15 Feb 2026
Le scoperte enoiche di Benny

AIS Arezzo chiama Dievole. Loguercio risponde

Il “Pirata” ci svela un’anima del Chianti Classico

Ci sono serate in cui la stanchezza della giornata o il ticchettio frenetico degli impegni sembrano voler reclamare il divano di casa. Eppure, sappiamo tutti che esiste un richiamo più forte: quello della curiosità, della cultura e di una delegazione — la mia AIS Arezzo — che non smette mai di alzare l’asticella. Non c’è pioggia o fatica che tenga quando in agenda c’è un incontro di questo calibro. Ed eccomi qui, in perfetto orario e con una posizione privilegiata in prima fila, pronta a lasciarmi guidare. Perché diciamocelo: ogni serata è una buona serata se l’obiettivo è assaggiare Dievole e l’interprete d’eccezione è Simone Loguercio. Ascoltare il Miglior Sommelier d’Italia 2018 non è solo una lezione tecnica, è un viaggio narrativo. Ma prima di immergerci nei sei assaggi che hanno scandito la masterclass, è doveroso fare un passo indietro per inquadrare il palcoscenico di questa storia. Partiamo dal territorio del Chianti Classico e dalle radici profonde di un’azienda che definire storica sarebbe riduttivo.

Chianti e Chianti Classico: l’importanza del nome

Prima di far roteare il vino nel calice, occorre sgombrare il campo da un equivoco ancora troppo diffuso: la confusione tra Chianti e Chianti Classico. Sebbene condividano parte del nome, parliamo di due DOCG distinte, con territori e anime differenti. Il Chianti Classico è il cuore pulsante e originario, quel perimetro di colline tra Siena e Firenze che nel 1716 il Granduca Cosimo III de’ Medici scelse di tutelare come zona di produzione di pregio assoluto. Il vessillo di questa terra è il celebre Gallo Nero. Bere un Chianti Classico significa incontrare il Sangiovese (presente per almeno l’80%) nella sua espressione più vibrante, fatta di eleganza, sapidità minerale e una longevità che sfida il tempo. È un vino che non accetta compromessi, specchio fedele di un terroir unico al mondo.

La Geologia del Gallo Nero: Il debutto delle UGA

Per comprendere appieno cosa versiamo nel calice, non si può prescindere dal lavoro monumentale di Alessandro Masnaghetti, che ha dato ordine e voce alle sfumature del territorio attraverso le 11 UGA (Unità Geografiche Aggiuntive). Queste nuove menzioni sono state approvate ufficialmente dal Ministero dell’Agricoltura il 1° luglio 2023, segnando un traguardo storico che permette finalmente di indicare in etichetta la zona specifica di provenienza delle uve. Al momento, questa possibilità è riservata esclusivamente alla tipologia Gran Selezione, la punta della piramide qualitativa del Gallo Nero, con l’obiettivo di valorizzare i diversi micro-terroir che compongono la denominazione.

Dievole orgogliosamente nel cuore dell’UGA Vagliagli

Sebbene situata nel comune di Castelnuovo Berardenga, questa zona vanta caratteristiche pedoclimatiche uniche che giustificano la sua recente indipendenza “cartografica”.
Qui, il paesaggio è dominato da formazioni di Galestro e Macigno del Chianti che, unite ad altitudini che sfidano i 400 metri, regalano al Sangiovese una freschezza e una tensione minerale distintive. I vini di Vagliagli sono estremamente dinamici rispetto alla più calda e muscolare Castelnuovo Berardenga, nota per la sua matrice calcarea e i volumi più ampi.
Il mosaico delle altre UGA si snoda poi attraverso San Casciano, con i suoi suoli di ciottoli e sabbie fluviali che donano vini pronti e profumati, e Greve, dove regna il Macigno producendo calici austeri e profondi. Se Montefioralle si distingue come una piccola enclave calcarea di estrema eleganza, Panzano e la sua celebre “Conca d’Oro” offrono potenza e densità tannica grazie al mix di Galestro e Alberese. Salendo verso Lamole, il “tetto del Chianti”, i vini si fanno eterei e floreali su suoli di arenarie pure. San Donato in Poggio punta sull’equilibrio e una sapidità gessosa. L’anima più nervosa e vibrante del Sangiovese emerge a Radda, regno dell’Alberese. Infine la complessità speziata di Gaiole contrasta  la struttura solida e longeva che caratterizza il cuore di Castellina.

La visione Bulgheroni: un mosaico d’eccellenza

Dopo la geografia del Chianti Classico cesellata dal “Pirata”, la cui dialettica ha vinto i capricci tecnici delle slide, la parola è passata a Giulio Bettarini. In Dievole da otto anni, Giulio è il volto umano tra terra e strategia. Prima di far parlare i calici, ci ha introdotto alla proprietà che oggi custodisce questo paradiso: la famiglia Bulgheroni.

