26 Mag 2026
Le Bischerate di un Sommelier

Vignaioli Pepa. La terra che non lasciava liberi

Dall’Albania alla Costa degli Etruschi: una storia di radici, di acqua salata e di vino autentico

 

La mancanza. Alle volte si dice che certe storia non inizino proprio per mancanza di coraggio o di intelligenza. Fatmir Pepa ne aveva più della media di coraggio e intelligenza.  Ciò che mancava era un futuro visibile, di quella sensazione concreta che il domani possa essere migliore dell’oggi. In Albania, nel 1998, quella sensazione non esisteva.

Fatmir aveva studiato. Diploma in agraria, poi una laurea in giurisprudenza: non era un uomo senza mezzi. Ma i mezzi intellettuali non bastano quando il sistema che ti circonda non ti lascia usarli. Il regime comunista di Enver Hoxha aveva tenuto l’Albania in uno stato di chiusura totale per decenni, e anche dopo la morte del dittatore la macchina del controllo continuava a girare. Non si era liberi di essere. Non si era liberi di creare. Non si era liberi di sperare.

Poi sua madre viene a mancare. Quarantaquattro anni. Un’età in cui si dovrebbe essere nel pieno della vita. Fatmir rimane con il padre, la moglie Eglantina e due bambini piccoli, a coltivare una terra che non rende abbastanza. L’assenza di sua madre è la scintilla finale. Bisogna partire.

In quegli anni, dall’altra parte dell’Adriatico, l’Italia cercava di gestire un flusso migratorio senza precedenti. Il governo Andreotti aveva risposto all’esodo albanese con la legge Martelli del 1990: uno strumento che distingueva i rifugiati politici dai migranti economici, escludendo di fatto la stragrande maggioranza di chi fuggiva. I blocchi navali erano diventati prassi. I profughi intercettati venivano rimpatriati. L’Europa aveva alzato il ponte levatoio.

Fatmir sapeva tutto questo. E partì lo stesso.

 

Una busta di plastica e un cambio di vestiti

Vignaioli Pepa. La terra che non lasciava liberiLa notte in cui sale su quel gommone a Valona, Fatmir lascia alle spalle tutto: la casa, il padre anziano, la moglie Eglantina, i due figli piccoli. Non ci sono i soldi per portarli tutti. Il viaggio in gommone costa già una fortuna per una sola persona; per quattro sarebbe impossibile.

Porta con sé quello che si porta quando si parte senza spere se poter tornare: pochissimi soldi, quelli che ha, e un cambio di vestiti asciutti, chiusi dentro una busta di plastica. Non per farsi belli all’arrivo. Per avere qualcosa di asciutto addosso se il gommone si rovescia.

Il gommone arriva in Grecia. Qui comincia la prima, durissima scuola della sopravvivenza. La polizia greca è violenta — Fatmir lo dice senza rancore ma con la precisione di chi impara a misurare le persone dai fatti. Si lavora per pochissimo, a volte per niente. D’estate si dorme all’aperto perché non c’è una stanza da pagare. Si mangia quello che si trova. Si impara a stare nascosti, a spostarsi di notte.

La polizia era cattiva. Non come in Italia, dove sono comprensivi e ti trattano bene.

Ma nemmeno la Grecia offre futuro. L’Italia è il vero obiettivo. E così inizia il viaggio più lungo: a piedi. Quasi un mese di cammino tra mille peripezie. Si attraversa la Grecia del nord, si trova da mangiare come si può, si arriva a Brindisi. Poi altri quattro giorni di cammino fino a Foggia.

Ci arrangiavamo a fare tutto. Nessuno ci aiutava e nessuno ci dava da lavorare. Non so come abbiamo fatto. Qualcuno lassù ci ha aiutato.

Da Foggia a Marcianise, vicino Caserta. Qui qualcuno ci dà finalmente da lavorare. Campi, animali, sedici ore al giorno per un compenso da fame. Fatmir lo dice con quella sobrietà che solo chi ha davvero sofferto sa usare: “a pensarci oggi è stata una pazzia, ma non avevamo scelta. Pensavo a mia moglie e ai bambini e volevo regalargli quello che mi ero promesso: una vita serena e dignitosa.”

Il lavoro onesto ti porta avanti e ti dà speranza. Quello disonesto, anche se più semplice, ti fa dormire sempre preoccupato e non sai mai dove vai a finire. La vera ricchezza è nel cuore. Un orologio da poco segna la stessa ora di uno che costa tanto.

Non è una frase fatta. È una filosofia costruita sull’esperienza diretta, parola per parola, giorno per giorno. E in ogni bottiglia che questa famiglia produce oggi, quella filosofia si ritrova intatta.

 

Le bufale di Castelvolturno

La voce passa tra i migranti come passa l’acqua in un paese assetato: verso Castelvolturno cercano manodopera. Campi e bufale. Fatmir parte di nuovo.Vignaioli Pepa. La terra che non lasciava liberi

Castelvolturno è una città complicata, piena di contraddizioni, ma per Fatmir è il posto in cui impara un mestiere che porterà con sé per sempre: lavorare la terra, pascolare le bufale, fare la mozzarella. Le mani che un giorno cureranno i vigneti della Costa degli Etruschi imparano la loro prima grammatica agraria qui, in Campania.

Siamo nel 1995. I bambini hanno tre e cinque anni. Tre anni durante i quali Fatmir ha visto la sua famiglia soltanto nei sogni e in qualche rara telefonata. Tre anni in cui Eglantina ha cresciuto da sola due bambini piccoli, aspettando notizie dall’altra parte del mare. Adesso basta.

Fatmir ha un permesso di soggiorno che gli consente di muoversi e viaggiare. Fa l’unica cosa che un padre può fare: riparte. Torna a Lushnje, vicino Durazzo, prende moglie e figli e organizza il ritorno. Con il traghetto non è possibile: Eglantina e i bambini non sarebbero ammessi. C’è un solo modo. Un altro gommone.

 

I bambini sulle spalle

Questa è la scena che chi ascolta la storia dei Pepa non dimentica più.

Il gommone parte di notte da Valona. Più di trenta persone. Non c’è posto per bagagli: ogni centimetro serve a una persona. Si punta ad arrivare alle prime luci dell’alba. Ma sulla spiaggia, verso Brindisi, la polizia è già ad aspettarli.

Lo scafista non esita un secondo: spinge tutti in acqua e sparisce. Una parte dei passeggeri nuota verso la riva, viene soccorsa, verrà rimpatriata giorni dopo. Fatmir ed Eglantina sono già in acqua. L’acqua gli arriva quasi al petto. Hanno i bambini — tre e cinque anni — e li sollevano sulle spalle. Insieme ad altri due amici, approfittando del caos, puntano verso uno scoglio poco distante. La polizia li insegue fino alla riva, ma non entra in acqua. Li cercano tra i cespugli, nelle campagne intorno. Poi, soddisfatta della retata, desiste.

Dietro quello scoglio, bagnati fradici, con due bambini tra le braccia, Fatmir ed Eglantina aspettano che il silenzio torni ad essere sicuro.

Trovano chi in quegli anni era di ronda per portare i migranti lontano dalle coste, sfruttando chi non aveva altra scelta, facendosi pagare oro per un passaggio in macchina. Pagano anche quello. Poi la stazione. Un treno. Controllori con il cuore abbastanza grande da chiudere un occhio davanti a una famiglia con due bambini tremanti. E così, con una catena di piccole fortune e di grandi determinazioni, arrivano a Mondragone.

 

La prima casa

A Mondragone, qualche giorno dopo l’arrivo, Fatmir conosce chi gestisce un’azienda agricola: tanta terra, tante bufale, una casa da offrire in cambio del lavoro. L’accordo è del tipo che Fatmir capisce al volo. Quello della fatica e della lealtà. Per la prima volta dal 1992, la famiglia Pepa ha un tetto tutto suo.

I bambini vanno all’asilo e finalmente tutti e quattro hanno il permesso di soggiorno in regola. Si lavora, si cresce, si mettono radici. Anni di stabilità in cui Erald e Antonio imparano che la fatica non è una punizione ma il modo in cui la famiglia si vuole bene.

Poi, nel 2012, l’azienda dove lavora chiude. E tutto ricomincia da capo.

La famiglia trova un appartamento in affitto a Mondragone. Fatmir guarda i figli Erald e Antonio e capisce che questa volta il nord lo affronta con qualcuno accanto. Lui ed Erald partono insieme per la Toscana.

Prima tappa: Grosseto. Fatmir apre una partita IVA — non per convenienza fiscale, ma per sopravvivenza burocratica. All’epoca era l’unico modo concreto per rinnovare il permesso di soggiorno. Bisognava dimostrare di lavorare, e la partita IVA era quella porta.

Da Grosseto si spostano verso Pisa, poi oltre. Giardinaggio, potature, lavori di campagna: tutto quello che il territorio offre e che gli italiani non vogliono fare. Si stampano i biglietti da visita — un gesto piccolo e insieme enorme, la dichiarazione pubblica che si è qui, si è seri, si è affidabili. Si lavora per poco, ma si lavora. Dodici, quattordici ore al giorno, senza sosta.

Ogni quindici giorni, padre e figlio caricano la macchina e tornano a Mondragone. Mille chilometri di autostrada per stare qualche giorno con Eglantina e Antonio, poi di nuovo su, di nuovo a nord. Fatmir non regge la distanza. Ha già pagato un prezzo troppo alto alla lontananza, e non intende pagarlo ancora.

Trovano una casa in affitto a Pastina, un paese nell’entroterra pisano dove nessuno li conosce e la gente, come spesso accade nei borghi chiusi, è diffidente verso chi viene da fuori. Non importa. C’è lavoro e loro si adattano, lavorano. La fiducia si conquista con i fatti. Glielo ha insegnato la vita.

E poi, lavorando lavorando, arriva l’occasione. Siamo nel 2013

 

L’accordo con i banchieri svizzeri

La Fattoria di Paltratico, sulle colline di Rosignano Marittimo sulla Costa degli Etruschi, appartiene a banchieri svizzeri che non hanno più voglia di badare alla terra. Non è raro: spesso chi ha molti beni finisce per non sapere cosa farsene. La terra richiede presenza, cura quotidiana, passione — cose che non si delegano a distanza.

L’accordo è lineare e antico come la mezzadria: la famiglia Pepa si prende cura dei vigneti, li mantiene in modo impeccabile, e in cambio raccoglie i frutti della propria fatica. Eglantina, Erald, Antonio: tutta la famiglia si trasferisce e si mette al lavoro. Per la prima volta, il nome di questa famiglia finirà su una bottiglia.

I primi anni sono quelli dei debiti pagati a costo di mangiare pane e formaggio — Fatmir lo dice senza sentimentalismi, come un dato di fatto. Si comprano gli attrezzi. Il primo trattore. Si reinveste ogni euro nell’attività, senza mai permettersi lussi. Anno dopo anno, la fiducia dei paesani arriva: quella fiducia silenziosa e concreta che si guadagna solo con anni di serietà.

 

La grande casa e la famiglia riunita

Col tempo la famiglia acquista una casa nel paese. Ci pagano ancora il mutuo, e lo dicono senza imbarazzo, con la soddisfazione di chi sa che le cose vere si costruiscono con la pazienza. Non è un palazzo, non è una villa: è una casa grande abbastanza da contenere tutti. Ed è esattamente quello che serve.

Fatmir ed Eglantina abitano al piano di sopra. Erald, che nel frattempo si è sposato e ha tre meravigliosi figli, vive al piano di sotto con la sua famiglia. Antonio sta con i genitori. Sotto lo stesso tetto, ogni giorno: colazioni insieme, decisioni insieme, fatiche condivise.

C’è un solo conto corrente. Nessuno ha una macchina propria: si prende quella che si trova libera, dice Fatmir, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Nessuno è geloso degli altri. I proventi della fattoria vanno a tutti, i bisogni di tutti vengono soddisfatti da quel conto unico. È una struttura patriarcale, come quelle che l’Italia ha smesso di avere generazioni fa, sostituite dall’individualismo del benessere. I Pepa ne vanno fierissimi. Quando Fatmir lo racconta non c’è la minima traccia di nostalgia o di retorica: c’è la soddisfazione concreta di qualcosa che funziona, che tiene, che resiste. Di una scelta fatta ogni giorno, non una volta sola.

Il fondo delle degustazioni: il futuro che si costruisce

Nel 2025 la famiglia Pepa ha acquistato un fondo nei pressi della fattoria. Non è ancora aperto, non è ancora finito, ma nella mente di Fatmir è già vivissimo: sarà lo spazio dell’accoglienza, il luogo dove chi vuole capire davvero cosa c’è dentro una bottiglia della famiglia Pepa potrà sedersi, ascoltare, assaggiare.

Il progetto è quello di creare una cantina di degustazione dove i visitatori, appassionati, buyer, turisti enogastronomici, possano incontrare la famiglia, vedere i vigneti, capire il metodo. Non un salone di rappresentanza patinato, ma qualcosa di autentico: una sala con i serbatoi in acciaio sullo sfondo, i profumi del mosto in autunno, le voci dei bambini fuori nel cortile. Il tipo di accoglienza che si ricorda perché è vera.

Per una cantina come quella dei Pepa, con una storia così potente alle spalle, con vini dall’identità precisa e con un territorio, la Costa degli Etruschi, che sta conquistando attenzione crescente a livello internazionale, il progetto di enoturismo ha un potenziale enorme. La Costa degli Etruschi è a un’ora da Firenze, a due da Roma, con l’Arcipelago Toscano a portata di traghetto. È uno di quei territori che il turismo di qualità ha scoperto da poco e che porta visitatori sempre più attenti, disposti a spendere bene pur di trovare autenticità.

E di autenticità, i Pepa ne hanno da vendere.

La Fattoria di Paltratico: terra, metodo, filosofia

I vigneti di Paltratico si distendono su 9,6 ettari di collina toscana, a pochi chilometri dalla costa tirrenica. Il territorio della Costa degli Etruschi porta nel nome stesso la sua storia millenaria: gli Etruschi avevano capito prima di chiunque altro che questa combinazione di suolo e clima era fatta per la vite. Argille e sabbie, esposizione al sole, brezza salina dal Tirreno: tutto concorre a dare alle uve una personalità che non si replica altrove.

La distribuzione dei vigneti racconta già la famiglia: 2,5 ettari di Vermentino per l’unico bianco in gamma, 2,5 ettari di Cabernet Franc, 2 ettari di Sangiovese e 1,5 ettari di Cabernet Sauvignon. Dalle circa trecento quintali di uva raccolta ogni anno, la famiglia vinifica circa trentamila bottiglie. Il resto va ai grossisti per mancanza di fondi sufficienti a vinificare tutto: un limite temporaneo che il futuro si incaricherà di superare.

La vinificazione avviene in una cantina del territorio, ma le decisioni sono interamente della famiglia Pepa. Sono loro a stabilire quali lieviti usare, quanto prolungare la macerazione, quanti rimontaggi eseguire, come diraspare, come affinare. Il lavoro della cantina è un servizio tecnico; la visione è tutta loro. Poi il vino passa in contenitori di acciaio inox e viene imbottigliato. Da quel momento è completamente loro.

Niente barrique, niente tonneau, niente anfore. La scelta dell’acciaio è una scelta di rispetto: per il frutto, per il vitigno, per la verità di quel territorio. Ma Fatmir non chiude nessuna porta.

In futuro non si sa

 

Il futuro

Una cantina come quella dei Pepa, con una storia autentica, un territorio di valore crescente e una gamma di vini coerente e ben costruita, ha davanti a sé strade commerciali che oggi sono appena tracciate ma che potrebbero diventare autostrade.

Il fondo acquistato nel 2025 è il primo tassello. La Costa degli Etruschi è uno dei territori enoturistici più promettenti d’Italia: a un’ora da Firenze, a due da Roma, con il mare a portata di mano e un entroterra collinare ancora integro. I visitatori che arrivano in questa zona cercano autenticità, storie, persone vere. I Pepa hanno tutto questo. Un piccolo spazio attrezzato per le degustazioni, un percorso tra i vigneti, la possibilità di incontrare la famiglia e sentire direttamente da Fatmir la storia di quelle bottiglie: è esattamente ciò che il turista enogastronomico di qualità cerca oggi.

Fatmir non è un uomo che si accontenta. Lo si capisce dal modo in cui racconta il passato: ogni tappa è un trampolino verso quella successiva, ogni conquista il punto di partenza di qualcosa di nuovo. E nel futuro della Fattoria di Paltratico ci sono alcuni percorsi che meritano di essere esplorati.

Camminare tra i filari di Paltratico sapendo quello che c’è dietro ha un effetto strano. Non si vedono solo le viti: si vede un gommone di notte, si vede una busta di plastica con un cambio di vestiti asciutti, si vedono due bambini di tre e cinque anni alzati sulle spalle di un uomo con l’acqua al petto. Si vedono i biglietti da visita stampati con i pochi soldi rimasti, i giorni che mancano per tornare a Mondragone e abbracciare la famiglia. Si vede la grande casa con il mutuo ancora da pagare, il conto corrente unico da cui ognuno prende quello che gli serve, le macchine di tutti che non sono di nessuno. Si vede la terza generazione che gioca tra i filari senza sapere ancora che quei filari un giorno saranno suoi.

Fatmir non parla di punteggi o di guide. Quando descrive i suoi vini usa sempre la stessa parola: onestà. Un vino onesto, senza fronzoli, che racconta la nostra terra e la nostra storia. Non è semplicità — è la cosa più difficile da ottenere: togliere invece di aggiungere, rispettare invece di correggere, ascoltare invece di imporre.

Trent’anni fa Fatmir Pepa ha attraversato il mare con una busta di plastica. Oggi produce trentamila bottiglie all’anno su 9,6 ettari di terra toscana, vive con tutta la sua famiglia sotto lo stesso tetto, ha un fondo dove sta costruendo il futuro e dei vigneti che potrebbero ancora sorprendere chiunque. Non è un racconto di redenzione. È un racconto di lavoro. Di quello onesto, che porta avanti e dà speranza.

Vino di famiglia, fatto con le mani e con il cuore.

Non serve aggiungere altro.

 

Le cinque etichette

 

Sangiovese. Sangiovese 100%

Il Sangiovese dei Pepa è il vino della tradizione: il più diretto, il più toscano, quello che meno ha bisogno di spiegazioni. Coltivato sui due ettari di Paltratico con la maggiore esposizione alla luce, racconto a mano al momento della piena maturazione, macerazione intensa per venti-ventiquattro giorni a temperatura controllata, sei mesi di affinamento in acciaio inox. Il risultato è un rosso rubino luminoso, morbido, con tannini ben fusi che allungano la persistenza senza mai appesantire. Al naso, ciliegia e prugna matura con delicate note speziate. Al palato, la sensazione immediata di qualcosa di onesto: niente di nascosto, niente di costruito.

Per chi si avvicina per la prima volta ai vini di Paltratico, il Sangiovese è il punto di ingresso naturale: bevibile, versatile, capace di accompagnare con eleganza la cucina di tutti i giorni senza mai risultare banale. Per chi già conosce la gamma, è il vino a cui si torna quando si vuole qualcosa di schietto e vero.

Pitò. Cabernet Sauvignon 100%

Per Fatmir il Pitò rosso è il vino della donna e della famiglia. Non è una definizione enologica: è un’associazione emotiva, il tipo di legame profondo che solo chi fa vino con le mani e con il cuore riesce ad articolare. Il Cabernet Sauvignon in purezza, coltivato sull’ettaro e mezzo di vigneto più esposto alla brezza costiera, esprime carattere e personalità senza mai perdere la bevibilità. Il colore è un rubino profondo con riflessi violacei; il naso è intenso e complesso — ribes, mora, sentori vegetali tipici del Cabernet arricchiti da sfumature speziate —; il palato è strutturato, con una trama tannica ben integrata e un finale armonioso ed elegante.

Il Pitò rosso è il vino che funziona meglio a tavola con le grandi occasioni: la bistecca alla fiorentina, i brasati invernali, i formaggi toscani stagionati. Ma è anche il vino che si apre meglio se stappato un’ora prima, lasciandolo respirare lentamente nel bicchiere. Un vino che non ha fretta. Come la famiglia che lo produce.

Pitò. Vermentino Vermentino 100%

Il bianco di punta, l’unico vino bianco della gamma, è anche quello che racconta meglio la vicinanza al mare. I 2,5 ettari di Vermentino di Paltratico ricevono ogni giorno la brezza salmastra del Tirreno, e quella mineralità marina si ritrova puntualmente nel bicchiere. La vendemmia è manuale, la pressatura soffice per preservare gli aromi primari. Il mosto, dopo decantazione a freddo, fermenta per venti-trenta giorni alla temperatura controllata di 16-18°C in serbatoi di acciaio inox. Sei mesi di affinamento in acciaio mantengono intatta la freschezza.

Il risultato è un giallo paglierino brillante: fresco e fruttato al naso — mela golden, banana, agrumi, note floreali delicate — vivace e minerale al palato, con quella piacevole acidità che pulisce il palato e invita al sorso successivo. È il vino dell’estate, del pesce, del tramonto sul Tirreno. Ma è anche, nella sua semplicità apparente, uno dei vini più difficili da fare bene: il Vermentino non perdona gli errori in vigna né in cantina, e la versione dei Pepa dice con chiarezza che in vigna ci vanno ogni giorno.

Franc. Cabernet Franc 100%

Il Franc è il vino più complesso e strutturato della gamma: quello che richiede più attenzione e ripaga con più emozioni. I 2,5 ettari di Cabernet Franc di Paltratico sono il vigneto su cui Fatmir ha investito più aspettative. Il Cabernet Franc è un vitigno nobile e capriccioso: esprime la sua grandezza soltanto nei terroir che riesce ad amare davvero, e la Costa degli Etruschi, con i suoi suoli argillosi e la brezza costante dal mare, sembra fatta apposta per lui.

Raccolta manuale con selezione rigorosa dei grappoli migliori, macerazione intensa per venti-ventiquattro giorni con estrazioni attente di colore e tannini nobili, sei mesi di affinamento in acciaio. Il colore è un rubino intenso con riflessi violacei. Il naso è avvolgente e stratificato: ciliegia e mora in primo piano, poi i sentori vegetali eleganti che sono il marchio di fabbrica del Franc — peperone verde, foglia di pomodoro — e in fondo le spezie, il pepe nero, il tabacco dolce. Il palato è carico, strutturato, vellutato, con tannini setosi che accompagnano un finale lungo e di grande armonia.

Il Franc è anche il vino che più di tutti lascia immaginare cosa potrebbe diventare con qualche mese di legno. Un passaggio in barrique o in tonneau di rovere francese darebbe a questo vino una complessità ulteriore, arrotondando i tannini e aggiungendo profondità aromatica senza coprire l’espressione varietale. È una strada che Fatmir non ha ancora percorso, ma che tiene aperta con la curiosità di chi sa di avere ancora margini di crescita.

Fusò. Cabernet Sauvignon 70% · Sangiovese 30%

Il nome più personale di tutti. Fusò significa “fuso di testa”, e Fatmir lo dice ridendo — una di quelle risate brevi che contengono molta verità. Ma sotto l’autoironia c’è la filosofia più profonda di questa cantina: la fusione. La capacità di prendere due cose diverse e farle diventare qualcosa di migliore insieme. Come due culture, come due generazioni, come due paesi.

Settanta per cento Cabernet Sauvignon, trenta per cento Sangiovese. I due mosti fermentano separatamente, ognuno con la propria macerazione, poi vengono assemblati e affinati insieme per sei mesi in acciaio, lasciando alle due anime il tempo di trovare il loro equilibrio. La struttura e la complessità del Cabernet si sposano con la freschezza e la vivacità aromatica del Sangiovese: il risultato è un vino rubino con riflessi violacei, elegante al naso — ciliegia, ribes nero, spezie dolci — carico ma perfettamente equilibrato al palato, con tannini setosi e un finale armonioso.

Il Fusò è il vino più versatile della gamma: accompagna la cucina di tutti i giorni con la stessa disinvoltura con cui compare sulle tavole delle occasioni speciali. Non è un vino che urla; è un vino che conversa. Ed è forse, più di ogni altro, quello che racconta l’identità di questa famiglia: radici albanesi, terra toscana, apertura al mondo.

 

Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier