Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più
07 Apr 2025
Il buon vivere

Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più

A Monterotondo c’è un posto che non promette miracoli, ma li cucina. Qui affascinato dalla targa in pietra con il nome di Trattoria della fortuna entro e trovo ad accogliermi sorridente Francesca, titolare e chef di questo posto che promette bene.

Se il nome non vi dice abbastanza, sappiate che qui la fortuna è quella di trovare ancora posto dopo le prime tre portate. Perché Francesca mi avverte, mangerò tanto e sicuramente bene. Non ci sarà cintura dei pantaloni che resisterà.

Io da critico gastronomico e da essere umano con stomaco elastico mi sottoporrò con grande felicità alla degustazione che Francesca mi regalerà convinto che oggi la fortuna mi abbia baciato.

Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più

Iniziamo con il resoconto di un pranzo che sicuramente avrebbe messo alla prova anche il più allenato dei buongustai.

Mi siedo e arriva l’entrée quello che non manca mai in un ristorante che si rispetti. Un’oliva impanata con ricotta e ‘nduja. In pratica, la classica oliva all’ascolana è stata rapita, rivoluzionata e riportata in tavola in versione gourmet con dolcezza della ricotta che flirta con la piccantezza assassina della ‘nduja. Un boccone strepitoso, che dura qualche secondo, che crea dipendenza e ne vorresti subito dopo un’altra. Ma è un’entrée e quindi ahimè dovrò solo conservarne il piacevole ricordo.

Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più

Ora il gioco inizia a farsi serio e Francesca inizia a svelarmi la sua creatività ai fornelli.

Arrivano delle bellissime ciambelle fritte con coda alla vaccinara, cacao e pecorino.

Si avete capito bene, io stesso quando ho visto il cacao ho chiesto a Francesca se ci fosse stato un errore in cucina. Dolce e salato, morbido e croccante, grasso e ancora più grasso.  Un mix che sulla carta sembra una follia e invece funziona e alla grande, come il ritornello di una hit estiva cantata a squarciagola in macchina con braccio fuori dal finestrino. Ti entra in testa, nel cuore, e non lo levi più.

Francesca sicuramente ha giocato sporco e lo ha fatto con un piatto che sta a metà tra la tradizione romanesca e il colpo di genio da osteria senza paura. Al primo morso, primo shock: la ciambella è perfettamente croccante fuori e soffice dentro, il fritto non sovrasta, anzi, fa da tappeto neutro per quello che arriva dopo. Poi ecco la regina del piatto, la coda alla vaccinara: untuosa, ricca, con quella dolcezza di fondo che si lega al cacao in un abbraccio perfettamente studiato.  Il pecorino, quasi intimidito, entra in punta di piedi, dà contrasto, equilibrio e chiude il boccone con una spinta di sapidità che non fa rimpiangere nulla.

Un piatto che sicuramente funziona perché non ha paura di osare, perché prende elementi che sulla carta potrebbero esplodere nel caos e li mette in fila e in equilibrio come un funambolo esperto su un filo sottilissimo di golosità. C’è tutto: dolce, salato, sapido, croccante e morbido. Sicuramente un colpo di scena per iniziare questa degustazione che ha lasciato il segno.

Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più

Brava Francesca, mi alzo vado in cucina applaudo per questa sorprendente e gustosa meraviglia.

Arriva il primo, quello che non ti aspetti, non a Monterotondo. Un piatto che forse suona classico ma non lo è affatto: fusillotti di Gragnano con genovese di coniglio.  Il risultato? Beh, sicuramente qualcosa di bello da vedere ma sicuramente ancor più bello dopo aver mangiato il primo boccone.

Francesca ha preso la genovese regina dei sughi lenti e delle cotture pazienti e l ha stravolta con un tocco di eleganza rustica: niente manzo, qui il protagonista è il coniglio.

Trattoria della fortuna. Un pranzo che porta tanta fortuna e qualche chilo di più

Un sugo denso, avvolgente, che avresti voglia di bere direttamente dal piatto.

Il profumo del piatto racconta già la sua storia: cipolle stufate fino a diventare crema, carne tenerissima che si sfalda alla forchetta, fusillotti di Gragnano che fanno il loro dovere assorbendo tutto questo ben di dio.

