Trama di Cori: storie di famiglia, vino e bellezza autentica
La mattina è limpida, l’aria profuma di pietra antica e di dolce. A Cori, piccolo gioiello arroccato tra le colline, borgo di pietra e storia che profuma di vigneti e tramonti inizia il mio incontro con Federica e Alessandro, due volti sorridenti dietro al loro progetto agricolo e vitinicolo. Trama.
Ci sediamo su delle panche alla pasticceria Maciste, una pasticceria storica del paese, mentre la signora Tiziana arriva con un caffè e una brioche calda, burrosa, e con un’ottima crema. È il primo gesto gentile di una giornata che sa già di bellezza. E’ il primo morso di un’esperienza che si rivelerà molto più di una degustazione.

Federica mi racconta con entusiasmo della loro azienda agricola, Palombelli Alessandro, e del progetto Trama, nato sette anni fa e battezzato con l’anagramma affettuoso del nome della loro figlia, Marta. In quel nome si intrecciano affetti, visioni, legami. È la loro trama familiare e agricola, che unisce vino, olio, pasta e sogni. Ormai sono passati sette anni e loro continuano con amore a dedicarsi ad una produzione agricola naturale, rispettosa del territorio e delle persone.
Saliamo in macchina e ci arrampichiamo a Cori alta, verso il cuore più antico del paese. Lì, in un angolo nascosto del paese, che sembra sospeso tra pietra e cielo, hanno trasformato un vecchia osteria in una cantina dallo spirito contemporaneo. Una tettoia di piante rampicanti accompagna il visitatore fino alla ringhiera panoramica: davanti a noi, un paesaggio che toglie il fiato, fatto di colline e silenzi, dove i tramonti si raccontano da soli. Mi raccontano che da qui i tramonti sono pura poesia. Lo credo subito senza dubitarne ammaliato da quella bellezza.

Entriamo nella sala degustazione, accogliente e viva, con pareti di pietra a vista del 1911 che profumano di storia e pazienza. Luce soffusa e silenzio. Seduti a un grande tavolo in legno, iniziano il racconto dei prodotti: non solo vino, ma anche olio e pasta.
Mi mostrano una bottiglia del loro olio extravergine “Unto”, 100% da cultivar Itrana. Estratto da oliva itrana che è una varietà autoctona del territorio di Cori e delle Colline Pontine, si caratterizza per l’alto contenuto di polifenoli e per un’acidità oleica inferiore alla media. Dal colore verde intenso ha sentori di pomodoro, basilico ed erba tagliata. Il nome è un piccolo gioco ironico, scherza Alessandro – “perché, quando lo prendi, inevitabilmente ti ungi” – ma dentro la bottiglia c’è un olio sincero, lavorato senza pesticidi, dal gusto deciso, erbaceo, aromatico, perfetto su una fetta di pane caldo.

Poi arriva la pasta Senatore Cappelli, selezionato agli inizi del Novecento è oggi riscoperto come cereale d’eccellenza per le sue caratteristiche, ricco di sostanze nutritive per la presenza di radici molto profonde che attingono dagli strati più profondi del terreno. La pasta è trafilata in bronzo ed essiccata lentamente a bassa temperatura: profuma di grano vero, ha un sapore persistente e un carattere che racconta la terra da cui nasce. Rimacinata a pietra è priva di conservanti e senza chimica con un basso contenuto di glutine. Ogni prodotto è frutto di un’agricoltura naturale, in equilibrio con l’ambiente, dove nulla viene forzato e tutto segue il ritmo della stagione. Federica mi mostra i formati che producono, mezze maniche, fusillone, fettuccine, penne e mezzi paccheri. A toccarla, senti la ruvidità buona del grano. È cibo che racconta, che nutre sul serio.
Poi, il vino. Ed è qui che la voce si abbassa, il ritmo rallenta, e si apre lo spazio della meraviglia.

Federica mi porge Capofitto, un bianco che non è solo un vino: è un manifesto.
Prodotto da uve Greco bianco, vinificato con una lunga macerazione sulle bucce, nasce per guardare al passato con occhi nuovi. Le uve bianche macerano a lungo sulle bucce per estrarre tannini e materia. Solo lieviti indigeni. E’ un vino pensato e ispirato ai vecchi metodi di vinificazione utilizzati storicamente nel loro territorio attraverso l’esclusivo utilizzo di vitigni autoctoni e metodi di vinificazione tradizionali. Le uve sono greco bianco 100% che scopro per la prima volta e ne apprezzo il sapore. Federica mi racconta che la fermentazione è spontanea, sulle bucce per il 50% del mosto, poi la prima sfecciatura, vengono tolte le bucce e affinamento per sei mesi sulle fecce fini in tini di acciaio, poi seconda sfeccituatura e infine due mesi in bottiglia. Un vino che parla di sfide, intuizioni e futuro.

Federica lo versa nel calice e inizio a studiarlo e gustarlo.
Alla vista è un oro profondo, caldo, quasi ambrato. La luce danza nel bicchiere, lasciando leggere velature che raccontano l’assenza di filtrazioni.Al naso, è una sinfonia: albicocca matura, miele di castagno, scorza d’arancia, e poi tè nero, resina, note lievemente balsamiche. Un vino che non si concede subito, ma si apre lentamente, come le pagine di un libro antico.
Al palato, l’ingresso è deciso, pieno. La macerazione gli ha donato tannino e spina dorsale. La freschezza bilancia la sua struttura corposa, mentre sul finale emerge una carezza amarognola di mandorla e pepe bianco. Un vino per chi ama ascoltare.

Subito dopo, Alessandro apre la seconda bottiglia. Si chiama Piedefermo, ed è un rosso, prodotto da uve Cesanese 100%.
È un vino che parla in dialetto, che affonda le radici nel passato per camminare verso il futuro. È un inno alla memoria contadina. Nasce da una scelta complessa, ma convinta. Senza chimica né in vigna né in cantina è ottenuto recuperando metodi di vinificazione della tradizione del territorio per una produzione attenta alla sostenibilità. La fermentazione avviene sul 100% delle bucce, con la tecnica antica del “pied de cuve”, ovvero il “piede di fermentazione”. Spontaneo, profondo, schietto: un vino che sa di radici e rivoluzione lenta.
Nel calice, il colore è un rubino profondo, con riflessi violacei e densi archetti che scendono lenti.
Al naso, è un abbraccio di terra e frutta: ciliegia scura, more, prugna, poi una nota ferrosa, cuoio, un accenno di spezia dolce. C’è dentro il bosco, il muschio, e un’eco di pane appena sfornato.
In bocca, il sorso è ampio, pieno, con una bella acidità che lo rende verticale. I tannini sono presenti ma levigati, e ogni assaggio si allunga in un finale che sa di liquirizia e radici. È un rosso che ti racconta la vigna con sincerità.
L’ora di pranzo si avvicina e Federica, con il suo modo delicato e sorridente, appare con un piatto di pasta fumante. Il profumo si intreccia a quello del vino, la luce filtra morbida dalla porta, e la tavola si fa rifugio. Si parla, si ride, si assaggia. E il tempo, come spesso accade nei luoghi autentici, si ferma. O forse semplicemente si dilata, per lasciare spazio alla bellezza.

Dopo pranzo, è tempo di salutarsi. Ma prima di andare, stringo tra le braccia Federica, che mi ha accolta con quella carineria sincera che non si può fingere. La ringrazio per ogni gesto gentile, per ogni parola misurata, per la grazia con cui ha reso speciale ogni momento.
Con Alessandro, poi, ci incamminiamo verso il Tempio di Ercole, poco distante. Camminiamo in silenzio, accompagnati solo dai suoni lievi del paese. Di fronte a quelle colonne che sfidano il tempo, ci stringiamo la mano. È un gesto semplice, ma pieno di rispetto. Lo ringrazio per avermi fatto entrare nel cuore della sua terra, con la sua voce pacata e la sua passione ferma.

Trama non è solo un progetto agricolo. È una storia tessuta con pazienza e amore. Un racconto fatto di mani sporche di terra, grappoli maturi, tavole condivise e sguardi che si cercano nella semplicità.
A Cori, l’agricoltura non è solo lavoro: è un atto d’amore che si rinnova ogni giorno.
E basta un sorso – uno solo – per sentirlo, dritto al cuore.
Roberto Silvio De Pascale
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