01 Set 2026
Cupertinum. Il Negroamaro nel Castello di Copertino
In Puglia, nel cuore della penisola salentina, a metà strada fra il mar Ionio e l’Adriatico, si stende la campagna di Copertino. È una terra rossa dove la vite e l’ulivo crescono fianco a fianco, in un equilibrio antico. In questo paesaggio, nel 1935, trentasei viticoltori decisero di unire le forze e fondarono la Cantina Sociale di Copertino, un progetto di cooperazione nato per occuparsi direttamente della vinificazione delle proprie uve e del commercio dei vini, senza intermediari. Da allora la Cupertinum (come oggi si chiama la cantina) non ha mai smesso di essere una colonna portante di questo territorio.
Oggi, a novant’anni da quella prima vendemmia, sono trecento i soci che ogni anno conferiscono il proprio raccolto alla cantina, per una superficie vitata complessiva di circa trecentoventi ettari. Un numero cresciuto nel tempo, a testimoniare quanto la formula cooperativa abbia retto, e bene, alla prova degli anni. I vigneti vengono seguiti con la sapienza di chi conosce il proprio terreno da generazioni, coniugando tradizione e innovazione per ottenere vini capaci ancora oggi di emozionare.
Il vitigno principe della casa è il Negroamaro Qui il Negroamaro non si beve soltanto: si vive, simbolo del Salento, affiancato da Malvasia nera, Primitivo e da altre varietà che nei secoli si sono perfettamente acclimatate a queste terre. La zona della DOC Copertino si distende in pianura, fra i trenta e i sessanta metri sul livello del mare, su terreni argillosi che poggiano su un basamento di roccia calcarea e tufacea. È una combinazione che regala ai vini un’impronta riconoscibile e un’aromaticità accattivante, fatta di concordanza ed eleganza più che di potenza fine a se stessa.
Negli anni Sessanta e Settanta la provincia di Lecce contava circa sessanta cantine sociali: un mosaico di realtà che vivevano attorno ai binari ferroviari, fondamentali per spedire il vino sfuso verso il Nord Italia e la Francia. Il Negroamaro e il Primitivo erano protagonisti indiscussi, utilizzati come vini da taglio per dare colore e struttura ai vini di mezza Europa.
Documenti storici raccontano che le parti alte delle mura del Castello Angioino (fra le più imponenti strutture difensive della zona), venivano un tempo utilizzate come giardini pensili e coltivate a vigneto. Nel 2013 la Cupertinum ha proposto di far rivivere quella memoria, presentando alla direzione del Castello e alla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Lecce un progetto di valorizzazione tanto semplice quanto audace: reimpiantare la vite sui bastioni. Il progetto è stato accolto con entusiasmo, e nel 2014 il vigneto è tornato a esistere, allevato ad alberello pugliese con i filari disposti a quinconce e coltivato a Negroamaro Cannellino, un’antica varietà precoce riscoperta da Antonio Calò, storico presidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, e scelta nei vivai di barbatelle di Otranto.
oplus_137363488
Quando ho chiesto a Francesco Trono cosa significhi, per una cooperativa di trecento soci, riportare la vite dentro le mura di un castello, mi ha risposto con orgoglio che si tratta di un progetto che non ha precedenti né in Italia né all’estero, capace di far rivivere la storia e di valorizzare gli aspetti più autentici della cultura contadina di Copertino. Non a caso, le bottiglie di Copertino DOC portano oggi in etichetta il portale del Castello, mentre due vini IGT Salento, Squarciafico e Spinello dei Falconi, sono dedicati alle famiglie nobiliari che un tempo abitarono proprio quelle mura.
La vocazione vitivinicola di questa terra non è certo una scoperta recente. Gli storici fanno risalire le prime coltivazioni della vite in Salento addirittura all’VIII secolo avanti Cristo, all’epoca della colonizzazione greca. I romani apprezzarono e celebrarono in versi i vini della Terra d’Otranto, e nel Medioevo la produzione continuò a fiorire: nel XII secolo fu perfino Federico II a incoraggiare la sperimentazione di nuovi vitigni. Un documento del 1583, conservato nell’Archivio Generale Agostiniano di Roma, descrive la campagna intorno a Copertino cinta da uliveti e attraversata da vigne che, già allora, davano uve di qualità eccezionale. Sono parole scritte oltre quattro secoli fa, ma che sembrano fotografare ancora oggi questa cantina. Due secoli dopo, sotto Gioacchino Murat, le statistiche del Regno di Napoli documentavano puntualmente le varietà coltivate a Copertino; e il 2 novembre 1976 quel patrimonio ricevette infine il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata.
Cupertinum, una cooperativa anche per la comunità
Ho incontrato il presidente Francesco Trono nella sede della cooperativa, tra le vasche d’acciaio e i profumi di cantina. Agronomo, alla guida della Cupertinum dal 2013, Trono racconta con naturalezza un lato della cantina che raramente finisce in etichetta: quello sociale.
Da una decina d’anni, nei terreni intorno alla cantina cresce una piccola vigna ad alberello di Negroamaro dedicata alle scuole, dove si organizzano giornate di educazione all’agricoltura, corsi di apicoltura e incontri sulla cultura dell’ulivo e dell’olio. La vendemmia, in particolare, è diventata un appuntamento fisso per i bambini e i ragazzi dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Lecce, che ogni anno scoprono con le mani grappoli e acini, ne riconoscono il profumo, pigiano l’uva a piedi nudi nei tini e assaggiano il mosto appena spremuto. Alla fine dell’estate è invece la squadra di calcio per non vedenti a organizzare le “cene al buio” per autofinanziare le proprie trasferte: gli ospiti vengono serviti, al buio, dagli stessi giocatori, in una serata che aiuta chi vede a capire, almeno per qualche ora, cosa significhi non vederci. Francesco, non dimentica di farmi vedere la grande cura che tutti loro hanno delle arnie e delle api che producono un miele molto ricercato in zona.
Il presidente mi ha raccontato anche di una pista da mountain bike che la cooperativa ha voluto ricavare nella sua pineta, pensata per ragazzi che vogliono fare sport in armonia con la natura.
Inoltre la Cupertinum e il suo presidente, sono sempre disponibili ad aprire le proprie porte anche a chi attraversa un momento di difficoltà lavorativa. Tra le persone che negli anni ha accolto, mi ha detto, c’è anche un avvocato che a un certo punto della propria vita ha scelto di non esercitare più la professione forense. Oggi guida trattori, fa potature e vendemmie ritrovando serenità e salute. È la semplice dimostrazione che la terra, quando chiama, non sbaglia mai,
Negli ultimi anni la cantina ha inoltre avviato una collaborazione con Sorgenia per la realizzazione di un impianto fotovoltaico, un passo concreto verso una produzione vitivinicola più sostenibile.
Cupertinum riesce in buona sostanza a conciliare facilmente una realtà quasi centenaria con una grande spinta verso la sostenibilità, avendo già nel DNA il concetto che fare squadra, resta oggi il modo più naturale per prendersi cura del territorio e del suo futuro.
I vini che raccontano il territorio
Ogni vino della Cupertinum racconta un frammento di storia locale e dal 2010 grazie al rigoroso lavoro del dott. Giuseppe Pizzolante Leuzzi, guida enologica della Cupertinum, sono iniziate delle ventate di novità . E’ la sua intuizione e la sua dedizione al lavoro che hanno reso possibile la nascita del Glykòs, (Passito da negramaro); Il Giortì (spumante da negroamaro vinificato in bianco); L’Aldieri (Rosso da primitivo) e definito impeccabilmente i Copertino Doc.
Il cuore della produzione resta il rosso. Il Copertino DOC è un Negroamaro in purezza affinata fra acciaio e cemento vetrificato con una piccola parte in barrique di secondo e terzo passaggio, dal frutto scuro, rubino intenso, mora e prugna con un finale caldo, morbido, appena speziato di pepe nero, con quel piacevole fondo amarognolo che è la firma del vitigno.
La versione Riserva, affinata più a lungo fra acciaio e cemento vetrificato, si fa ampia ed eterea, mostrando un colore granato, persistente con richiami di macchia mediterranea, cuoio, mandorla e ribes nero. Lungo, armonico, identitario. Il Wine Spectator lo ha premiato con 89 punti, apprezzandone proprio le note di cuoio e salvia essiccata.
Il Settantacinque Riserva ha un’anima più verticale e legata all’annata. Una chicca, una scommessa vinta immediatamente. Vino rosso granato dal profumo persistente, asciutto e caldo con note di frutta matura che bene rilevano la varietà e la territorialità, complesso e armonico con un lungo finale.
Accanto ai grandi rossi da Negroamaro, la Cupertinum lavora con crescente convinzione anche il Primitivo da cui nasce l’Aldieri, che prende il nome da una contrada storica del territorio. Vino color porpora carico, morbido, caldo, dai tannini fitti, ciliegia matura, mirto, spezie e mandorla, con ricordi di cioccolato e confettura di prugna.
Il Poggiani, invece, è un Negroamaro più giovane e conviviale, dal profumo di frutti rossi, liquirizia e caffè.
Cupertinum produce non solo rossi impegnativi: la gamma si apre anche a etichette pensate per la quotidianità.
Il Cigliano, uno Chardonnay in purezza, ha riflessi dorati e profumi delicati di salvia, glicine e sambuco e gelsomino, con un finale fresco e leggermente sapido.
La linea Petra di Sole propone un bianco dal carattere aromatico deciso, fresco e vivace dal retrogusto di melone bianco e un rosato da Negroamaro, fruttato con note di mora e dal finale piacevolmente amarognolo. Entrambi pensati per aperitivi e tavole informali.
Più identitari, perché legati alla storia del Castello, sono i due Squarciafico che ricordano la famiglia genovese che nel Cinquecento commerciava grano, olio e vino dal porto di Gallipoli. Nella cappella di San Marco, all’interno del Castello, si trovano ancora i loro sarcofagi.
Lo Spinello dei Falconi, dedicato all’antico feudatario della contea di Veglie, Copertino e Leverano. Un rosato color cerasuolo dal profumo di ciliegia, lampone e rosa selvatica. Fresco, raffinato, con piacevoli ricordi di mora, forse il più elegante della categoria.
Cupertinum produce anche il vino per la Santa Messa, autorizzato con regolare decreto della Diocesi, Il Glykòs, che in greco significa ‘dolce’. E ‘nato nel 2002 come primo passito di Negroamaro in purezza: le uve vengono raccolte e lasciate appassire al sole del Salento, fino a diventare un vino pieno, rotondo, dal frutto maturo e da note di mirto e liquirizia.
Il Giortì, che in greco significa ‘festa’, è invece uno spumante extra dry ottenuto vinificando in bianco e poi filtrando con carbone lo stesso Negroamaro: un’interpretazione insolita e riuscita del vitigno, che restituisce un colore quasi trasparente, con un perlage sottile e dal profumo agrumato, ideale per i brindisi e per gli aperitivi.
Chiude la gamma la grappa Le Viole, distillata con cura dalle vinacce di Negroamaro in alambicchi a vapore, con il taglio di teste e code: cristallina, morbida, dai profumi floreali e di nocciolo di ciliegia.
I nostri vini sono storie che diventano etichette, Sono nomi che non si inventano: si ereditano.
Assaggiati i loro prodotti, mi è venuto naturale chiedere al presidente, come riesce a fondere una realtà cooperativa con una qualità così alta. Francesco Trono risponde semplicemente che il segreto non è altro che il controllo della filiera. Prima della vendemmia viene verificato lo stato sanitario delle uve per poi vinificarle separatamente per varietà e gradazione. Il mosto passa poi nelle vasche in cemento, interrate a otto metri di profondità, garantendo una stabilità termica naturale. Per la DOC Riserva viene rispettato un affinamento minimo di due anni. Il legno viene usato con discrezione per non coprire la tipicità del Negroamaro.
Gli chiedo inoltre come la cooperativa riesca a fondersi così bene con il territorio. La risposta è talmente semplice che mi emoziona. Dice Trono
L’età media dei viticoltori si alza inesorabilmente e molti vigneti rischiano l’abbandono. Abbiamo quindi iniziato a prendere in affitto diversi terreni che altrimenti rimarrebbero all’abbandono e ad assumere giovani.
Dei vini della Cupertinum hanno scritto, nel tempo, maestri della critica enologica come Luigi Veronelli, Hugh Johnson e Gianni Mura, oltre che le guide più autorevoli, da Decanter a Vinous, da Slow Wine a Vitae dell’Associazione Italiana Sommelier, dalla Guida De L’Espresso a Vinibuoni d’Italia, fino al Gambero Rosso. Tutti hanno riconosciuto negli anni la coerenza di un’intera gamma che non conosce cali di livello, sottolineando la fedeltà di questi vini alla propria terra, senza cedimenti verso mode passeggere e con un rapporto qualità-prezzo che raramente si trova altrove.
Chi vuole conoscere la Cupertinum da vicino può farlo di persona, varcando la soglia del punto vendita interno alla cantina dove è possibile acquistare, degustare e prenotare una visita guidata fra i vigneti e le botti. È aperta dal lunedì al sabato, dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30, giovedì pomeriggio escluso, e resta chiusa la domenica.
C’è un vecchio detto, qui in Toscana, secondo cui il buon vino non ha bisogno di frasca: non serve appenderlo fuori dall’uscio per farlo riconoscere, perché si fa notare da sé.
Ripensando alla Cupertinum, e alla chiacchierata con il presidente Trono, sono sicuro di aver colto in pieno l’anima di questa cantina. Novant’anni di lavoro corale, trecento famiglie che ogni anno affidano le proprie uve a un progetto comune, un vigneto che si arrampica sulle mura di un castello, e una porta sempre aperta ai bambini che scoprono l’uva con le mani e a chi ha bisogno di una seconda occasione nella vita. Al Negroamaro di Copertino basta l’amore per il loro prodotto per far raccontare alla terra rossa del Salento la propria storia.
In definitiva la Cupertinum è una cantina che non si limita a produrre vino: custodisce storie, accoglie persone, protegge tradizioni. Qui il Negroamaro diventa voce, memoria, comunità. È un vino che non si dimentica, perché parla la lingua della sua terra che è quella che Cupertinum racconta.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
Leggi