FIVI 2024. Assaggi e scoperte – parte II
Toscana: cuore giovane e vini di carattere
Rieccoci qui, pronti a stappare l’ultimo capitolo del nostro racconto sul FIVI 2024. Come promesso, dopo aver viaggiato tra le eccellenze di Marche, Trentino e Lombardia, torniamo a casa, nella mia Toscana. Questa non è solo una terra di nomi blasonati e grandi riserve, ma anche un vivaio di giovani talenti che, con coraggio e sensibilità, stanno scrivendo nuove pagine della viticoltura regionale. Vi parlerò di tre incontri che mi hanno scaldato il cuore, confermando che il futuro del vino toscano è in ottime mani.
Clio Cicogni: il dono di Pandora e l’arte dei Tarocchi
Incontrare Clio Cicogni è sempre un’iniezione di energia. La sua cantina si trova a Montevarchi in Val d’Ambra, e fin dal 2017 la sua filosofia è chiara: fare vino nel modo più naturale possibile. Coltiva la terra seguendo i principi del biologico, andando verso la biodinamica che dà risposte alle sue domande più profonde. La raccolta è rigorosamente manuale con selezione estrema delle uve che provengono da vigneti giovani. L’idea è quella di lasciar addirittura ramificare il cordone speronato e fra qualche anno voglio proprio andare a vedere! La vinificazione è semplice – con fermentazione spontanea, follature, qualche rimontaggio e basso uso di solforosa. La chimica è bandita! Altra cosa che mi affascina e l’uso della musica come dice Clio con “una buona playlist di sottoffondo”. L’affinamento avviene in materiali diversi come terracotta, legno (di rovere francese non di primo passaggio), ceramica (quest’ultima usata specialmente per i rosati). Le sue etichette, che richiamano i “Tarocchi Disturbanti” creati da un’amica, rendono ogni bottiglia un piccolo pezzo d’arte. trovo queste etichette ipnotiche. da provare più di uno dei loro vini se non li conoscete.
Pandora 2019, un Cabernet franc in purezza
Io sono innamorata del suo Pandora 2019, un Cabernet franc in purezza. Pensate è stato il mio regalo di Natale per le persone più care, accompagnato dai prodotti del suo mulino biologico.E non a caso. Pandora è un Cabernet Franc che sa donare: al naso sprigiona profumi intensi di frutti rossi e neri, affiancati da quella distintiva e affascinante nota vegetale fresca, quasi di peperone verde (pirazina), con una persistenza infinita. In bocca è vibrante e dritto, con un’acidità fresca e un tannino setoso che lo rendono succoso e gastronomico, riflettendo pienamente l’eleganza di questo vitigno in terra toscana. L’intento di “unificare il cielo con la terra in ogni bottiglia” si sente ad ogni sorso.
Un’ultima curiosità: i loro vini sono tutti imbottigliati in bottiglie Renane perché, come mi ha spiegato Clio, la vedono come un simbolo di longevità, mineralità ed eleganza.
Marco Cincinelli: l’imbarazzante bontà del Mammolo
Quando si parla di vitigni autoctoni riscoperti, Marco Cincinelli è un nome da segnarsi. La storia dell’azienda affonda le radici nel 1940 con il padre Siro, ma oggi è Marco che ne porta avanti la passione, creando le sue etichette dal 2016 con un’attenzione che si sente in ogni sorso. Fin dalle origini, l’azienda coltiva i propri terreni con metodo biologico, garantendo la naturale biodiversità grazie all’alternanza di oliveti, boschi e macchie. La varietà che fa da padrona in cantina è il Sangiovese, che esprime al meglio le sue caratteristiche grazie ai terreni e al microclima della zona. Non manca il coraggio di coltivare vitigni internazionali come Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. e la dedizione al Mammolo che rimane centrale per mantenere vivo il patrimonio genetico della regione. Oltre alle vigne, l’azienda segue oliveti delle varietà Frantoio, Leccino, Moraiolo e Pendolino.
