Tommaso Cei. Tutto a misura d’uomo
Mi piace lavorare in campagna, adoro guidare il trattore, stare in cantina e potare le viti
Mi incontro con Tommaso a Faltignano alle porte di S. Casciano Valdipesa, sulle ultime del Chianti Classico. Due chilometri più in là la denominazione smette e guardando dall’altra parte della strada, si vede la cupola del Duomo di Firenze che in linea d’aria è a circa dieci chilometri. In questa terra, la storia del vino è scritta da nomi importanti, ma basta lasciare le strade più battute per scoprire tante piccole aziende agricole a conduzione familiare che riescono ancora a mantenere inalterato il volto contadino di questa terra.
Siamo a metà ottobre, nei giorni in cui il la vendemmia è chiusa da poco e da qualche giorno è partita la raccolte delle olive e le prime ordinazioni per il Natale. Nonostante ciò, Tommaso mi accoglie con un caloroso abbraccio e un grande sorriso che fa subito intendere il desiderio di raccontarmi la sua storia. Ci eravamo conosciuti ad una degustazione e mi aveva colpito la sua semplicità, il suo raccontarsi con umiltà e senza esagerazioni e il suo entusiasmo per quello che aveva creato. Gli avevo promesso che avrei scritto un articolo tutto per lui anche perché quello che produceva mi aveva particolarmente colpito.
Quella che sto raccontando è la storia di una cantina nata sa zero e in cui ogni angolo ha richiesto una decisione e ogni miglioramento è arrivato solo quando le risorse lo permettevano. Dietro tutto questo c’è fatica, sudore, preoccupazioni e tanta, tanta tenacia.

Tommaso ha cinquant’anni, ventiquattro vendemmie alle spalle e sei ettari tra vigna e olivi. Non proviene da una famiglia di agricoltori e non ha avuto la fortuna di ereditare vigneti e una storia da portare avanti. Ha cominciato da zero, contando solo sulle proprie capacità e sulla fiducia dei genitori. La sua storia se la sta scrivendo da sé. Il babbo lavorava alla Motorizzazione civile e la mamma teneva in piedi una piccola ditta artigiana di maglieria.
Tommaso si diploma elettrotecnico e per tre anni lavora in un’azienda che costruisce macchine automatiche. Sembra tempo sprecato, e invece si dimostra un mestiere che gli lascia comunque una buona familiarità con le attrezzature e la capacità di mettere le mani dove serve.
Mi è tornato comodo, perché so mettere le mani in tutti i macchinari, so riparare la roba.
Intanto il vino che beve solo in compagnia diventa una presenza familiare, come accade in tante case toscane. All’inizio è soprattutto il piacere di bere in compagnia, poi poco alla volta, Tommaso si accorge che dietro una bottiglia esiste un mondo intero e una cultura che meritano di essere conosciuti.
Decide così di cambiare strada. Si iscrive all’università, sceglie viticoltura ed enologia e mentre studia va a lavorare nel fine settimana in una fattoria come cantiniere, trattorista e tutto quello che serve. Impara il mestiere in cantina, sale sul trattore e si misura con tutte quelle operazioni che nessun libro può insegnare. Fa tanta pratica e in un umile silenzio impara.
A ventisei anni, terminati gli studi, prende la decisione che gli cambierà la vita; Diventare vignaiolo e creare una propria azienda agricola.
Ma gli servono soldi… e i soldi stanno nelle banche.
Una banca, due banche, tre banche, quattro banche. Alla settima mi dissero: bene, ti diamo i soldi, a questo progetto ci crediamo.
Sei porte chiuse prima di una aperta, e anche quella che lo ha aiutato lo ha fatto solo grazie ad una firma dei genitori in fondo al foglio. Tommaso compra il suo primo pezzettino di vigna e inizia:
Un grande atto di fiducia da parte di babbo e mamma..
Funziona sempre così. I soldi te li danno quando hai i soldi.
La prima vendemmia, quella del 2003, la fa senza cantina. Si presenta in una grande azienda agricola con una proposta:
Faccio gratis il cantiniere da voi, in cambio faccio il mio vino nei vostri locali.
Quello di Tommaso è un inizio che parte da zero, incentrato sulla sua enorme disponibilità, capacità di adattamento e voglia di imparare. Il vino, prima di finire in bottiglia, gli insegna che per costruire qualcosa bisogna essere pronti a fare anche ciò che non si era immaginato.

Quattro mura, un tetto e una montagna di rovi
Dal 2004 l’azienda di Tommaso prende progressivamente forma con l’idea di concentrare sempre più la produzione sulle bottiglie per poi arrivare a lavorare esclusivamente le uve coltivate nei propri vigneti e di affiancare al vino l’olio ottenuto dalle proprie olive.
Nel 2004 una signora di San Casciano eredita un terreno abbandonato da anni. Rovi dappertutto, vigne mal messe, bosco fino in fondo alla valle. Di buono ha una cosa sola; Un annesso agricolo, regolare dal punto di vista urbanistico, in cui Tommaso intravede una cantina.
Vende il primo pezzetto di terra e compra qui. La seconda vendemmia si fa già tra queste mura. Dentro c’erano quattro pareti, un tetto e lo sporco dei vecchi gestori. Quattro o cinque carrelli portati allo smaltimento, e l’estate se ne va in pulizie.
Poi si reimpianta la vigna di sotto che era vecchissima e lasciata abbandonata. In quella di sopra c’erano solo olivi, ma Tommaso si era portato dietro i diritti di reimpianto del terreno venduto e pianta vigna anche lì. Seguono anni di esperimenti, vigneti presi in affitto e tanto vino sfuso per monetizzare.
Nel 2011 arriva la decisione di intraprendere il percorso biologico, che diventa uno dei punti fermi dell’attività. Dal 2025 Tommaso è inoltre socio della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, la FIVI, realtà che riunisce produttori impegnati a seguire direttamente il proprio lavoro, dalla vigna alla commercializzazione.
Questo è il momento in cui Tommaso finalmente trova la forza di iniziare la marcia indietro. Si mollano gli affitti per concentrarsi finalmente sui 2,7 ettari di proprietà indispensabili per far nascere il suo prodotto.
La cantina è semi-interrata perché la terra sta sopra e su una parete. All’inizio arrivava all’altezza delle finestrine e quando pioveva l’acqua attraversava la stanza, infilandosi in una venatura del muro. Tommaso anno dopo anno ha tolto la terra prima da un lato, poi dall’altro. Con l’acqua vale una regola che ci siamo ripetuti in due: non la blocchi mai, la accompagni via. Gli spazi sono troppo stretti per fermentare dentro. La vinificazione dunque viene fatta all’aperto, sotto la tettoia che accoglie la tramoggia della diraspatrice e poi si mette tutto nei tini di cemento. I rossi entrano in cantina per la malolattica e l’affinamento. Il bianco e il rosato restano fuori.
La vigna di sotto guarda a sud pieno e in estate c’è luce fino alle otto e mezza di sera. Qui il telefono non prende, per cui niente notifiche, niente chiamate, niente messaggi, soltanto le piante e il terreno, dove Tommaso può lavorare in pace. Poi di fronte la cantina c’è il magnifico albero di Morus, che con le sue enormi foglie ti regala un ombra che d’estate vale un impianto di condizionamento.

Scendi dalla vigna, ti fermi sotto la sua ombra e hai la sensazione che qualcuno abbia acceso l’aria fredda. Tommaso ci scherza sopra, ma si capisce che quel pezzo di campagna rappresenta fedelmente uno spazio nel quale può stare da solo, concentrarsi sul lavoro e ritrovare quel rapporto con la terra che lo ha portato a cambiare strada più di vent’anni fa.
Quella che ha scelto Tommaso non è una vita priva di fatiche perché la campagna non ammette distrazioni, il tempo non sempre aiuta e i periodi più intensi richiedono giornate lunghe e una buona dose di pazienza. Ma c’è una differenza sostanziale tra faticare per inseguire un traguardo che non si sente proprio e farlo per far crescere e custodire qualcosa che si è fermamente scelto.
Tommaso non ha bisogno di dimostrare di poter diventare più grande. Ha già costruito un’azienda che gli permette di lavorare, produrre, vendere e vivere del proprio mestiere. E non è poco, soprattutto in una stagione in cui il mondo del vino si interroga sui consumi, sui mercati e sulla sostenibilità economica delle aziende.
La sua storia è il racconto di una persona che ha trovato una dimensione adatta a sé e ha deciso di difenderla. Oggi, insieme alla moglie Barbara, produce vino biologico e olio extravergine di oliva di altissimo livello.
Per capire il carattere dei vini di Tommaso bisogna salire e scendere tra i suoi filari. La sua terra è coltivata prevalentemente a Sangiovese, con piccole presenze di Canaiolo e Colorino, Malvasia e Viogner, utilizzate per le diverse interpretazioni dei vini aziendali. Il trucco si chiama semplicemente selezione.
Prima della vendemmia passo tra i filari e segno vite per vite quelle con i frutti al giusto punto di maturazione. Si raccolgono le prime due file, poi ci si ferma quanto necessario, si torna e si prendono solo quelle segnate. Per raccogliere la vigna qui sotto si passa tre volte. Non c’è una ricetta valida per ogni annata: c’è un vigneto da osservare e una scelta da compiere al momento giusto. È l’unico sistema, anche perché poi lo vedi inevitabilmente nei vini.

Anche i vini più ambiziosi nascono da questa conoscenza diretta. Alcune piccole porzioni dei vigneti presentano condizioni differenti, capaci di dare uve più concentrate e adatte a interpretazioni di maggiore struttura. Da queste selezioni prendono forma le etichette di punta, prodotte in quantità limitate.
La produzione comprende circa quindicimila bottiglie, sette etichette: tre rossi di maggiore rilievo, un rosso più quotidiano, un bianco, un rosato e un passito. Una gamma che consente di utilizzare le diverse selezioni delle uve, valorizzando ciò che ogni vendemmia mette a disposizione.
Il catalogo di Tommaso è in definitiva il risultato di un lavoro in cui le scelte di campagna e quelle di cantina sono strettamente legate.
Il Chianti Classico “Poggio al Prato” nasce dal classico blend di Sangiovese, Canaiolo e Colorino. Ne sono prodotte circa 4000 bottiglie. Colore porpora, Intenso, di buon corpo e ben bilanciato dai profumi di mora e violetta e delicati sentori di legno che arrivano dalla botte grande. Mi è piaciuto sorseggiarlo abbinandolo alla lasagna al ragù della domenica.
La Riserva “Treggiaia”, da uve Sangiovese, Colorino e Canaiolo è un cru della vigna di Treggiaia. Ne sono prodotte solo 800 e 900 bottiglie, due o tre barrique l’anno. Rosso porpora intenso con riflessi viola, gusto intenso, persistente e ben bilanciato. Sentori intensi di mora e frutti rossi con delicate note legnose. Questo l’ho bevuto con una bella rosticciana alla brace e delle salcicce toscane.
La “Gran Selezione” è figlia di una sola barrique (300 bottiglie), che in certe annate addirittura non viene vinificato. Nel 2021 ne ha fatte due, nel 2022 zero perché viene realizzata soltanto quando l’annata lo consente, senza forzare la produzione. E’ un cru della vigna di Faltignano, prodotto con uve Sangiovese, Colorino e Canaiolo, e passa minimo 30 mesi in affinamento, di cui 24 mesi in botti di rovere e infine 6 mesi in bottiglia. Si presenta di un colore rosso rubino intenso con riflessi granati e sprigiona un intenso profumo di mora ciliegia e ribes sotto spirito. Balsamico e con delicati sentori legnosi. Complesso, strutturato, persistente. Una Gran Selezione veramente da applausi! Io ho stappato la bottiglia una sera con amici e ci ho abbinato perfettamente un salame di cinghiale e del pecorino toscano stagionato.
Per una piccola azienda, rinunciare a un vino a causa di un’annata non adatta può essere una decisione importante. Tommaso preferisce lasciare che sia la qualità delle uve a stabilire il risultato, piuttosto che obbligare la natura a rispettare un programma commerciale.
Nell’angolo in cima la vite soffre un pochino. E deve soffrire un po’, perché così fa pochi grappoli ma molto concentrati e quindi adatti a un lungo invecchiamento.
Dalla vigna più in basso si produce il “Rugante”, il rosso base da Sangiovese, Canaiolo e Malvasia bianca: circa 7000 bottiglie, messe in vendita dopo 6 mesi di affinamento in botti di cemento.
Poi “Chiaro”, bianco di Malvasia e Viogner, circa 2500 bottiglie, che il mercato accoglie dopo 6 mesi in tini di acciaio.
Infine un “Rosato” da Sangiovese prodotto con la tecnica del salasso che affina 6 mesi in tini di acciaio
Per ultimo un passito ottimo come fine pasto in convivialità con qualche cantuccino.
Questi numeri, letti accanto a quelli delle grandi aziende del territorio, possono sembrare modesti. Ma qui non si tratta di fare a gara con nessuno. Per Tommaso, il successo è poter continuare a fare il proprio lavoro, seguendolo dall’inizio alla fine e senza perdere il controllo di quello che ha costruito.

La Cantina e l’imbottigliamento casalingo
La cantina racconta la stessa filosofia della vigna. Gli spazi sono contenuti e le attrezzature rispondono a esigenze concrete e dove ogni cosa serve a svolgere un lavoro preciso.
Le fermentazioni dei rossi avvengono in vasche di cemento. In seguito, i vini seguono percorsi diversi secondo l’etichetta e il risultato che Tommaso vuole ottenere. Il Chianti Classico “Poggio al Prato” affina in botti di rovere da 30 hl, mentre le selezioni più importanti passano in barrique.
Il principio resta quello di intervenire senza complicare inutilmente il processo. L’uva deve arrivare in cantina nelle condizioni giuste; da lì in avanti occorre accompagnare la trasformazione, controllarla e rispettare i tempi necessari.
Tommaso imbottiglia in casa con una giostrina comprata insieme a un collega vicino.
Si riempie, si gira, si accosta la tappatrice, zac. Tremila bottiglie in una giornata e il giorno dopo tocca al Chianti Classico e quello dopo ancora la riserva e la gran selezione. Capsula ed etichetta si mettono a mano, e solo all’ordine, perché l’umidità della cantina sciupa la carta. Arriva la richiesta di diciotto bottiglie? Si preparano, si inscatolano e si consegnano.
Il camion imbottigliatore non conviene farlo arrivare fin qui, perché costerebbe almeno 2500 euro. Che le bottiglie siano duemila o quindicimila per loro è lo stesso, e in un giorno le vorrebbero fare tutte. Una scelta del genere ci farebbe diventare matti.
Da tre o quattro anni si arriva a Natale con la produzione dell’anno praticamente venduta. Le annate in vendita sono scaglionate: Chianti Classico 2024, Riserva 2023, Gran Selezione 2021, bianco e rosato 2025. L’80 per cento delle bottiglie vanno via dalla vendita diretta.
Una volta alla settimana Tommaso carica venti scatole in macchina e fa il giro dei habitué fiorentini, che confessa di aver viziato. Gli altri clienti arrivano da soli perché in quasi tutta la zona del Chianti Classico si riesce a passare in poco tempo di cantina in cantina cogliendo in pieno la magia del luogo. Gli ospiti degli agriturismi della zona si presentano addirittura anche a vendemmia in corso trovando spesso Tommaso con gli stivali e le mani sporche che gli accoglie con la sua enorme cordialità.
Intorno alla sua tenuta, ci sono infatti strutture più belle e più organizzate, cantine storiche con ogni cosa in ordine. Eppure la gente si fida di più di chi vede lavorare. E da noi trova un Chianti classico di qualità a prezzi ragionevoli.

L’olio, che è ciccia
Il vino non è l’unico prodotto a cui Tommaso dedica attenzione. Gli olivi, circa duemila considerando anche quelli condotti in accordo con altri proprietari, occupano una parte importante della sua attività.
La raccolta delle olive segue un calendario diverso da quello della vendemmia e costringe a riorganizzare il lavoro quando le ultime operazioni sul vino sono ancora in corso. È uno dei periodi più impegnativi dell’anno, perché i raccolti vanno fatti in tempi molto ravvicinati e le giornate sembrano non bastare mai.
In questo caso la rapidità conta e la prima regola è la fretta. Le olive vengono portate al frantoio in tempi brevi, con l’obiettivo di preservarne la freschezza e le caratteristiche aromatiche. L’estrazione avviene a freddo, entro dodici ore dalla raccolta, e l’olio viene filtrato per migliorarne la conservazione.
Tre o quattro ragazzi raccolgono due o tre quintali a testa al giorno. Ogni sera una decina di quintali partono per il frantoio. Con duecento quintali di olive, a stagione, sono una ventina di viaggi.
Si comincia a raccogliere alle otto del mattino e per l’una o le due di notte l’olio deve essere pronto. Quest’anno le piante sono cariche da non crederci e la resa resta intorno all’11 per cento perché ci sono troppe olive, tutte a dividersi il nutrimento della pianta.
Le cultivar utilizzate sono Moraiolo, Frantoiano e Leccino. Il risultato è un extravergine dal profumo intenso, con richiami all’erba appena tagliata, perfetto per portare in tavola il classico olio pizzichino toscano. Al gusto si presenta fragrante, amaro il giusto, piccantino con un fondo di carciofo. Un emozione assaggiarlo e il prezzo è concorrenziale. Io a casa l’ho messo dul pane abbrustolito in forno e me lo sono goduto nella sua piena semplicità.
Vino e olio condividono così la stessa impostazione: materie prime proprie, lavorazioni seguite direttamente e una produzione legata alle possibilità reali della campagna.
Tommaso filtra tutto e non ha dubbi sul perché. Il cotone resta appoggiato in un imbuto e l’olio ci scende dentro per caduta, goccia dopo goccia. Poi lo deve solo controllare.
Non filtrarlo è un suicidio. Quella morchia che rimane nel cotone è precursore dell’ossidazione e responsabile di quasi tutti i cattivi odori. E solo così che si riesce a far durare l’olio tutto l’anno
Guardando dentro il filtro mi fa notare che tutto il marrone è rimasto lì e la parte verde è finita nell’olio.
Diciotto euro il litro filtrato, nei formati da tre o cinque litri. In un supermercato un IGP toscano costa raramente meno di quattordici, e non è lontanamente paragonabile.
Il suo ragionamento sulla cultura dell’olio è sempre quello, e lo porta ad esempio ovunque:
Una bottiglia di vino dura delle volte meno di una cena. Con l’olio si condisce e si gode per almeno una settimana. Spendi quindici euro per un aperitivo con lo spritz e diciotto per un litro d’olio. Ti sembrano tanti?
Ha ragione lui. L’olio vale circa un quarto del fatturato, a seconda degli anni, e si vende per prenotazione tra novembre e dicembre. A Natale non c’è più un litro. Chi si loda s’imbroda, dice il proverbio, e Tommaso non si loda mai. Lo faccio io. Diciotto euro è davvero un prezzo onesto in cambio di cosa si acquista.

Un modo di vivere. Piccolo per scelta
Ho chiesto a Tommaso dei suoi progetti e se nel suo futuro immagina una crescita in termini di bottiglie.
Ecco il punto. Se l’azienda diventasse molto più grande, una parte consistente del suo tempo finirebbe assorbita dalla gestione commerciale, dagli spostamenti, dalle fiere e dal coordinamento di altre persone. Dovrebbe affidare ad altri proprio quelle attività che oggi gli danno soddisfazione.
Per principio non è contrario alla crescita, ma semplicemente non considera l’aumento della produzione un obiettivo da inseguire a ogni costo. Quindicimila bottiglie, vendute in larga parte direttamente ai clienti, gli consentono di vivere la vita con i proventi del suo mestiere senza stravolgere l’organizzazione familiare.
Non è così banale vendere per esempio quarantamila bottiglie, perché la crisi del vino la vedi subito. Per me questo non è solo un lavoro, è un modo di vivere. Se divento grande mi tocca prendere uno che guida il trattore, un altro che sta in cantina, un altro che pota. E io devo stare in ufficio o alle fiere a smerciare le bottiglie in più.
La vendita diretta è un elemento fondamentale. Tommaso accoglie con entusiasmo le persone che arrivano in azienda perché il rapporto con chi acquista non si esaurisce al momento del pagamento, ma passa dalla possibilità di incontrarsi, assaggiare e conoscere il lavoro che c’è dietro una bottiglia.
A New York ci voglio andare, ma non a fare le fiere del settore. Se uno di New York viene qui in azienda, lo accolgo volentieri, gli verso un bicchiere e magari mi compra venti bottiglie. Sono contento così.
Si vive decentemente in tre, solo di vino e di olio. In autunno si arriva a lavorare anche settanta ore la settimana, senza sabati né domeniche. Poi la stagione si ristabilisce. A gennaio e febbraio Tommaso non vede nessuno per due mesi. A luglio e agosto, con quaranta gradi, le piante si fermano e fare qualcosa in cantina non ha senso. Gli ho fatto notare che sono quasi quattro mesi di ferie all’anno. Ha dovuto darmi ragione!
L’azienda agricola Tommaso Cei è la storia di un uomo che ha cambiato mestiere e quella di una coppia che ha trovato nel lavoro un equilibrio tutto suo.
Con la moglie Barbara, la storia comincia nel 2006 e il matrimonio arriva nel 2008. Lei è laureata in lingue, faceva la guida turistica e lavorava all’università. Al ritorno dal viaggio di nozze c’erano tanta uva e tanto olio e Tommaso aveva bisogno di aiuto. Barbara gli dà una mano per la vendemmia e la raccolta delle olive. Lei aveva un contratto da rinnovare. Arrivò Natale e non lo rinnovò.
Naturalmente non è semplice, si litiga venti volte al giorno, però è un equilibrio che funziona.
Barbara cura Instagram, Facebook, il sito internet e tutto quello che passa per un telefono perché Tommaso non è proprio trombato in fatto di tecnologia. Oltre a lei, in cantina e nella terra gli dà una mano al bisogno il babbo, e saltuariamente suo figlio Gregorio, di quindici anni.
Per Tommaso la famiglia è tutto. Quando la stagione lo permette, ama tornare a casa e pranzare insieme alla sua famiglia per poi immergersi di nuovo tra viti e olivi.
Lavorare insieme significa anche condividere le difficoltà, gli imprevisti e le giornate in cui gli impegni professionali si intrecciano con quelli familiari. Non sempre è semplice separare i due mondi, ma il loro equilibrio si è costruito proprio così, un passo alla volta, senza un progetto prestabilito.
Anche questo fa parte della misura dell’azienda: il lavoro non è un’attività separata dalla vita, ma qualcosa che si inserisce nella quotidianità di una famiglia.

La suggestione del sommelier
Quando si assaggia un vino, spesso si cerca di capire che cosa lo renda diverso dagli altri. Si parla di vitigni, di terreni, di esposizioni, di affinamenti. Tutto importante, naturalmente, ma dopo aver trascorso qualche ora con Tommaso, viene da pensare che una parte del carattere dei suoi vini si trovi anche nelle scelte fatte fuori dalla cantina, nella decisione di passare più volte tra le viti prima di raccogliere l’uva, nella volontà di non produrre una Riserva o una Gran Selezione quando l’annata non lo permette, e soprattutto nella convinzione che per avere grandi soddisfazioni nel lavoro non è sempre necessario strafare per poi non essere presente in famiglia.
Il Chianti Classico è una terra di grandi nomi, di aziende storiche, di vini iconici e di progetti importanti, ma è anche un mosaico di piccoli produttori che continuano a coltivare una relazione personale con la propria campagna. Tommaso Cei è riuscito ad appartenere a questo secondo mondo, senza rinunciare alla qualità e senza fare della modestia un motivo di vanto. La sua azienda mi ha ricordato che è fondamentale capire che cosa conta davvero.
Tommaso ha scelto di non rincorrere un’azienda più grande. Preferisce conservare il privilegio di stare tra i filari, seguire il vino fino alla bottiglia e conoscere le persone che lo portano a casa.
E allora, quando si versa un suo Chianti Classico, il pensiero torna inevitabilmente a quelle colline di San Casciano, al lavoro fatto senza fretta e a una cantina fatta a misura di chi la vive, perché, ormai per Tommaso è chiaro che la vera ambizione non è arrivare più lontano, ma riuscire a restare esattamente dove si desidera essere.
Un’ora e mezza di chiacchiere, un caffè, due foto davanti alla porta della cantina e vado via con l’idea fissa che in questo mestiere crescere a ogni costo è diventata la malattia per cui Tommaso Cei ha trovato la cura. Sono bastati un trattorino tra i filari guidato da lui e una mole di lavoro gestibile solo dalla famiglia per indicargli la strada per la felicità.
Un consiglio pratico. Telefonate prima di Natale e provate il suo Chianti Classico “Poggio al Prato” perché si fa fatica a trovarlo, stappatelo a tavola e Il resto lo fa la vostra compagnia.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier