La Doccia di Vinci. Il coraggio di restare
17 Mar 2026
Le Bischerate di un Sommelier

La Doccia di Vinci. Il coraggio di restare

 

Come due fratelli hanno trasformato l’eredità di un lungimirante contadino toscano in un progetto vitivinicolo autentico, tra le colline che videro nascere Leonardo da Vinci

Dalla vendita di sfuso agli imbottigliatori industriali fino alle prime bottiglie nel 2013: la storia di Sara e Marco Viviani — che si sentono, e sono, Sara e Marco Brogi, come il loro nonno Cesare — è quella di un ritorno alla terra trasformato in un progetto qualitativo di rara coerenza, capace di esprimere attraverso nove etichette l’anima di un terroir troppo spesso trascurato dalla critica enologica.

 

Un territorio, una scelta

Esistono luoghi che sembrano nati per fare il vino, dove la combinazione di suolo, esposizione e clima produce risultati che nessuna tecnica di cantina potrebbe replicare altrove. Le colline che circondano Vinci, piccolo borgo medievale in provincia di Firenze famoso per aver dato i natali a Leonardo, appartengono a quella categoria silenziosa di terroir che la grande critica internazionale ha in larga parte ignorato, forse perché troppo decentrati rispetto ai grandi circuiti del Chianti Classico o della Vernaccia di San Gimignano.

Eppure qui, a pochi chilometri dal castello che sovrasta il paese, su una collina chiamata Montrilli, il Sangiovese dà risultati di sorprendente carattere: frutto maturo ma non stanco, acidità vivida, un profilo aromatico terragno e diretto che tradisce la personalità di chi lo ha allevato.

La zona di Vinci sta però attraversando un momento di profonda crisi. Sono rimasti in pochi a darsi da fare e a continuare a proporre sul mercato prodotti di qualità: molti produttori conferiscono tuttora la totalità della produzione ai grossisti, senza investire nella valorizzazione del territorio. Un paradosso evidente lo racconta Marco: qualche anno fa era impossibile trovare una vigna in affitto in zona, una risorsa ambita e contesa. Oggi le trovi quante ne vuoi, ma purtroppo nessuno le vuole.

Sara e Marco, in controtendenza, hanno scelto di conferire ai grossisti soltanto il 60% della produzione, trattenendo il resto per gestirlo direttamente — lavorando meno quantità, ma con attenzione assoluta alla qualità finale. Una parte del prodotto viene anche commercializzata in Bag in Box, formula che consente di monetizzare tempestivamente preservando la freschezza del vino.

La memoria come punto di partenza

Nonno Cesare aveva costruito la sua vita attorno alla terra. Quasi trent’ettari tra vigneti e oliveti, un lavoro incessante che lo aveva accompagnato per decenni fino a quando l’età aveva cominciato a pretendere rispetto.

La figlia Paola aveva sempre affiancato il padre nei campi, ma la prospettiva di gestire da sola un’azienda di quelle dimensioni era fuori discussione. I nipoti, Sara e Marco, erano avviati verso percorsi professionali distanti dall’agricoltura: lei nella ragioneria, lui all’università.

Il momento della decisione arrivò senza drammi particolari, ma con tutta la gravità delle scelte irreversibili. Vendere? Affittare? Cedere a qualche cooperativa o a uno dei grandi imbottigliatori che rastrellano uve sfuse in tutta la provincia? Ognuna di queste opzioni avrebbe significato la stessa cosa: recidere un legame che non era solo economico, ma identitario.

Chiudere con la terra sarebbe stato come perdere una parte della nostra identità. Non era solo un’azienda. La sentivamo una cosa di casa, parte della famiglia

Sara e Marco scelsero di restare. Una decisione presa con la consapevolezza di avere molto da imparare, di dover rimettere in discussione quasi tutto ciò che il nonno aveva costruito — non per mancanza di rispetto, ma per portarlo avanti in una direzione nuova.