Di origini italiane ma radicata in Argentina, la famiglia Bulgheroni ha dato vita a un progetto vitivinicolo di respiro mondiale, investendo in circa 15 proprietà situate nei terroir più vocati del pianeta: dall’Uruguay (con la celebre Bodega Garzón) all’Australia, passando per la California e la selvaggia Patagonia.

In Italia, il cuore dei Bulgheroni ha scelto di battere in Toscana. Un investimento iniziato proprio nel 2012 con l’acquisizione di Dievole, la prima gemma di una collezione che oggi conta cinque realtà di altissimo livello. Se stasera ci concentriamo sul cuore del Chianti Classico, il progetto si estende con coerenza verso Montalcino (con Podere Brizio e Poggio Landi) e Bolgheri (Tenuta Meraviglia e Le Colonne). Territori diversi, suoli distanti, ma un’unica visione d’insieme.

Unica visione, identità distinte

Il progetto Bulgheroni unisce cinque realtà toscane profondamente diverse sotto un’unica filosofia produttiva. Il cuore del sistema è la gestione agricola: qui la certificazione biologica è solo il punto di partenza, mai quello d’arrivo. L’obiettivo è creare un ecosistema in equilibrio, talmente sano da risultare resiliente ai cambiamenti climatici. È un ritorno consapevole alle tradizioni rurale, una visione arcaica che punta a un vigneto autosufficiente e forte della sua biodiversità. Con un intervento enologico sussurrato, la purezza del frutto e la verità del suolo arrivano intatte nel calice, trasformando questa varietà in una ricchezza inestimabile.

Il bosco, la vigna e il coraggio della sottrazione

Per comprendere questa visione, Giulio Bettarini ci ha invitato a un esercizio d’immaginazione: chiudere gli occhi e visualizzare Dievole. Non una monocultura di filari, ma un ecosistema vibrante dove domina il bosco. Questa biodiversità non è scenografia. E’ la garanzia di un habitat sano, dove il vigneto convive con la macchia mediterranea e trae forza dalla sua complessità.

In questo contesto, la scelta aziendale intrapresa dal 2012 è stata radicale e coraggiosa: la parcellizzazione estrema. Simone Loguercio ha sottolineato l’immenso valore di questo lavoro: mappare ogni singolo appezzamento per distinguere dove domina il calcare (Alberese) e dove invece emerge il macigno di arenaria. Per onorare questa complessità, la proprietà ha scelto la via della “pulizia” assoluta, espiantando tutti i vitigni internazionali per lasciare spazio solo agli autoctoni: Sangiovese e Trebbiano, con qualche storica traccia di Canaiolo e Colorino che resiste tra i filari.

La cantina: specchio fedele degli 80 ettari

La coerenza di Dievole non si ferma al cancello della tenuta, ma prosegue in cantina con una precisione quasi chirurgica. Qui domina il cemento: i famosi tulipe da 75 quintali non sono stati scelti a caso, ma perché la loro capienza corrisponde esattamente alla resa media di un ettaro in Chianti Classico. Lo stesso concetto si riflette nell’affinamento: il vino passa poi in grandi botti di rovere da 40-45 hl, che accolgono nuovamente il frutto di quel singolo ettaro. Questa scelta permette all’enologo di operare una mappatura fedele dei singoli appezzamenti, portando in cantina un riflesso esatto degli 80 ettari di vigna.
Perché questa strategia risulta vincente? La risposta risiede in una libertà interpretativa che non ha bisogno di scorciatoie. Senza il supporto di vitigni internazionali a “truccare” il profilo aromatico, senza lieviti selezionati che rischiano di omologare i profumi e rinunciando all’uso delle barrique per evitare sovrapposizioni legnose invadenti, la purezza diventa protagonista. La vera forza di Dievole si palesa così nel potere del blend, ovvero nella straordinaria possibilità di orchestrare ben 80 espressioni diverse di Sangiovese — ognuna figlia di un suolo e di un’esposizione differente — per creare un vino che sia l’istantanea perfetta e onesta del terroir di Vagliagli.

L’identità del suolo: “orizzontale” Chianti Classico 2023

Ma partiamo con gli assaggi. Abbiamo affrontato un’orizzontale dell’annata 2023, una batteria che ha colpito per la sua incredibile precisione tecnica: vini 100% Sangiovese che seguono lo stesso rigoroso procedimento tra tulipe di cemento e affinamento in rovere non tostato per circa 18 mesi. Il primo calice, Chianti Classico Annata, funge da introduzione e sintesi dei loro Sangiovesi. E’ infatti un assemblaggio che cerca l’equilibrio complessivo della tenuta. Nonostante la gioventù (è in commercio dallo scorso ottobre 2025) l’ho trovato vibrante e già pienamente godibile. Successivamente, ci siamo addentrati nei singoli cru (una vera anteprima!) seguendo un crescendo interpretativo molto preciso, che ci ha preparato all’assaggio della riserva.

Chianti Classico Casanova

l primo dei cru in assaggio. Qui il Sangiovese si concede con una maggiore polpa, un frutto più rotondo e una trama tannica avvolgente che riflette un’esposizione solare ottimale.

Chianti Classico Catignano

Salendo di tensione, questo vigneto ha mostrato una spiccata eleganza floreale, mantenendo un sorso dinamico e un frutto croccante, facendo da perfetto ponte verso l’ultimo campione.

Chianti Classico Petrignano

La chiusura dell’orizzontale è stata affidata al calcare. Un vino che si distingue per la sua verticalità gessosa e una sapidità minerale quasi tagliente, specchio fedele delle pietre affioranti del suo suolo.

La qualità oltre l’ostacolo

È stato affascinante, ma anche divertente, notare come, pur avendo la stessa “mano” e lo stesso protocollo in cantina, il calice restituisse paesaggi sensoriali molto diversi. Una prova tangibile che la parcellizzazione dei vigneti voluta da Dievole è la chiave di lettura vincente per il Sangiovese contemporaneo.
Al termine di questi primi quattro assaggi, un sentimento comune ha pervaso la sala della delegazione AIS di Arezzo. Lo stupore per l’altissima qualità nel calice. Non bisogna dimenticare, infatti, che la 2023 è stata un’annata estremamente difficile e complessa, segnata dall’ombra della peronospora che ha messo a dura prova i viticoltori di tutta Italia.
In Dievole, però, la criticità è stata trasformata in opportunità grazie a una gestione coraggiosa: un’attentissima e drastica selezione dei volumi. Sacrificando la quantità in favore della sanità e dell’integrità del frutto, sono riusciti a portare in bottiglia un Sangiovese di valore. Pulito e vibrante, non mostra alcun segno di cedimento rispetto alle annate più “facili”. È qui che si vede la forza di una grande proprietà e di un team tecnico d’eccellenza. Hanno saputo leggere l’annata e protetto l’identità del terroir anche quando la natura si è mostrata ostile.

Novecento: Il ponte tra passato e futuro

Se i primi assaggi ci avevano colpito per la precisione territoriale, gli ultimi due calici ci hanno letteralmente lasciato senza fiato, seppur per motivi opposti. Abbiamo iniziato l’ascesa finale con la Riserva Novecento 2022. Questo non è un vino come gli altri: è l’unica etichetta che la famiglia Bulgheroni ha scelto di mantenere della precedente gestione al momento del suo ingresso nel 2012. Il nome è un omaggio ai nove secoli di storia di Dievole, un compleanno celebrato nel 1990 che oggi vive in un calice di rara profondità.
Il Novecento 2022 si è rivelato un Sangiovese monumentale, capace di coniugare una struttura importante con una grazia d’altri tempi. È un vino altamente simbolico, un testimone che ha attraversato il cambio di proprietà restando fedele a se stesso, diventando oggi l’ambasciatore di quella maturità che solo le vigne più vecchie e un affinamento sapiente sanno regalare.

La sorpresa finale: L’autenticità di un bianco “fuori dal coro”

Per il gran finale, Giulio Bettarini e il “Pirata” hanno giocato la carta dell’imprevisto, chiudendo la serata con un bianco. No, non siamo in Borgogna, ma nel cuore pulsante del recupero degli autoctoni toscani. Giulio ci ha spiegato con passione la scelta aziendale di puntare sul Trebbiano, un vitigno spesso sottovalutato ma che in Dievole sta vivendo una vera e propria rinascita.
Non si tratta di una scelta “ruffiana” o modaiola; al contrario, è una sperimentazione che cerca una contemporaneità autentica. Il Campinovi Trebbiano Toscana IGT 2023 sfida i pregiudizi, presentandosi con una freschezza tagliente e una capacità di raccontare il suolo di Vagliagli da una prospettiva diversa. Stanno ancora sperimentando e provando ma posso dire che è un vino che non cerca di imitare nessuno. Punta molto sulla sapidità e sulla verticalità, e ci conferma la visione di Dievole. Fedeltà assoluta alla terra, senza compromessi, anche quando si decide di uscire dai binari rossisti del Chianti Classico.

Verso nuovi orizzonti: Il viaggio continua

Grazie a Giulio Bettarini e a Simone Loguercio, abbiamo sviscerato l’anima di Dievole, ma dopo una serata così intensa, sento che la teoria non mi basta più. La precisione tecnica del “Pirata” e il racconto appassionato di Giulio hanno acceso una scintilla che solo il campo può soddisfare. Sento il bisogno di andare oltre il calice: voglio calpestare personalmente quei vigneti, toccare con mano l’Alberese e il Macigno e respirare l’aria di quel bosco che protegge la tenuta. Voglio varcare la soglia della cantina tra i tulipe di cemento e, perché no, perdermi in qualche assaggio verticale per testare con mano quella longevità che già oggi si intuisce, prepotente, in ogni sorso. Considerate questo articolo solo come il primo capitolo: mi impegno a raccontarvi ogni dettaglio della mia prossima visita e a vivere questa avventura per voi. Quello che abbiamo vissuto ad Arezzo è solo l’inizio della “Saga Bulgheroni”. Stay tuned! Il meglio deve ancora venire.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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