Un rosato da portar via
Al FIVI ho riassaggiato il Legato Mammolo in purezza, di cui sono una grande estimatrice. Ma il vino che ho portato a casa è stata la sua versione rosata. Un vino dalla beva semplicemente imbarazzante, di quelli che finiscono prima che tu te ne accorga. Un colore rosa tenue e un naso delicato di fiori di campo e piccola frutta rossa. Al palato è fresco, agile e sapido, con una scorrevolezza disarmante che invita continuamente al sorso successivo. È il compagno perfetto per un aperitivo o un pranzo leggero, la dimostrazione che anche con uve considerate “minori” si possono creare piccoli capolavori di piacevolezza. Oltre al rosato vi consiglio di cercare in particolare il Legato 2018. Trovo questa annata davvero precisa, il mammolo sembra quasi un “pinot noir della Valdichiana” – solo per rendere l’idea di un vino che non fa dei tannini il punto di forza, bensì l’eleganza. Completano la gamma altre etichette da provare, come il Sangiovese Botti e il Syrah I Mandorli. Un lavoro fatto di passione e qualità!

Ettore Ciancico e La Salceta
Una sosta da Ettore Ciancico de La Salceta è d’obbligo. Salutarlo insieme alla sua dolce compagna Linda mi rianima sempre di buoni sentimenti. Ettore non è solo un produttore del Valdarno di Sopra, ma è un uomo la cui vita è stata una costante evoluzione: una vita spesa nel sindacato prima, poi come imprenditore e ora, con tanta vocazione, come vignaiolo. Incarna la figura del vignaiolo che ha cambiato vita per seguire un sogno.
Per me è un’ispirazione. Sa bene che le difficoltà che ti costringono a cambiare vita sono in realtà delle opportunità, e vanno colte. Basta incrociare il suo sguardo e ascoltare il suo timbro profondo per comprendere questa sua saggezza. Una realtà piccola di pochi ettari, quasi intima, dove ogni vino trasmette calore e sincerità.
Il Vermouth che crea dipendenza
Questa volta, però, il gioiello che mi ha conquistato non è stato un vino, ma il suo Vermouth. Un prodotto unico nel suo genere, che si distingue fin dal packaging: tutti i loro vini, incluso il Vermouth, sono chiusi con il tappo di vetro Vinolok, un dettaglio che testimonia l’attenzione alla cura e alla sostenibilità.
Il Vermouth si chiama Riosato, un chiaro richiamo al vino base: il loro rosato Osato. A differenza di molti vermouth dove il vino base ricopre un ruolo neutro, Ettore e Linda hanno voluto che il vino fosse riconoscibile, selezionando le botaniche proprio per esaltarne aromi, gusto e freschezza. Con il supporto della Distilleria Beccaris di Costigliole d’Asti, hanno selezionato le tradizionali assenzio, santoreggia, coriandolo e fiori di sambuco, arricchendole con infusi di salvia, timo, arancio dolce e amaro, melograno e ciliegia. Tutti aromi che appartengono al loro rosato e al territorio del Valdarno di Sopra. Il risultato è un elisir straordinario, un Vermouth rosa dove le note del Cabernet Franc si fondono con sentori agrumati, floreali e delicatamente amari. Un equilibrio perfetto tra dolcezza e freschezza che, ve lo assicuro, crea dipendenza. Un piccolo capolavoro di artigianalità e creatività.

Teularju: l’orgoglio della Barbagia e il movimento Mamojà
L’incontro con il figlio di Francesco Sedilesu – uno dei fondatori del movimento Mamojà – è stato particolarmente interessante, facendomi respirare quell’orgoglio identitario e quella passione che scorrono nelle “vene” degli abitanti di questa terra. Mamojà è un’associazione culturale, nata nel 2015, che unisce viticoltori con l’obiettivo di valorizzare e tutelare la viticoltura, i vini e il territorio di Mamoiada. Per questo paese di 2.500 abitanti, nel centro della Sardegna, il vino ha una valenza che va oltre il prodotto: è un mezzo sociale, culturale e un motore per l’economia locale, capace di combattere lo spopolamento e di educare al rispetto ambientale. L’associazione si è data un disciplinare di autocontrollo che incentiva l’agricoltura biologica e preserva i caratteri tradizionali e la tipicità dei vini. Con vigneti ad un’altitudine media di 730 m s.l.m., forti escursioni termiche. I terreni sono di natura granitica, sciolti e leggermente acidi, ideali per il Cannonau. Di recente, si sta riscoprendo anche la Granazza, un autoctono a bacca bianca. La forma di allevamento è l’alberello basso e le rese sono bassissime (tra 20 e 60 qli/ha).
Le Ghiradas: i Cru di Mamoiada
L’associazione opera anche per far emergere i punti critici delle denominazioni attuali (DOC Cannonau di Sardegna, IGT Isola dei Nuraghi, IGT Barbagia e IGT Provincia di Nuoro), che troppo spesso minimizzano l’importanza del terroir di origine. Ed è qui che entrano in gioco le Ghiradas. Una Ghirada è un termine sardo che identifica un vero e proprio Cru. I nomi di queste parcelle richiamano toponimi, i proprietari originari o caratteristiche fisiche dei terreni, e si tramandano oralmente per generazioni. L’azienda della famiglia Sedilesu, Teularju, nasce nel 2017 e ha subito puntato a valorizzare queste differenze. Nel vigneto di Teularju, interamente coltivato a Cannonau, si distinguono quattro ghiradas principali: Ocruarana, Cara’Gonare, Erula e Rizza. Ognuna si differenzia per tipologia del suolo, esposizione e altitudine. Tra i miei assaggi, sono rimasta particolarmente colpita dal Barbagia Rosso IGT Ghirada Cara’Gonare 2021. Questa ghirada, impiantata per ultima (solo un ettaro), è esposta a sud-sud/ovest, con un suolo sabbioso e abbondante scheletro nelle parti più pendenti. La scelta di utilizzare la denominazione Barbagia Rosso IGT è emblematica e, parlando con Giovanni, si respira l’orgoglio identitario che spinge a preservare e promuovere le peculiarità uniche di questo territorio.

Tuscia laziale: l’Aleatico e il carattere femminile di Antonella Pacchiarotti
L’Azienda Agricola Pacchiarotti Antonella nasce nel 1998 con la volontà precisa di dare radici a una famiglia che, da generazioni, è espressione di questa terra. La proprietà si trova nel comune di Grotte di Castro, cuore della zona a D.O.C. Aleatico di Gradoli. La sua storia è potente: Antonella, madre di tre figli, ha creato una vigna che di fatto rappresenta il suo quarto figlio. Nelle sue intenzioni c’è la determinazione di esprimere il carattere femminile in un ambito tradizionalmente a forte vocazione maschile. Questa tenacia si riflette nei suoi vini. Le vigne, posizionate a circa 500 metri di altitudine con felice esposizione sud/sud-est, si affacciano sul Lago di Bolsena. L’influsso benefico del lago permette una meravigliosa espressione dell’aleatico, un vitigno coltivato qui con orgoglio sin da tempi remoti e che si rivela estremamente eclettico e versatile. Antonella ha saputo valorizzare questo vitigno in modi inaspettati. L’assaggio che mi ha colpita di più è stato il suo Aleatico secco, una versione non facile da trovare in zona, ma incredibilmente interessante per la sua freschezza e aromaticità non invadente. Una serie di vini che l’azienda considera un omaggio alle donne. Alcuni di questi sono rosati (Ramatico e Pian di stelle), ma ottenuti con metodi di vinificazione diversi. Un percorso che mette in luce la poliedricità del vitigno. Ho sentito una forte sintonia con Antonella al FIVI, e un viaggio nella sua Tuscia per conoscere meglio la sua realtà è sicuramente un appuntamento da fissare al più presto.
La forza del Malbo Gentile e di Iryna Balim
un altro assaggio ci porta sulle colline modenesi, nel Basso Frignano, a circa 450-500 metri di altitudine, dove si trova la Cantina del Frignano. L’azienda, che coltiva circa 6 ettari di vigneti in regime di biologico certificato, è guidata da Iryna Balim, un’imprenditrice di origini ucraine che ha trovato in questi antichi vitigni emiliani la sua vocazione. Iryna e il suo team (con l’enologo Franco Calini) si dedicano alla valorizzazione di varietà autoctone e quasi dimenticate, come l’Uva Tosca e il Malbo Gentile. Quest’utimo è un vitigno a bacca nera fondamentale per il panorama modenese e reggiano, spesso usato in uvaggio con i Lambruschi per aggiungere colore, corpo e polifenoli. Iryna lo esprime in diverse vesti, dimostrando la sua versatilità.
