia. Ci accomodiamo a tavola e Francesca stappa per l’occasione un Gemin Rosé Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese. Uno spumante 100% Pinot Nero, dalla struttura importante, grazie all’acidità naturale del vitigno. La breve macerazione sulle bucce, prima della pressatura soffice, dona un colore vivo e una freschezza perfetta per aprire le danze.

Ristorante da Vincenzo. La storia a tavola ancora oggi

Il Gemin Rosé Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese lo guardo nel bicchiere prima di portarlo alla bocca e si presenta con un colore rosa tenue brillante, attraversato da riflessi ramati eleganti e da un perlage fine e persistente. Alla vista è luminoso, delicato, ma deciso, come il vitigno da cui proviene: un Pinot Nero in purezza vinificato con cura e sensibilità.

All’olfatto colpisce per la sua freschezza floreale e fruttata: si aprono note di rosa canina, fragoline di bosco, melograno e una lieve traccia di crosta di pane, data dalla rifermentazione. È un profilo aromatico nitido, raffinato, con una punta agrumata che invoglia l’assaggio.

Al palato, la struttura è piena ma agile, con una vivace acidità che dona slancio e verticalità. Il sorso è secco, ben equilibrato, con una spuma cremosa e una chiusura sapida che ricorda la mineralità del territorio dell’Oltrepò. Un rosé gastronomico, che accompagna con classe piatti di pesce, crudi, carni bianche e antipasti di mare.

E così prima di iniziare le danze alziamo i calici al cielo e facciamo un bel brindisi alla nostra prima volta insieme.

Leggendo il menù mi incuriosisco dell’antipasto misto, e così chiedo ad Antonio in cosa consiste e lui sorridendo svela “varia in base al pescato del giorno ci sono piatti cotti e crudi, una vera e propria sinfonia di assaggi”.

 

Sorridendo dopo aver raccolto spunti utili sul loro menù inizio a veder sul tavolo una sinfonia di piatti che come per magia riempiono il tavolo non lasciando nessuno spazio libero.

Si comincia con un’insalata di mare fresca, condita semplicemente con limone, olio e sale, e arricchita da sedano, carote, olive, polpo, seppia e calamari.

L’insalata di mare servita è un esempio perfetto di semplicità ben calibrata, in cui ogni ingrediente è riconoscibile, armonico e valorizzato senza eccessi. Al palato, l’impressione iniziale è di freschezza pulita e naturale, grazie a un condimento ridotto all’essenziale: olio extravergine d’oliva, limone fresco e un tocco di sale. Nessun aceto, niente aromi coprenti. Solo equilibrio.

Ristorante da Vincenzo. La storia a tavola ancora oggi

La dolcezza del polpo e la morbidezza della seppia si intrecciano con la consistenza soda dei calamari, mentre sedano e carota, tagliati sottili, aggiungono una croccantezza vegetale che dà ritmo al boccone. Le olive, probabilmente nere e polpose, offrono un contrasto sapido che accende il piatto senza sovrastarlo.

Il risultato è un’insalata viva, che rispetta la delicatezza del pesce e la arricchisce con tocchi precisi: è sapida ma non salata, agrumata ma non aspra, gustosa ma mai invadente. Una vera ouverture di mare, pensata per preparare il palato al viaggio che verrà.

Poi un crostino con pesto al limone e prosciutto di ricciola, intenso e bilanciato.

Il crostino è un piccolo concentrato di intensità e precisione, che gioca su contrasti aromatici ben dosati.

La base croccante del pane tostato offre subito struttura e calore, creando un bel gioco di texture con la morbidezza del prosciutto di ricciola, tagliato sottile, dal sapore delicatamente affumicato e con una nota marina pulita e persistente. Il protagonista però è il pesto al limone: profumatissimo, agrumato, dalla freschezza spiccata che ravviva il palato e alleggerisce la parte grassa del pesce.

In bocca, l’effetto è quello di un’armonia salina e agrumata, con un finale in cui emerge la parte erbacea del pesto (forse con basilico o prezzemolo) e una persistenza sapida e vivace, che invita subito al morso successivo. Un antipasto moderno, essenziale, che dimostra come con pochi ingredienti e tanta cura si possano ottenere equilibri raffinati.

Un piatto bianco lascia intravedere delle alici e salmone marinati con aceto e vino si adagiano su peperoni e melanzane arrostite, con una granella di pistacchio che dà croccantezza e un tocco in più.

Questo piatto è un vero intreccio di marinatura, ortaggi arrostiti e contrasti ben pensati. Una sorpresa alla vista ma soprattutto al palato. Le alici e il salmone, marinati con aceto e vino, hanno una consistenza morbida ma tesa, quasi vibrante, e un sapore pieno, in cui la parte acida della marinatura è ben calibrata e mai invasiva. Il salmone regala un grasso elegante, l’alice invece offre un carattere più deciso e sapido.

La base di peperoni e melanzane arrostite aggiunge un gusto vegetale profondo, con la dolcezza affumicata dei peperoni e la morbidezza vellutata delle melanzane, quasi caramellate. Su tutto, la granella di pistacchio agisce da contrasto, dando croccantezza, colore e una sfumatura dolce-salata che rende il boccone completo e tridimensionale.

Insieme, questi elementi compongono un antipasto che sa essere ricco ma leggero, con un equilibrio tra acidità, sapidità e dolcezza vegetale che conquista per precisione e originalità. Un piatto che richiama il Mediterraneo in ogni suo dettaglio.

Segue una tartare di tonno con finocchio, arancia e pistacchio, delicata e armonica.

Ristorante da Vincenzo. La storia a tavola ancora oggi

La tartare è un piatto che gioca sulla leggerezza e sull’equilibrio tra dolcezza, freschezza e grassezza naturale del pesce.

Il tonno, tagliato a coltello, si presenta morbido, setoso, fresco, con un sapore pulito e marino che viene esaltato ma non coperto dagli altri ingredienti. Il finocchio crudo, affettato finemente, aggiunge una nota croccante e aromatica, con quella sfumatura leggermente balsamica che rinfresca il palato.

L’arancia entra in scena con il suo succo e la sua polpa viva, portando una dolce acidità agrumata che accende il piatto e crea un bel contrasto con la grassezza del tonno. Il pistacchio, in granella, chiude il boccone con una nota dolce e tostata, donando profondità e texture.

Nel complesso, è un piatto raffinato e armonico, dove ogni elemento ha un ruolo preciso: la dolcezza dell’arancia, la freschezza del finocchio, la ricchezza del tonno e la croccantezza del pistacchio si fondono in un morso elegante, che parla di mare, agrumi e territorio.

Il baccalà mantecato è servito su crostini di polenta fritta con pistilli di peperoncino: cremoso, fragrante, avvolgente.

l baccalà mantecato è un incontro riuscitissimo tra nord e sud, tra tradizione veneta e sapori familiari che, per chi come me che viene da Foggia, evocano subito gli scagliozzi, quelle deliziose fette di polenta fritta croccante che profumano di casa.

Il baccalà, mantecato alla perfezione, è soffice, cremoso, delicato ma sapido, con quel sapore profondo che solo la lunga lavorazione sa donare. Si fonde letteralmente con la polenta fritta, che regala una croccantezza rustica e dorata, un supporto solido ma affettuoso, che avvolge il palato in una carezza fragrante.

I pistilli di peperoncino aggiungono un tocco aromatico e leggermente piccante, che accende il piatto senza sovrastare. La sorpresa sta proprio lì: nella semplicità che si fa emozione, nel sapore che racconta più di una terra. Un boccone che sa di ricordo e di scoperta, di comfort e carattere.

Il saute di cozze è quello classico: olio, aglio, prezzemolo e un pizzico di pepe, senza orpelli ma pieno di gusto.

Questo piatto è una celebrazione della semplicità più autentica, quella che non ha bisogno di effetti speciali per conquistare. In questo piatto ogni ingrediente ha un ruolo preciso: l’olio extravergine caldo accoglie l’aglio appena dorato, il prezzemolo fresco dona un tocco erbaceo, e il pepe nero chiude con una nota vivace e leggermente pungente.

Le cozze, carnose e succose, rilasciano il loro liquido naturale in cottura, che si unisce agli aromi creando un sughetto profumato e sapido, irresistibile. Il risultato è un piatto intenso ma bilanciato, dove il sapore del mare viene rispettato e amplificato dagli ingredienti senza essere mai coperto.

È uno di quei piatti che fanno venire voglia di prendere il pane e tuffarlo nel fondo del piatto, raccogliendo ogni goccia di quel condimento generoso, caldo e profondo. Un gesto antico e istintivo, che dice tutto: qui si mangia per davvero.

I gamberoni avvolti nella pancetta affumicata, adagiati su una purea di mele golden con glassa di aceto bianco e peperoncino, colpiscono per la dolcezza che incontra il fumo e il piccante.

Un piatto creativo, audace ma coerente, che ti lascia a bocca aperta per l’equilibrio tra dolcezza, sapidità e piccantezza, e che ti fa venir voglia di finirlo lentamente, per non farlo finire mai.

È uno di quei piatti che restano impressi per la loro capacità di sorprendere e conquistare in un solo boccone.

Appena il coltello affonda, la pancetta affumicata sprigiona tutto il suo profumo intenso: è croccante ai bordi, morbida all’interno, e avvolge il gamberone con una nota affumicata, grassa e saporita che esalta la dolcezza naturale del crostaceo. Il gambero, polposo e appena scottato, mantiene una consistenza succosa, e il suo sapore marino trova nella pancetta un partner perfetto: terra e mare si incontrano in un equilibrio sorprendente.

E poi arriva lei, la purea di mela golden. Setosa, calda, dolce al punto giusto, con quella nota fruttata che non ti aspetti ma che conquista immediatamente. È la vera rivelazione del piatto, una base che accoglie e lega tutti gli elementi con delicatezza. La glassa di aceto bianco e peperoncino aggiunge l’ultimo tocco: acidità sottile, un pizzico di fuoco, e tanta armonia.

E per concludere questo tripudio di mare per un antipasto che non può non lasciarti senza parole arrivano i moscardini e triglie fritte, asciutte e croccanti, e una sorprendente parmigiana di pesce spada, con melanzane, provola, pomodoro fresco, basilico e pesce spada: un piatto di grande equilibrio, che profuma di casa.

Il piatto arriva con profumi irresistibili e colori dorati: moscardini e triglie fritte, asciutti, croccanti, leggeri come pochi sanno fare. La frittura è impeccabile, dorata, sottile, non unta, con quella crosticina fragrante che si sbriciola sotto i denti lasciando spazio alla morbidezza del pesce. I moscardini hanno una consistenza tenera e saporita, mentre le triglie sprigionano tutto il loro gusto delicatamente iodato, esaltato dalla panatura asciutta e fragrante.

Accanto a questa golosa frittura, una parmigiana di pesce spada che stupisce: melanzane fritte, provola filante, pomodoro fresco, basilico e tranci di pesce spada si fondono in una stratificazione armonica e piena, che richiama la tradizione ma la reinterpreta con leggerezza. Il sapore del pesce è presente ma ben integrato, la dolcezza del pomodoro bilancia la sapidità del mare, e la melanzana regala consistenza e profondità.

Un piatto che racconta la cucina mediterranea più sincera, tra frittura fatta a regola d’arte e un comfort food che profuma di casa e di domenica.

In attesa del primo piatto, Francesca porta in tavola il Pandataria di Candidaterra, vino di Luigi Sportiello che prende il nome dall’isola di Ventotene.

Il Pandataria di Candidaterra, è un vino che racconta l’essenza di Ventotene, l’isola da cui prende il nome, attraverso profumi e sapori autentici. Prendo il calice in mano e lo porto verso la luce per ammirarne i colori, alla vista si presenta con un giallo paglierino carico, luminoso e profondo, segno di maturità e struttura. Al naso è un viaggio nella macchia mediterranea: emergono note di timo, origano, rosmarino, fuse con sentori agrumati di scorza di limone e pompelmo, e un tocco finale aromatico e balsamico, quasi salmastro, che ricorda l’aria dell’isola e le sue erbe selvatiche.

In bocca è secco, pieno, avvolgente, con una struttura rotonda ma dinamica, grazie a una freschezza ben integrata e a una mineralità fine che accompagna il sorso fino alla chiusura. Il finale è lungo, elegante, con ritorni salini e agrumati che lo rendono perfetto per accompagnare la cucina di mare, come quella di Antonio.

Un bianco dal carattere deciso ma mai eccessivo, capace di esaltare il piatto senza sovrastarlo. Un vino che sa di sole, vento e pietra vulcanica.

Il primo non è in carta. Antonio ha voluto farmi provare un esperimento, sorridendo mi dice: “Mangerai qualcosa di nuovo che nessuno ha provato prima di te”. Arriva in tavola uno spaghettone spezzato di Gragnano, cotto insieme a calamari, cozze, vongole, gamberi, patate, olio, basilico, scorzone estivo e pepe. Una sola cottura, nessuna separazione, tutto insieme, come si fa nei piatti nati dal cuore più che dalla tecnica.

Ristorante da Vincenzo. La storia a tavola ancora oggi

Il risultato è un piatto profondo, ricco, umido, in cui il mare si fa crema e profumo. La pasta trattiene l’amido delle patate e i sapori dei frutti di mare, diventando avvolgente, saporita, calda. Il pepe e lo scorzone aggiungono una nota terrosa e balsamica, il basilico porta un’aria d’estate, ma il piatto, nella sua densità e calore, sa di stagione fredda. Lo assaggi e pensi a un caminetto acceso, a un pranzo lento d’inverno, anche se fuori è maggio. Ed è forse proprio questo il suo fascino: un piatto che racconta cura, invenzione e istinto, come una poesia scritta senza pensarci troppo, ma con le mani sporche di cose buone.

 

Forse un po’ caldo per il mese di maggio, ma perfetto da proporre in autunno e inverno.

Si chiude in dolcezza con un sorbetto all’ananas, semplice ma impeccabile, dalla consistenza leggera e cremosa, con un’acidità viva che pulisce il palato e lo prepara alla chiusura finale.

Arriva poi una millefoglie scomposta, giocata su contrasti e leggerezza: ananas fresco e melone dolce, crema pasticcera vellutata e una riduzione profumata di limone, vino e zucchero, che lega tutto con una nota agrumata elegante. Il risultato è un dessert estivo, luminoso, rinfrescante, che non appesantisce ma completa il percorso con armonia e leggerezza. Una chiusura perfetta, che lascia in bocca il sapore del sole e negli occhi il piacere di essere stati davvero bene.

A suggellare il pranzo, un sorso di Mandragola Liqueur, amaro piemontese, dal gusto balsamico e profondo. Questo liquore rappresenta una chiusura autorevole e meditativa per un pranzo di questo tipo. Nato nel 1873 in Piemonte, è un amaro storico dal profilo botanico articolato, che unisce radici, erbe officinali e spezie in un infuso ricco e persistente.

Alla vista si presenta con un colore bruno intenso, quasi nero, con riflessi ramati. Al naso offre un bouquet profondo e avvolgente, dove emergono note di china, genziana, liquirizia e menta balsamica, con un sottofondo legnoso e leggermente tostato.

Al palato è vellutato ma deciso, con un ingresso morbido e dolce-amaro che evolve in una lunga persistenza amaricante, mai aggressiva. Il finale è asciutto, erbaceo e rinfrescante, perfetto per aiutare la digestione e chiudere con eleganza un percorso ricco di sapori.

Un liquore da sorseggiare lentamente, in purezza, per contemplare – con lo stesso spirito con cui si rientra a casa dopo un pranzo in famiglia che ha toccato corde profonde.

Ci sono luoghi in cui il tempo sembra smettere di correre, e la cucina diventa un gesto d’affetto, un abbraccio che sa di casa. Da Vincenzo, a San Vito, non si è solo clienti: si è ospiti, si è amici, si è parte di qualcosa di vero.

Grazie ad Antonio, che cucina con l’anima e racconta il territorio in ogni piatto. Grazie a Francesca, per quella gentilezza che ti fa sentire il benvenuto ancora prima di sederti. E grazie a Giulia, presenza luminosa e discreta, che completa questa famiglia con grazia e calore.

In un giorno di primavera, mi hanno regalato un pranzo tra amici di vecchia data, anche se ci siamo conosciuti solo allora. E mentre uscivo dal ristorante, avevo la sensazione di aver lasciato non un tavolo, ma un salotto di famiglia. Perché in fondo, il buon cibo nutre lo stomaco. Ma è l’accoglienza a scaldare il cuore.

Roberto Silvio De Pascale

Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina

Il buon vivere