Il primo boccone è sempre quello che conta, quello che ti invita a continuare. La dolcezza della cipolla avvolge il palato come un abbraccio materno, mentre il coniglio, delicato ma presente, aggiunge profondità e una leggerezza sorprendente rispetto alla versione tradizionale. Il formato di pasta sicuramente è quello giusto: ruvido, poroso perfetto per non perdersi nemmeno una goccia di questo sugo strepitoso. Un piatto che gioca con la tradizione senza rinnegarla, che porta in tavola la pazienza di una cottura lunga e la sorpresa di un ingrediente meno scontato.

Un piatto che mi ha lasciato senza parole, che mi ha portato ad urlare: brava Francesca, lasciando tutti senza parole. Ma non potevo non farlo.

 

Poi arrivano i marubini cremonesi in brodo di gallina, un piatto nordico che invece si presenta bene anche qui a Monterotondo. Ripieni di brasato di vitello, maiale, salame, mortadella, parmigiano, noce moscata e pepe. Il parmigiano ovviamente non serve per questo piatto, si mangia così nudo e crudo.  Un raviolo che ha visto cose, vissuto esperienze, probabilmente combattuto in guerra e vinto. Il brodo è puro abbraccio, il ripieno un bignami di comfort food e sapore indelebile.

Sicuramente un piatto che non va mangiato ma vissuto. Un piatto che diventa una macchina del tempo e mi riporta ai pranzi domenicali di un’Italia che sa ancora cucinare con il cuore.

Inizio con il primo cucchiaio e inizia la poesia: un brodo limpido, dorato, profumato, come una carezza d’inverno. La gallina ha fatto il suo dovere regalando profondità e calore senza eccessi di grassezza

Il marubino è il protagonista del piatto con una sfoglia sottile, con un ripieno saporito, sfavillante, un concentrato di gusto e tradizione.

Quando Francesca mi elenca: brasato di vitello e maiale, la interrompo e le dico ma davvero c’è tutto questo?

Un piatto che non ha bisogno di mode o reinterpretazioni, perché nella sua forma originale: è già perfetto.

Un piatto che ti lascia esser cullato dal brodo e ti riporta al passato come una dolce carezza.

A questo punto capisco che l’idea di un pranzo leggero e veloce è stata accoltellata alla seconda portata.

Arriva il secondo se vogliamo chiamarlo così. Lingua di vitello sottilissima, cotta a bassa temperatura, con salsa tonnata, maionese aioli e salsa verde. Salse che dire ottime non ripaga il complimento. La carne è tenerissima, il mix di condimenti è da urlo e a questo punto ho già superato la soglia della sazietà.

La lingua di vitello è uno di quei piatti che o lo ami o non l’hai mai assaggiato fatto come si deve. Sicuramente quello preparato da Francesca è un piccolo capolavoro. Si presenta davvero sottilissima, quasi vellutata. Niente stopposità, niente timore di un boccone troppo impegnativo: la carne è morbidissima, delicata che quando arriva al palato si scioglie senza nemmeno deciderlo.

Sicuramente il colpo da maestro Francesca lo ha dato con le salse, la salsa tonnata cremosa e sapida al punto giusto, la salsa aioli aggiunge un tocco pungente e profumato e la salsa verde, fresca e acidula, perfetta per bilanciare il tutto.

Un piatto che gioca con i contrasti e vince su tutta la linea. Sicuramente Francesca ha dimostrato che la tradizione, se tratta con tecnica e rispetto, può essere pura eleganza.

Dovrei mollare, forse ma io resisto, sono qui per degustare e vado avanti.

Si continua con un bombon di cioccolato e liquore di strega, piccolo, ingannevole, carico di personalità. Poi arriva la zuppa inglese, quella tradizionale, fatta come una volta, che chiude il pasto come un buon film: dolce, leggermente alcolica e perfettamente equilibrata.

Un caffè per rimanere cosciente e l’idea di un pisolino direttamente al tavolo diventa estremamente allettante, ma Francesca per tenermi sveglio si siede con me e iniziamo a chiacchierare piacevolmente.

La trattoria della Fortuna è un posto per chi ama la tradizione, le porzioni generose e il buon gusto senza troppi fronzoli. Qui si mangia con soddisfazione, senza paura, senza l’ansia da cucina minimal e con la consapevolezza che uscire con la fame è impossibile. Sicuramente da andarci con amici che mangiano sul serio. Qui non c’è spazio per chi assaggia e basta.

Roberto Silvio De Pascale

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