29 Ago 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Amaracmand. Etica di famiglia e un grande vino senza solfiti

Era da qualche tempo che desideravo partecipare a un Press Tour organizzato da Maddalena Mazzeschi, collega Donna del  Vino e professionista che stimo moltissimo. Tra le nostre agende e i rispettivi impegni, tuttavia, non eravamo mai riuscite a far coincidere le date giuste. Quando si è presentata l’occasione di visitare Amaracmand, pur dovendo rinunciare a un altro appuntamento di rilievo, ho deciso di seguire l’istinto e intraprendere questa nuova avventura.

L’intuito, l’amicizia e il richiamo di una terra di casa

La Romagna, del resto, per me rappresenta quasi una seconda casa. È una terra a cui sono profondamente legata, che ho girato in lungo e in largo per prepararmi ai concorsi che mi hanno vista salire sul podio, sia al Master dell’Albana sia al Master del Sangiovese. Un percorso di studio rigoroso che mi ha permesso di conoscere a fondo le cantine storiche e i grandi riferimenti del territorio. Amaracmand si inserisce in questo contesto come una realtà giovane, ma sostenuta da una filosofia enologica rigorosa e ambiziosa. La curiosità di scoprire da vicino questa nuova scommessa è stata la molla definitiva per mettermi in viaggio.

Cesena e la dolcezza dei Babbi

Il tour è iniziato a Cesena. Appena scesi alla stazione, nonostante la calura già estiva di giugno, ci siamo concessi una pausa rigenerante visitando uno dei simboli assoluti della dolcezza romagnola: la gelateria dell’azienda Babbi. Fondata nel 1952 da Attilio Babbi, questa celebre realtà ha mosso i suoi primissimi passi proprio con la produzione di coni e cialde per gelato, per poi conquistare il mondo. Assaporare un loro gelato artigianale proprio lì dove tutto è nato è stato il modo perfetto per cominciare. Rinfrescati e desiderosi di cultura, ci siamo incamminati verso il centro storico per una tappa di straordinario valore: la Biblioteca Malatestiana.

L’incanto della Biblioteca Malatestiana.

Entrare in questo luogo significa compiere un vero e proprio salto indietro nel tempo. Voluta da Malatesta Novello e progettata dall’architetto Matteo Nuti, la Malatestiana — completata nel 1452 — detiene un primato mondiale unico: è l’unico esempio di biblioteca umanistica conventuale giunta a noi perfettamente intatta nell’architettura, negli arredi lignei e nel patrimonio librario originario, motivo per cui è stata riconosciuta dall’UNESCO nel registro Memoria del Mondo.

Il cuore della struttura è la celebre Aula Nuti, una sala a tre navate voltate a botte e a crociera, sostenute da eleganti colonne flolute in pietra d’Istria. Qui la luce naturale, filtrata dalle finestre ogivali, illumina i 58 plutei (i banchi di lettura in pino) a cui sono ancora incatenati i codici manoscritti originali. Tra le teche che custodiscono preziosi trattati di botanica, primi scritti agronomici e codici miniati, risalta anche un’incredibile curiosità bibliografica. Un’edizione minuscola (15×9 mm) stampata a caratteri mobili nel 1897 dalla tipografia Salmin di Padova, contenente la lettera di Galileo Galilei a Cristina di Lorena, considerata per lungo tempo il libro stampato più piccolo del mondo.

Verso le colline: tra Roncofreddo e Diolaguardia

Lasciata Cesena, abbiamo imboccato le strade che salgono verso l’entroterra romagnolo. La nostra prima tappa è stata l’Agriturismo Le Spighe a Roncofreddo (FC), adagiato in una splendida posizione panoramica sulle dolci colline locali: un luogo davvero magico, accogliente e immerso nel verde. Qui la famiglia Bertaccini ci ha fatto toccare con mano l’autentica e calorosa ospitalità romagnola, accogliendoci in una struttura dalla cucina tradizionale generosa, fatta di piatti abbondanti, curati e profondamente legati alla terra.

Alla scoperta di una Pieve romagnola

Dopo esserci rinfrescati, sempre accompagnati da Marco e Damiano Vianello, ci siamo incamminati verso la frazione di Diolaguardia per una visita alla Chiesa di Sant’Andrea. È stato un momento intimo che restituisce appieno il senso profondo della storia rurale di queste vallate. La chiesa, restaurata di recente grazie ai contributi dell’Università di Bologna e alle generose offerte dei fedeli, incarna l’architettura classica e schietta tipica delle pievi romagnole, caratterizzata da uno stile romanico impreziosito da calde travi a vista.
Di grande impatto visivo è l’altare in legno di quercia, sapientemente scolpito da un artista locale. Ad affascinare l’occhio sono anche i decori interni, realizzati con la tavolozza dei colori tradizionali della Romagna — il giallo, l’azzurro e il ruggine — che disegnano motivi ornamentali di tralci d’uva e viticci. Quegli stessi arabeschi della vite che si ritrovano storicamente intrecciati nelle celebri stampe a ruggine delle tovaglie romagnole, creando un ponte indissolubile tra la devozione sacra e la cultura contadina del territorio.

Il fascino del Castello di Sorrivoli

Abbiamo quindi proseguito il nostro viaggio verso il Castello di Sorrivoli, dove ad attenderci c’era Don Pasquale, il dinamico parroco che amministra sia la fortezza sia la vicina Chiesa di Sant’Andrea. Una peculiarità davvero affascinante della struttura risiede proprio nell’imponente torre di guardia che domina il borgo, riadattata nel tempo per svolgere la funzione di torre campanaria.

Accompagnati dal parroco, Marco e Damiano Vianello, abbiamo esplorato i camminamenti di ronda e i misteriosi ambienti sotterranei in pietra. Damiano ha subito attirato la mia attenzione sulla maestosa eleganza del portale d’ingresso risalente al 1700. Varcare quella soglia regala la viva sensazione di fare un salto indietro nel tempo! Tra il Cinque e il Seicento la rocca fu dotata di un profondo fossato rivestendo per lungo tempo il ruolo di avamposto militare e fortezza ecclesiastica, protetta da una seconda e possente cinta muraria. Oggi questo luogo impregnato di memoria ha saputo reinventarsi, trasformandosi in uno scrigno che accoglie eventi culturali e una tradizionale trattoria, senza mai perdere la sua autentica suggestione medievale.
A coronamento dell’immersione nella storia, la terrazza panoramica ha fatto da palcoscenico a un aperitivo gustandoci il tramonto e sorseggiando il Madame Titì 2024 Spumante brut nature bio insieme al IGT Bianco Rubicone Libumio 2025. Ve li racconterò più avanti con dovizia di particolari.

Valore etico a tavola: la Trattoria del Castello di Sorrivoli
La serata si è poi conclusa alla Trattoria del Castello di Sorrivoli, un luogo che merita una menzione speciale non solo per la proposta enogastronomica, ma per l’anima che lo anima. Dal 2010 la trattoria è infatti gestita dalla Cooperativa Sociale Terra dei Miti, un’ordinata ed esemplare realtà che sa unire con maestria la ristorazione tipica alla concretezza di un valore etico e sociale profondo. La cooperativa crea infatti concrete opportunità di lavoro e reinserimento per persone svantaggiate, reinvestendo costantemente i ricavi nella tutela, nel restauro e nella valorizzazione del castello stesso.
Attorno ai loro tavoli abbiamo assaporato una cucina genuina e a chilometro zero, capitanata dalla regina indiscutibile della tavola romagnola: la pasta fresca fatta in casa e rigorosamente tirata al mattarello ogni mattina. Il tutto godendoci uno spettacolo naturale indimenticabile: un tramonto mozzafiato su un panorama sconfinato che abbraccia un respiro ampio da San Marino fino a Milano Marittima, scorgendo in lontananza, sulle colline sottostanti, le sagome dei vigneti di Amaracmand che avremmo visitato l’indomani.

La mattina tra i filari sfidando il caldo per scoprire l’anima di Amaracmand

Dopo una colazione da ricordare all’Agriturismo Le Spighe, la nostra seconda giornata si è aperta con il trasferimento in cantina per incontrare la squadra al completo e l’enologo interno Nino Zappulla. Fin dai primi minuti, la natura ci ha messo alla prova. Abbiamo sfidato un caldo allucinante, con un sole che già alle nove del mattino picchiava con una forza impressionante.
Questo, però, non ci ha certo fermati. A piedi abbiamo esplorato il primo nucleo di vigneti, quelli adiacenti alla cantina nuova, osservando la gestione rigorosamente biologica del terreno e la vitalità delle piante. Successivamente ci siamo spostati in auto per raggiungere i vigneti più vecchi, veri e propri custodi della memoria storica del territorio. È qui che il lavoro di recupero portato avanti da Marco e Damiano mostra il suo volto più affascinante. In questa parcella storica convive un mosaico straordinario di biodiversità, con ceppi antichi di vitigni a bacca bianca e rossa.

Rispetto reale in vigna

Camminare tra queste viti contorte e radicate in profondità nelle argille e nel tufo di Sorrivoli fa comprendere la genesi della loro linea enologica. Rese naturali contenute, uve di straordinaria sanità e la materia prima ideale per tentare la sfida di una vinificazione autentica, pura e senza solfiti aggiunti. Qui la scelta agronomica è improntata al biologico stretto, tutelato da un polmone verde di ben 10 ettari di bosco circostante. Ad accompagnare le viti, allevate prevalentemente a Guyot e Doppio Capovolto, si nota una gestione attenta dell’interfilare con inerbimenti mirati. In particolare ho notato la “Sulla” una pianta erbacea perenne della famiglia delle leguminose da tipici fiori rossi cremisi, utilizzata per la sua straordinaria capacità di trattenere l’umidità e cederla passivamente al terreno nelle estati più torride. I suoli sono un mosaico complesso di argille blu marine, arenaria, tufo e sabbie emersi milioni di anni fa. Tra i vitigni, la varietà dominante è naturalmente il Sangiovese, affiancato da altre tradizionali a bacca bianca come Bombino Bianco, Albana, Grechetto Gentile e Trebbiano della Fiamma, fino ad arrivare a piccole percentuali di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante.

Dentro la roccia e la tecnologia: la cantina e la purezza “da sala operatoria”

Dopo l’intensa camminata sotto il sole battente, varcare la soglia della nuova cantina è stato come entrare in un’oasi di frescura e silenzio. La struttura, disegnata dall’architetto Fiorenzo Valbonesi e ultimata nell’agosto del 2020, appare come un’opera perfettamente mimetizzata nel paesaggio. Una cantina ipogea incavata nel pendio della collina e rivestita esternamente in pietra bergamasca, studiata per ridurre a zero l’impatto visivo e massimizzare l’efficienza energetica.

Ma è superato l’ingresso che si scopre il vero cuore pulsante di questo progetto. Tra linee pulite e una concezione moderna degli spazi, quello che mi ha colpito più di tutto è stato l’incredibile sistema di sanificazione dell’ambiente, una tecnologia di trattamento e filtrazione dell’aria del tutto comparabile a quella utilizzata nelle sale operatorie ospedaliere.

In un’azienda che sceglie la via più ardua e coraggiosa — quella di vinificare in modo naturale e produrre vini senza solfiti aggiunti — questa scelta non è un mero dettaglio tecnico, ma una precisa necessità etica ed enologica. Senza lo “scudo” della solforosa, l’unico vero alleato dell’enologo diventa l’igiene assoluta. Eliminare alla radice ogni potenziale contaminazione batterica o microrganismo indigesto presente nell’aria della cantina significa garantire al mosto e al vino in affinamento un ambiente sterile e protetto, dove la materia prima può evolvere in totale purezza, senza deviazioni e senza il bisogno di alcuna stampella chimica.
Facciamo però un passo alla volta. Attraversate le prime sale di ricezione delle uve, ci siamo incamminati verso la zona di vinificazione per toccare con mano come questa rigida pulizia dia forma ai loro calici.

Lo scatto nell’invisibile: l’assaggio di vasca con Nino Zappulla

Dopo aver ottenuto il via libera di Marco per un assaggio direttamente dai contenitori in affinamento, la vera sfida è stata vincere la naturale ritrosia di Nino Zappulla. Alla fine dopo averne disquisito per un po’, Nino si è lasciato convincere a regalarmi un campione di vasca, superando la sua rigidità professionale. La sua filosofia, del resto, è quella di un artista o di un custode che preferisce non mostrare mai un’opera ancora incompiuta. Comprensibile: la sua reazione è stata in tutto e per tutto simile a quella di un genitore premuroso, geloso e protettivo, che non desidera esporre il proprio figlio quando non è ancora giunto il momento giusto.

L’importanza delle esperienze giuste per crescere

Da comunicatrice ed esaminatrice, però, credo fermamente che poter “fotografare” questi passaggi intermedi abbia un valore inestimabile. Sono momenti che altrimenti resterebbero a completo ed esclusivo appannaggio del produttore o degli addetti ai lavori. Riuscire a comprendere quanta strada debba percorrere un vino prima di raggiungere l’imbottigliamento e la successiva immissione sul mercato offre una consapevolezza profonda del lavoro di cantina.

E la vera emozione è arrivata subito dopo il sorso. Riconoscere con estrema chiarezza, già in quella fase embrionale, quanto il vino risultasse dritto, pulito, impeccabilmente corretto e incredibilmente promettente è stata una sorpresa che mi ha colpita al cuore. In quel campione senza solfiti aggiunti si leggeva già l’architettura di un grande sorso futuro, la dimostrazione tangibile che la rigidità igienica e il rispetto della materia prima sanno compiere miracoli anche prima del sipario finale.

Nella saletta del tempo: l’intervista a Marco Vianello

Finito l’assaggio in cantina, ci siamo trasferiti nella saletta interna. Seduta al grande tavolo centrale, circondata dal profilo delle botti e da un’atmosfera quasi di raccoglimento religioso, ho aperto il taccuino per iniziare l’intervista a Marco Vianello. È qui che le radici tecniche lasciano il posto al racconto puro.

Tutto ha origine in quel rigido inverno del 2012, quando a Villagrande di Montecopiolo caddero quattro metri di neve e il territorio rimase isolato per una settimana. In quei giorni Marco frequentava una vecchia osteria a Sorrivoli, tra partite a carte e racconti di guerra con gli anziani del paese. un luogo del cuore dove conobbe sua moglie Tiziana. Con lo sciogliersi della neve arrivò la notizia che la storica cantina “La Centenara” stava crollando sotto il peso dei debiti e che le banche stavano mettendo all’asta persino la casa del proprietario. Lì emerse la vera natura di Marco. Spinto dall’impossibilità morale di lasciar andare un uomo senza un tetto sopra la testa (“non si lascia un uomo senza casa!”), fece un’offerta per rilevare la cantina e salvare l’abitazione. Nacque così Amaracmand, battezzata in onore della nonna e del suo affettuoso monito romagnolo: “Amaracmaaaand, fa e breeev” — mi raccomando, fai il bravo. Una scelta dettata dall’umanità, dal senso profondo della famiglia e dalla volontà di lasciare un’eredità autentica al figlio Gioele.

Tra complicità e ricordi: lo zio, il cugino Damiano e le origini dell’avventura

Il racconto di Marco si fa ancora più intimo quando la memoria torna ai primi passi mossi tra i sei ettari iniziali e quella cantina improvvisata di circa 60 m quadrati, in cui la vinificazione si trasformava in una vera impresa. Ad affiancarlo fin dal primo giorno c’erano lo zio e suo cugino Damiano. Nel ricordare lo zio, scomparso purtroppo dopo sei anni dall’inizio dell’impresa, gli occhi di Marco si illuminano di una luce speciale e sul suo viso nasce spontaneo un sorriso pieno di nostalgia e complicità.

Avendo perso il padre in giovane età, per Marco quello zio non era soltanto un punto di riferimento, ma una figura a metà strada tra un padre e un fratello maggiore. Una sorta di intesa indissolubile, ironica e forte — a metà tra “il gatto e la volpe” — sostenuta da una sintonia rara e da una passione travolgente per un mondo del vino a loro ancora sconosciuto, ma che li affascinava ogni giorno di più. È in nome di quell’affetto profondo e per onorarne la memoria che Marco e Damiano hanno scelto di rimboccarsi le maniche e continuare insieme il cammino, trasformando quella scommessa nata per caso in una solida ed emozionante realtà di famiglia.

La prova del Covid e l’anima di una grande famiglia

La nuova cantina è stata realizzata nel 2019, proprio alla vigilia dell’emergenza Covid-19. Ma ciò che più mi ha colpita del racconto di Marco non sono state le caratteristiche tecniche della struttura, quanto la sua reazione di fronte a un momento di drammatica incertezza globale. Durante i mesi di chiusura e di crisi, mentre la maggior parte delle realtà imprenditoriali ricorreva alla cassa integrazione o ai licenziamenti, Marco ha scelto un’altra strada: ha raccolto la sua squadra, i suoi ragazzi, come ama chiamarli con affetto, li ha guardati negli occhi e ha fatto un discorso da vero padre di famiglia.

“Abbiamo 15 ettari di vigneti — ha ricordato loro —, il distanziamento sociale non è un problema tra i filari. Continuiamo a lavorare come se nulla fosse accaduto, all’aria aperta e in sicurezza, e le vostre buste paga rimarranno esattamente le stesse”. Per Marco, infatti, il guadagno più grande e la soddisfazione più profonda non si misuravano nei numeri di bilancio, ma nella certezza che i suoi collaboratori potessero tornare a casa ogni sera dai propri figli, guardandoli negli occhi con la serenità e la dignità di sempre. È stato in quel preciso momento che Amaracmand ha compiuto il suo passaggio decisivo: da semplice azienda agricola si è trasformata, nell’anima e nei fatti, in una vera e propria famiglia.

La degustazione finale e la prova del calice

Conclusa questa intensa intervista con Marco — ricca di umanità e commozione —, siamo ritornati all’Agriturismo Le Spighe per dare vita alla tanto attesa degustazione dei vini di Amaracmand. Attorno alla tavola, quel confronto finale si è rivelato il momento della verità: la sintesi perfetta in cui il rigore appreso tra i filari e l’igiene maniacale della cantina si sono finalmente tradotti in pura emozione liquida.

Madame Titì — IGT Bianco Rubicone Spumante Brut Nature Bio

Blend composto per l’85% da Bombino Bianco affiancato da Grechetto Gentile, Albana e Trebbiano della Fiamma, viene lavorato in Metodo Charmat lungo senza solfiti aggiunti, con un affinamento di oltre 40 giorni sui lieviti in autoclave. Dedicato alla consorte e proprietaria Tiziana Matteucci, Madame Titì nasce da un progetto di ricerca sui vitigni locali e sulla loro ancestrale vocazione alle rifermentazioni. L’etichetta è di un’eleganza raffinata, con la figura femminile disegnata a mano da una pittrice bolognese che ha lavorato a Parigi e a Milano e attualmente realizza i manifesti per il Teatro Duse di Bologna.

Come in una terapia intensiva

Qui emerge con forza l’anima rigorosa della cantina: la filosofia di Marco è schietta e intransigente, riassumibile nel suo mantra “Niente compro e niente vendo, faccio tutto da me”. Una scelta di totale autarchia e controllo filiera, fondamentale quando si sceglie di vinificare senza solfiti aggiunti. Lavorare in queste condizioni è paragonabile al rigore di una terapia intensiva. L’ambiente deve garantire un’igiene chirurgica, perché ogni minima contaminazione batterica o ossidativa può rivelarsi letale per il vino. Proprio per questo, anche le fasi di presa di spuma di Madame Titì avvengono interamente in azienda, all’interno delle loro autoclavi di proprietà da 20 ettolitri, senza mai delegare a strutture esterne.

Abbiamo messo a confronto la Vendemmia 2023 con la Vendemmia 2024 (già felicemente assaporata durante l’aperitivo al castello la sera prima). Devo ammettere che, rispetto al sorso dinamico e sferzante della versione più giovane, il 2023 si è rivelato una sorpresa del tutto inaspettata. L’anno in più di affinamento in bottiglia ha regalato al vino una complessità aristocratica, facendo emergere preziose note evolutive terziarie — sfumature di frutta secca, crosta di pane tostata — che richiamavano da vicino la stoffa e la profondità stilistica di alcune bollicine d’Oltralpe.
L’obiettivo stilistico è proprio quello di ricreare la ricchezza sensoriale di un Metodo Classico. A seconda del millesimo, il vino rimane dai quattro ai sei mesi sulle fecce fini con continue movimentazioni che rimettono delicatamente in circolo solo le particelle più sottili ed eleganti, donando cremosa ampiezza e longevità.

Libumio — Rubicone IGP Bianco, Vendemmia 2025

Un blend che attinge a un’impostazione simile a quella di Madame Titì, ma con un’intuizione enologica ben precisa. Al posto dell’Albana, la scelta è caduta sull’Incrocio Manzoni — celebre incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco —, introdotto per donare maggiore persistenza strutturale al sorso e integrare quella luminosità vibrante che rischia di perdersi in assenza del perlage. Era da circa dieci anni che in azienda non si riusciva a replicare un bianco fermo davvero soddisfacente, e questa release segna un ritorno in grande stile. Grazie alla forte personalità impressa dalle varietà bianche del territorio, il risultato è un calice piacevole, sobrio e decisamente equilibrato, che presenta una versatilità gastronomica stimolante.

Perimea — IGT Sangiovese Rubicone Bio, Vendemmia 2024

È il cru aziendale: 100% Sangiovese proveniente da un unico appezzamento di circa 24 anni di età, allevato a cordone speronato. Qui la varietà trova una cifra espressiva del tutto singolare, complice la matrice tufacea e sabbiosa dei suoli ricchi di argille blu. È da sempre uno dei calici che preoccupa maggiormente Nino. Il Sangiovese vinificato in purezza, senza le mediazioni o i correttivi di altre uve e spogliato del paracadute della solforosa aggiunta, non perdona e può riservare insidie o evoluzioni imprevedibili. Al sorso l’ho trovato ancora caratterizzato da una vigorosa rusticità giovanile, un rosso verticale che chiama a gran voce il giusto abbinamento gastronomico per concedersi nella sua pienezza. Ma è proprio questa la sua forza: un vino schietto, schietto e trasparente, esattamente come l’animo della gente di Romagna.

L’Imperfetto: la sottile linea tra anima e difetto che crea uno stile

Raccontare Imperfetto IGT Rosso Rubicone BIO 2023  significa spogliarsi dei cliché ed entrare nel cuore pulsante della filosofia di Amaracmand. Eravamo tutti d’accordo su una sintesi chiarissima: tra l’imperfezione e il difetto c’è una distanza abissale. Se la prima è quel tocco identitario capace di rendere un vino unico e memorabile, il secondo non è mai e poi mai ammesso.

Da esaminatrice e comunicatrice, l’ho sempre sostenuto con forza: non amo i cosiddetti “vini naturali” quando cercano di giustificare imperfezioni grossolane o difetti di vinificazione spacciandoli per presunte caratteristiche di tipicità. Un vino ha il dovere morale di essere fatto nel modo più salubre, pulito e impeccabile possibile. Tuttavia, per avere un’anima autentica, come accade per tutti i più grandi calici del mondo, oltre alla totale assenza di difetti tecnicamente riconoscibili, deve possedere quelle sfumature espressive, quei piccoli tratti distintivi che gli conferiscono carattere, tridimensionalità e riconoscibilità.

Le regole che amo in un buon vino

Nell’Imperfetto, così come in tutta la linea di Amaracmand, si legge con trasparenza la verità del millesimo, l’impronta del territorio e la voce del vitigno. L’uva che arriva in cantina è semplicemente la migliore che si possa ottenere in base alle condizioni pedoclimatiche dell’annata; da quel momento in poi, Nino e l’intero team non devono fare altro che custodire e rispettare la materia prima per non disperderne il valore. Perché quando si lavora senza rete è davvero tutto a perdere.

È stato proprio Nino a confessarmi, con gli occhi che brillavano di palpabile tensione, che l’Imperfetto è il vino che gli mantiene il batticuore più forte, insieme al Perimea. Senza la protezione e la stabilizzazione dei solfiti aggiunti, il gioco si fa incredibilmente difficile ed esigente. Ma è proprio per questo che, quando nel calice arriva un vino pulito, vibrante, emozionante e privo di sbavature, capace di farsi vera espressione di un territorio e di una famiglia, possiamo semplicemente guardarci negli occhi e dire che abbiamo vinto!
A chiudere questa intensa due giorni, un pranzo conviviale di arrivederci all’Agriturismo Le Spighe, tra brindisi e ringraziamenti a tutta la squadra, con la certezza di aver scoperto un punto di riferimento importante e vivace della nuova enologia romagnola.

Oltre il punto di non ritorno: l’orgoglio del Rubicone

A conclusione di questo viaggio, ciò che più mi resta nell’anima è l’orgoglio autentico che traspare da ogni scelta di Amaracmand. Un orgoglio che trova la sua sintesi perfetta nell’identità della loro denominazione: Rubicone IGT Bio. Per l’azienda, rivendicare il nome di questo fiume — storico confine tra l’Italia e la Gallia Cisalpina varcato da Giulio Cesare nel 49 a.C. al grido di “Alea iacta est” — va ben oltre una semplice indicazione geografica. Da quell’evento, l’espressione “attraversare il Rubicone” è diventata un simbolo universale per indicare la decisione risolutiva di superare un punto di non ritorno. Un concetto potentissimo, entrato nell’immaginario collettivo globale. Da Mick Jagger che in Streets of Love canta la necessità di rimettersi in gioco pur a costo di soffrire, a Bob Dylan con la sua profonda Crossing the Rubicon, fino ai Tangerine Dream, ai Deftones o a Tom Hanks quando descrive la rivoluzione culturale di Elvis Presley.

L’impegno per i posteri

Al di là dei limiti di un disciplinare di produzione non ancora impostato per percorsi di alta qualità, Marco e la sua squadra vedono in questo nome iconico il manifesto della propria missione. Scegliere la denominazione Rubicone significa aver fatto un gesto d’impeto e di coraggio: dare un taglio netto e definitivo all’agricoltura convenzionale. Questa profonda umanità si riflette direttamente nell’impegno quotidiano verso le generazioni future e nella cura minuziosa del territorio. Dalla pulizia regolare dei fossi di guardia al recupero dei raspi per consolidare i terreni, fino alla trasformazione di vinacce e fecce in prezioso compost, ogni scarto ritrova vita. La gestione dell’acqua è un modello di equilibrio idrogeologico: le acque piovane vengono stoccate per essere riutilizzate nei campi, mentre un impianto di fitodepurazione permette di purificare e recuperare totalmente le acque di lavaggio della cantina.È la promessa solenne di una modalità d’impresa che mette la natura, la salute della terra, il benessere dei lavoratori e la comunità al centro di tutto. Una volta varcato questo confine etico, non si torna più indietro.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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