Il Terd’Este Bucamante (Malbo Gentile in purezza) è il vino rosso fermo che mostra tutta la stoffa del vitigno. Vinificato in purezza con lunga fermentazione sulle bucce, si presenta con un colore rosso rubino intenso. Al naso offre aromi fruttati e speziati, mentre in bocca ha un buon corpo, una ricchezza tannica e un profilo gustativo equilibrato, che gli permette anche un affinamento. È un’espressione decisa e autentica di questo vitigno poco conosciuto.
Scurone (Lambrusco dell’Emilia Rosso) dove il malbo gentile gioca il suo ruolo storico, affiancando il Lambrusco Grasparossa in un Metodo Ancestrale. Questo rosso frizzante è profondo e complesso, un vino “zero-zero” (senza solfiti aggiunti) che unisce freschezza, note di frutti rossi e una piacevole sensazione tannica data proprio dal Malbo
Il Passito di Malbo Gentile La Pinona, manifesta la sua ricchezza polifenolica e zuccherina rendendolo ideale non solo per i dessert. E’ un vino da meditazione che si abbina perfettamente a cioccolato fondente e formaggi stagionati. Iryna Balim non è solo una produttrice, ma una “Donna del Vino” che ha saputo riscoprire la vocazione di un territorio e la nobiltà di un vitigno che, sebbene chiamato “Gentile”, è proprio come lei: con un carattere forte e inconfondibile.
L’Erbaluce del Canavese e l’anima di Cieck
Chiudiamo il nostro racconto con una conferma di eleganza e tradizione, spostandoci in Piemonte per parlare di un vitigno che meriterebbe molta più fama: l’Erbaluce, attraverso gli occhi e le mani di Lia Falconieri dell’azienda Cieck.
L’incontro con Lia, donna del vino piemontese, è stato un momento in cui l’amore per il territorio e la sua storia si sono fusi con la qualità nel calice. La sua azienda si trova a San Giorgio Canavese, e gestisce 13 ettari di vigneto, in gran parte dedicati all’Erbaluce, un autoctono versatile che si esprime splendidamente in diverse vesti, dallo spumante al passito. La zona è caratterizzata dai tradizionali vigneti a pergola, dove l’uva viene vendemmiata raccogliendo i grappoli in alto.
L’azienda nasce nel 1985 da un’idea di Remo, padre di Lia, figlio di contadini e progettista all’Olivetti, che andò in Francia per imparare a fare il Metodo Classico. L’esordio fu con l’Erbaluce Metodo Classico, dandogli il nome dell’antica cascina: Cieck.
Nature Erbaluce di Caluso DOCG
Oggi, la cantina si è evoluta in una struttura moderna e green in Località Castagnola. L’assaggio che per me è una conferma immancabile è il loro spumante: l’Erbaluce di Caluso DOCG Nature. Questo pas dosé, con un minimo di 48 mesi sui lieviti, è il mio preferito, una bollicina che a Natale non può mancare sulla tavola, per la sua complessità, freschezza e finezza. Ciò che rende Cieck speciale è l’attenzione al racconto del singolo vigneto. Ogni filare ha un nome e una storia: il vigneto più antico è Misobolo, che custodisce ancora una vite a piede franco pre-fillossera ed è legato a figure storiche del paese. Altri nomi come Brajassa e Cascinetto richiamano storie familiari. Lia, che ha raccolto l’eredità di Remo, sa davvero raccontare il suo territorio attraverso i nomi, la storia e, soprattutto, attraverso la purezza cristallina e versatile dei suoi vini.
Il bilancio emozionale del FIVI 2024
In questo intenso e appassionante viaggio attraverso le Marche, il Trentino, la Lombardia, la Sardegna, la Toscana, il Piemonte e l’Emilia-Romagna, ho cercato di donarvi un assaggio delle mie migliori scoperte del 2024. Non si è trattato di un semplice elenco, ma di una galleria di ritratti. Ogni calice – dal Malbo Gentile emiliano al sorprendente Mammolo toscano – racchiudeva non solo grandi vini, ma l’incontro con vite umane, storie familiari di tenacia, e la dedizione assoluta del Vignaiolo Indipendente. Il mio racconto deve, purtroppo, giungere al termine, ma spero di aver lasciato in voi la curiosità di cercare e assaggiare queste eccellenze. Quindi, stay tuned… e in alto i calici e alla prossima emozione in bottiglia! 🍷
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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