Marchesi Pancrazi. La terra ha già deciso per noi
Arrivo a Bagnolo di buon mattino, con qualche appunto in tasca, il ricordo di quello che ho già degustato in svariate occasioni e la certezza di trovarmi finalmente in un posto fuori dal comune. Il vialetto di cipressi, il Monte Ferrato che sovrasta verde e silenzioso, i muri antichi che respirano storia e la magnifica Villa di Bagnolo ti accoglie prima ancora che tu bussi.
Ad aspettarmi non c’è solo il Marchese Giuseppe Pancrazi. Con lui c’è Francesca Buti che conoscevo già. È lei che segue le degustazioni, coordina la vendita diretta e presenta i vini nelle manifestazioni. Grande professionalità, grande gentilezza che è la perfetta combinazione che trasforma una visita in un’esperienza. Il marchese apre la conversazione, Francesca completa, integra, aggiunge. Si capisce subito che questa è un’azienda di persone prima ancora che di vino.
La Villa: una casa prima che una cantina
La Villa di Bagnolo non è una cantina con annessa abitazione: è una dimora storica che ha sempre tenuto il vino al suo interno come ha tenuto tutto il resto. Il grano, l’olio, gli animali, la gente che ci lavorava. Costruita tra il XVI e il XVII secolo dalla nobile famiglia fiorentina degli Strozzi, Principi e Duchi di Bagnolo, aveva una sua precisa organizzazione. Quella struttura si legge ancora oggi, stanza dopo stanza.
Il blocco principale segue la logica delle grandi fattorie toscane. Al piano terra: la cucina, grande come si conveniva a una casa che sfamava decine di persone, dotata di un passavivande per mandare i piatti al piano superiore, il piano nobile. Era li che il padrone pranzava lontano dal fumo e dai rumori. Una gerarchia verticale, letterale e simbolica. Sempre al piano terra: la sala del vice fattore, dove i conti della fattoria venivano messi in riga con la precisione del tempo; la sala del fattore, dove i mezzadri si presentavano per ricevere la loro parte; la sala dell’olio, ancora oggi custode dell’oro verde della tenuta; la sala delle botti, che ha attraversato i secoli cambiando solo in parte il suo contenuto. Oggi vi convivono le vasche in cemento per la vinificazione e le vecchie tonneaux, fianco a fianco come se il tempo avesse trovato un accordo con sé stesso.
L’ex stalla, dove un tempo vivevano tori e cavalli con il fienile sopra, oggi ospita le bottiglie pronte per la vendita. L’ex frantoio è diventato deposito di vino imbottigliato.
La limonaia, la usiamo ancora oggi.
Scendendo al piano interrato troviamo la vera cantina con le barriques e i vini in affinamento. Il silenzio è incredibile, la temperatura perfetta senza bisogno di impianti. Risalendo al piano superiore, le stanze private e il salone di rappresentanza, che conserva tutta la sua dignità antica. Essere stati sempre casa di famiglia ha preservato qualcosa di irripetibile.
Marchese, questa villa è rimasta sempre una casa privata. Non ci ha mai tentato l’idea di convertirla in albergo?
No, mai. Qui è la “casa di famiglia”, non un prodotto da vendere. Il fatto che sia rimasta sempre in famiglia ha consentito di conservare l’identità storica che altrove si va perdendo. E quella identità si sente anche nel vino.
La sicurezza sul lavoro, già negli anni Cinquanta
In una delle sale, appese alle pareti, ci sono delle illustrazioni. Tavole grafiche degli anni Cinquanta e Sessanta, disegnate con uno stile diretto, quasi didascalico, pensate per essere capite a colpo d’occhio. I titoli la dicono lunga: Prudenza dell’agricoltore, Agricoltori, la morte in agguato.
Le istruzioni sono precise e concrete: come si conduce un toro tenendolo per l’anello al naso, unico modo per tenerlo calmo e ridurre il rischio; come si porta una falce senza mettere in pericolo chi ti cammina accanto; come ci si siede su un carro per non cadere; come si lavora su una scala in sicurezza. Tutto illustrato, senza testo: perché l’alfabetizzazione, all’epoca, non era quella di oggi, e un disegno arrivava dove le parole non sempre riuscivano.
La sicurezza sul lavoro è un tema quanto mai attuale: la cronaca ce lo ricorda continuamente, con i numeri dolorosi degli infortuni e delle morti bianche. Vedere questi manifesti in una cantina storica è un segnale piccolo ma preciso: quella che oggi chiamiamo cultura della prevenzione qui era già presente settant’anni fa, appesa a un muro, visibile a chiunque lavorasse in questa tenuta. I vecchi proprietari, gli Strozzi, e poi i nuovi, i Pancrazi, hanno sempre sentito questo come un dovere. Non una norma da rispettare: un valore.
Francesca, quelle tavole sulla sicurezza mi hanno colpito molto. Come mai sono ancora lì?
Sono lì perché fanno parte di questa casa. Quando sei in un posto vissuto davvero, non buttare via nulla che racconta chi eri. E poi, ogni volta che le guardo, mi ricordo che certe attenzioni non sono un’invenzione recente. Li trovo bellissimi, anche esteticamente. Sono diretti, efficaci, onesti. Come dovrebbe essere sempre la comunicazione sulla sicurezza.
Un errore felice: come nasce il primo Pinot Nero toscano
La storia di questa azienda inizia con uno sbaglio. Negli anni Settanta, quando la tenuta passa dagli Strozzi (l’ultima rappresentante della famiglia era scomparsa nel 1965 senza eredi) alla famiglia Pancrazi, Vittorio Pancrazi decide di reimpiantare le vigne. Ordina Sangiovese. Il vivaista porta barbatelle di Pinot Nero.
Per anni nessuno se ne accorge. La vigna produce grappoli piccoli, matura in anticipo, ha un’aria da malata. Cambiamola, dicono in molti. Facciamo un bianco, qualcosa di diverso. Poi torna dalla Francia Nicolò D’Afflitto, giovane enologo amico di famiglia, formato in Borgogna. Lo guarda, lo riconosce al volo: Questo non è Sangiovese. È Pinot Nero. E, tra l’altro, viene bene.
Da quel momento tutto cambia. Si tratta la vigna come Pinot Nero in vigna e in cantina. Nel 1989, con un’annata eccezionale, arriva la prima bottiglia. I Pancrazi diventano i primi produttori di Pinot Nero in Toscana. Una primazia nata per caso, custodita con talento.
Se il vivaista non avesse sbagliato, oggi cosa ci sarebbe qui? Un altro Sangiovese?
Probabilmente sì. O qualcosa di normale. E invece ogni tanto mi viene da pensare che quell’errore non fosse poi così casuale – come se la terra avesse già deciso per noi, e il vivaista fosse solo lo strumento. Mio zio ordinava Sangiovese, ma questo posto voleva altro. Il Pinot Nero è elegante ed esigente, va trattato coi guanti bianchi. Però quando trova il posto giusto, ripaga con qualcosa che non puoi spiegare a parole. Qui ha trovato il suo posto.
Il terroir: tre ragioni per cui il Pinot Nero si trova bene qui
Non è solo fortuna, e nemmeno solo bravura. Con il tempo è diventato chiaro perché proprio a Bagnolo il Pinot Nero riesca dove altrove in Toscana fatica. Tre fattori concorrono a creare le condizioni ideali per questo vitigno capriccioso.
La pietra serpentina. Siamo ai piedi del Monte Ferrato, dove affiorano rocce di serpentino con caratteristici riflessi verdi. Il terreno argilloso e ricco di ferro, trasferisce ai vini una mineralità netta e riconoscibile – una firma che si sente al naso e in bocca.
L’escursione termica. La posizione ai piedi dell’Appennino fa sì che d’estate, verso le nove di sera, arrivi una corrente fresca che abbassa sensibilmente la temperatura. Questo contrasto tra il caldo del giorno e il fresco della notte rallenta la maturazione, preserva acidità e complessità aromatica. Qualità indispensabili nel Pinot Nero.
L’umidità del suolo. Non è un caso che il luogo si chiami Bagnolo: c’è acqua a pochi metri di profondità, e quell’umidità costante crea un microclima che il Pinot Nero apprezza. Anche questo non si compra e non si costruisce.
Cinque ettari sembra poco. Come si giustifica economicamente una scelta così piccola?
Con cinque ettari di Pinot Nero, o fai qualcosa di particolare o non stai in piedi. Non puoi competere sul volume. Devi competere sulla qualità, sulla storia, sull’identità. Noi produciamo 25.000 bottiglie l’anno: non molte, ma ogni bottiglia ha un motivo per esistere. E il Pinot Nero è un vitigno che ama i posti piccoli. In Borgogna i cru migliori sono appezzamenti minuscoli. Non è un caso.
I cloni: la scienza serve la terra
Una volta riconosciuto il potenziale del luogo, la famiglia ha fatto una scelta precisa: non coltivare un Pinot Nero qualsiasi, ma trovare i cloni di origine francese più adatti a questo specifico terroir. La vigna originale era un mistero e nessuno sapeva con certezza quali cloni il vivaista avesse portato. Così Nicolò D’Afflitto propose una vigna sperimentale con 13 cloni diversi, seguita da micro-vinificazioni per ciascuno. L’obiettivo: lasciare che fosse la terra a parlare.
Il risultato di quel lungo lavoro è alla base dei quattro vini prodotti oggi. Monte Ferrato nasce da due cloni (113 e 114); Villa di Bagnolo ne assembla sette (113, 115, 114, 666, 777 e 943); Vigna Baragazza è il clone 777 in purezza. Ogni vino è quindi l’espressione di una selezione specifica, calibrata su quella parcella, quell’altitudine, quella combinazione di sole e pietra.
In cantina, rinnovata nel 2021, le uve arrivano in cassette dalla vendemmia manuale, vengono diraspate senza pigiatura – i chicchi restano intatti – e fermentano in piccole vasche di cemento da 31 ettolitri. Separatamente, clone per clone. L’affinamento avviene in barriques di rovere francese a grana fine, con tostatura leggera o media: legno che accompagna, non che prevarica. Le vinacce vanno a una distilleria vicentina per la Grappa di Pinot Nero.
Perché il cemento e non l’acciaio per la fermentazione?
Il cemento è un materiale vivo. Respira in modo diverso dall’acciaio, mantiene le temperature in modo più naturale, ha una sua micro-porosità che interagisce con il vino. Abbiamo sostituito le vecchie vasche di acciaio nel 2021 con vasche di cemento nuove, fatte da Nico Velo di Vicenza: sono piccole apposta, 31 ettolitri, per vinificare separatamente ogni clone. È un lavoro in più, ma è l’unico modo per esprimere al meglio il potenziale di ciascun clone.
I quattro vini: parcella per parcella, la grappa e l’olio.
Il Pinot Nero (Pinot Noir) è considerato tra i più nobili, complessi ed eleganti vitigni a bacca rossa al mondo, ma è anche tra i più difficili e delicati da coltivare. Originario della Borgogna, deve il suo nome alla forma caratteristica del grappolo, compatto e serrato, che ricorda una pigna (pin in francese). La buccia degli acini è sottile e con pochi pigmenti. Ricca di tannini ma povera di antociani (i pigmenti responsabili del colore nei vini rossi). Il grappolo è notevolmente compatto.
Germoglia e matura presto ed è un vitigno geneticamente instabile e altamente mutabile (ha generato per mutazione il Pinot Bianco e il Pinot Grigio) che riflette in modo chirurgico la composizione del suolo, il microclima e le decisioni della cantina.
L’affinamento in legno predilige botti di rovere francese di medio-piccolo taglio con tostature contenute per non sovrastare i profumi primari.
L’abbinamento gastronomico del Pinot Nero si fonda sull’equilibrio tra la sua struttura elegante, la trama tannica setosa e la spiccata freschezza. Non tollera piatti con eccessi di grasso bruciato o speziature prevaricanti, ma esalta le preparazioni dotate di succulenza, untuosità e complessità aromatica.
Pinot Nero Monte Ferrato 2023 – Rosso Toscano IGT
Cloni 113 e 114 – reimpiantati nel 2011 – affinamento 12 mesi in barrique di terzo e quarto passaggio
La vigna d’origine, quella del celebre errore. Terreno argilloso e ricco di ferro ai piedi del Monte Ferrato. Il legno usato per l’affinamento è volutamente “maturo” – barrique di terzo e quarto passaggio – per non sovrastare la delicatezza del Pinot Nero ma accompagnarlo con discrezione.
La vinificazione e il successivo affinamento di 12 mesi in barrique di terzo e quarto passaggio, conservano le caratteristiche organolettiche del pinot nero regalandoci nel contempo qualche nota di complessa.
Alla vista si presenta di un rosso rubino scarico, trasparente e luminoso, con piacevoli e tenui riflessi che passano rapidamente tra il rubino chiaro a quasi un rosato complesso.
Il naso ti avvolge velocemente con Frutti rossi croccanti (lampone, fragolina di bosco, ciliegia, ribes), accompagnati da spiccate note floreali di violetta e rosa canina.
La freschezza è sferzante, la trama tannica si fa sentire, ma resta setosa e vellutata, il corpo di medio peso si guadagna una buona persistenza al palato.
E’ perfettamente adatto a sgrassare con la sua succulenza e la sua freschezza e lo vedo egregiamente abbinato con una semplice pasta con un ragù di cortile, oppure con un antipasto a base di formaggi a crosta fiorita e salumi nobili non troppo speziati (Prosciutto S. Daniele), oppure ancora meglio con un filetto di maiale con pancetta, un trancio di salmone alla griglia, un coniglio in umido, e perché no, una zuppa di pesce con il pomodoro.
Pinot Nero Villa di Bagnolo 2023 – Rosso Toscano IGT
Cloni 113, 115, 114, 666, 777 e 943 – impianti 1989, 1994, 1999 – affinamento 18 mesi in barrique di primo e secondo passaggio
Il vino più rappresentativo della tenuta. Vigne in prossimità del torrente Bagnolo, a 150 metri di altitudine, su terreno umido e ricco di serpentino. Sette cloni, tre impianti diversi, 18 mesi di legno: il risultato è la maggiore complessità del catalogo.
L’affinamento più importante in barrique di primo e secondo passaggio per 18 mesi si fa sentire alla vista, al naso e al palato.
Con l’affinamento la freschezza si integra in modo eccellente, i tannini vengono domati e il corredo aromatico vira verso il terziario.
Il rosso rubino trasparente diventa più carico e vira al quasi al granato. Esplode il sottobosco con la foglia secca, cuoio, fungo, tartufo, spezie e note ematiche eminerali.
La freschezza leggermente più timida, lascia spazio ad una trama tannica educata, ben addomesticata, e piacevolissima. Il corpo restituisce un peso nel complesso delicato che incanta. L’estrema persistenza lo rende delizioso.
Lo consiglio con la cacciagione, con un bel peposo dell’Impruneta, con un filetto di manzo ai funghi porcini, oppure con una semplice bruschetta con i funghi e uova al tartufo.
Pinot Nero Vigna Baragazza – Rosso Toscano IGT
Clone 777 in purezza – impianto 1999 – affinamento 18 mesi in barrique di primo e secondo passaggio – produzione limitata
Il cru. Vigna nelle parcelle di maggiore altitudine, clone 777 selezionato in purezza per la sua capacità di esprimere potenza e raffinatezza insieme. Poche centinaia di bottiglie all’anno, talvolta prodotte anche in Magnum e Jeroboam. Non sempre disponibile: quando c’è, va cercato.
Alla vista si presenta granato compatto e profondo, di notevole concentrazione cromatica.
E’ elegante e austero. Domina il mirtillo sotto spirito, crème de cassis, petali di rosa appassita, humus di bosco. Sul fondo, sfumature terziarie quasi animali che raccontano carattere e maturità.
La freschezza è dinamica e incisiva. La trama tannica si fa sentire senza essere invadente, in perfetto equilibrio con l’alcol. Il finale è lungo, sapido, persistente: invita al sorso successivo anche a distanza di minuti.
Si sposa impeccabilmente con un brasato, con il tartufo nero, con il gorgonzola piccante stagionato.
Pinot Nero Rosé Villa di Bagnolo 2025 – Rosato Toscano IGT
Pinot Nero 100% – impianti 1989, 1994, 1999, 2011 – separazione dalle vinacce entro 12 ore – fermentazione in cemento, nessun legno
Un giovane rosato che non si scusa di essere tale. Pinot Nero in purezza, separazione rapida dalle bucce, nessun passaggio in legno: l’obiettivo è tutto il frutto e tutta la freschezza del vitigno, senza mediazioni.
La sua estrema eleganza mi ha conquistato immediatamente. E’ fresco, beverino, di buona ampiezza aromatica e di una raffinata freschezza.
Si presenta con una fantastica tonalità di rosa tenue (stile provenzale) quasi buccia di cipolla, con qualche bella rifrangenza ramata.
Dominano note di piccoli frutti rossi aciduli (fragolina di bosco, ribes rosso, melograno, lampone), agrumi freschi (pompelmo rosa, scorza d’arancia) e spunti floreali di rosa canina e peonia, arricchite da un sottofondo gessoso.
L’ingresso è teso e verticale, dominato da una freschezza citrina sferzante e da un’evidente sapidità con una struttura agile ma persistente.
La natura poliedrica del Pinot Nero rosé lo rende uno dei vini più versatili in tavola, capace di coprire dall’aperitivo a tutto il pasto.
E perfetto per crudi di mare (Tartare di salmone, scampi e gamberi rossi), tagliolini con verdure, oppure una semplice pasta al pomodoro fresco e basilico. Prosciutto crudo dolce, mozzarella di bufala campana, e perché no, anche piatti leggeri della cucina asiatica.
La “Grappa di Pinot Nero”
Non poteva mancare la grappa di Pinot Nero, egregia estensione delle vinacce del pinot di Bagnolo. Calda, avvolgente sincera. L’ideale per un fine pasto di spessore.

L’olio extra vergine: l’altro oro di Bagnolo
Sarebbe un errore uscire da Bagnolo senza parlare dell’olio. La tenuta conta circa 3.000 ulivi alle pendici del Monte Ferrato, coltivati nelle varietà tipiche toscane: Moraiolo, Frantoio, Leccino, Pendolino e Rossellino. La raccolta è manuale, le olive vengono riposte in piccole cassette, la frangitura a freddo avviene entro 12 ore dalla raccolta. Rigore artigianale, risultati eccellenti: l’olio dei Pancrazi ha ricevuto più volte il riconoscimento di Miglior Olio Extra Vergine d’Oliva della Provincia di Prato. Una conferma che l’attenzione con cui questa famiglia lavora non conosce eccezioni.
Riconoscimenti: una bacheca internazionale
I vini dei Marchesi Pancrazi sono seguiti con costanza dalle principali guide e riviste di settore, italiane e internazionali. I punteggi parlano chiaro.
James Suckling: Monte Ferrato 95 pt (2019) • Villa di Bagnolo 94 pt (2023) • Vigna Baragazza 94 pt (2018, 2022) • Rosé fino a 91 pt
Wine Enthusiast: Villa di Bagnolo 2016 – 95 pt • Vigna Baragazza 2016 – 92 pt • Monte Ferrato 2018 – 92 pt
Luca Maroni: Villa di Bagnolo 2022 – 95 pt • Vigna Baragazza 2021 – 94 pt • Rosé 2023 – 94 pt
Guida Vitae – AIS: Vigna Baragazza: 4 Viti per numerose annate (2015, 2016, 2018, 2019, 2021, 2022) • Monte Ferrato 2021 – 4 Viti
Gambero Rosso: Villa di Bagnolo: 2 Bicchieri in continuità per numerose annate • Monte Ferrato e Vigna Baragazza: 2 Bicchieri
Veronelli: Vigna Baragazza *** fino a 93 pt • Villa di Bagnolo *** fino a 92 pt
Decanter World Wine Awards: Villa di Bagnolo 2016 e 2018 – Gold
The Wine Hunter: Monte Ferrato 2022 – Gold • Villa di Bagnolo 2021 – Gold
I Rosati d’Italia – Rosa Rosati: Rosé Villa di Bagnolo: Rosa d’Oro con Gran Menzione (2025) • Rosa d’Oro (2022, 2023, 2024)
Prima di salutarci
Esco dalla Villa di Bagnolo con qualcosa in più di quello che speravo di trovare. Ho trovato un vino fuori dall’ordinario, certo – ma anche una storia che ha l’umiltà di riconoscere che le cose migliori, a volte, nascono senza essere cercate.
Cinque ettari, 25.000 bottiglie, quattro vini e un olio premiato. Sul mercato da trentasei anni, con punteggi che farebbero invidia a cantine di dimensioni tre volte superiori.
I Marchesi Pancrazi, sono la prova che in Italia, l’eccellenza si trova quando il territorio è quello giusto e le persone ci credono davvero.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
