40 Are. La geometria del Primitivo di Manduria
Quaranta are, quattromila metri quadrati di terra ereditata da tre generazioni: è la misura esatta su cui Giuseppe Piccinni e Michele Renna costruiscono il loro Primitivo di Manduria. Ad alberello pugliese, tra vendemmia a mano e rese ridotte, nasce una piccola azienda salentina che nel 2020 ha conquistato l’Oro all’AWC Vienna con la sua etichetta di punta
Manduria è una città antica, nel cuore del Salento tarantino, dove la terra argillosa rossa, illuminata da un sole che spacca le pietre porta con se la brezza marina del mar Ionio. È un borgo ricco di storia, custode di un prezioso parco archeologico messapico e di un centro storico barocco attraversato da vicoli in pietra chiara.
Il legame di Manduria con la viticoltura è tradizione, identità viscerale. E’ la patria indiscussa del Primitivo di Manduria DOC, un vino rosso potente, avvolgente e complesso, nato da alberelli secolari sapientemente coltivati. Qui la vite affonda le radici in un suolo calcareo che dona struttura e inconfondibili.
È in questo paesaggio che affonda le radici l’Azienda Agricola 40 Are, fondata nel 2015 e oggi nelle mani di Giuseppe Piccinni e di sua moglie Annalucia, affiancati dall’enologo Michele Renna. Il progetto ingloba già nel suo nome la propria identità. Quaranta are, quattromila metri quadrati di terra di famiglia.
Il grande pregio di questa azienda agricola è proprio il fatto che non ha grandi numeri da esibire. Le rese sono piccole, la vendemmia si fa ancora a mano, e ogni bottiglia porta il peso di scelte ragionate e fatte con il cuore. Eppure, in pochi anni, il Primitivo di 40 Are ha già raccolto un riconoscimento internazionale, a conferma che la qualità inizia a farsi notare.

La misura di una famiglia
Il racconto di 40 Are comincia, curiosamente, con una lezione di geografia agraria.
Chiedo immediatamente a Giuseppe di spiegarmi perché chiamare un’azienda con un’unità di misura, da dove nasce un nome così geometrico e identitario come “40 Are” e qual è il legame profondo con la sua terra. Giuseppe Piccinni risponde ripercorrendo la storia della sua famiglia e della vigna.
Il nome nasce dall’appezzamento ereditato dal nonno di mio padre, poi passato a mio padre e infine a me. Esattamente quaranta are, quattromila metri quadrati, reimpiantati nel 2010 dopo che il vecchio vigneto ormai sessantenne si era ridotto a poche quintali di resa
Giuseppe voleva iniziare la sua avventura e voleva farlo bene!
Con il nuovo impianto la produzione è raddoppiata, ma lo spirito è rimasto identico. 40 Are è una realtà piccola, tenuta insieme dalla cura e dall’amore nel progetto. I numeri e le soddisfazioni sono arrivate dopo, con un po’ di calma
A Giuseppe e tutta la truppa non manca proprio. La conversazione scivola poi su un argomento che a Manduria appassiona più del previsto: le unità di misura agrarie.
Accanto a ettari, are e centiare del sistema metrico decimale sopravvive ancora oggi il “Tomolo”, l’antica unità contadina pugliese che cambia valore da paese a paese. A Manduria un tomolo equivale a 88 are; a Sava, appena sei o sette chilometri più in là, scende a 67; a Lizzano si attesta intorno a 80. Queste usanze, rispecchiano un dettaglio che ci racconta quanto, da queste parti, la terra sia ancora una forte questione di identità personale.
Proprio mentre il discorso si fa più fitto, Giuseppe deve scusarsi per tornare ai suoi impegni di lavoro. Con la cordialità di chi non ha fretta di apparire al centro della scena, passa il testimone all’enologo Michele Renna, che raccoglie il racconto e lo porta fino in cantina.

Un artigianato a quattro mani
Michele Renna descrive il proprio mestiere con un’immagine che mi resta impressa:
L’enologo è come un profumiere capace di trasformare un chicco d’uva in un piccolo capolavoro, non correggendo il vino ma trovandone ed eliminandone i difetti.
È con questa filosofia che nasce ogni bottiglia di 40 Are. Uva raccolta a mano, fermentazione e macerazione realizzate con il rispetto che si deve ad un vitigno semplice ma difficile, un passaggio di 15-18 giorni tra rimontaggi e dèlestage per estrarre colore e struttura senza forzare la mano.
In vigna si lavora ancora ad alberello appoggiato pugliese, un sistema di allevamento basso, senza filari né sostegni importanti, che espone i grappoli al sole diretto e li ripara dal vento. Un metodo antico, pensato per un territorio che di acqua e di ombra ne concede poco. Per i vini rossi si procede poi con tecniche tradizionali di diraspatura e pigiatura.
Le poche vinacce, vista la produzione, vengono unite a quelle della vigna dell’amico che segue la vinificazione e conferite per la realizzazione della grappa. Questo dettaglio racconta perfettamente quanto sia intelligente la collaborazione tra piccoli produttori.
La vinificazione avviene infatti nel laboratorio artigianale di un amico di lunga fiducia, mentre lo stoccaggio e l’imbottigliamento passano da una realtà più grande, capace di garantire i volumi necessari. Questa collaborazione permette a Giuseppe e Michele, affiancati dalle rispettive mogli, una presenza costante e poco esposta dalla vendemmia fino all’etichetta e di restare piccoli senza rinunciare alla qualità.

Carattere, purezza e verità: la filosofia di Michele Renna
Michele descrive il Primitivo di 40 Are come un vino dotato di un carattere proprio, non chiuso nella tradizione e dotato di una vitalità che guarda già da un po’ di tempo oltre i confini regionali e nazionali, perché capace di dialogare con palati diversi. L’obiettivo dichiarato non è inseguire il consenso facile, ma lavorare per competenze “superiori alla normalità”, per chi in un calice cerca qualcosa di più dell’immediatezza.
La fermezza di Michele si fa netta quando il discorso cade sui vini dealcolati: li definisce senza mezzi termini “un abominio”, uno spreco di lavoro e di materia prima che tradisce il senso stesso di ciò che l’uva ha da raccontare.
Allora gli chiedo di spiegarmi la sua visione sulla purezza del vino in un mercato globale sempre più condizionato da omologazioni e nuove tendenze consumistiche.
La risposta di Michele Renna è ancora netta e senza sconti.
Mentre il dibattito su vini dealcolati e trattamenti invasivi in cantina si fa sempre più acceso, la filosofia di 40 Are resta ancorata a un principio semplice; il vino si fa con l’uva, con la cura della vigna in primis e dopo con tutte le attenzioni possibili in cantina.
Da questa convinzione nasce un Primitivo vivo, pulito, integro, schietto e capace di custodire il calore e il vigore del territorio di Manduria senza rincorrere scorciatoie, vestendolo però di un’eleganza che conquista anche i più esigenti.
È una fiducia che si estende anche al tempo: Michele crede in una tradizione del Primitivo che è in continua evoluzione, fatta appunto di uva e nient’altro. Un’idea di vino semplice ed efficace, che non ha bisogno di grande tecnologia per restare vero.
I tre vini da Amare di “40 Are”
Dietro l’etichetta ben riconoscibile del logo “40 ARE” si nascondono tre interpretazioni diverse della stessa uva e ben distinte da tre fondi colorati che danno immediata identità al prodotto.
Rosa per il Rosato, arancione per il Primitivo del Salento e rosso per il Primitivo di Manduria.
IL Primitivo DOP Manduria (800 bottiglie l’anno) è il fiore all’occhiello dell’azienda. Otto mesi di affinamento in tonneaux da 5 ettolitri di rovere francese regalano un vino caldo, morbido e strutturato, con note ben decise di frutta rossa matura, prugna secca, ribes, mora, pot-pourri e una speziatura avvolgente e un finale persistente. L’annata 2020 è stata premiata con la Medaglia d’Oro al concorso internazionale AWC Vienna. L’ho assaggiato insieme a una grigliata mista di bombette pugliesi e carne di cavallo, e ne sono rimasto entusiasta. In tavola trova la sua dimensione ideale con i grandi piatti della cucina pugliese, maiale, agnello e sorprende persino accanto alla pasticceria secca.
Il Primitivo IGP Salento (600 bottiglie l’anno) nasce dalla stessa uva del Manduria ma sceglie una strada diversa: affinamento in acciaio, che ne preserva la freschezza del frutto senza le morbidezze donate dal legno. Ha un carattere meno imponente del suo fratello maggiore, ma perfettamente in linea con quello che ci si aspetta. Il naso ci invade con un bouquet di composta di prugna matura, fichi e spezie, ingentilito da un tocco di vaniglia mentre il palato conferma le sensazioni e aggiunge una sorprendente armonia e un equilibrio monumentale imponendo nel contempo un finale molto piacevole. È il compagno ideale dei primi piatti della tradizione manduriana e degli arrosti misti di maiale o di agnello.
Il Rosato IGP (1200 bottiglie l’anno) è il più giovane della famiglia: colore rosa intenso e luminoso, profumo di ciliegia, lampone, prugna e fragoline di bosco, sorso fresco e persistente con una chiusura precisa. Come le altre due etichette, nasce da un terreno di medio impasto tendente all’argilloso, a circa cinque chilometri dal mare. Ed è proprio questa caratteristica che conferisce ad un vino delicato e fine come un rosato la sapidità che ne allunga il finale. Perfetto per aperitivi, antipasti di mare e primi piatti a base di pesce.
Prezzo, fatica e condivisione
Nonostante la grande qualità delle tre etichette, i prezzi di 40 Are restano deliberatamente accessibili. Il Rosato si trova a 8-10 euro, il Primitivo IGP Salento a 12, il Primitivo DOP Manduria a 16. Giuseppe e Michele sono i primi a riconoscere che, con il costo della vita e gli stipendi attuali, anche una bottiglia da 8 euro può pesare su un bilancio familiare. Non a caso paragonano quella cifra al valore di un buono pasto, per far capire quanto sia delicato posizionare un vino di qualità nel tessuto sociale di oggi. Proprio questa consapevolezza guida la loro politica dei prezzi: la qualità non deve diventare un lusso per pochi.
Il contrasto con altre zone d’Italia è netto. In regioni di élite come Toscana e Piemonte un ettaro di vigneto può generare anche due milioni di euro, e una bottiglia di Barolo o Brunello possono costare di media 50 o 60 euro e oltre. 40 Are si muove invece in un modo completamente diverso e sulla base di una scelta consapevole e netta rivolta alla qualità e alle tasche del consumatore. Michele mi racconta che unire il prezzo e la qualità è un modo semplice e diretto per farsi conoscere e acquisire rispetto.
Per Giuseppe e Michele il vino esprime la sua vera identità soprattutto se bevuto a tavolo e in buona compagnia. Ed è proprio guardando alle degustazioni che affiora un piccolo rammarico: quanto vino finisce sprecato, versato in calici di chi non ha la sensibilità o l’interesse per apprezzarlo davvero, e che spesso lo lascia lì, a metà o lo butta via.
Dietro ogni bottiglia c’è un lavoro che non si ferma mai. Il vino, mi dice Michele, è materia viva, che richiede tempo e dedizione continua. Il vigneto non conosce pause perché l’attività prosegue dal giorno dopo la vendemmia fino alla vendemmia successiva, fatta di sudore e di piccole scelte quotidiane.
Ed è proprio questa consapevolezza a portarli a considerare il vino, come l’olio e il miele, una cosa quasi sacra, un bene che non andrebbe mai sprecato, e che merita un rispetto che va oltre il suo prezzo di mercato. Nonostante le difficoltà di un settore sempre più complicato, la risposta di 40 Are resta sempre la stessa: perseveranza! … unita alla solida convinzione che i risultati siano merito del tempo e del costante impegno.

Verso le 50 Are, in punta di piedi
Il futuro di 40 Are è già in movimento, anche se Giuseppe e Michele preferiscono parlarne a bassa voce. L’azienda ha da poco acquisito un nuovo appezzamento con una vigna ad alberello pugliese di circa 55 anni. Sono circa mille metri quadrati che, sommati ai quattromila attuali, porteranno presto il totale a cinquanta are. Una crescita misurata, venuta un po’ per caso, ma che permetterà a Giuseppe e Michele di arricchire il loro programma.
Su questo nuovo terreno nasceranno due progetti ancora avvolti nel mistero. Il primo è un vino bianco, che i due non vogliono ridurre a un semplice bianco da tavola ma vogliono elevarlo ad un vino da invecchiamento. Per ora, nessun altro dettaglio, per cui rimaniamo in attesa! Il secondo è una Riserva di Primitivo, che vedrà la luce solo tra qualche anno. Su entrambi, Giuseppe e Michele mantengono un riserbo totale, lasciando agli appassionati il piacere dell’attesa.
Anche la squadra si allarga: la figlia di Michele entrerà presto in società, trasformando 40 Are in quella che i due, con un sorriso, chiamano già “una famigliona”. Del resto, dietro le etichette c’è proprio questo. Persone semplici, di gran cuore, che coltivano il vino con lo stesso amore con cui si coltiva una famiglia. Giuseppe, che nella vita di tutti i giorni veste la divisa dell’Arma dei Carabinieri con il grado di maresciallo, dedica a questa terra il tempo libero con la stessa serietà con cui affronta il proprio lavoro: due vocazioni diverse, la stessa dedizione.
La suggestione del sommelier
Quello che resta, dopo una visita a 40 Are, è una sensazione di persone sincere, vere, genuine che allevano uva con tanto amore e devozione. È davvero raro trovare un’ azienda agricola che sappia raccontarsi con la stessa coerenza con cui coltiva la terra: piccola per scelta, ambiziosa per passione e capace di farci sognare con la semplicità di chi come valore aggiunto usa una grande quantità di amore. Il mio consiglio? Versatevi un calice di Primitivo DOP Manduria, mettetevi comodi e lasciate che le sensazioni che vi attraversano facciano il resto. 40 Are, ci ha insegnato che le cose migliori si misurano con pazienza, ara dopo ara.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier