Camigliano. A Montalcino si proietta il futuro!
Tornare a Camigliano è sempre un’emozione! Avrei voluto esserci dal primo all’ultimo minuto. Avrei voluto vivere ogni singola proiezione, ogni workshop e ogni dibattito di questa terza edizione del RED LINE Film Festival, che dal 10 al 14 giugno 2026 ha trasformato Montalcino nel cuore pulsante del cinema internazionale. Il calendario, però, sa essere un tiranno e le date coincidevano quasi perfettamente con la Convention Nazionale delle Donne del Vino. Così, ho dovuto fare una scelta. Ma, a volte, anche una sola frazione di tempo può regalare la chiave di lettura di un intero viaggio.
Mi sono “accontentata” – e lo dico con un enorme sorriso – della serata di apertura, dominata da un film potente che mi ha letteralmente colpita e di cui vi parlerò a breve, e di una successiva, splendida visita approfondita alla Tenuta di Camigliano. Oggi voglio portarvi con me in questo racconto: vi parlerò della suggestione profonda che si può afferrare solo vivendo il borgo.
Partiamo come al solito dall’inizio
A Camigliano, il presente vive in perfetta armonia con la tradizione grazie a un dialogo intergenerazionale continuo. Gualtiero lavora infatti fianco a fianco con le figlie: Silvia, responsabile delle Relazioni Esterne e Comunicazione, e Isabella, alla guida delle Risorse Umane.
E in occasione di questo RED LINE Film Festival, ho provato una profonda emozione nel vedere la nuova generazione raccogliere attivamente questo testimone. Sono stati due dei nipoti di Gualtiero, Lorenzo e Tommaso, ad accompagnarmi alla scoperta della tenuta. Lorenzo, con la precisione dell’enologo, mi ha guidato tra le tecniche di vinificazione in cantina; Tommaso, con l’entusiasmo del marketing, ha orchestrato il racconto del terroir, delle vigne e delle sue diverse sfumature. Questo passaggio da Walter a Gualtiero, fino a Silvia, Isabella e ai giovani Lorenzo e Tommaso, non è una semplice linea dinastica aziendale. E’ una staffetta di passioni, sguardi e rispetto per la terra. Ma come al solito partiamo dall’inizio.
L’arrivo a Camigliano: varcare la soglia del tempo
Sono giunta a Camigliano nel primo pomeriggio, mentre il sole toscano iniziava a scaldare i profili delle vigne. Non era la prima volta che visitavo il borgo e la tenuta, eppure il piacere, qui, si rinnova a ogni singolo appuntamento. Ogni volta che imbocco la strada che conduce alla tenuta, provo l’esatta sensazione di varcare un portale invisibile, una soglia temporale capace di lasciarsi alle spalle la frenesia del presente e di riportarmi indietro di qualche secolo. È un senso di pace assoluto, denso, che si respira nell’aria silenziosa e che, respiro dopo respiro, mi fa sentire un tutt’uno con l’anima profonda di questo luogo.
Ad accogliermi trovo Silvia Ghezzi, amica e splendida compagna di viaggio nelle Donne del Vino Toscana. Tra noi ci sono una stima sincera e una comprensione immediata. Di Silvia amo profondamente il modo di porsi diretto, schietto, privo di sovrastrutture. Ed è proprio passeggiando con lei che il racconto si fa intimo, a partire dalla storia della sua famiglia, letteralmente catturata da quello che è a tutti gli effetti un “paesaggio inatteso”.
Il sogno della famiglia Ghezzi
Questa storia d’amore contemporanea inizia nel 1957. Fu allora che Walter Ghezzi, visionario e intraprendente imprenditore milanese pazzamente innamorato della Toscana, rimase stregato dalla magia sospesa di questo antico borgo medievale dove regnavano la pace e la natura incontaminata.
All’epoca, la tenuta era un microcosmo vivo e autosufficiente. Comprendeva stalle, campi coltivati, ulivi e un intero villaggio abitato, con due osterie e diverse botteghe artigiane. Fu nel 1965 che la prima annata venne alla luce sotto l’etichetta del Brunello di Montalcino, inaugurando un percorso fatto di terra, poesia e assoluta dedizione. Oggi, quel borgo è un unicum raro: un “borgo-vigneto” dove i filari abbracciano letteralmente le case, creando un dialogo perfetto tra l’architettura e la campagna. Su oltre 500 ettari complessivi di proprietà, tra boschi, uliveti e seminativi, sono poco più di 90 quelli dedicati alla vite. Curati come giardini secondo i rigorosi dettami dell’agricoltura biologica certificata, vantano una produzione di circa 330.000 bottiglie che custodiscono ogni minimo dettaglio del paesaggio.
I secoli impressi nel borgo
Ma per comprendere fino in fondo la radice della magia che Silvia custodisce, bisogna guardare ancora più indietro, alle profonde stratificazioni della storia. Questa terra, da sempre votata alla vite e all’olivo, fu scelta già dagli Etruschi che risalivano il corso dell’Ombrone dalla Maremma. Nel Medioevo il borgo divenne un baluardo strategico a difesa della libertà repubblicana di Montalcino, tanto che nel Duecento il suo castello fortificato pulsava di vita, arrivando a contare ben centocinquanta nuclei familiari.
A testimoniare questo passato nobilissimo e conteso, prima sotto l’influenza della potente Abbazia di Sant’Antimo, poi sotto l’ala delle grandi famiglie patrizie senesi come i Gallerani e i Bonsignori, restano le volumetrie del “Borgone”. L’attuale casa padronale sorge infatti proprio sulla porta d’accesso del borgo, integrando quelle pietre antiche che un tempo cingevano il castello medievale, in una perfetta continuità architettonica che oggi accoglie appena venti residenti, custodi silenziosi di un distretto rurale d’altri tempi che nel dopoguerra ha conosciuto il grande spopolamento verso le città industriali.
Pietre antiche, crociati e un cammello
In questo palcoscenico antico, l’enigma più affascinante cammina sulle zampe di un animale decisamente insolito per queste colline: un cammello. È questo il simbolo araldico della tenuta, impresso su un antico sigillo del XIII secolo oggi custodito al Museo Nazionale del Bargello a Firenze. Dietro questo stemma si muovono leggende suggestive. C’è chi lo riconduce all’antica corporazione romana dei Camilli ai tempi di Diocleziano, che fuggendo da Roma fondò qui i primi insediamenti dando il nome al toponimo. Altri, con uno sguardo più romantico, vi leggono il passaggio dei Cavalieri Crociati diretti in Terra Santa, che utilizzavano questi animali resistenti per i loro lunghi pellegrinaggi attraverso l’Italia centrale. Qualunque sia la verità, quel cammello d’oro sulle etichette continua a fare ciò che ha sempre fatto: fare da ponte tra il mito e la terra, vegliando sul riposo dei vini più preziosi.
Ma torniamo al Festival
Nato appena tre anni fa, il festival ha già dimostrato la maturità dei grandi eventi, inaugurando ufficialmente “InFortezza d’Estate”, il cartellone che per tutta la stagione accenderà i riflessi della Fortezza medicea e del Teatro degli Astrusi. Ma la vera svolta di questa manifestazione risiede nel ruolo delle cantine storiche, capaci di farsi partner culturali e non semplici sponsor. Prima fra tutte, la Tenuta di Camigliano.
La serata inaugurale e l’anima del festival
Che il festival avesse un’anima profonda, d’altronde, lo si è capito subito, fin dalla serata inaugurale a cui ho avuto la fortuna di assistere. La proiezione di apertura è stata dedicata a “Kneecap”, pellicola irlandese-britannica incentrata sull’omonimo trio rap di Belfast. Un film dirompente, che usa la musica e la lingua nativa come strumenti di resistenza culturale e identitaria.
Il film racconta la storia vera del trio rap di Belfast che, nell’Irlanda del Nord post-conflitto, sceglie di cantare e “rappare” esclusivamente in lingua gaelica, diventando l’improbabile icona di un movimento per i diritti civili e la salvaguardia della propria identità.
In quegli anni, infatti, il gaelico era una lingua ufficialmente proibita e osteggiata dalle istituzioni; per questo, la scelta radicale di usarla nei testi è andata ben oltre la semplice ribellione giovanile. È stata un’azione profondamente politica e dirompente, capace di trasformarsi nell’inizio di un vero e proprio cambiamento sociale e culturale.
A un primo sguardo può sembrare un’opera trasgressiva, a tratti decisamente cruda e provocatoria nel suo raccontare gli eccessi e la rabbia giovanile; eppure, dietro quel ritmo serrato e quell’estetica sfrontata, nasconde una lezione fondamentale e nobilissima: le vere rivoluzioni, quelle che lasciano il segno, non si fanno con i proiettili o con le bombe, ma cambiando la testa della gente.
Il graffio di “Kneecap” sotto un cielo di stelle
La serata inaugurale ha regalato una di quelle atmosfere che restano impresse nella memoria. Immaginate la maestosità della Fortezza di Montalcino, le cui pietre secolari hanno abbracciato uno schermo teso verso l’infinito. Ma la vera magia si compiva alzando gli occhi: sopra di noi si stendeva un cielo stellato mozzafiato, limpido e profondo, che sembrava dialogare in silenzio con le luci del grande cinema. È stata un’esperienza totalizzante, dove la forza graffiante della narrazione, che usa la musica e la lingua nativa come strumenti di identità e resistenza, ha trovato il suo contrappunto perfetto nella quiete poetica della notte toscana. Una commistione tra l’alto e il basso, tra l’energia globale dello schermo e l’abbraccio intimo del nostro territorio, che ha svelato fin da subito la vera anima inclusiva del festival.
Solidarietà, cinema e vino
Questa scelta artistica riflette perfettamente l’identità dei due organizzatori dell’evento: l’associazione Iniziative di Solidarietà – OdV e la casa di produzione Office Number Four. Fondata nel 1997 per incentivare una cultura di pace basata sul rispetto dei diritti umani, civili e politici, Iniziative di Solidarietà è un’organizzazione senza fini di lucro da sempre attiva in prima linea, in particolare nel Kurdistan iracheno, a sostegno delle popolazioni vittime di guerre e persecuzioni. Fin dal 2000, l’associazione ha compreso che il cinema e la narrazione potevano allargare le menti e abbattere le barriere. In quegli anni complessi, ha organizzato retrospettive dedicate a registi curdi e ha persino pubblicato racconti di scrittori locali contrabbandati illegalmente sotto il regime di Saddam Hussein. Il sodalizio nato nel 2009 con Office Number Four ha trasformato questo impegno in grande cinema: già nel 2010 il documentario “Our sky, our land” vinceva il Premio Unicef per la pace al Terre di Siena International Film Festival. Il festival di Montalcino è il punto di arrivo naturale di questo cammino umanitario e culturale, che per cinque giorni ha offerto una proposta ricca di lungometraggi, cortometraggi e l’innovativa sezione Red Line KIDS dedicata ai più piccoli, rendendo la rassegna una piattaforma inclusiva, accessibile e di vera partecipazione civica per tutta la comunità.
Il risveglio e il viaggio tra i filari
Dopo la bellissima emozione della serata di apertura sotto il cielo stellato della Fortezza, ecco che il secondo giorno è iniziato nel migliore dei modi. Mi sono svegliata immersa in un paesaggio dolcissimo, una cartolina di colline e filari che infonde una serenità profonda, quasi terapeutica. Una buona colazione e via, subito pronta a entrare nel vivo della tenuta.
La mia mattinata è iniziata in vigna insieme all’agronomo, a bordo di uno storico fuoristrada di famiglia: un mezzo vissuto che, se solo potesse parlare, chissà quante storie avrebbe da raccontare su queste colline. Macinando terra e polvere, eccoci arrivati nel cuore dei vigneti. Camminare in questo anfiteatro naturale, accompagnata anche dall’energia contagiosa di Tommaso, figlio maggiore di Silvia, e l’agronomo, mi ha permesso di respirare la complessità dei suoli e la perfetta esposizione di Camigliano. Proprio durante questo percorso tra le vigne, la natura ci ha fatto una sorpresa inaspettata: nascosto dalla fitta vegetazione, si è rivelato ai nostri occhi un incantevole laghetto di ninfee. Un angolo segreto e sospeso che è apparso a tutti gli effetti come un dono raro, un piccolo polmone di biodiversità che racconta, meglio di mille parole, il rispetto sacro che l’azienda ha per il proprio ambiente.
Dentro la terra: gravità, sostenibilità e confronto tecnico
Dalla terra si passa poi al luogo in cui l’uva si fa opera d’arte. Il viaggio si è spostato in una cantina che è un vero e proprio gioiello di architettura e rispetto ambientale. Progettata per ridurre al minimo l’impatto visivo sul territorio, la struttura risulta dall’alto totalmente mimetizzata, sparendo letteralmente nel paesaggio grazie a un tetto interamente ricoperto da un prato verde. Al suo interno, la forza di gravità sostituisce la tecnologia invasiva: l’intero processo produttivo avviene per caduta gravitazionale, eliminando l’uso di pompe per accompagnare il mosto con la massima delicatezza. Ad aprirmi le porte di questo “caveau” è stato l’enologo interno, Michele Turchi, che mi ha regalato una visita densa di dettagli tecnici preziosi. Quello con Michele non è stato il classico monologo aziendale, ma un confronto vero, reale e concreto. Ho trovato un ascolto autentico: le mie osservazioni da degustatrice sono state accolte e prese in considerazione con la maturità e l’intelligenza di chi non si siede mai sugli allori, ma nutre il desiderio costante di migliorare e di mettersi in discussione.
Una terrazza sul mondo: degustazione della Riserva
Con questo bagaglio di scambi e sorrisi, ci siamo spostati per la degustazione su una meravigliosa terrazza panoramica che domina la vallata, offrendo un paesaggio che definire mozzafiato è riduttivo. Insieme a Michele, abbiamo approfondito la conoscenza del terroir attraverso i calici più prestigiosi. Abbiamo degustato il Brunello di Montalcino 2021, che si è rivelato di grande precisione e stoffa aristocratica, e il Gualto 2020 Brunello di Montalcino Riserva. Questa Riserva, prodotta utilizzando esclusivamente una selezione dei grappoli migliori provenienti dalle vigne più vecchie della tenuta, ha letteralmente conquistato la mia attenzione e il mio sincero apprezzamento. Complice un’annata davvero buona come la 2020, il vino ha mostrato eleganza profonda, con un frutto integro e una trama tannica di rara finezza che preannuncia una longevità straordinaria.
Un light lunch di abbinamenti perfetti
Il coronamento ideale di questa intensa giornata è stato un raffinato light lunch a base di deliziosi prodotti locali e tipici toscani. Un momento conviviale e rilassato che ci ha permesso di giocare a tavola con i vini, sperimentando abbinamenti di grande armonia gastronomica. Oltre alla stoffa dei grandi rossi, ad aprire le danze è stato il loro Vermentino Gamal, un bianco fresco e sapido perfetto per gli antipasti, seguito da un Rosato Gamal Rosa IGT, floreale e fragrante che ha saputo dialogare egregiamente con i piatti di mezzo.
Il principe indiscusso di Camigliano
La scena è stata inevitabilmente conquistata dai grandi rossi, specchio di quella precisione esecutiva che contraddistingue la mano aziendale. Il Brunello di Montalcino, frutto di una selezione di cloni e terreni diversi, ha messo in mostra tutta la sua stoffa aristocratica, rivelando un’esplosione di frutto rosso, spezie e trama tannica setosa.
Oltre all’annata 2021 degustata in terrazza, avevo già incontrato la splendida versione 2020 la sera precedente, durante la cena al noto ristorante ilcinese Re di Macchia, dove si era rivelata strepitosa in abbinamento a una faraona squisita. Nella stessa occasione, anche il Rosso di Montalcino 2024 si è dimostrato una scelta vincente, sposando alla perfezione dei favolosi tortelli ai funghi porcini. Una vera delizia che conferma la straordinaria duttilità gastronomica di questi vini.
Il sigillo della Riserva Gualto
Ma è stato l’accostamento tra i piatti strutturati del pranzo e la profondità della Riserva Gualto 2020 a suggellare l’incontro perfetto tra l’eccellenza culinaria del territorio e l’eredità liquida della famiglia Ghezzi. Questo calice monumentale, nato dalla selezione dei grappoli migliori, ha dialogato magnificamente con le preparazioni più intense della nostra tradizione, lasciandoci addosso il sapore autentico e profondo di un’ospitalità generosa. Un sorso che unisce, in un perfetto equilibrio, la storia di Camigliano e la sua bellissima proiezione verso il futuro.
Conferme nel tempo
Il vero momento d’emozione, capace di fermare il tempo, è arrivato con l’assaggio del Brunello di Montalcino Riserva “Paesaggio Inatteso”. Un vino monumentale che porta nel nome l’omaggio al colpo di fulmine di nonno Walter nel 1957. Durante l’evento Eccellenze di Toscana alla Leopolda avevo già avuto l’onore di degustare un’annata più vecchia, e ritrovarlo qui è stato una conferma.
In terrazza, la versione 2021 — una selezione esclusiva prodotta in soli 2.000 esemplari — mi ha conquistata con una complessità rara e tocchi balsamici evidenti ed eleganti. Come, la 2020, si è rivelata complessa, avvolgente e dotata di una persistenza molto lunga. Un calice straordinario, ideale per accompagnare carni stufate o selvaggina nobile, sublimando l’esperienza del pranzo e sigillando l’incontro perfetto tra l’eccellenza culinaria toscana e l’eredità liquida della famiglia Ghezzi.
Un arrivederci a Camigliano
Avrei voluto trattenermi ancora, lo ammetto. Avrei voluto godermi altre visioni, muovermi tra le mura del borgo senza fretta e concedermi altri assaggi ravvicinati, ma il tempo, si sa, vola via troppo velocemente quando lo trascorri bene e in ottima compagnia. Così, nel primo pomeriggio sono ripartita, profondamente grata di aver vissuto un’accoglienza speciale, generosa e straordinariamente ricca di spunti umani e tecnici.
Mentre imboccavo la strada del ritorno, ho già iniziato a fare promesse a me stessa: cercherò senz’altro di tornare da queste parti a ottobre, in occasione della storica Sagra del Galletto di Camigliano, per rivivere il borgo nella sua veste più autentica e festosa.
Ma per adesso il viaggio continua. Mi rimetto in strada e vado verso Parma, con il cuore leggero e la mente già pronta per un altro appuntamento imperdibile che mi attende: la Convention Nazionale delle Donne del Vino.
Ma questa è già un’altra storia.
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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