Vale la pena ricordare che dove oggi sorge l’azienda agricola, in passato si trovava un frantoio elettrico — ai tempi considerato modernissimo — che serviva tutta la zona lavorando ininterrottamente da novembre a marzo. Con gli anni arrivò la concorrenza, gli impianti invecchiarono e l’intero complesso fu dismesso, cedendo il passo all’attività vitivinicola che oggi conosciamo.

La Doccia di Vinci. Il coraggio di restare

Costruire un’identità: dal 2010 alle prime bottiglie

Il 2010 rappresenta l’anno zero de La Doccia di Vinci come progetto autonomo. Ma prima ancora dell’uscita pubblica, c’è stato un periodo di studio e di assestamento che Marco e Sara descrivono come fondamentale: comprendere i propri vigneti, capire come rispondevano alle diverse tecniche di gestione, individuare le parcelle con più potenziale.

L’approccio agronomico adottato è quello dell’agricoltura integrata: pratiche tradizionali supportate dal metodo scientifico, intervento solo quando necessario e nella misura strettamente indispensabile. In cantina, la filosofia è altrettanto rigorosa: non si acquistano uve né vino da terzi. Ogni etichetta è il frutto esclusivo delle proprie vigne, ogni annata porta con sé la firma indelebile del proprio andamento climatico.

Nel 2013 escono le prime tre etichette: il Montrilli, il Chianti e il Caesar. Lotti piccoli, quasi simbolici, ma che segnano il passaggio definitivo da azienda agricola generica a progetto enologico con un’identità precisa. L’ingresso nella FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) ha poi sancito l’appartenenza a quella galassia di piccoli produttori che in Italia rappresentano il presidio più autentico della biodiversità vitivinicola.

La Doccia di Vinci. Il coraggio di restare

Un omaggio a Leonardo: il progetto grafico delle etichette

C’è un dettaglio che sfugge a chi non conosce la storia de La Doccia di Vinci, ma che racconta forse meglio di qualsiasi altro la profondità del legame di questa cantina con il proprio territorio. Tutte le etichette dei loro vini fanno parte di un disegno preciso: messe insieme, riproducono la tavola 765r (foglio 765 recto) del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, databile intorno al 1504. Il disegno raffigura il “Molino della Doccia di Vinci”, il mulino idraulico situato nei pressi della casa natale dell’artista, e include gli appunti di Leonardo per macinare i colori ad acqua. Un omaggio silenzioso e colto al genio che ha dato il nome a questo borgo — e a questa cantina.

 

La cantina e il banco assaggi

Entrando nella cantina de La Doccia di Vinci, uno degli elementi che colpisce immediatamente è il banco assaggi: un pezzo costruito con il legno delle vecchie botti del tris nonno, il nonno di nonno Cesare. Non è solo un arredo funzionale, è un manifesto. La visione d’insieme trasmette la cura dei dettagli e il valore che Sara e Marco sentono di avere ogni giorno davanti agli occhi — la continuità con chi li ha preceduti, trasformata in oggetto quotidiano.

 

I VINI

Il portfolio de La Doccia di Vinci racconta il territorio con coerenza e curiosità sperimentale. Il cuore è il Sangiovese declinato in tre versioni diverse, ma accanto ai rossi toscani convivono vitigni alloctoni testati con spirito scientifico, un bianco vinificato in arancio e un passito prodotto secondo regole antiche. Quello che accomuna la gamma — tranne alcune chicche di punta — è una filosofia di fondo: vini da abbinare ai cibi di tutti i giorni, capaci di esprimere semplicità di beva senza cercare l’opulenza. Un’impresa difficile che qui riescono nell’intento in modo eccelso.

Montrilli — Il vino identitario

La Doccia di Vinci. Il coraggio di restareIl Montrilli è il vino che più di ogni altro definisce La Doccia di Vinci. Sangiovese in purezza, prende il nome dalla collina omonima a pochi chilometri dal castello di Vinci, a sud del borgo, dove si trovano la maggior parte dei vigneti aziendali. Il terreno, prevalentemente argilloso con componenti sabbiose, conferisce al Sangiovese un profilo fruttato diretto, una buona struttura tannica e un’acidità vivace che garantisce longevità. Nel calice: rosso rubino brillante, note di ciliegia matura e viola, spezie leggere, finale sapido e persistente.

Caesar — L’omaggio al fondatore

Dedicato a nonno Cesare, il vino da cui tutto è partito, è la versione più ambiziosa del Sangiovese aziendale. Non esce ogni anno: viene prodotto solo nelle annate in cui le uve raggiungono un livello di maturità e complessità sufficienti a giustificarne l’affinamento in legno. La tecnica prevede il riposo in barrique di secondo o terzo passaggio per un periodo variabile dai 9 ai 24 mesi a seconda del millesimo. Tannini maturi, note terziarie di tabacco e spezie dolci, buona capacità evolutiva in bottiglia.

Chianti DOCG — La tradizione reinterpretata

 

La denominazione storicamente più famosa della Toscana, affrontata con rispetto ma senza riverenza. La base è il Sangiovese, presente in modo pressoché esclusivo, ma l’azienda si riserva la libertà di piccole contaminazioni varietali — Merlot in alcuni anni, perfino Trebbiano in altri — sempre in funzione dell’annata e del gusto personale dei produttori. Tra i vini più strutturati e importanti della gamma.

Non usiamo il Trebbiano per la bottiglia del Chianti.

Usiamo il Merlot, non sempre nella stessa percentuale, circa 5-10% al massimo.

Abbiamo fatto un esperimento con il Syrah e in effetti non è escluso che si possa fare in futuro. Ci piace sperimentare.

Syrah — La scommessa vinta

Syrah in purezza, figlio di una piccola e giovane vigna a Montrilli. La collina si è dimostrata un terroir sorprendentemente vocato anche per questo vitigno di origine francese: frutto scuro, pepe nero, macchia mediterranea, struttura tannica elegante. Una scommessa che il territorio ha vinto.

Merlot — La curiosità scientifica

Merlot in purezza: l’obiettivo era testare se la vivacità che i terreni vinciani trasmettono al Sangiovese fosse ripetibile anche su altri vitigni. Risposta affermativa: profilo morbido e rotondo, frutti rossi maturi, tannicità vellutata, freschezza sorprendente.

Esiste inoltre una versione superiore, il Merlot “Elite”, che rappresenta un’altra piccola gemma del portfolio. Nasce soltanto nelle annate favorevoli e solo quando le condizioni di cantina e di invecchiamento in barrique di rovere possono garantire un risultato di eccellenza. Una versione che porta il Merlot vinciano su un piano di complessità e struttura comparabile ai grandi rossi toscani da invecchiamento. 

Albagia — L’Orange Wine vinciano

La Doccia di Vinci. Il coraggio di restareIl nome viene dal dialetto locale: “albagia” si dice di chi si lancia in un’impresa ambiziosa con la certezza di farcela. La materia prima è il Trebbiano Toscano della Vigna dei Pozzi, impianto del 1988, che produce uve straordinariamente sapide e strutturate.

La genesi di questo vino ha anche una radice tecnica curiosa e rivelatrice: La Doccia di Vinci non dispone di una moderna pressa a membrana. La necessità, come dicevano i nonni, aguzza l’ingegno. Le uve, uscite dalla diraspatrice e separate dai raspi, vengono avviate direttamente al tino per la fermentazione. Le bucce, ancora molto bagnate di mosto, vengono immediatamente separate dal liquido libero: si formano così due tini distinti. Nel primo fermenterebbe il mosto pulito, che darà origine al vino bianco Gora. Nel secondo, le bucce ricchissime di liquido macerano a lungo, rilasciando tannini, polifenoli e colore per dar vita all’Albagia. Una soluzione nata da un limite strutturale che si è rivelata una scelta identitaria.

Il risultato nel calice: toni ambrati, note di frutta secca, miele d’acacia, spezie orientali e una sapidità minerale persistente. Un vino che richiede un palato curioso e non prevenuto.

Gora — Il bianco della memoria

Trebbiano in purezza nella sua versione più tradizionale e diretta. Il nome omaggia il bacino artificiale costruito dai Masetti alla fine dell’Ottocento alle spalle della cantina, che alimentava le macine del mulino locale. Marco e Sara sognano di trasformarla in un anfiteatro all’aperto per concerti estivi — naturalmente accompagnati dal loro Trebbiano fresco.

Gazzara — Il rosato dell’imprevedibilità

Rosato IGT Toscana che non nasce mai due volte nello stesso modo. L’uva cambia — Sangiovese o Merlot — e cambia la tecnica: salasso o vendemmia precoce, a seconda dell’andamento climatico stagionale. Un vino che si lascia determinare dal millesimo più di qualsiasi altro in cantina. Prende il nome da un piccolo podere nella parte bassa della collina di Montrilli.

Vinsanto — Il tempo in bottiglia

La Doccia di Vinci. Il coraggio di restareProdotto in purezza da Trebbiano, affinato in caratelli per un minimo di sette anni. Ambrato, complesso, con note di fico secco, nocciola tostata, scorza d’arancia candita, caramello e una dolcezza mai stucchevole.

La storia della nascita del loro Vinsanto è una di quelle che si ascoltano con il fiato sospeso. Tutto è iniziato per caso, racconta Marco: dopo la scomparsa di nonno Cesare, lui e Sara entrarono nella rimessa dove il nonno teneva il trattore e gli attrezzi. Trovarono dei caratelli sigillati, neri come la pece e coperti di polvere. Insieme al loro enologo li aprirono, scoprendo all’interno il Vinsanto segreto del nonno. E come se non bastasse, sul fondo dei caratelli si era perfettamente conservata la “Mamma” — così la chiamano in Toscana — ovvero la madre acetica che permette di ripartire da una base preziosa di microorganismi selezionati. Da quella scoperta fortuita, e da quella Mamma intatta, Sara e Marco hanno ricostruito il loro Vinsanto: un prodotto di pura eccellenza che stupisce per freschezza, per la moltitudine di sentori al naso e in bocca, e per la capacità di conquistare l’assaggio sorso dopo sorso.

Una coccola, una carezza. Un vino che parla di altri tempi, che non si apre tutti i giorni. Ogni bottiglia è un flashback, un’introspezione.

Bustecchio — Il Metodo Classico della sperimentazione

La Doccia di Vinci. Il coraggio di restareTra le novità più interessanti emerse dalla visita in cantina c’è uno spumante Metodo Classico che porta un nome inconsueto: Bustecchio. Il soprannome appartiene a Daniele Saccoccio, l’enologo che collabora con La Doccia di Vinci — un omone grande e robusto come un armadio, buono e simpatico, diventato amico di famiglia nel tempo. È uno di quelli che fa ancora il vino alla vecchia maniera, che si prende a cuore le persone e il prodotto, trasformando ogni sfida in un’occasione per dare di più.

Come il Caesar e il Vinsanto, anche il Bustecchio non esce ogni anno: viene prodotto soltanto nelle annate in cui il vino base possiede le caratteristiche giuste per reggere la rifermentazione in bottiglia e il lungo affinamento sui lieviti.

Il millesimo assaggiato in cantina è un 2019, Pas Dosé, a base Trebbiano, con cinque anni sui lieviti. Nel calice si presenta con un bel colore giallo paglierino, una bollicina fine ed educata, un’acidità ben bilanciata e un sentore di ossidazione controllata e piacevole — quella complessità ossidativa che nei grandi Champagne si chiama rancio. Un sorso tira l’altro, e la magia si apre pienamente al naso e in bocca dopo qualche minuto di sosta nel bicchiere.

Avete mai provato solo a pensare di mettere del Vin Santo nel Metodo Classico come liqueur de expédition? …No? Male, avete fatto male… Stay tuned!

Un prodotto nato da un’intuizione giusta che sta appena iniziando la sua ascesa nel mondo delle bollicine artigianali. L’evoluzione futura, con il Vinsanto come liqueur de expédition, promette di essere una delle sorprese più originali del panorama spumantistico toscano.

 

Marco e Sara oggi: un progetto in divenire

Sono passati più di dieci anni da quando Sara e Marco posarono le forbici della loro vita precedente e le imbracciarono letteralmente in vigna. Nel frattempo, molto è cambiato: nonna Dina e nonno Cesare non ci sono più, Paola si è ritirata dall’attività quotidiana, Marco è diventato padre di Eva e di Anna.

L’azienda oggi si regge essenzialmente su due persone: Marco e Sara. A loro si affianca Gabriele, compagno di Sara, nei momenti in cui il lavoro lo richiede, e la sempre presente Paola Brogi — formalmente in pensione, ma disposta a dare una mano ai ragazzi, soprattutto sul piano morale. Un nucleo piccolo, compatto, che lavora in piena sinergia.

Un dettaglio che Marco e Sara tengono a precisare, e che dice molto di loro: si sentono, e sono, Sara e Marco Brogi. Come il loro grande nonno Cesare. Il cognome Viviani è quello anagrafico, ma l’identità più vera è quella legata alla terra e a chi gliene ha trasmesso il rispetto.

Restano invariati i tratti fondamentali che distinguono questa azienda: la scelta di non acquistare uve esterne, il rispetto per l’annata come narratore principale, la gestione agronomica attenta e non invasiva, la cantina come luogo di ascolto piuttosto che di correzione.

La natura non può essere comandata, ma può essere ascoltata. Farlo bene richiede etica, riflessione, coraggio e molta voglia di lavorare. E un po’ di fortuna.

Uno degli obiettivi più curati è il punto vendita aziendale e l’accoglienza per visite e degustazioni in cantina, per consentire a chi vuole conoscere La Doccia di Vinci di farlo direttamente sul luogo in cui tutto accade, tra le vigne che salgono verso Montrilli e la cantina che odora di legno, di mosto e di anni ben spesi.

Vale infine la pena menzionare un’altra dimensione dell’azienda spesso trascurata: oltre alle vigne, La Doccia di Vinci gestisce circa 1000 ulivi di varie cultivar che producono un olio extravergine di qualità, venduto direttamente a turisti e clienti affezionati. La produzione non è mai sufficiente a soddisfare la domanda, come raccontano Sara e Marco con quella soddisfazione mista a rimpianto che solo chi lavora la terra conosce bene.

 

SCHEDA AZIENDALE
DENOMINAZIONE

Società Agricola La Doccia di Vinci di Sara Viviani, Marco Viviani, Paola Brogi SS

SEDE

Via Cino da Pistoia, 8 — 50059 Vinci (FI)

SUPERFICIE

Parte dei circa 30 ettari totali aziendali, con circa 1000 ulivi

FILOSOFIA PRODUTTIVA

Agricoltura integrata. Nessun acquisto di uve o vino da terzi. Ogni bottiglia è produzione esclusiva aziendale.

DISTRIBUZIONE

60% conferito ai grossisti; 40% gestito direttamente (bottiglia e Bag in Box)

CERTIFICAZIONI

Membro FIVI — Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti

ETICHETTE

Montrilli, Caesar, Chianti DOCG, Syrah, Merlot, Merlot Elite*, Albagia (orange wine), Gora, Gazzara (rosato), Vinsanto, Bustecchio Metodo Classico* (*produzioni selettive)

CURIOSITA’

Le etichette, messe insieme, riproducono la tavola 765r del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci — il disegno del “Molino della Doccia di Vinci” del 1504

CONTATTI

ladocciadivinci@gmail.com — www.ladocciadivinci.it

 

 

Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier