Abruzzo. Donne del Vino tra abbazie e trabocchi
Riprendiamo il racconto di questo terzo capitolo dedicato alla Convention Nazionale delle Donne del vino in Abruzzo. E’ un viaggio che si snoda tra la terra e il mare, tra il silenzio delle abbazie e il rumore delle onde che si infrangono sui pali di legno. Sotto il titolo “Coltiviamo scenari futuri”, ha dimostrato come questa regione stia vivendo un vero e proprio Rinascimento, guidato da donne che sanno guardare avanti senza mai staccare i piedi dalle proprie radici.
Le Donne del Vino: custodi di tradizioni e visionarie del futuro
In questa regione ho incontrato donne straordinarie, colte e incredibilmente dinamiche. Sono loro il vero motore del “cambiamento con memoria” in Abruzzo. Raccontano il territorio con un linguaggio moderno. Attente alla sostenibilità, al marketing internazionale e all’innovazione ma con il cuore rivolto alle tradizioni antiche.
Hanno ereditato il testimone di una civiltà rurale e lo stanno trasformando in un’eccellenza globale, dando al Montepulciano e al Trebbiano quella dignità e quel riconoscimento che meritano.
In loro ho visto il “gene della visione”: la capacità di vedere un grande vino lì dove altri vedevano solo agricoltura di sussistenza.
I trabocchi: l’ingegno dei “contadini di mare”
Una delle esperienze più suggestive è stata la cena ai trabocchi. Sono molto più di semplici strutture per la pesca. Sono l’emblema del riscatto abruzzese, giganti di legno che simili a enormi ragni restano sospesi sull’Adriatico, sfidando il tempo e le mareggiate. La loro nascita è una storia di pura sopravvivenza e di una visione quasi paradossale. Furono costruiti da pastori e contadini che, pur vivendo a pochi passi dall’acqua, nutrivano un timore reverenziale per il mare aperto. Non possedendo barche né l’esperienza da lupi di mare, aguzzarono l’ingegno per “pescare senza navigare”. Crearono così queste macchine architettoniche povere e complesse allo stesso tempo.
Fatte di legno di pino d’Aleppo, scelto per la sua straordinaria resistenza alla salsedine, tenute insieme da un intricato sistema di corde e argani. Grazie a lunghi bracci lignei chiamati “antenne” che si protendono con audacia verso il largo, riuscivano a calare enormi reti a sacco per intercettare i banchi di pesce che si spostavano lungo la costa, portando il sostentamento della pesca in una dieta altrimenti povera e legata solo alla terra.
Ricordi di mare
Varcare il piccolo ponticello di legno che collega la terraferma al trabocco è stato per me un momento di sospensione, non solo fisica ma emotiva. Mentre i passi risuonavano sulle assi, il profumo intenso della salsedine mi ha colta, riportando a galla ricordi che vibrano ancora oggi. Per me, nata e cresciuta a Catania, il mare è un elemento identitario. Il suo odore è un richiamo ancestrale che mi emoziona profondamente. In quel profumo ho ritrovato i miei nonni: uno pescatore, che conosceva i segreti delle correnti, e l’altro capitano di una nave che ha solcato i confini del mondo. È in questo DNA familiare, diviso tra l’attesa sulla riva e la curiosità dell’orizzonte, che forse affonda le radici il mio amore viscerale per il viaggio e per la scoperta di nuovi scenari.
Sospesi fuori dal tempo
Una volta entrata nel cuore del trabocco, l’atmosfera si è trasformata in qualcosa di magico e soffuso. La luce filtrava dalle assi e veniva riflessa dall’acqua sottostante, creando un ambiente intimo. Sembrava di essere quasi fuori dal tempo, dove il rumore del mare diventava una melodia costante. In questo scenario incantato, l’accoglienza delle Donne del Vino abruzzesi ha completato il quadro in modo perfetto. La loro capacità di narrare il territorio con una grazia che unisce l’antico sapere delle tradizioni a una visione moderna e dinamica ha reso l’esperienza non solo un convivio, ma un vero e proprio rito di appartenenza. Sedute tra cielo e mare, gustando pesce freschissimo e calici che raccontano di vigne collinari, abbiamo celebrato quel “gene della visione” che trasforma una necessità storica in una bellezza senza tempo.
Il cammino delle Abbazie e il silenzio di Propezzano
Il viaggio è proseguito poi verso l’interno, lungo il suggestivo Cammino delle Abbazie, un itinerario che tocca i centri della spiritualità medievale abruzzese. Qui abbiamo incontrato l’Abbazia di Santa Maria di Propezzano, un luogo dove la storia millenaria si respira in ogni pietra del chiostro. È stato affascinante scoprire come il recupero avviato nel 2011 abbia ridato vita non solo alle mura, ma anche alla vocazione vitivinicola del luogo. I vini che nascono qui sono il frutto di una convivialità genuina ma ricercata: bianchi che non temono il confronto con i grandi classici e quell’intrigante “intruso in anfora” che sfida il palato con la sua purezza ancestrale.
La masterclass all’Abbazia di Propezzano: non solo trebbiano
L’ultimo giorno della convention ci ha riservato una delle sorprese più grandi. L’Abbazia di Propezzano, con la sua aura millenaria, è stata il teatro ideale per una masterclass dedicata ai bianchi d’Abruzzo che ha scardinato molti pregiudizi. Qui abbiamo compreso che il patrimonio ampelografico abruzzese è un mosaico complesso e vibrante, dove il Trebbiano d’Abruzzo funge da pilastro, ma non è l’unico protagonista. Abbiamo assaggiato vini capaci di una longevità inaspettata, con una struttura che deve molto alla natura dei suoli collinari teramani, capaci di conferire una sapidità minerale quasi tagliente. La convivialità che si è creata tra noi Donne del Vino, circondate dalle mura che hanno visto rinascere la cantina nel 2011, era genuina ma al contempo ricca di contenuti tecnici. Abbiamo discusso di come la gestione del vigneto stia cambiando per affrontare le sfide del clima, puntando su una freschezza che non sacrifichi la complessità aromatica.
L’intruso in anfora e la purezza dell’autoctono
Tra i tanti assaggi, a colpire l’immaginazione è stato l’“intruso” in anfora. In un contesto così storico, l’uso dell’anfora non è apparso come una moda passeggera, ma come un ritorno consapevole alle origini. Questo vino, vinificato nel cocciopesto o nella terracotta, si è spogliato di ogni sovrastruttura per rivelare l’essenza più pura del vitigno. L’anfora permette una micro-ossigenazione costante che non rilascia sentori legnosi, preservando la verticalità del frutto e aggiungendo una texture tattile al palato quasi polverosa e affascinante. È stata la dimostrazione plastica di come il “gene della visione” di cui parlavamo prima si applichi anche alla cantina: guardare indietro alle tecniche ancestrali per produrre vini che parlino un linguaggio estremamente contemporaneo.
La magnificenza di Collemaggio e la legge dell’Ottava
Il finale di questo viaggio non poteva che essere un omaggio alla grandezza spirituale e architettonica dell’Abruzzo: la Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila. È stata una di quelle tappe che attendevo da tempo e che, per un motivo o per l’altro, non ero mai riuscita a realizzare. Visitarla proprio durante i giorni della Convention, in un clima di così forte condivisione tra noi Donne del Vino, ha reso l’esperienza ancora più profonda. Ascoltare la guida che ci accompagnava è stato come sfogliare un libro di pietre e simboli. Non è stata solo una lezione di storia, ma un viaggio nel pensiero visionario di Pietro da Morrone, l’eremita diventato Papa Celestino V.
La guida ci ha svelato dettagli che lasciano senza fiato, come la Legge dell’Ottava. La Basilica non è stata costruita “a caso”, ma segue precise proporzioni geometriche e musicali che si ritrovano nella disposizione dei pilastri e degli archi. Questa armonia invisibile crea una sensazione di pace immediata: è come se l’edificio stesso fosse uno strumento musicale che risuona su frequenze celesti, progettato per elevare l’anima di chi vi entra.
Il Portale, il Sole e la Perdonanza
Uno dei momenti più emozionanti è stato il racconto dei fenomeni astronomici legati alla Basilica. La guida ci ha spiegato che ogni anno, durante il solstizio d’estate, un raggio di sole attraversa il rosone centrale e va a proiettarsi esattamente al centro di un labirinto circolare incastonato nel pavimento della navata. È un richiamo potente alla luce che vince le tenebre, un simbolo di rinascita che la città dell’Aquila sente profondamente.
Non si può poi parlare di Collemaggio senza menzionare la Porta Santa, la prima al mondo. Qui Celestino V, nel 1294, istituì la Perdonanza, l’indulgenza plenaria che anticipò di sei anni il primo Giubileo della storia. La guida ci ha fatto notare come questo gesto non fosse solo religioso, ma di un’umanità straordinaria: un riscatto per i poveri e gli umili che non potevano permettersi viaggi costosi o offerte alla Chiesa. Camminare lungo la navata con la pavimentazione a scacchi bianchi e rossi (che richiama i colori del Cerasuolo, in una curiosa coincidenza cromatica) mi ha trasmesso un’emozione diversa da qualunque altra chiesa visitata. C’è un senso di maestosità che non schiaccia, ma accoglie.
Un’emozione diversa: l’Abruzzo che resta nel cuore
Questo viaggio tra vigne, trabocchi e abbazie mi ha lasciato molto più di qualche nota di degustazione nel mio taccuino. Mi ha lasciato la consapevolezza che l’Abruzzo è una terra che ha fatto della resilienza e della visione i suoi tratti distintivi. È un luogo dove il passato non è un peso, ma un trampolino verso il futuro, raccontato magistralmente da donne che sanno accogliere con una mano e innovare con l’altra. Dall’ingegno dei “contadini di mare” sulla costa, alla spiritualità sapiente dell’Abbazia di Propezzano, fino alla perfezione geometrica e mistica di Collemaggio, ogni tappa di questa Convention è stata un tassello di un mosaico che parla di riscatto. Il Montepulciano, il Trebbiano e il Cerasuolo non sono solo vini: sono ambasciatori di una regione che ha deciso di splendere, rivendicando la propria identità con orgoglio e grazia. Lascio l’Abruzzo con gli occhi pieni del bianco e del rosa di Collemaggio, il sapore della salsedine e la forza delle amicizie nate tra un filare e l’altro. Torno a casa con la certezza che “coltivare scenari futuri” sia l’unico modo per onorare le nostre radici.
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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